Brevi considerazioni sull’editoria salentina (lo stato dell’arte). (2004)


Lo spunto di questo intervento è dato dalla serata del 28 ottobre scorso, trascorsa a Galatina, dove si sono dati appuntamento per discutere di giovane editoria e giovane scrittura G. Morozzi, D. Goffredo (Coolclub), Mauro Marino (FondoVerri, Tabula Rasa), Livio Romano, G. Greco (Manni Editori) Rossano Astremo (Vertigine, Tabula Rasa) ed Elio Coriano. Queste considerazioni spontanee raccolgono i pensieri che mi sono venuti in mente ascoltando i diversi interventi e mettendoli in relazione a quel che faccio e vedo giorno per giorno.
Il primo punto che è emerso, mi sembra, è che ogni esperienza autoriale ed editoriale è differente e significativa. Ognuno di noi ha avuto le sue esperienze nel campo della scrittura e dell’editoria. Esperienze simili divergono su pochi punti; avere pubblicato o meno un’opera d’esordio con il tale editore, avere frequentato o frequentare abitualmente le pianure dell’underground salentino, conoscere diversi autori ed essersi relazionato con altre situazioni di scrittura, diverse dalle mie. Quando mi confronto con l’editoria il campo, parlando di Salento, si restringe. Senza parlare, per il momento, di ambiti regionali o nazionali, gli editori cui un autore può rivolgersi per pubblicare un’opera, qui in Salento, sono diversi. Concentro la mia attenzione su tre di essi, due dei quali, Besa Editrice e Manni Editori, vantano molti più anni e catalogo, ‘Storia’, rispetto all’editore più recente (se parliamo di narrativa e poesia) e cioè Luca Pensa Editore. Da questo mio inizio di analisi lascio momentaneamente fuori Raggio Verde Edizioni per un motivo puramente personale, non ho avuto mai (ancora?) rapporti di tipo editoriale con le edizioni collegate all’associazione Raggio Verde, ne conosco i pregi e ne leggo i prodotti ma, almeno per il momento, il mio discorso ha a che fare con altre dinamiche, lo stesso vale per Kurumuny, d’altronde queste considerazioni perderebbero il loro valore se intendessi abbracciare, con esse, tutto ciò che accade; il limite del mio ragionamento intende renderne i risultati meno confusi, ragiono ad alta voce.
La qualità del rapporto con l’editoria, credo, dipende dalla misura in cui gli editori interpellati si comportino o meno come editori, rispettando l’immagine che un autore maturo ha dell’editoria, sottolineo maturo. Un autore maturo sa benissimo che il presupposto di una pubblicazione non consiste (solamente) nella bontà della propria opera. Sia Besa che Manni, nei confronti di un autore esordiente, applicano normalmente una politica del tutto trasparente di proposta editoriale a pagamento. A differenza di Manni, l’editore Besa, ha una finestra aperta, almeno per quanto riguarda la poesia, sulla produzione editoriale di esordienti e non, mi riferisco al PoetBar. Questo contenitore permette ad un esordiente di essere tale con una spesa che, in termini editoriali, può dirsi irrisoria. Il resto è affidato all’autore, alla sua capacità di autopromozione, organizzazione e relazione, supportato dalla redazione. Se dalla poesia passiamo alla narrativa gli spazi di esordio svaniscono, Besa dispone di Tabula Rasa, rivista semestrale, mentre Manni de L’Immaginazione, rivista ventennale, dove compaiono estratti e anticipazioni e critiche su quanto la Casa Editrice è in procinto di pubblicare o ha appena pubblicato.
