Undici Nove Zero Uno


119.jpg[1] Ogni sera, appena finisco di cenare, vado sul balcone per fumare una sigaretta. Mi capita di alzare la testa per aria, torcere il collo vistosamente ed osservare le stelle. Certe volte ne becco una, lampeggia, si muove più velocemente di altre. Non si tratta di una stella, è un aereo. Continuo ad osservarlo finchè non mi annoio. Nel panorama delle stelle fisse gli aerei sono subito riconoscibili. Capita, in certe serta, che di aerei ce ne siano molti. La fissità di tutte le stelle viene turbata da questi punti in movimento. Sono più di uno, sono due, sono tre. Le stelle fisse sono lo sfondo, gli aerei in movimento rappresentano il distacco dalla noia che può essere procurata dall’osservazione di tanta fissità. Ci sono giorni in cui il quadro del cielo è complicato, molto più complicato di quanto non può sembrare da qui, da questo balcone, dopo cena, con una sigaretta in bocca.

[2] Nell’anno duemila di nostro signore la produzione della mia scrittura era ferma su ritmi poetici e abulici non indifferenti, scrivevo da anni oramai, forse troppo, troppe poesie, nonostante fossero tutte quante belle, a mio parere. Dopo aver sperimentato diverse forme di pubblicazione estemporanea mi assestai nella querula forma rappresentata dal bussar porta agli editori. Non servì a nulla. Conobbi alcuni amici che si dedicavano da tempo al teatro, mi sembrò intelligente regalare i miei versi affinchè i loro spettacoli sembrassero più intelligenti. E così feci. non foss’altro per evacuare dalla noia, ‘maledetta noia’. I miei giorni da poeta scribacchino, chiuso in camera, cesellatore di versi erano finiti. Andavamo da una parte all’altra della provincia a stilare programmi, a proporre spettacoli, ad intavolare serate di discussione nei locali sull’eventualità di essere più o meno influenzati da Saint Antonin Artaud o Monsieur Alfred Jarry e tutto il sancta fino a Strindberg del quale non avevo ancora letto Autodifesa di un Folle, grazie al quale capii fin troppe cose. Ne uscì fuori uno spettacolo di versi recitati, mescolato ad alcune riprese video e suoni in differita/diretta. Cose dell’altro mondo. Non eravamo mai sazi. Chi ci vedeva aveva l’impressione che stessimo facendo qualcosa di buono, a noi ne veniva un po’ di effimera euforia, io, come scrittore, nemmeno quella, né tantomeno il palliativo rappresentato dall’incrocio con donne varie e differenti, prima o dopo gli spettacoli, insomma un fiasco. Solitudine si addice al poeta. Il nostro guitto, l’amico recitante, conosceva una compagnia fuori provincia, con loro avremmo potuto collaborare, la loro compagnia era più conosciuta, operava nel capoluogo di regione quindi possedeva più contatti, bisognava assolutamente organizzare qualche cosa con loro. E così facemmo. Dopo nemmeno due mesi avevamo due date nel teatro di questa compagnia. Due date nel fine settimana, totale spettatori: nove. Nove è un buon numero, moltiplicato per cinquemilalire fanno quarantacinque mila lire.

[3] Nemmeno due mesi dopo ce ne sarebbero state offerte cinquantamila, a persona, per una piccola prestazione. Città di Fasano, Scamiciata, ovvero: rappresentazione teatrale itinerante nel giorno della festa di paese con la quale si commemora la resistenza ai turchi dei cittadini di Fasano. La nostra compagnia doveva rappresentare questa mitica resistenza, erano richieste quindi comparse ed attori vari, esperti e meno esperti. Tra i meno esperti convocati per quell’occasione c’ero anche io. La rappresentazione era semplice, fissata per il sabato pomeriggio alle cinque. Si arrivava nella masseria di proprietà della compagnia teatrale alle cinque del pomeriggio del venerdì. Convenevoli, saluti e conoscenza con i diversi partecipanti, divisione delle parti, a sera, inizio delle prove. Non scorderò mai Katia, che passava in mezzo a noi, seduti in circolo attorno ad un tavolo, cantando a fioca voce il canto che avrebbe accompagnato la nostra rappresentazione. Perché stavo lì? Amore per il teatro? Aspettative per la poesia? Non lavoravo, con lo studio ero ad un passo dalla laurea, non mi lamentavo, a casa giustificavo queste scampagnate con frasi del tipo ‘guarda la poesia dove mi porta’ e, soprattutto, avevo appena troncato un rapporto durato circa due anni, quindi per i fatti miei stavo abbastanza bene. Il sabato sera si inscena la Scamiciata. Va così bene che vengo invitato anche l’anno dopo. Il mio amico attore cominciava a fare cilecca, non lo avevo mai reputato un buon cantante, né io né il regista della compagnia, il suo astro in calo era ormai in crollo inaudito.

