“Re Kappa”, intervista di Rossano Astremo


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1. Da un lato c’è la voglia del protagonista di portare avanti il suo progetto di romanzo sperimentale. Dall’altro la voglia dell’editore Gastone Gallo di indurlo a parlare di se stesso, di gettarsi a capofitto in una storia che evidenzi la precarietà lavorativa ed esistenziale dello scrittore perché più vendibile. Non c’è spazio per la scrittura di ricerca? Tutto si riduce a logiche di marketing? 
L’episodio a cui ti riferisci è quello iniziale, in realtà l’editore ha già deciso di pubblicare il romanzo del protagonista, il quale tuttavia continua a lavorarci di limatura, l’editore con la sua ‘simpatica’ invadenza cerca di dare i suoi suggerimenti da intenditore. Gli spazi per la scrittura di ricerca secondo me ci sono, come ad esempio gli editori indipendenti e le riviste di letteratura, online o cartacee; il libro una volta in libreria farà i conti (nel vero senso della parola) con i librai che in un certo senso sono i primi veri lettori e appassionati ‘suggeritori’ di letture e con i lettori. La scrittura di ricerca non può prescindere, tuttavia, da chi legge; il mio desiderio nella scrittura di “Re Kappa” era quello di rendere il pensiero dei personaggi.

2. L’editore Gastone Gallo prova un grande rispetto per questa losca figura di critico arraffone, Michael Benoit. Non perché Benoit abbia dimostrato nel tempo chissà quali doti di scrittura, ma perché si dice possegga questo manoscritto del leggendario “Volonté du roi Krogold” di Céline. Ne emerge un mondo non limpido, nel quale il critico tiene in scacco l’editore, facendosi donare grosse somme di denaro per organizzare i suoi Festival di Poesia estivi nel Salento tutto sole, mare e vento..
Non c’è spazio per una critica letteraria pura, non legata da relazioni amicali con editori, scrittori e quant’altro? 

Secondo me la critica letteraria va distinta dal giornalismo letterario, entrambi sono ottimi ‘aiuti’ della cultura ma solo quando trovano modo di esprimersi senza compromessi di comodo legati al tempo, alla fretta, all’industria. Lo spazio c’è, dipende sempre che cosa va da intendersi per ‘critica letteraria pura’, difatti è il critico che dovrebbe riuscire a mantenersi puro, è normale che chi scrive abbia a che fare con altre persone che scrivono, è quello che mi accade quotidianamente nella redazione delle riviste a cui lavoro o collaboro. E’ importante che relazioni siano parte di un gioco che faccia perno sulla condivisione e sulle possibilità di inclusione anziché sull’esclusivismo o sull’esclusione da parte di elite. La rivista che dirigo, Musicaos.it, è un luogo da dove sono accadute e da dove potenzialmente possono accadere molte cose, purché ci sia costanza nella scrittura e nel ‘lavoro’ in senso stretto; semmai le relazioni amicali possono aiutare, proprio in un ambito nel quale l’industria tende a schiacciare e livellare ogni dibattito critico nell’aut aut delle vendite.

3. Come è nata l’idea di inserire nel tuo romanzo il manoscritto di Céline? Perché la scelta è ricaduta su questo “discusso” scrittore francese? 
Per risponderti prendo spunto da quanto accade nel mondo della musica con un esempio, quando un musicista ha la possibilità di esordire, di solito, nel suo primo album trovano spazio, oltre ai suoi ‘pezzi’, le cover dei suo gruppi preferiti. Il fatto di prendere a pretesto di “Re Kappa” un’opera inesistente di uno dei miei autori preferiti va inteso come tributo sotterraneo, penso al Céline de “Colloqui con il professor Y”, che se la prende con scrittori e editori. Lo stesso posso dirti per la citazione iniziale, quella tratta dalle “Lezioni americane” di Italo Calvino.

(pubblico qui un dialogo/intervista risalente all’aprile scorso, immediatamente dopo la pubblicazione di Re Kappa)

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