Vittorino Curci, il canto infaticabile.


C’è una voce poetica che oggi si muove, a Sud del minimalismo, mescolando radici antiche e umori contemporanei e vivissimi, è la voce poetica di Vittorino Curci. Una voce che per esprimersi prende il respiro di cui necessita un’onda lunga e quieta per giungere a riva. Chi abbia studiato un minimo di fisica sa che un oggetto posto sulla cresta di un’onda compie un movimento verticale, ascendente e discendente, senza spostarsi; l’intima natura dell’onda è una metafora che secondo me è propria di questi versi. Uno dei temi dominanti di questa raccolta sembra essere proprio il movimento in assenza di movimento, il mutamento di stato senza mutamento apparente delle condizioni, “perchè tutto si ripeta/d’inverno al grido di una sola parte/tra danze già spente e azioni che sfumano oltra il segno”(p.23), oppure “la stasi apparente in cui pensiamo/che il mondo riposi”(p.29), o ancora “Il Il dettame impietrito di uomini e donne trapassati” (p. 25).
“La stanchezza della specie”, edito da Lietocolle, raccoglie versi scritti tra il 2000 e il 2005, il libro è diviso in quattro sezioni (Astemie, Fedora, Tutti fermi e Dopo l’assalto), che seguono la scansione temporale in sequenza.
Ivano Ferrari, nella sua raccolta del 1999 intitolata “La franca sostanza del degrado” (Einaudi) scriveva questi due versi: “E in punta di sonno passa/l’ora della specie”; proprio in quell’anno Vittorino Curci vinceva il Premio Montale nella sezione inediti. L’accostamento tra i due autori non è casuale, entrambi per comunanza di esperienze o per pura vicinanza anagrafica, sembrano agira nella zona dei bilanci, sempre nella stessa raccolta Ferrari aggiunge “Il mondo non esploderà/le metafore resteranno popolate d’illusioni/l’impeto generazionale gelerà a gennaio/come la barba, senza novità”.
Il desiderio di preservare un mondo da un attacco linguistico, concedendo la possibilità di (r)esistere al di fuori del parlato onnivoro, per divenire oggetto di descrizione poetiva, in modo non coercitivo; è come se il poeta entrasse in una stanza dove gli attrezzi da lavoro sono appoggiati, descriverli rievoca il loro uso, così per tutto, e il lavorìo che si accompagna all’esistenza, ma guai a credere che il dettato del poeta possa valere di più, si sente qui l’amarezza di un distacco che il poeta per primo vorrebbe annientare, “La lingua che ho rubato per voi//per le vostre bocche asciutte, contadini.[…] usate pure l’infinito/per scansare le insidie dei verbi. Fino a che non sarà consumato/l’anno non potrete sbagliare:/quello che uno apre e l’altro chiude/produrrà la stessa ombra”(p.94).
Ci sono passaggi dove echeggia l’influenza di Paul Celan, e dove si nota che i versi di Vittorino Curci costruiscono sottraendo spazio al vuoto e al silenzio, come in “Vecchie polaroid”: “Sei smarrito. I pensieri si rincorrono sulla discesa del tempo,/ verso dove stai andando”, “la radice sbalza ogni legge muovendo le labbra per dire Rosa Rana Duna, qualcosa che sembrava una poesia e che adesso al bubio, sui lembi del vestito, gli piacerebeb ricordare. Una sfilza che diventa monosillabi, roba inventata, arida”(p.73), “i nomi che la mano inchioda”.
Difficile trovare autori capaci di sostanziare una tale concisione e maturità, ed è normale, dato il livello raggiunto in “La stanchezza della specie”, che tale maturità siua accostabile a fonti e influenze altrettanto alte, dall’Eliot-Brodskij de “Scolorivi con imbarazzo perchè mostravi/al cielo di Bisanzio i tuoi panni sporchi”(p.53), fino ai segni di Alvaro Mutis, senza nessuna pretesa di creare una mitologia poetica, con la naturalezza di un pensiero che mantiene ben saldo a terra e vicino alla terra il suo baricentro, “pensieri sbozzati/nel nome di colui che apprende e sanguina” (p. 53), spirito e corpo. La stessa eco che si rintraccia nella veloci descrizioni, fatte da serie di oggetti in sequenza che si mescolano alle stesse sensazioni: “combinazione abrasa, caffè bollente, candore delle ferite, bulbo argentato, fessura circondata di bianco” (p. 28).
Nella sua raccolta precedente “Sospeso tra due solitudini estreme” (Ed. Bosco delle noci), Vittorino Curci rintracciava nell’Altro un’ipotesi di interlocuzione, plausibile per quanto distante e a senso unico, senza riscatto nè nei confronti della società: “Lo so che tutti è impossibile uomo bianco//Migrare nei verbi al Passato è sortilegio e stella[…] un aggettivo che canta vittoria/e annoda i fili dal basso”, nè tantomeno del divino “Dio ci ha lasciati senza musica/ siamo stati ingiusti, non abbiamo/scongiurato la repellenza dell’opera”, in altri luoghi il poeta utilizza un “lui”, manichino di comodo per dialogo e considerazioni, non figura reale. Ne “La stanchezza della specie” l’anelito del divino sembra essersi quasi dileguato. Malgrado l’aura di disincanto che pervade i modi di questa poesia, il senso, il significato è ricco di speranza, una speranza così sottile, tale da farci stare sempre in allerta: “il progresso ammansisce le prime file chiassose,/non possiede mai interamente/il poeta di cui parlano/ci ha lasciati ai margini del silenzio/e ora sprofonda con finti eserghi”(p.67); nei primi due versi è chiaro il monito morale del poeta, negli ultimi due esso viene esteso ai ‘poeti di mestiere’, sembra che il suo messaggio sia questo: la scrittura salva, ma non è detto che per il fatto di scrivere noi siamo salvi.
Soltanto la maturità dell’esperienza artistica, non solo scritturale, può dare adito all’espressione di una poesia (anche) morale, che, altrimenti, risulterebbe posticcia e didascalica. Vittorino Curci, ne “La stanchezza della specie” è testimonia un’esaustione del contemporaneo cui la poesia può e deve riparare “C’è il silenzio, e io nel silenzio/con questa voce e una lingua non fatta” (p. 87).
In altre poesie della raccolta (vedi Resistenza alla luce) vengono toccati altri temi nucleari e urgenti della poesia di Vittorino Curci, il contemporaneo: il vivente è manifestazione di un’epifania reale, tangibile, necessaria, senza riferimento al dato di fatto non c’è nemmeno poesia come trasfigurazione morale del dato stesso; e questa è una delle migliori lezioni di poesia che potevamo ricevere, buona lettura.

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