La morte nascosta negli origami – Un racconto di Riccardo Lionello


Riccardo Lionello
La morte nascosta negli origami

1. Un anonimo fagotto lanuginoso, non più grande d’una piramide di palle da cannone, impercettibilmente più piccolo d’una bomba H di vecchia generazione, giaceva abbandonato tra un centinaio di sacchetti della spazzatura che da almeno un mese impedivano l’ingresso alla magione De Meritis. Un muro di mattoni, edificato con spirito d’emulazione verso la Grande Muraglia Cinese, cingeva la casa innalzandosi a perdita d’occhio, quasi volesse superbamente toccare il cielo. Come al solito i fringuelli se ne infischiavano: l’apice delle mura sembrava il luogo ideale per il prolificare della specie, una panacea assai remota e certo più confortevole degli stomaci di gatti ed esseri umani; tutte le sere, palesavano la loro gratitudine con un tributo in cacchine. Nessun rapinatore di ville si sarebbe mai arrampicato senza correre il rischio di contrarre la morte e nessun parroco zelante si sarebbe mai sognato di benedire la casa. -Codesta è la dimora del demonio!- avrebbe gridato correndo lontano.
-Cip, cip- tubavano i fringuelli graziosi e rossi e gialli, con una continuità che solo un cinico potrebbe definire monotona. Nel mentre, un camioncino della nettezza urbana rallentava un momento davanti alla parete ovest ove era situato il gigantico cancello d’ingresso, per poi ripartire con aritmici borbottii di marmitta e dense volute d’ossido azotato. All’interno dell’abitacolo, dopo pochi minuti, sarebbe iniziata una discussione tra i due occupanti, Lou, veterano pluridecorato e maestro di spazzolone, e Roscoe, cadetto non salariato.
-Ehi Lou-,
-Che c’è Rosky?-,
-Potresti evitare di chiamarmi come un cacciatorpediniere, Lou?-,
-Era questo che volevi chiedermi? Di chiamarti con quel tuo nome da canadese?-, le arcate sopraccigliari di Lou s’erano alzate piene di sospetto, -Sarai mica vittima di una crisi d’identità, Rosky?-,
-Non ti preoccupare per me Lou, ti ricordo che ai test psicoattidudinali sono passato a pieni voti-.
L’unico modo per venire dichiarati inabili alla professione dello spazzino era fallire i test psicoattidudinali. Risposte come “sette tentati suicidi” se non “talvolta mi sento seguito dal sole” a domande aperte come “Quando ti tagli le unghie provi un piacevole senso di sadismo?” oppure “Se lo chef al ristorante spiega che non è possibile preparare la carbonara che desideri a causa della penuria di pepe nero, scegli un altro piatto o massacri lo chef con la forchetta da dolci?” erano sufficienti a guadagnarsi un timbro di rifiuto.
Mentre cercava di sistemarsi sul sedile nella sua postura più seriosa (-forse dovrei accavallare le gambe?-) Roscoe aveva seguitato a disquisire con certo fanatismo professionale,
-In verità volevo sapere di tutta quella immondizia davanti alla villa che non abbiamo raccolto. E se qualcuno del controllo se ne accorgesse? Non pensi sia il caso di tornare indietro?-. Il camioncino della nettezza s’era fermato davanti all’imbocco d’una rotonda. Una dozzina di corsie confluiva in lei eiaculando autovetture che, entrate da una parte, se ne uscivano dall’altra con un matematico criterio da moto centrifugo. Lou, imbarazzato, non badava più a quello che aveva da dirgli il collega, del resto era troppo occupato a capire chi avesse la precedenza.
-Caro Lou, siamo fratelli di tatuaggio, ricordi?- e così dicendo Roscoe s’arrotolò la manica della tuta, mostrando fiero il motto della scuola marchiato a caratteri lapidari romani: “Contro lo sporco e la sozzura, l’indefesso netturbino non ha paura, siamo un diritto e imperituro nume sopra ogni sudiciume”-,
Lou rinsavì mentre due piccole utilitarie lo chiudevano a panino,
-Ti sei ammattito Rosky, quella è una zona no, io non mi fermo mai nelle zone no-, e il compare, pieno di premura,
-Più no del ghetto dei musi meteci Lou?-, il ghetto dei “musi meteci” o zona afrocomunchippangai, era l’unico quartiere a SolfurCity dove i rifiuti venivano considerati sacri e quindi sacrilega la raccolta,
-Sì. Molto più NO, Rosky. Perché non dai una occhiata alla mappa e mi lasci in pace?-. Il camioncino con uno slancio ben al di sopra delle possibilità di un motore a scoppio, s’era infilato nella corsia più ravvicinata.
