L’amore ai tempi della techno. Su “Il non potere” di Davide Nota


Davide Nota ha ventisei anni, “Il non potere” è il titolo del suo secondo libro di versi, edito dalla Editrice Zona e corredato da una nota introduttiva scritta da Luigi-Alberto Sanchi. Gli elementi presenti già nel suo “Battesimo” (Lietocolle) trovano qui felice conferma, quella di Nota è una poesia nella quale finalmente si scopre l’insegna di un nuovo impegno civile, che si conferma nelle parole di una delle voci più interessanti di questa generazione, quella successiva ai poeti nati negli anni settanta, a partire da un attaccamento alle radici del paesaggio, che sono testimoni dell’inizio di un’esperienza, la propria, “Le mattine gelide sulle panchine gelide”, “la corsa dietro al pullman, la ressa/per salire, tenersi in equilibrio, scendere.” (Adolescenza), vissuta ad Ascoli Piceno.
Il fiume diventa l’immagine del tempo, nel quale si riflette, col passare dei secoli, la civiltà, in esso si specchiano gli uomini per riflettersi, così è anche il poeta di oggi, davanti al Tronto, il lamento del poeta che da uno spunto ungarettiano si risolve in un esito che ricorda più Pasolini, “Le ceneri di Gramsci”: “non fiume/ma rivolo di sangue, sterco, muco/che scende, non sorgente ma rifiuto,/scarico urbano che la vita abiura.” (Il fiume) con riprese “Si addormono negli angoli del centro/traendo nei piumini neri” (I cadaveri), “Ce ne torneremo nei boschi nativi/dove tutto è cambiato e alle ruspe/daremo un saluto bagnato dal pianto.” (Accettura); la bravura è una ascesa dal rigore stilistico misurato, nella presentazione del protagonista di questa poesia, “su un masso/dove stente s’incagliano le rive/un grasso laureando scrive/le sue orribili poesie,/stirando/le fibre smagliate del ventre… già,/l’estate è rovi, copertoni e batterie/sul bordo sfiancato del niente, Ivan.” (Il fiume).
Nella comprensione di questi versi è escluso il moto di rivolta che a volte si impone ad un esordio, con inflessioni che risulterebbero retoriche “lo squarcio sei terribile del viso,” se non risolte nella misura dell’endecasillabo conclusivo “lo sguardo depravato di chi muore.” (Hollywood).
C’è partecipazione in questi versi? Il poeta non è affatto un fustigatore dei costumi, non ne ha la forza, se non critica, perché non può demolire una realtà che è già realtà in rovina, maceria contemporanea, discarica, dimissione da se stessi, dove il corpo di un uomo resta un oggetto tra gli oggetti “tra i cosi lì del parco, un nuovo coso”, non c’è redenzione, resta la rassegnazione di fronte alle cose, dove si rassegna perfino Dio, il cui sacrificio resta inutile se non salva e non impedisce che altri sacrifici, altri voli avvengano. L’umanità di questi versi si è arresa nel rivolo di sangue del tossico che muore sulla panchina, oppure della noglobalina che viene trascinata, come un burattino rotto, da due gendarmi. La contrapposizione è quindi, su due piani, tra il poeta come descrittore dall’interno di questa realtà offesa, e il poeta come critico di una poesia “didascalica”, dove la verità di contrappone alla “didascalia” della stessa. Eravamo nati per qualcos’altro, qualcos’altro che non fosse il consumo disperato impostoci civilmente dal commercio, qualcos’altro che non fosse pendere da una vetrina in attesa di poter acquistare una playstation – Vinicio Capossela in “Ovunque Proteggi” scrive “affanculo questa serietà/questa lealtà/tutta questa impresa/poi il sabato all’iper a far la spesa” (Dove siamo rimasti a terra Nutless) – forse ci attendeva un altro tipo di intrattenimento, un altro amore, la poesia allora si fa segnale che può congiungere il passato dei secoli al presente, grazie alla musica e alla bellezza, grazie all’”antichità” del ritmo “per te/fu sognata una vita più bella, o figlia/andata a male, scaduta stella.”. Altro tema è il cambiamento di paesaggio dalla periferia di una città che si presume di media grandezza ad una grande città, vissuto come transito di una giovinezza che prelude ad un inizio di maturità, la durezza del distacco dalla famiglia, non resta nulla “nell’incavo dei cuscini e la mano/tra il telecomando e il mondo” (Dopo la doccia). Quel che viene proposto è una fuga, bisognerebbe andarsene via, cambiare luoghi, ricominciare da un’altra parte dove tutto ciò abbia un senso, come è scritto nella poesia che fa da chiave di volta della raccolta, “Ma l’utile è volgare, ed anche il bene/del mondo, no, non ci appartiene.” (Il passaggio).
“Questo è l’amore ai tempi della techno”, scrive Davide Nota, in un lampo improvviso che accende un canto, i suoi “guarda” suonano come accompagnamenti virgiliani di un Dante smarrito per le strade metropolitane di un “infernuccio itagliano”, per citare un poeta, Gianni D’Elia, del quale qui vengono raccolte la lezione e la crudezza del dettato. Sono i parchi, le piazze, le strade con il filo di una pozzanghera che affiora fino al marciapiede, a fare da sfondo deserto, gli uomini sono puntini che si muovono, automi, i suicidi sono sconti sulla pena.
C’è speranza, in tutto questo? Forse l’unico rigetto di vita che non viene estinto è nell’individualità, nella chiusura del cerchio su sé (Ora che il ciclo si conclude), nel dialogo disperato con il proprio passato recente, nel contatto umano, dialogico, con la stanza, ventre materno “Come l’ultima generazione di una stirpe suicida/questo ramo non fruttifica./La storia e l’utopia non conta più/senza una fede cieca nella vita.” (La soglia). Assieme a questo desiderio resta la consapevolezza che tutto è stato visto e vissuto, soltanto l’altro può dare quella spinta ideale a fuggire e abbandonare tutto, riesce chi non smarrisce l’afflato della fuga, chi non muore per sfinimento. Le ripetizioni di alcuni elementi (la città, il fiume, i cadaveri, i suicidi) sono segnali disperati, un estremo tentativo di consegnare qualcosa che resti ad una storia personale, aliena da ogni progetto di Storia che non vuole costruirsi se non nell’imposizione di una realtà che non è mai preferibile al sogno.
Un testo, questo “Il non potere”, da cui si può partire per un’esplorazione disincantata della realtà colta attraverso lo sguardo attento e impietoso di un poeta, Davide Nota, che alla sua seconda raccolta dimostra di aver elaborato strumenti acuminati, validi dal punto di vista estetico, che non cedono spazio a cadute di tono.

Anticipazione da Musicaos.it – Anno 4 Numero 25 Febbraio/Marzo 2007 in uscita a marzo

Davide Nota , IL NON POTERE
ZONA 2007 Euro 10 pp. 62, ISBN 978 88 89702 76 5, Con una lettera di Luigi-Alberto Sanchi

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Comments
One Response to “L’amore ai tempi della techno. Su “Il non potere” di Davide Nota”
  1. Gianluca Pulsoni scrive:

    Bel pezzo… hai colpito su delle verità, le hai isolate e ribadite…

    Un saluto

    Gianluca

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