“Frame”, passaggi nel tempo.


ore infinite come costellazioni e onde
spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e non basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro

 

Anime Salve
Fabrizio De Andrè

Nel primo intervento contenuto in Frame – Città Europa (giugno 2005, seconda serie, Besa Editrice), Giampaolo Simi scrive di Livorno, “Una piccola città piena di vento”, al termine di questo reportage delle emozioni viene evocata un’immagine, ‘un pomeriggio d’autunno che sembrava quasi l’inizio di una primavera australe”. Quest’immagine, a mio parere, contiene due delle direzioni del vento entro cui si muove questa rivista, il ‘passaggio’ e il ‘transito’, le cose che non sono ciò che appaiono, il secondo sguardo mediato dalla memoria, che si posa sugli oggetti e le relazioni consuete, cercando di vederle in modo differente, forse più vero; ebbene, sono sguardi questi che possono regalare soltanto stagioni come l’autunno e la primavera, con le loro ibridazioni di climi. Anche il ritmo è differente, “Qui, al numero 12 di Via Pelletier, navigatore provenzale, è nato Piero Ciampi, la cui fama postuma è proporzionale a quanto nel suo carattere si rispecchi fedelmente la tendenza al self-sabotage tipica di queste terre tirreniche. Gente d’ingegno che non riesce a farsi furba, che naviga controcorrente anche quando potrebbe giocare sul velluto, bastiancontrari di se stessi anche quando non ce ne sarebbe bisogno”. Emergono le storie, il mausoleo incompiuto di Galeazzo Ciano, Antonicelli precettore scelto dalla famiglia per l’Avvocato Agnelli e primo editore di “Se questo è un uomo” di Primo Levi.
Un numero che si propone di raccontare la materia solida della città a partire dalle storie che essa intreccia con la materia fluida, quel mare che è allo stesso tempo elemento vitale e srumento del viaggio, dello scambio.
E poi l’ex-calciatore che si lamente di come lo spirito sportivo che faceva da collante per società e squadra, si parla del Taranto, il giovane pescatore passato alla malavita, l’operaio di fabbrica, sono i primi personaggi di “dialogo semiserio tra il principe Fabrizio e il Conte Giacomo sull’insularità dei tarentini abitanti moderni et antiqui”, di Girolamo De Michele (autore di “Tre uomini paradossali” e “Scirocco” entrambi pubblicati da Einaudi e da iQuindici). La città cambia i suoi abitanti o, forse il contrario, le abitudini di una popolazione e il tempo stravolgono l’isola-penisola, cambiano le aspettativa, ci si organizza per fronteggiare un degrado materiale con uno, peggiore, dell’anima. De Michele fa comparire una dopo l’altra le sue figure, come spettri che si affacciano a giudicare; da Livorno a Taranto, dal nord-ovest al sud-est. Lo scenario non muta ‘La ricchezza accumulata dalla produzione industriale doveva rifluire tra l estrade e i vicoli della nostra terra: e invece…E per le briciole Taranto ha venduto la sua anima”. Parole forti. Sembrano echeggiare le parole che Capote utilizzava per definire la stessa scrittura, se è vero che essa è una frusta che viene consegnata da und io allo scrittore perchè si flagelli, allora è vero che chi vive situazioni di frontiera come questa ha in serbo una razione doppia. Dopodichè è “L’Engatseur”, di Gilles Del Pappas (un frammento tradotto da Tommaso De Lorenzis), racconto ambientato nella Marsiglia dei pescatori, interessante perchè offre uno squarcio sui ‘codici’, intravediamo che la realtà visibile, quella che finisce nei quadri cubisti e nei racconti, è altra rispetto alla realtà di goni giorno; lo stesso accade per “Il premio” (Fabrizio Demontis), reportage ambientato in Sardegna, più precisamente in una miniera dismessa, oggi divenuta un musero; il “totalitarismo” (come lo definisce acutamente l’autore) non ha ancora attecchito, è ancora un ex-minatore a farci da guida, mentre lì fuori la Sardegna delle brochure non sembra più fare da sfondo; i luoghi dell’archeologia industriale divengono tappe intermedie di una riconversione della produzione dall’industria al terziario, con l’amarezza a fior di labbra, prima o poi questi racconti non saranno più ascoltati dalla viva voce dei manutentori ex-minatori, studenti neo-laureati ci accompagneranno nella nostra visita guidata. Ecco un’altra caratteristica dei “Passages”, nei luoghi di transito ci sono le zone dove l’umanità si rivela, alcuni attendno il nuovo, fermi; altri vogliono vedere per primi che cosa spetta loro nell’immediato futuro, altri ancora eleggono questi luoghi al loro attendere permanente; le fratture tra il vecchio e il nuovo generano racconti. In tal senso il progetto editoriale di Frame è ‘caratterizzato’. Angela Manganaro, ne “I nomi di Palermo”, scrive di un luogo, Mondello a Palermo, dove la trasformazione c’è stata da un secolo, da borgo delle tonnare e località balneare a paese nella città, dove i resti di un passato prossimo giacciono abbandonati: “Fuori dalla tonnara che fu della famiglia Bordonaro oggi ci stanno i ragazzi, sulla spiaggia, seduti sulle panchine. Parlano, bevono, fumano. Dentro c’è un cimitero: quello delle muciare, le antiche barche usate dai pescatori di Vergine Maria per pescare il tonno, che cadono a pezzi. Alcune hanno ricevuto sepoltura dal crollo dell’ultima parte del tetto della tonnara che restava ancora in piedi”.