Il giovane apprendista aveva annuito, del tutto privo di potere decisionale. Non poteva guidare il camioncino, non poteva scegliere il programma radiofonico né scegliere cosa bere nella pausa pranzo, poteva prendersi l’epatite, questo sì; forse un giorno gli avrebbero concesso uno spazzolone grande invece di quel misero spazzoletto con cui puliva i marciapiedi dai rifiuti, ma non prima d’essersi rotolato nel fango e tra montagne di bottiglie di plastica per cinque o sei anni. La logistica nel lavoro dello spazzino richiedeva una certa malleabilità, i pervicaci finivano con l’essere giudicati ed emarginati alla stregua di miopi, femministe e mancini. Pensava a questo Roscoe, mentre guardava la mappa, a quanto era precaria la sua condizione di novellino, a quanto arrovellarsi in domande superflue l’avrebbe condotto tuttalpiù in un vicolo cieco o in qualche scantinato umido a mangiare la sua stessa forfora. La mappa di Lou si stendeva inscotchettata dietro il sedile di guida, monito della stazionaria superiorità intellettuale del veterano. Sarebbe stata una comune mappa cittadina di quelle che si possono comperare per pochi centesimi presso i chioschi turistici, non fosse per certi sì gialli e certi no neri che Lou aveva scritto con intenzione topografica. Lou pensava che in quel modo avrebbe ottenuto qualche premio come impiegato del mese, bruciando sul tempo i colleghi impegolati per le strade di SolfurCity. Per sì, s’intendeva che la zona era abitata dai fedeli contribuenti, una zona no significava invece evasione delle tasse, crimine organizzato o addirittura che i bidoni e i cassonetti erano stati riciclati come spazi abitativi dai rappresentanti più poveri dell’urbe. Questo voleva far credere Lou spazzino. Ma nei reconditi, ventilati spazi della sua cavità cranica le zone sì rappresentavano fonti di lucro, rifiuti interessanti come la morfina scaduta dell’ospedale militare o capi d’abbigliamento invenduti dei grandi magazzini. I no al contrario, segnalavano l’assenza di profitto, al massimo qualche bambola Barbie decapitata, inserita in un profilattico usato e posta capovolta sopra un mobiletto rococò sfasciato. La magione dei De Meritis sostava nel bel mezzo d’una zona NO, anzi, era di per sé stessa una zona NO; il proprietario, all’anagrafe Eraclito DeMeritis, riposava da circa mezz’ora davanti all’ingresso di casa, inconsciamente situato nell’esatto centro di quella O di calligrafia imparaticcia, dentro quella ogiva nera aperta sull’anima di Lou.
Accostando l’orecchio al fagotto tra i rifiuti si sarebbe sentito un russare irrequieto, un respiro scandito da una fervida fase R.E.M. Nelle paludi del subconscio il vecchio narcolettico recitava la parte d’un giovane straccione alla ricerca della verità e della bellezza neorealista, sogni talmente ricorrenti da renderlo, oltre che attore, regista, scenografo e a volte direttore della fotografia.
Lo svegliarono alcuni scarafaggi a cavallo di lacci emostatici; il cielo trascolorava già in tonalità brune, lasciandolo nei panni fin troppo barocchi d’un eccentrico riccone che tutto aveva visto e sperimentato e constatato. Scostò lemme un lembo di mantella che gli copriva la faccia e s’abbandonò ad un profondo, lemme sospiro, accompagnato scrupolosamente da due cisposi occhi di talpa. Prima d’entrare il vecchio si soffermò ancora un poco, giusto nella speranza di percepire qualche segno d’auspicio nel cielo. La stella polare sfavillava nella stessa certezza da punto fermo di sempre, l’unico corpo celeste ad essere uscito vivo dal fagocitante inquinamento luminoso di SolfurCity. -Dove diavolo si saranno cacciati? Che se ne siano dimenticati?-, si domandava il venerando; non si rivolgeva al servizio di nettezza urbana, certo sempre di nettezza si trattava, una nettezza dell’anima.