[4] Al termine della nostra seconda Scamiciata veniamo accompagnati alla stazione. Il regista, Antonio, si gira verso di noi e dice, ‘ci sarebbe una cosa interessante da fare, in settembre, dovremmo andare in Toscana, ci sono un po’ di soldi, poi vi chiamo’. Apoteosi. Ma siamo così bravi da meritare tutto ciò? Non avevamo capito ancora nulla, forse troppo ingenui. Non avevamo capito qual è la dote che deve possedere ogni buon regista, ovvero quella di riuscire a stillare nell’interlocutore il suo volere come desiderio del malcapitato, cosicchè il bisogno impellente del regista sgorga sulle labbra del malcapitato con uno spontaneo ‘quanto mi piacerebbe…’. Ebbene fu così, andare in Toscana, dieci giorni in settembre, certo certo, non vediamo l’ora, quando sarà il momento chiamaci, saremo felici di accorrere. E così fu.

[5] settembre duemilauno, o, come meglio mi piace ricordare, nove zero uno.
Avremmo dovuto trascorrere circa una decina di giorni in Toscana, mentre nella masseria della compagnia avremmo trascorso una altra mezza settimana per le prove, in tutto un periodo di due settimane dal cinque al diciannove settembre del duemilauno. Ero eccitato. Mi avevano scelto come attore per una trasferta pagata di due settimane. Sarei tornato a casa con un po’ di soldi guadagnati re-ci-ta-n-do. Incredibile, tutto a causa delle poesie che scrivevo. Non a causa della bontà delle poesie, questo sia chiaro, semplicemente come punta dell’iceberg di una concatenazione di cause ed effetti che dalle poesie erano scaturiti. Ero molto ottimista. Nel frattempo mi ero messo con un’altra ragazza, molto possessiva, alla quale fu difficile giustificare un’assenza così lunga. Scampai ogni problema perché stavamo insieme da poco più di sei mesi, quindi nessun problema, non eravamo ancora troppo incollati l’uno all’altra.
Il cinque settembre arrivammo presso la compagnia. Le cose si presentarono subito più difficili di come le avevo previste. Negli spettacoli precedenti, infatti, mi limitavo a correre, fuggire, fare finta di cadere, prendere finti calci. A questo giro avrei dovuto maneggiare una spada. Speravo che almeno fosse finta, niente di tutto ciò, era una spada di rame e bronzo del peso di circa cinque chili. Pesante, molto pesante. Mi dissi, dov’è il problema, tanto ci sono abituato, lo sapevo che quando si mett epiede qui dentro si mette piede per sudare, l’importante sono i soldi, i soldi e la gloria, alla fine mi sarei anche divertito. Passammo da una fase iniziale di allenamento sul fisico ad un ulteriore fase di apprendimento della parte recitata. E qui venne il bello. Lo spettacolo in questione si intitolava Deus Le Volt, la trama era semplice. Un’armata brancaleone con al seguito monaco arabo si muoveva con motivazioni buone e motivazioni di figlie dell’opportunismo alla volta della Terra Santa, obiettivo: rispondere all’appello del primo papa e muovere crociata contro gli infedeli. Fin qui tutto bene. Passammo la prima settimana ad imparare le varie parti, la parte recitata, la parte cantata e la parte, per quanto riguardava me ed il mio amico, del duello. Il duello era toccato in sorte a noi due per diversi motivi. Il primo, semplice, e cioè perché ci conoscevamo, non avremmo potuto litigare se qualcosa andava storto e quindi potevamo provare a darci spadate e ferirci e far capriole senza arrestarci mai. Il secondo, più evoluto, e cioè perché se qualcuno di noi si fosse fatto male dandosi una spadata di bronzo in fronte allora dalla faccia delle terra sarebbe stato eliminato, a sorte, un cattivo poeta o un cattivo attore. Fin qui tutto bene.

