Ben il guerriero


Ben il Guerriero
tratto da Tabula Rasa, numero 4, (Besa Editrice, Novembre 2005),
pp. 300, € 7,00
informazioni su Besa Editrice, iQuindici, Musicaos.

1.
“Sei mai andato da quella verso l’’Hotel Cinque Palle?”, non ci sono andato risposi io, “per me è la più buona di tutte, certo, appena entri la sala è tappezzata di Mussolini, fotografie su fotografie, però la fanno davvero buona”. Discutevamo di pizzerie, qual’era la pizzeria più buona della città, a seconda dei gusti, delle forme e dei tempi di attesa . “In che senso? Ma anche nella sala dove si consuma?”.”Si”.”Vuoi dirmi che uno mangia la pizza e si trova circondato dalla XMAS, i gerarchi e tutto il resto?”. Nemmeno la sera prima avevo visto un film di Russ Meyer un regista del secolo scorso, quello dove un sosia di Hitler viene sodomizzato da un cowboy e finisce divorato da un piranha; quale sarebbe il corrispettivo filmico odierno se Russ Meyer fosse ancora vivo? Domande che frullano in testa quando ho esaurito i miei discorsi improvvisati sulla meteorologia e mi avvento in altri campi dello scibile sapendo che non potrei toccare troppi argomenti e che proprio non mi va di parlare delle splendide performance del Lecce-prime-giornate-di-campionato, quando ogni lunedì è buono perché sul giornale escano titoli del tipo “a un passo dalla Uefa”,”Lecce….Champions?”. Questo venerdì non andrò a cena da Mussolini. Finalmente arrivo a destinazione con il mio collega, dobbiamo riparare un sistema corticale, una cosa semplice, abbiamo fissato l’appuntamento alle dodici così tra una cosa e l’altra tiriamo fino a mezzogiorno e mezza e poi torniamo a casa a mangiare, ognuno a casa sua, così oggi arrivo un po’ prima del solito. Fine settimana, venerdì, due giorni di quiete per lavorare alle mie cose. Prima di tornare a casa passo a comprare le sigarette e chi ti incontro? Ma si, sempre lui, Ben il Guerriero in versione calendario, dietro il bancone. Chiedo un pacco di Pall Mall Rosse. Pago, prendo il resto. Prima di uscire butto un occhio al calendario, Ben in impeccabile completo nero con una vanga in mano, immagino cosa stesse pensando, in quel momento il tabaccaio senza timidezza ‘ne vuole uno? Fanno cinque euro’, esco lasciandolo con un ‘no grazie’. Torno in macchina, caz!, un pacco di MarlBoro, e sì perché a Lecce, se volete un pacco di Pall Mall dovete pronunciare esattamente “PAAL MAALLE” e non “POL MOL”, altrimenti il traduttore fonetico automatico di cui sono abitualmente dotati i neuroni dei tabaccai traduce “MALBORO” e senza alcun problema vi rifila treuroecinquanta di sigarette, prima o poi costeranno come a Londra, così dicono. Va bene, oggi non mi dispiace, una volta tanto si fuma serio. Nel tragitto fino a casa mi chiedo quale sia la cospirazione di oggi, prima il mio collega che mi consiglia di andare a passare il venerdì sera nella pizzeria/nostalgia e poi questo tabaccaio che cerca di farmi passare ogni giorno del prossimo anno, ogni mese per dodici mesi, con una foto trentacinque per cinquanta del beniamino: nessuna cospirazione, sono cose che capitano ogni giorno, anche in edicola. A casa leggo una mail, un amico sta partendo per Bologna, è l’unico posto dove ha trovato un corso post laurea in traduzione che fa al caso suo, dura tre mesi e gli lascia la possibilità di lavorare per mantenersi. “Il traduttore?!?”, ogni volta che ho lavorato presso qualche casa editrice mi hanno sempre fatto fare almeno tre lavori diversi, certe volte mi astraevo, mi osservavo dall’alto, il mio corpo piegato sul tavolo come in un coma fotografico, ‘ma cosa sto facendo? se qualcun altro mi stesse osservando?’, altre volte somigliavo ai cinesi nel circo, quando ero piccolo al circo c’era sempre il numero dei piatti tenuti in rotazione vertiginosa su bacchette alte e flessibili, quando uno stava per smettere di ruotare bisognava dare una carica altrimenti cadeva in terra, il mestiere di traduttore come quello di correttore sono in via di estinzione, il paese è ancora ricolmo di laureati in discipline umanistiche di conseguenza bisogna spremersi al meglio, riuscire a passare con disinvoltura da un tavolo di progettazione ad un tavolo dove i libri dopo essere stati progettati vengono stampati, piegati, impilati, cellophanati e magari anche spediti. Questa era la prima cosa che mi veniva in mente pensando al mio amico che voleva fare il traduttore, ce lo siamo detti, il traduttore puro come il poeta puro non esistono, se non altro a Bologna, seconda città leccese, troverai quel che cerchi, c’è posto per tutti, siamo autarchici. Mi addormento. Penso a quella parola. Ma l’ho detta sul serio? Ho detto ‘autarchici’? Questo pomeriggio filerà liscio come ogni venerdì pomeriggio, tutti hanno fretta di chiudere pensando sabatodomenica e a come lo passeranno, domattina sarò in qualche ipermercato a fare la spesa per una settimana insieme alla mia ragazza.