C’è chi, come Lou, sognava di scovare, dimenticati dentro un sacco della spazzatura, diamanti e rubini, c’è chi, come Roscoe, sperava vivamente in una paga striminzita al minimo sindacale, e c’è chi, come Eraclito De Meritis, riponeva fiducia nell’avvento d’una morte subitanea e salvifica. Se analizziamo l’espressione facciale modello pierrot e la posa da martire che il vecchio assumeva durante una qualsiasi delle sue sporadiche peregrinazioni, facilmente avremmo potuto comprendere quanto avesse smesso di nascondere la propria sofferenza, innanzitutto a se stesso. Stretto nella mano destra come se fosse l’unico arto abile rimastogli, il bastone in abete, stretto nella mano sinistra, come una sfera d’acciaio da portare per penitenza, la busta della spesa. E un fardello ben più grave delle verdure e della pasta di semola schiacciava sotto il suo peso quel poco di tranquillità cui dopo i novanterotti anni ci si arroga il diritto di possedere: era l’odio verso i servizi sanitari e l’industria farmaceutica, che per tanto tempo avevano contrastato il suo legittimo desiderio. A SolfurCity c’erano mille pillole in commercio, metà di queste creavano il male, fornivano la cura l’altra metà. Eraclito rientrava nella fascia dei consumatori platinum, non erano necessarie ricerche di mercato per capire quanto il Nostro fosse un prodigio d’ipocondria repressa, l’ultima vittima sacrificale dell’umanitarismo. Un esempio lampante: la sua pressione, talmente bassa che lo sfigmomanometro si rifiutava di misurarla, doveva essere frequentemente mitigata da dodici gocce di medicina. Spesso gli effetti straripavano fuori dalle indicazioni del foglio illustrativo così da costringerlo a prendere altre dodici gocce di un’altra medicina, per l’aumento della pressione. Che ovviamente diventava troppo alta e così via, su e giù, la pressione di Eraclito era come un ottovolante con i passeggeri che si lasciano trasportare indifferenti e un po’ annoiati, tanto quel giorno non c’era nulla di meglio da fare.
Eraclito aveva sfogliato le pagine dei necrologi e non gli erano sembrate affatto confortanti: Marisa Dubiase, anni 101; Daniela Fustanghi, anni 103; Benito Duillio, anni 112, morire pareva difficile; il libero arbitrio come la facoltà del suicidio, appariva materia plasmabile solo tra le mani dei coraggiosi. O dei disperati.
L’esistenza era diventata qualcosa di scomodo, di superfluo: in Eraclito non sussisteva nemmeno quel minimo di curiosità nella vita, tipica nei vecchi, quell’interesse morboso nell’assistere al consumarsi delle forze. La saggezza sarebbe tornata utile negli anni dell’infanzia, allora sì che se la sarebbe goduta con Marta e il suo gioco del dottore.
-Che gusto c’è a disporne senza potersene servire, che c’è di glorioso a fare i saggi standosene seduti in poltrona a titillarsi il deretano con una bacchetta non magica?-.

2. Dopo essersi destato tra la spazzatura, dopo aver varcato il cancello di casa e camminato per pochi metri sul viottolo, Eraclito s’addormentò di nuovo. L’unica vera malattia di Eraclito era la depressione, così affermava il suo analista. -Lei s’annoia a tal punto che il suo organismo non tollera oltre e così, per evitare di sorbire ancora la quotidiana monotonia, si spegne come si spengono le radio, quando danno i dibattiti politici-.
Certo era impossibile imputargli quei globuli rossi ammirabili nei vecchietti televisivi scavalca fossati per lungo, niente sorrisi di ceramica in primo piano né capelli d’argento, solo un po’ di pizzicorio alla prostata di tanto in tanto. La seggiola da studiolo sopra di cui per anni aveva appoggiato sedere e relativa saccoccia dei gioielli non presentava l’accoglienza ergonomica dei sedili d’oggi, intagliata nell’ebano com’era. Così, oltre a consumare i pantaloni, un’altra cosa ben più preziosa s’era col tempo rovinata.