Qui faccio una breve digressione, accogliendo uno spunto da un intervento di Giulio Mozzi che nel suo blog (www.giuliomozzi.com) ha definito quelle che gli sembrano essere le attuali linee di tendenza (produzione manoscritti) della letteratura italiana che-non-è-ancora e quindi, ipoteticamente, di-là-da-venire. Di quell’intervento, cui rimando la lettura, accolgo questo altro spunto: posto che debba essere deciso se l’attuale produzione di manoscritti sia influenzata da ciò che viene pubblicato, oppure, al contrario, posto che il pubblicato rispecchi una tendenza reale o una tendenza imposta su di un tavolo editoriale (quindi anche economico, quindi anche basato su ciò che fa tendenza), quanto l’editoria salentina, o nicchie di essa, rispecchiano l’attuale produzione letteraria del nostro territorio? E, in seconda istanza, quanto c’è di non ancora pubblicato/espresso che merita/non merita di essere portato a conoscenza di un pubblico più ampio, dall’underground in su? Oppure, ancora, quante opere possono essere affiancate a opere inedite di identico valore? La delineazione di questi tre quesiti è utile, fra le altre cose, perché potrebbe fornire un indice dell’allineamento attuale tra quanta e quale scrittura si produce e quanto di essa emerge, tra la qualità degli autori e la qualità degli editori. La qualità di un autore si misura, anche, con la qualità delle sue posizioni, negli interventi che egli produce. Una delle impressioni che ho avuto, dall’intervento del 28 ottobre, è che il collegamento tra i seguenti settori della produzione letteraria salentina, collegamento cruciale, è imminente come può essere imminente un accordo di pace tra popoli che lottano fianco a fianco da anni, clandestinamente, e che in questi anni di lotta abbiano raggiunto un unico risultato: le loro armi (la scrittura, lo stile) sono quasi rodate alla perfezione e, tuttavia, sono dirette contro un cielo vuoto. Il bene, o un bene, della letteratura salentina (categoria discutibile a torto o a ragione) può essere stato, fino ad oggi, proprio il collegamento/scollegamento la connessione/sconnesione allegra e consapevole tra produzione, accademia, editoria, autoproduzione,critica e pubblico, ufficiale e ufficioso, tradizione orale e tradizione scritta.
Il direttore editoriale sostiene che l’editore, quando è doveroso, interviene sostenendo un’opera che merita di essere pubblicata. Una professoressa interviene sostenendo che i lettori sono stanchi di eterni dibattiti, loro vogliono la ‘voce dei poeti, loro stessi’. Mi chiedo a che cosa siano serviti appuntamenti, reading, spettacoli e pubblicazioni, dove erano i professor, quelli che in teoria trasmettono (come è successo a me) la passione per la scrittura. E dire che queste occasioni di incontro non avvengono in scantinati bui cui bisogna accedere tramite lasciapassare, ma in luoghi aperti, accessibili, ad ogni ora della giornata, molto spesso nei fine settimana (in ragione della condizione, per molti, di autore-lavoratore). Il corpo docente è estraneo al corpo letterario, l’estraneità è paradossale se si pensa che di lì ad un quarto d’ora ci sarebbe stata proprio una lettura di versi con elettronica musicazione. Questo è un appunto al volo, esistendo diversi scrittori professori in Salento a partire proprio da Elio Coriano o Livio Romano.
Torniamo a noi. Durante la serata sono tornati ad affacciarsi i fantasmi della letteratura, i malanni che affliggono l’editoria, tra questi fantasmi ve ne sono due che ricorrono in tutti gli incubi:
1. In Italia si pubblicano troppi libri, più di quanti possono essere smaltiti e dal mercato e dai lettori,
2. In Italia se ogni autore leggesse=acquistasse un libro il mercato sarebbe in costante espansione.
A questi due fantasmi vengono spesso affiancate le esangui tirature/vendite, specie dei libri di poesia.
Intanto mi preoccuperei se vivessi sul suolo di uno dei paesi più ricchi del mondo e venissero pubblicati in questo paese un migliaio di libri all’anno. Il secondo fantasma, anche, è reale fino ad un certo punto, in Italia ci sono poche persone che acquistano libri? Perché allora le grandi librerie diventano sempre più grandi? Forse perché i forti lettori si chiudono tutti lì dentro a fare trincea contro una quarantina di milioni di analfabeti? E i supermercati?