Il racconto e il reportage ‘salvano’ storie, persone, luoghi, da un oblio certo e miserevole. L’intervento di Irene Angelopulos, dal titolo “Leros, il sole, la luna”, è il secondo a parlarci della realtà di un altro paese, Leros, San Giorgio, in Grecia, chiusura di un manicomio; nel mondo globale tutto ciò che splende si rassomiglia. Le storie nascoste conservano le sfaccettature. Il manicomio venne chiuso nel maggio del ’94, persone un tempo definite come non recuperabili vivono oggi in appartamenti con famiglie. Quel che manca ai reclusi è il cielo, sempre.
Di una condizione di schiavitù scrive anche Sandro Chignola, e questa volta la libertà diventa la libertà di un popolo e la nascita della prima repubblica “nera”, quella di Santo Domingo narrata in “Jusque dans la couleur des hommes…”). C’è un ‘passaggio’ che sembra sintetizzare quanto letto, fino a questo momento, nelle prime sezioni di questa rivista: “Le storie che si muovono sull’acqua non conoscono solo un’andata e un ritorno. Si spostano seguendo il filo dei racconti. Galleggiano. Circolano. Descrivono inarrestabili derive.”.
Oppure, come scrivono la stessa Angelopulos e Flavio De Marco: “L’isola rappresenta, per la sua peculiarità geografica, un topos letterario e cinematografico”, sarà interessante provare queste idee, rodarle. Forse anche a questo allude il sottotitolo di Città-Europa; le esperienze di confine, quelle rappresentate da chi si affaccia al mare, sono comuni a chi voglia intendere le metropoli come isole, le regioni come arcipelaghi di un sistemaeuropa che, volenti o nolenti, dopo aver colonozzato mezzo mondo fino a due secoli orsono, rischia di essere fagocitato e colonizzato; le isole sono sacche di resistenza del senso e del significato, isole, non riserve, perchè le riserve sono circondate da steccati, le isole, dal mare, un fluido che oggi è la comunicazione, la tradizione, il cambiamento, il flusso, la rete, la Storia. Attraversre la storia come ha fatto il popolo ebraico, seguendo un percorso che si intreccia con le ‘storie’ d’Europa, le storie dei popoli e del pensiero, mutare restando uguali, conservarsi sapendo cambiare; nel racconto scritto da Tommaso De Lorenzis, dal titolo “Le Piste del Sogno di Sefarad”, incontriamo ù, tra gli altri, Mosè Maimonide e Spinoza.
Otranto è uno dei luoghi d’Italia dove più ricca e particolare è stata la commistione culturale italo-greca. L’episodio dei Martiri (1480) rappresenta molto più che un evento storico puntuale e isolato, indicatore di equilibri nel Mediterraneo poco prima che culminasse il declino del ruolo egemone delle Repubbliche Marinare; esempio di come un episodio accaduto al margine della Storia possa farsi rivelatore dei conflitti che percorrono un’area così vasta. L’altra faccia di Otranto è il monastero di Casole, il centro di diffusione della cultura, dei manoscritti, irradiatisi in tutta Europa. In seguito il Salento, Gallipoli, Nardò, semineranno martiri, Giovanni Barba e Federico Martelloni, ottimi osservatori di questo fenomeno, cercano di sintetizzare i risultati di un lavoro più vasto e duraturo in un intervento intitolato “Guerra di civiltà”.
Periclis Nearchou è autore di “Cipro: l’isola divisa”, dove il racconto del mito di Afrodite si collega alla contemporaneità di un’isola che è simbolo permanente della coesistenza di due civiltà sullo stesso suolo, oggi che la Turchia, amministrativamente ed economicamente entrerà a far parte dell’Europa, salda alle sue radici, avamposto del mondo arabo.
In conclusione, la ricchezza di questo arcipelago di storie è evidente. La conformazione della penisola italica costituisce un implicito invito all’esser-gettati nel Mediterraneo, tr apiù culture; Lampedusa, Otranto, ancora nel XXI secolo sono punti di approdo, linee di fuga, passages. Quasi seicento anni fa, sul finire ‘ufficioso’ del Medio Evo, ottocento martiri, un eccidio che ancora oggi suonerebbe come ‘terrificante’, basti pensare a quali conseguenza ha prodotto nell’immaginario collettivo e nell’attuale immaginario politico un episodio come l’”11 settembre”, in termini di produzioni narrative, documentarie e filmiche. Questo numero di Frame fornisce una costellazione di punti di vista ed esperienze, un coagulo mediterraneo di storie. Sarebbe interessante se questa forma di progetto potesse essere estesa ad altre zone circoscritte, quelle normalmente attraversate dai ‘corridoi’, passati e odierni. Come si legge nell’editoriale “Le immagini non sono mai corredo o appendici: sno solo altre storie”, istantanee e ipotesi di viaggio, approfondimenti.
Il contenuto degli articoli è copyleft, l’osservatorio permanente della rivista è ospitato sul blog http://framemagazine.splinder.com.

Frame – Città Europa, Seconda Serie, giugno 2005, Besa Editrice, €6,50

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