Eraclito si destò che era immerso dentro la fontana di casa, tra le torbide e limacciose acque di una vasca profonda tre metri. Emerse fuori gonfiando le sue guance come un trombonista negro, ma il fiato non gli mancava, il suo organismo non aveva subito alcun danno da affogamento. Ruttò e dalla sua bocca uscirono sette litri d’acqua, alghe assortite e una grossa rana toro. -Che cosa diavolo stava cercando?- disse rivolgendosi all’anfibio. Dalla cima di una colonna che s’innalzava al centro della fontana, un gargoyle gli stava pisciando addosso. -Tu che hai come unico compito quello di proteggermi dai visitatori indesiderati, osi dunque ghermirmi e spaventarmi con la tua aria sardonica e la tua miasmatica orina?!- urlò. In effetti agli occhi d’un cieco, le interpretazioni prescindono il rivelante; Eraclito amava credere che in fondo non si trattasse solo d’un pezzo di pietra lavorata pedissequamente in stile gotico, piuttosto d’un servo triviale e fannullone uscito di peso da una commedia plautina con cui inveire occasionalmente. Uscito a fatica dalla vasca, s’incamminò alfine per il viottolo che portava al portone di casa. Conquistato un po’ di terreno con grande sacrificio, nemmeno fosse sul campo d’una partita di football, finì con l’inciampare sopra un gomitolo di gramigna, rotolò per una decina di metri per venire poi placato tra le spine d’una grossa pianta grassa messicana. Accadeva, delle volte. Da quando il giardiniere era morto, il giardino s’era trasformato in una trappola piena d’insidie, da rappresentare un pericolo pure per gli avventurieri di professione. Come valvola di sfogo, il vecchio padrone aveva preparato un prontuario di bestemmie talmente atroci che le sue labbra incartapecorite parevano allora rimpolparsi di vigore. Ahimè, il nobile parco aveva controvertito le proprie funzioni fino a mutarsi in giungla selvatica; non gli apparteneva più: dopo numerose lamentele, aveva ammutinato e infine abbandonato casa e padrone che sprofondavano. Gli unici ad avere ancora un controllo indiscusso sul territorio, nella più armonica delle convivenze, erano cinque cani: due setter inglesi, due pastori maremmani, un lurido bastardo. Un conflitto caotico si stava invece consumando sopra un altro territorio, quello cutaneo, imbastito da legioni di zecche bramose del loro sangue. Eraclito amava i suoi cinque quadrupedi, i cinque quadrupedi amavano le scatole di manzo e fagiolini della dispensa di Eraclito; per pascersi del contenuto di quelle scatole avevano imparato che bastava levare un orecchio, mettere in azione la coda o, nel caso il loro padrone a causa dell’arteriosclerosi dimenticasse di servir loro il rancio, diffondere latrati raccapriccianti al chiaro di luna. Dopodiché se ne tornavano alla loro attività preferita, fare la guardia al proprio sonno. Troppo pigri anche per salutare il padrone, in genere si limitavano a sillabare un woof. -Cartapesta, Ammorbo, Lazo, Sottana, Ieratico!- chiamò il padrone. Anche in questo caso la risposta non fu affatto confortante: -“wh”, “wh”, “wh”-.
Davanti al portone tarmato di casa provò una delle numerose chiavi del mazzo; armeggiò con una lunga chiave colore bronzo, con la dentellatura 4xxs 22/y, poi con un’altra chiave, una 2m 21/x, e ancora un’altra chiave, una enorme 3xxxl 22/z, e un’altra e un’altra ancora fino a notte inoltrata quando finalmente il vecchio udì il click della serratura. Ogni mese la faceva cambiare per fobia di intrusi e ladri di serrature. L’anello teneva il peso di tutte le sessanta chiavi che avevano aperto le toppe precedenti. -Perché?-, è una domanda plausibile ma agli anziani dobbiamo pur concedere un po’ di stravaganza, giusto?
Sedutosi sul divano del soggiorno, esausto, si versò un cicchetto, dimentico dell’allarme antifurto che suonava a poco meno di tre milioni di decibel.
-Mezzo litro di cognac, per stendere i nervi, e un paio di sigari per ravvivarli- disse tra sé. Da giovane era convinto che mai e poi mai sarebbe caduto nella facile tentazione degli stravizi; la sola vista degli uomini avvinazzati che incontrava agli angoli delle strade o nei pulpiti del clero, lo turbava profondamente. Ahimè l’avanzare degli anni aveva provveduto a un sistematico volta faccia, ringraziando il buon senso datogli dall’esperienza era di sicuro la soluzione migliore.