Ecco un suggerimento agli editori locali, mettete i vostri libri nei supermercati, se c’è un modo, cercate convenzioni, offrite denaro, stipulate contratti di favore, investiteci e perdeteci del vostro, tanto se è per una buona causa siete pronti, sono convinto che ne sareste capaci. Se è vero che chi acquista un romanzo in un supermercato nella maggior parte dei casi non è un critico letterario ma una persona che vuole leggere e basta, per svagarsi e basta, scegliendo tra quel (poco) che trova e basta, allora è proprio sul terreno puro della merce che i vostri discorsi su come ottimizzare la resa merceologica di un libro possono avere riscontro. Esempio pratico: se mi consigliate di modificare il titolo troppo fumoso di un romanzo, se coi vostri suggerimenti e col supporto dei vostri uffici riuniti i nostri libri sono più appetitosi allora è vero che, messi in un supermercato, nel regno indistinto della merce, i nostri romanzi esordienti saranno armi pari con autori già conosciuti e, anche voi, editori medi, sarete alla pari con Feltrinelli ed Einaudi.
Se l’editore è saggio nel produrre buoni packaging di sé allora un lettore non abituale non s’accorgerà di nulla, prescinderà dalla Storia dell’Editoria e dall’Economia Editoriale per acquistare.
Svaniti i fantasmi, parliamo d’altro continuando a parlare di noi, autori o presunti tali. Sono sempre stato critico con me stesso. Ad eccezione dei grandi editori dai quali non ho ricevuto risposte positive, mi sono state fatte proposte di pubblicazione. Quando non ho accettato queste proposte mi sono sempre chiesto ‘e se la mia opera fosse stata migliore? Tale da indurre l’editore in tentazione, magari così andava bene, era buona, ma di cose buone in giro ce ne sono davvero tante, se fosse stata migliore forse per l’editore non ci sarebbero stati aut aut, mi avrebbe pubblicato di suo, ma allora sono io, sì, ora ne sono convinto, è ancora presto, scriverò meglio, così da indurre nell’editore una crisi di coscienza’.
L’impressione era questa, la risposta sta nel fatto che per uno scrittore che smette di accanirsi e dedicarsi alla propria scrittura ce ne sono altri al suo posto, l’editore è salvo.
In ogni caso bisogna applicarsi per superare se stessi.
E qui entra in gioco Elio Coriano, con il candore che gli è proprio, ‘come solo lui sa fare’. Interviene dicendo ‘io se volessi potrei stampare cinquemila volumi di poesie, e tutti eccellenti, sotto ogni punto di vista ma…è proprio necessario pubblicare?’. Quando la realtà (dell’editoria) risulta essere paradossale soltanto la forza del paradosso riporta i piedi per terra e connota i limiti del reale.
Elio Coriano ha ragione. Da un lato abbiamo autori ansiosi, dall’altro editori che non tastano il territorio. Da un lato abbiamo autori che non tastano il polso dell’editoria nel proporsi e dall’altro editori ansiosi di non fare buchi nell’acqua pubblicando autori privi di spessore, semplicemente autori in cerca di un libro, non di opere. Mauro Marino accenna una soluzione. La rete è alla portata di tutti, costituisce un’opportunità ed un’apertura al dialogo entusiasmanti. Se un’opera è inconsistente lo è tanto sulla carta che sulla rete. Se un’operatività è consistente lo è tanto sulla carta che sulla rete.
Attualmente, in Salento, esistono circa una quarantina di autori emergenti, chi con pubblicazioni e autoproduzioni, chi con performance, riviste letterarie, chi con commistioni di generi, stili e supporti. E’ possibile tirare le somme di questo coacervo di manifestazioni? Il Salento è un continuum laboratoriale a cielo aperto dove le autoproduzioni stanno accanto alle edizioni, dove la rete dà supporto alla circolazione delle idee, senza passare per le problematiche dell’edizione, dove tutto può dirsi, tranne che mancano autori e scritture. Sarebbe bello che l’età di un ‘autore giovane’ non fosse superiore ai trent’anni, sarebbe bello definire cosa vuol dire giovane e cosa vuol dire esordiente. Sarebbe bello che gli editori potessero permettersi di sbagliare senza rischiare ogni giorno la pelle, così come spiegano agli autori, che a loro volta investono in se stessi il tutto per tutto. Sarebbe bello, allo stesso modo, che la critica non fosse solo patrimonio orale ma divenisse circolo di scrittura, circolo virtuoso.

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