considerazioni su “Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi”


Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi – 15 gennaio 2007.
è online

Contiene, tra l’altro un interessante intervento di Wu Ming 2 (Create nuovi mondi e nutrirete il cervello, L’Unità 13/1/07) che assieme ad un altro intervento di Wu Ming 1 (Stephen, Lisey e la complessità del pop, L’Unità 31/12/07) forniscono alcune coordinate essenziali per un discorso ampio, a proposito di quella multimedialità che se una volta era appannaggio di pochi esperti e pionieri è oggi invece sotto gli occhi e a disposizione di tutti. La possibilità di creare mondi, oggi, si gioca sullo stesso terreno dell’intrattenimento spettacolare, senza alcuna allusione a Debord, con il grandissimo numero di mezzi messi a disposizione per creare, diffondere, moltiplicare storie, segni. Siamo pronti per una quantità tale di informazioni? Mi viene da pensare che un giorno, quando la nostra mente non sarà abbastanza capiente per accogliere tutti gli stimoli e le informazioni, la fruizione di un evento potrà avvenire soltanto mediante un’interfaccia computerizzata. Oppure no. Secondo me la ‘tenuta‘ di una storia si gioca inizialmente sulla sottrazione dei media, mentre in seguito avviene un processo a cascata che dura quanto più la narrazione è forte. Cosa è avvenuto tra 54 e Manituana, dal punto di vista del lettore e prima ancora che l’ultimo romanzo dei Wu Ming sia pubblicato? Qualche settimana fa, scrivevo per la rubrica di Christian Sinicco “Il sito dei Wu Ming è importante perché a mio parere ha dimostrato e continua a dimostrare, anche dal punto di vista dello sfruttamento delle possibilità offerte dalla tecnologia attuale della rete, un esempio di lungimiranza, vedi alla voce utilizzo di formati di scambio file alternativi ai formati ufficiali, podcast, file di presentazioni e dibattiti scaricabili, ecc.”. Manituana è anticipato da quattro racconti, con l’inversione di un procedimento che già era avvenuto nella scrittura di “Asce di guerra“, nato da un escrescenza del materiale prodotto per la stesura di 54, e incentrato su un tema ritenuto importante a tal punto da scrivere un (altro) libro; nessuna sopraffazione, quindi, da parte della transmedialità di mondi che partono dalla scrittura e che convergono ad essa, e nemmeno da parte della moltimedialità, ovvero un utilizzo forsennato dei mezzi messi a disposizione. La soglia d’attenzione del lettore, del giocatore, del player, in senso lato, sono oggi molto più alte rispetto al passato, non fosse altro – questo per chi appartenga a quella fetta di popolazione che legge meno di un libro all’anno – per il ritmo cui ci sottopongono i media tradizionali come la televisione, la radio, il cinema. La letteratura deve rincorrere questa velocità, deve adattarvisi, oppure deve procedere su un binario parallelo, per creare qualcosa che riesca allo stesso tempo a descrivere una realtà e fornire un’alternativa critica della stessa?

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One thought on “considerazioni su “Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi”

  1. Capisco bene quel che vuoi dire, però non è un problema di *capienza* della mente necessaria a fruire di un evento. Mi spiego: il cervello non funziona come un archivio dove si accumulano sempre più informazioni finché non finisce lo spazio a disposizione, ma come macchina chimica per l’elaborazione di metadati, cioè di schemi, modelli, griglie che permettano di interpretare e vivere la realtà circostante.
    ESEMPIO: Normalmente ci dimentichiamo della stragrande maggioranza dei momenti della nostra quotidianità, eppure rimaniamo consapevoli di come tale quotidianità si svolga, e sappiamo muoverci al suo interno secondo schemi collaudati.
    Io non mi ricordo di ogni singolo momento in cui mi sono lavato i denti, non saprei dire se il 17 ottobre 2006 mi sono lavato i denti con meno colpi di spazzolino rispetto al giorno prima, o a ieri, o alla mattina del mio ventunesimo compleanno. Però so come si fa a lavarsi i denti, so rieseguire la cosa, so – insomma – “fruire dell’evento”.
    Ecco, “lavarsi i denti” è un metadato, il cervello funziona così, c’è un far tesoro delle esperienze che è al tempo stesso un processo di selezione e dimenticanza, affinché il cervello non immagazzini i dettagli che può dare per impliciti, perché ordinari, scontati, ripetitivi.
    Quando poi passiamo da uno schema più rozzo a uno più complesso che ne rappresenta l’evoluzione, dimentichiamo/tesaurizziamo i metadati precedenti, perché lo schema più complesso incorpora le cose migliori di quello più rozzo e risolve meglio gli stessi problemi.
    ESEMPIO: Alle elementari impariamo le nozioni basilari dell’aritmetica, e quindi i nostri campi sinaptici si allargano e adattano per farci apprendere uno schema. Più avanti, quelli di noi che imparano una matematica più complessa, non accumulano nuovi dati in cima a quelli vecchi: i campi sinaptici di prima si evolvono e si adattano al nuovo schema, che comprende e al tempo stesso *supera* quello vecchio.
    ESEMPIO: Per evitare gli errori che comprometterebbero la mia vittoria in un combattimento di kung-fu non devo ricordarmi tutti gli errori che ho fatto imparando a tirare i calci. Se mi metto a pensare a questo, sono fottuto. Di tutto l’apprendimento rimane solo il risultato finale, cioè il modo adeguato di muovere i muscoli, e lo applico in automatico. Il cervello dimentica tutto il resto, o meglio, ne filtra una sintesi.
    Quindi, il problema che segnali è reale ma riguarda non la capienza, bensì la qualità e adeguatezza dei metadati, degli schemi con cui leggiamo (e scriviamo) una realtà sempre più complessa. E’ un problema di educazione (e nutrimento) del cervello, in senso lato.

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