Eraclito non poteva sentire il rumore di passi proveniente dal primo piano, i passi di un mostro subumano a quattro tentacoli: la sua unica figlia, occupata dagli ultimi preparativi per il trasloco. La vide scendere con un grosso scatolone tra le mani e i suoi quaranta anni portati bene, seguita da un goffo ragazzetto in canottiera con i restanti due tentacoli, anch’esso con un grosso scatolone che ne celava il viso. La figlia cantava la musica di un famoso film per famiglie che Eraclito non poteva ricordare, impudentemente seguita dal controcanto del ragazzo. Eraclito dal suo canto, non tollerava che i pochi affetti che gli rimanevano, fossero ripartiti con ragazzetti in canottiera. Il nuovo marito. Questo è quello giusto, aveva soffiato la figlia nelle sue orecchie pelose. Poi il divorzio. Questo è quello giusto, aveva ripetuto l’anno seguente. Ad Eraclito quello nuovo sembrava tale e quale a quello vecchio, stessa insopportabile baldanza di yuppie fricchettone, stesso stile da parassita compiacente.
Si sarebbero trasferiti in una casetta modesta dove, a conti fatti, avrebbero copulato senza porsi più scrupoli. -Ho come l’impressione che tuo padre ci spii durante il coito- aveva affermato Marlo, parassita fricchettone, -A volte mi sembra addirittura di sentire il suo alito che esce dalla serratura della porta-.
Marlo non aveva un soldo, Eraclito lo sapeva: s’erano limitatati a spiegare che viveva ancora un’età prematura ai sacrifici del guadagno. Il vecchio avrebbe replicato che a sedici anni, verso la fine del primo conflitto mondiale, s’era genuflesso fino a divenir gobbo, solo per lucidare gli stivali di terribili ufficiali russi, ma qualcosa nel delicato meccanismo delle sue arrabbiature s’era inceppato. Un tempo sì, che si sarebbe arrabbiato sul serio. Avrebbe protestato con veemenza, si sarebbe opposto, avrebbe messo il suo bastone d’abete tra le ruote del carro nuziale, un tempo… Quel bastone che aveva usato come scettro del potere patriarcale ora serviva solo a reggere la sua stessa carcassa.
Il vecchio si limitò ad arrossire. -Beh questo è l’ultimo- constatò la ragazza appoggiando la scatola a terra. Eraclito provò a urlare ma ne uscì un suono di kazoo. Almeno una decina di scatoloni di medie e piccole dimensioni ingombravano il soggiorno, dandogli l’aspetto di un magazzino improvvisato. -Guarda quante cianfrusaglie-, pensava, -Tutti soldi che ho gettato al vento-. La donna avvicinò le labbra alla sua fronte rugosa per schioccarvi sopra un bacio, Eraclito lasciò fare.
-Pipino caro, non dovresti fumare il sigaro, lo sai meglio di me che ti fa venire il cancro-, -Il cancro- echeggiò il marito in canottiera. Il vecchio lanciò il sigaro contro il ragazzo ma la gittata fu breve, gli cadde tra le babbucce. -Cancro- osservò perplesso, -magari fosse facile-. Ma i due non avevano il tempo per ascoltarlo, si sarebbero persi la prima vera scopata dell’anno; -ciao ciao, ci sentiamo per telefono-, il camion traslochi suonò ammazza il vecchio col cric, i cani risposero sputando tonsille, furono necessari sessanta secondi circa prima del ritorno alla quiete. In modo indirettamente proporzionale, le cromie del rosso arrabbiatura sulla faccia del vecchio diminuirono con l’aumentare del silenzio, fino a che fu completo. E giunse orribile. In quei momenti di lucidità Eraclito sentiva il delicato sciabordio della dentiera applicata sommariamente col mastice, il suo stesso respiro rifluire tra i polmoni particella dopo particella, il sintomatico brontolio di stomaco diarroico d’imminente fuga che, insieme al naturale dispiegarsi delle altre sue funzioni elementari, lo faceva sentire vivo, maledettamente vivo!, quanto lo può essere una gomma masticante o un fungo champignon; solo un minuscolo pezzetto di quel puzzle che è l’universo, non troppo dissimile dal sigaro che stava fumando, un corpo animato finché il braciere è vivido, ma le cui cellule si sarebbero presto o tardi riorganizzate in un imprecisato mucchietto di cenere.
