considerazioni su “Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi”

One thought on “considerazioni su “Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi””

  1. Capisco bene quel che vuoi dire, però non è un problema di *capienza* della mente necessaria a fruire di un evento. Mi spiego: il cervello non funziona come un archivio dove si accumulano sempre più informazioni finché non finisce lo spazio a disposizione, ma come macchina chimica per l’elaborazione di metadati, cioè di schemi, modelli, griglie che permettano di interpretare e vivere la realtà circostante.
    ESEMPIO: Normalmente ci dimentichiamo della stragrande maggioranza dei momenti della nostra quotidianità, eppure rimaniamo consapevoli di come tale quotidianità si svolga, e sappiamo muoverci al suo interno secondo schemi collaudati.
    Io non mi ricordo di ogni singolo momento in cui mi sono lavato i denti, non saprei dire se il 17 ottobre 2006 mi sono lavato i denti con meno colpi di spazzolino rispetto al giorno prima, o a ieri, o alla mattina del mio ventunesimo compleanno. Però so come si fa a lavarsi i denti, so rieseguire la cosa, so – insomma – “fruire dell’evento”.
    Ecco, “lavarsi i denti” è un metadato, il cervello funziona così, c’è un far tesoro delle esperienze che è al tempo stesso un processo di selezione e dimenticanza, affinché il cervello non immagazzini i dettagli che può dare per impliciti, perché ordinari, scontati, ripetitivi.
    Quando poi passiamo da uno schema più rozzo a uno più complesso che ne rappresenta l’evoluzione, dimentichiamo/tesaurizziamo i metadati precedenti, perché lo schema più complesso incorpora le cose migliori di quello più rozzo e risolve meglio gli stessi problemi.
    ESEMPIO: Alle elementari impariamo le nozioni basilari dell’aritmetica, e quindi i nostri campi sinaptici si allargano e adattano per farci apprendere uno schema. Più avanti, quelli di noi che imparano una matematica più complessa, non accumulano nuovi dati in cima a quelli vecchi: i campi sinaptici di prima si evolvono e si adattano al nuovo schema, che comprende e al tempo stesso *supera* quello vecchio.
    ESEMPIO: Per evitare gli errori che comprometterebbero la mia vittoria in un combattimento di kung-fu non devo ricordarmi tutti gli errori che ho fatto imparando a tirare i calci. Se mi metto a pensare a questo, sono fottuto. Di tutto l’apprendimento rimane solo il risultato finale, cioè il modo adeguato di muovere i muscoli, e lo applico in automatico. Il cervello dimentica tutto il resto, o meglio, ne filtra una sintesi.
    Quindi, il problema che segnali è reale ma riguarda non la capienza, bensì la qualità e adeguatezza dei metadati, degli schemi con cui leggiamo (e scriviamo) una realtà sempre più complessa. E’ un problema di educazione (e nutrimento) del cervello, in senso lato.

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