2.
– Hanno portato via il gorgonzola – che cosa vuol dire, non vuol dire niente ‘hanno portato via il gorgonzola’, sarà finito, è mezzogiorno, sai che il sabato mattina negli hard discount è la stagione delle cavallette. La mia ragazza non ne vuole sapere. Siamo immobili davanti al banco frigo, sezione latticini ed affini, con lei che vuole convincermi che prima o poi, prima della chiusura, qualcuno verrà a riempire gli scaffali vuoti e potremo ritornare a casa felici con il nostro gorgonzola. Cerco di farle cambiare idea, “vedi, in fondo non è che sia così importante, questa settimana salteremo due pranzi a base di gorgonzola, niente gnocchi di patate al gorgonzola, non succede nulla, cosa vuoi che succeda?”. Aspetto una risposta affermativa, mi aspetto un segnale, qualcosa del tipo “va bene, hai ragione, in fondo che cosa ce ne importa, sono solo due etti di formaggio”. Mentre aspetto una risposta il mio occhio vaga per il supermercato, nessuna signora carina, il corridoio dove siamo io e lei è deserto, continuo a vagare, sento qualcosa alle spalle, mi giro verso lo scaffale di fronte, pasta legumi e cornflakes, osservo un pacco di pasta, leggo l’etichetta, non voglio credere ai miei occhi, ‘pasta balilla’. Prendo la mia ragazza per un braccio, lei crede che sia la solita scenata, non ha capito nulla, andiamo alla cassa paghiamo e usciamo. Alla cassa il commesso non batte ciglio, prende i prodotti e prima ancora che io abbia fatto in tempo a sistemarne uno nella busta lui me ne scaglia un altro, ci guardiamo, non capisce, non voglio farmi capire, prima di pagare lo faccio attendere finchè l’ultima delle mie merci non è inserita nell’apposita busta. Sul suo camice nero c’è una macchia, sembra cenere, eppure negli ipermercati è vietato fumare, è vietato ovunque.