[6] Le giornate procedevano più o meno così. Sveglia verso le undici del mattino, colazione, prove, pranzo verso le due del pomeriggio. Riposo. Giornata assolata. Inizio prove alle sei, sette di sera. Così fino alle undici di sera con una pausa, poi doccia per tutti, cena a mezzanotte, anche l’una, tutti a letto verso le due e così, dormendo, fino al giorno dopo. Cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici settembre duemila uno. Una giornata come tutte le altre. Finiamo di mangiare verso le due e mezza. Siamo tutti seduti attorno al tavolo, qualcuno è già andato a farsi la pennichella. Io, il mio amico, il regista, le due aiutanti residenti, l’attore della compagnia, abbiamo appena finito di bere il caffè. Sto fumando una sigaretta. Stiamo guardando un film di Totò in televisione. D’un tratto una banda rossa scorre in fondo allo schermo. Edizione straordinaria. Attentato. RaiDue. Non facciamo nemmeno in tempo a leggere la banda, cambiamo canale, Canale5, un palazzo in fiamme. Torre in fiamme. Inquadratura da più lati della torre in fiamme. Incredibile, non possiamo credere ai nostri occhi. Come aerei nel cielo di notte vengono confusi con le stelle. Dopo nemmeno dieci minuti di questa visione un’ombra si avvicina alla torre, un aereo, si abbatte. Esplosione, frammenti in volo. Le torri gemelle di new york, attacco terroristico. Notizie di un altro aereo che si sta per schiantare sul pentagono, un altro ancora sulla casa bianca. Prendo il cellulare e scendo nel cortile della masseria. Chiamo mia madre, o meglio, faccio uno squillo a mia madre per farmi richiamare. Mia madre mi chiama, le chiedo di spiegarmi che cosa sta succedendo, le spiego cosa vedo e le chiedo se quello che vedo è quello che vedo e se anche loro, a casa mia, stanno assistendo allo stesso spettacolo. Chiamo anche mia sorella, a quell’ora sta prendendo il treno per andare a lavorare, non è davanti al televisore, non vede nulla, non assiste all’apocalisse, mi tocca raccontarle tutto in diretta. L’evento diviene già racconti differito dell’evento, condito di considerazione. ‘E adesso? Cosa accadrà? Comincerà la guerra?’. Mi vengono in mente, solo in modo fugace, il mio compagno di stanza, al servizio civile, che aveva ritagliato una foto di binladen da una copia di panorama per appenderla in camera, l’occasione di quell’articolo ritagliato per leggere la biografia del ricco sceicco ingegnere. Eccetera eccetera. L’ipotesi che serpeggia, e poi la rivendicazione dell’attentato. Undici nove zero uno. E io dov’ero? Ero in una masseria nel mezzo delle campagne baresi a provare uno spettacolo teatrale incentrato sulla partenza per la prima crociata in terrasanta da parte di un gruppo di non meglio identificati avanzi di mondo. Eccezionale. Non è finita.

[7] La fase più tragica del mio undici nove zero uno è tutta racchiuso nella trama dello spettacolo che eravamo ormai pronti a portare in Toscana, Deus Le Volt, scritto prima, molto prima dell’attacco alla torri gemelle e già rappresentato a Genova, Milano, un po’ dappertutto nel nostro paese.La trama, in sostanza, era semplice, un’armatabrancaleone si avvicenda per un viaggio in terrasanta raccogliendo tutti gli elementi che costituiscono un’armata che si rispetta: il prete che vende le indulgenze (io), il malandrino spadaccino (il mio amico), la maga, la donna generica, l’uomo generico, il tessitore della faccenda, comparse e poi lui, il mitico arabo-al-seguito-dei-cristiani, che, nello spettacolo in questione si chiamava Osama di Shaizar. Le coincidenze cominciano ad accumularsi vorticosamente. A certe cose ero abituato, il mio coinquilino di quel periodo, che adesso sta a Londra o non so dove, era visceralmente antiamericano, dopo nove mesi di convivenza mi aveva trasmesso alcuni dei suoi geni, tanto che io non mi stupii di quando una mattina, svegliandomi, ritrovai la faccia di Bin Laden fotocopiata e incollata sulla porta di camera nostra, era come per dire che di lì non si passava, attenti, morde. Ma questo era troppo. Portavamo lo spettacolo in replica quattro volte in sette giorni, la prima era quattro giorni dopo l’undici settembre, che nel frattempo era già assurto agli onori della cronaca come l’11 SETTEMBRE.

[8] Alla prima replica non accadde quasi nulla, gli altri spettacoli erano rappresentazioni statiche in costume, oppure duelli con spade di cartoalluminio. La compagnia con cui stavo io utilizzava soltanto spade vere, in rame e metallo veri, che pesavano più di due chili e che ogni sera andavano pulite perché sembrassero luccicanti, ‘ma non troppo, altrimenti sembra che le avete comprate adesso’. Alla prima non accadde nulla perché lo spettacolo era davvero molto molto movimentato, preceduto da una processione nella quale cantavamo una canzone in latino. Poi arrivavamo nella piazza scelta per la rappresentazione e lì cominciavano i duelli e le botte da orbi, era previsto anche un apologo recitato da Osama di Shaizar, alla seconda replica le persone cominciavano a capire, non si trattava di una coincidenza, nelle cene medievali dove si mangiava con le mani ogni cosa (compresa la zuppa di farro e il pinzimonio) si parlava soltanto di quella coincidenza. Non ebbi il tempo materiale per pensare l’undici settembre. Mi ricordo che quando tornavamo ai nostri bungalow, nel deserto toscano, la notte ci sintonizzavamo sulle tv arabe con il satellite, mi ricordo di un ragazzo che doveva partire militare in kosovo e che stava con una della compagna, mi ricordo le discussioni, lunghissime, per convincere questo ragazzo che la guerra non sana la guerra.

[9] Tornammo alla masseria. La mia ragazza mi aspettava lì da due giorni. Prendemmo un treno scalcagnato e tornammo a casa. Nessuno a prenderci in stazione.

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