3.
Il fine settimana è anche l’unica occasione che mi è rimasta per andare dal barbiere ad aggiustarmi i capelli. Quando avevo venti anni, non molto tempo fa, nemmeno troppo poco, insomma quando potevo permettermelo portavo i capelli lunghi, sempre lunghi, finchè un giorno non decisi di farmi un doppio taglio alle tempie, per sentirmi più leggero, alla fine la testa alleggerita cominciava a piacermi, ‘troppi capelli troppi pensieri’, così mi rapai a zero senza pensarci due volte. Adesso ho raggiunto un punto di equilibrio, circa una volta al mese, di sabato, vado dal barbiere a farmi radere e per un’aggiustatina.
Entro da Lino. La bellezza di questo luogo è disarmante, non c’è nulla, nemmeno la musica nell’aria, l’unico ronzio è prodotto da un condizionatore d’aria che sta sempre acceso, anche d’inverno, qui dentro si può fumare. Quotidiani stropicciati sulle poltrone, cinque del pomeriggio, tutto ciò che deve accadere è già accaduto, la mattina con i caffè portati dal garzone ai primi clienti e scene simili, mi siedo in poltrona, Lino si gira e mi chiama, il mio turno è subito. Mi guardo allo specchio mentre il mio collo viene circondato da un asciugamano, le prime volte deve essere stato differente. Ne sono certo, le prime volte succedeva qualcos’altro, mi ricordo che Lino mi chiedeva che taglio preferivo, addirittura prendeva delle riviste, sempre le stesse, che teneva nascoste nell’armadietto insieme alla schiuma da barba e alle lozioni, sfogliava velocemente uno di questi giornali usurato e stropicciato dall’uso, poi, cambiava idea come un michelangelo davanti alla pietà rondanini, si fermava un altro secondo e alla fine mi mostrava una foto. Prima deve essere stato così. Non mi ricordo quando è successo, non ricordo nulla. Lino estrae un rasoio da un cassetto, mi dice “tutti quelli che vedi in giro hanno tre, al massimo quattro di lame…questo rasoio ne ha cinque, qui a Lecce Provincia lo usiamo soltanto in due, io e mio cognato di Maglie”.
Il rasoio di Lino non mi spaventa, la mia testa è cosparsa di schiuma, uno strato sottile, circa due centimetri. Dopo due minuti sono rasato a zero, non so più se la mia testa è calda per via di tutti i pori e follicoli che sono stati passati al filo di cinque lame oppure perché la superficie della mia calotta subisce d’improvviso il calore delle lampadine, entrambi i motivi mi sembrano spiegazioni decenti. Faccio uno squillo alla mia ragazza “dove sei?”. E’ in un negozio di scarpe, non è molto lontano. Vado io.

4.
Questo si che è profumo. Dicono che Coco Chanel abbia realizzato il suo mitico Numero Cinque mescolando non so quante essenze. A quanto pare il potere di questa fragranza, quando fu proposta, non consisteva tanto nel profumo in se stesso, quanto nel fatto che quest’odore nuovo fosse nient’altro che questo: un odore nuovo, sintetico (traslucido, mai visto), inesistente in natura. Entro nel negozio di scarpe e mi sembra di essere un atomo finito in una boccetta di Coco Chanel nel pomeriggio precedente alla scelta della fragranza numero cinque, un attimo prima del mescolìo miracoloso. Ci sono diversi gruppetti seduti o in piedi, tutte coppie composte da commessa & cliente, per terra, vicino ad ognuna di queste coppie giacciono scatole e scarpe, se fossi miope penserei di essere capitato su un set cinematografico. Si filmano le conseguenze di un attacco suicida, tutto è esploso in aria e per qualche coincidenza inspiegabile sono rimaste soltanto le gambe dei cadaveri, gambe di pelle e di cuoio, gambe sventrate fino allo stinco oppure fino all’inguine, gambe insieme alle loro bare di cartone con differenti marche e iscrizioni. La mia ragazza, non potrei immaginare il contrario, sta provando un paio di stivali neri che le arrivano fino al ginocchio. “Con questi sto bene? Mi piacevano anche quelli lì, soltanto che c’era solamente il trentasei”, rispondo che vanno bene quelli, se solo potesse scegliere un altro colore “stai scherzando, sono anni che ho smesso di indossare scarpe colorate, non sono più una bambina, nemmeno tu, pensaci, guardati”. Il tono di quel ‘guardati’ è perentorio. Lei parla con quel tono quando intende portarmi con i piedi per terra risparmiando inutili battute, così assume quel tono e se la cava con una parola. Non riesco a replicare, ha ragione. Il mio paio di Aurora di pelle sono testimoni di questo e di altri smacchi, belle, nere, con un sottile filo bianco che percorre la suola, marziali, eppure così comode, non me le tolgo mai, nemmeno a lavoro, in realtà a lavoro ne indosso un paio diverso, quelle senza il filo bianco e con la suola a tacchetti gommati color marroncino, non potrei presentarmi in ufficio con un paio di scarpe troppo frivole. Chiedo alla mia ragazza se è soddisfatta dell’acquisto, le dico di prepararsi, mi piacerebbe passare da una libreria qualsiasi, giusto una mezzora. I nostri sabatodomenica sono così. La commessa del negozio di scarpe fa scivolare un foglio all’interno della busta insieme allo scontrino, c’è una festa stasera in una discoteca del centro, si tratta di una Commemorazione, un presentimento percorre il mio rachide fino alla base della nuca, spero che gli amici della mia ragazza non mi ci vogliano portare. Non ci penso fino a stasera, non voglio pensarci.

5.
In libreria con la mia ragazza. Non so quale libro acquistare, osservo la copertina di un libro di versi, lo prendo, lo sfoglio un po’, guardo il prezzo, non costa nulla, forse ne vale la pena, no, non ne vale la pena, lascio il libro appoggiato su una pila di best-seller e continuo la mia perlustrazione. Leggo diversi risvolti di copertina “un marinaio abbandona la sua abitazione, in un paese sulla costa dalmata, in cerca di avventure nel mar mediterraneo, dovrà accorgersi, a malincuore che…”, “…e così Roderigo si trova da solo, accerchiato dal nemico e da tutte le sue paure, finchè l’orgoglio non lo spinge a misurarsi con quanto di più terribile è rimasto, con…”, “lui, lei, un intreccio che non può essere descritto se non paragonato a…”. Chiudo ogni libro producendo un rumore secco, una smorfia nauseata mi resta impressa nella mente, sul volto un sorriso da idiota. Compro un dizionario. “Ma questo è il terzo che compri, cosa te ne farai di tutti questi dizionari vuoi dirmelo?”. Cerco rifugio nelle parole, credo che le parole, nel loro germe, contengano una possibile spiegazione di quanto mi sta accadendo intorno, niente di più. Tengo questa considerazione per me. Un commesso si avvicina come un falco pellegrino, uno di quelli che sono scolpiti all’ingresso del municipio o che svettano ancora sul cornicione del palazzo prefettizio. Mi chiede se sono soddisfatto. Non proprio, ma può andare, passo la mano sulla testa, odoro ancora di talco “odore di bimbo”.

6.
Invece devo pensarci, sono costretto a pensarci. “Quale migliore occasione per mettere in mostra i miei stivaloni nuovi?”, così mi ha detto, stivaloni. Davanti a certe affermazioni sono inerme, sono un bruco che cammina sopra un escremento, zampetta dopo zampetta, pensando che prima o poi diventerà farfalla, ma quanto dura mediamente la vita di un bruco? E se non diventerà farfalla, se arriverà alla fine dell’escremento tirando l’ultimo respiro? Non voglio pensarci, invece devo pensarci. Hanno telefonato alla mia ragazza, si sono liberati giusto due posti per la Commemorazione, non possiamo mancare, non dobbiamo mancare, ‘d’altronde’, come dice lei, ‘quando ci capita ancora? L’ultima a cui siamo stati è stata due anni fa, stai diventando noioso, ogni tanto mi va di fare le cose che fanno gli altri, non sono come te io…’. Già, forse è vero.

7.
Vengono a prenderci direttamente da casa, sono due amici della mia ragazza, lavorano nel suo stesso ufficio. Siamo al Flower dopo venti minuti di slalom cittadino da casa nostra fino ai vicoli e ai cunicoli del centro storico. Fuori dal locale ci sono un migliaio di persone, tutti vestiti di nero. La musica ci investe da diverse centinaia di metri. Parcheggiamo la macchina, la Commemorazione inizierà tra una ventina di minuti, ce lo dicono i parcheggiatori abusivi sparsi lungo la strada. Alla fine riusciamo ad entrare. La Festa della Commemorazione si tiene ogni due anni, ecco perché non ci vado sempre, certe volte sbaglio l’anno oppure credo di esserci già stato, può capitare a chiunque. E’ la festa che ricorda attraverso quali vicende il nostro paese riuscì, nel secolo scorso, a raggiungere l’indipendenza dalla ragione, accadde più o meno nel duemila e dodici. Un percorso difficile e tortuoso che condusse le nostre esistenze – noi che ancora non eravamo nati – a divenire ciò che oggi siamo, ammassi di neuroni inscatolati, in corso di continuo rammollimento.

Io avevo letto alcuni libri, da bambino, e mi era capitato di osservare diverse registrazioni video che raccontavano queste vicende. Non ci capivo nulla, mi ricordo personaggi vestiti di blu o nero, carriarmati, altre persone che venivano fucilate o delle quali i corpi mutilati venivano esibiti con allegria, da compagni dei nostri il cui volto era nascosto.
La Commemorazione ricordava tutto questo. Nel bel mezzo della musica tutto divenne silenzioso, comparvero alcune di queste immagini accompagnate ad un sottofondo musicale, poi un altro momento di silenzio ed infine un grande applauso. La faccia di Ben il Guerriero, nero vestito, con il cranio rasato, era proiettata dovunque. Ma come era possibile tutto questo, che cosa era successo? Una parte della mia testa aveva dormito per quarant’anni, cinquanta forse, ancora di più? Eppure avevo meno di trent’anni, continuavo a ripetermelo, credevo di stare vivendo un incubo, eppure fino al giorno prima non mi ero accorto di nulla. In che paese vivevo? Non riuscivo a rispondermi. La mia reazione fu inaspettata, corsi via dal Flower e salii su un taxi.

8.
Le ho risposto al telefono appena un attimo fa, l’ho rassicurata, sei già a casa? Va bene, arriverò anche io, dammi un’ora. Mi faccio scarrozzare ancora un’altra ora in giro per la città, non so cosa voglio, non so se questa città mi appartiene, non so cosa voglio fare da grande, mi sono abituato al peggio senza nemmeno accorgermene, non mi sono accorto di nulla. Lei stava cambiando, la città intorno a me stava cambiando, il paese era cambiato da tempo, nonostante l’ordine fosse in cima ai discorsi di tutti i gerarchi, nonostante in questo torrido inverno degli anni ’50 – secolo due – era fascista – mi sembrasse di aver vissuto una giornata come le altre.

9.
Ritorno a casa. Salgo i tre piani di scale, un gradino alla volta. Domani sarà diverso, non smetterò mai di ripeterlo, contro ogni schermo che replica continuamente il contrario farò tutto il possibile perché ciò non accada. Mi chiedo se sia possibile fare qualcosa per cambiare questa situazione che non mi piace, mi volto verso di lei cercando una conferma, uno sguardo. E’ ancora domenica. E’ già domenica. Ho pensato che potremmo andare in pizzeria, questa sera. Un mio collega me ne ha consigliata una, dice che si mangia davvero bene, l’unica cosa che devo riuscire a sopportare è il gran numero di quadri e fotografie che ritraggono Ben il Guerriero, ce ne sono di ogni dimensione, in tutte le stanze. Il mio collega mi ha spiegato che c’è un trucco semplicissimo, ‘guarda fisso nel piatto dove mangi, resisti finchè hai fame, quando li incontri da solo non voltarti mai per primo’. Non sono d’accordo.

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