Solo un paio d’anni prima, vicino al nucleo della terra, un impiegato nell’ufficio morti naturali di nome Urguls Rara Domingos, aveva ottenuto alcuni stupendi origami che gli erano valsi i complimenti del caporeparto in persona. Peccato che l’orchidea selvaggia e il porcellino d’india nascondessero tra le proprie pieghe proprio la documentazione dell’idoneità di Eraclito De Meritis, esemplare maschio n°3499848839990040499078828, al decesso per decrepitezza.
Eraclito spense il secondo sigaro e cercò il telecomando; accesa la tivù, portò il volume al massimo. Nel telegiornale delle undici e mezza veniva trasmessa una catastrofe a 68.000 colori: il marrone prevaleva, complice un inondazione. -Quale ostentazione di beatitudine-, pensò Eraclito guardando i cadaveri trascinati dalla corrente. Guardò l’alto soffitto e s’augurò che un terremoto improvviso glielo facesse all’improvviso cadere addosso. Ma non successe nulla, il vetusto abitava in una zona piena di sedimenti sabbiosi, un quartiere relativamente tranquillo dove mai t’aspetteresti d’essere spazzato via da un meteorite. Poi, lo sguardo caustico, prese a parlare verso la platea di pixel dei morti indocinesi: -Se solo potessi assaporare ciò che state assaporando, abbandonarmi tranquillo alla corrente, lasciarmi trasportare fino ad avere i polmoni pieni di melma ed esalare il mio ultimo respiro tra le vostre grida brutali-. Il servizio terminò, era l’ora dei consigli sugli acquisti. Da bravo consumatore Eraclito si recò in bagno. Ivi, si tirò indietro gli zigomi per poi vederli ricadere; la forza di gravità implacabile spingeva l’ormai datato tegumento verso il suolo. Un sentimento di tristezza, ovvio, verso la natura ciclica dell’essere, si temperava nel compatimento; purtroppo non esisteva trattamento dermo-estetico in grado d’aiutarlo. Il vecchio si spogliò per guardarsi il torso, le membra rinsecchite, il pube canuto. Un facocero, una mummia egizia senza deificazione, un pupazzo di neve dopo l’inverno; la mente adombrata da ricordi passati, un virgulto e speranzoso imberbe diventato un gobbo dimenticato da tutti, costretto a dipingersi di malevolenza quanto lo stregone di un horror movie di serie b. Le gioie, poche, e le sofferenze, tante, avevano lasciato segni indelebili, vicoli ciechi e superstrade sulla valle del suo macrocefalo, avvallamenti talmente profondi che per rimuovere i residui di polvere e sporcizia sui generis che così spesso vi si depositano, Eraclito doveva usare una piccola spugna d’acciaio. Sul collo aveva fatto d’un difetto una qualità imprescindibile, utilizzando la pelle morta come portamonete.
Nonostante tutto Eraclito era un vecchio dall’eleganza ricercata, il classico Anzianotti cui non cederemo mai il nostro sedile sull’autobus, tanto il suo aspetto è sfarzosamente benestante; i suoi dodici completi da ricevimento, dodici completi da gran gala, dodici completi da gran gagà, una giubba da pesca alla trota, sette cappotti invernali con impunture di piume di struzzo, otto impermeabili con interno iridescente, le sue ventidue vestaglie di flanella a quadri ocra e bordeaux , tredici pantaloni di velluto a coste fitte, ventuno gilet ricamati da artigiani di Lilliput, un paio di rarissimi blue jeans slavati e stracciati, centoventuno paia di calzini di lana d’angora, ottantadue mutandoni di lana merinos, dieci copricapo d’alpaca e due di castoro imbalsamato, sei mantelle di pelliccia di yak, un centinaio di canottiere della salute di cotone in filo di Scozia, tre paia di babbucce antiscivolo elettronicamente riscaldate e infine la sua preziosa sciarpa in pelle di coccodrillo albino, riposavano dentro un grande armadio a due ante, pronti a ricoprire il macilento padrone, oltre che dei pregiati tessuti, del loro caratteristico odore di naftalina. Nel cassettone sottostante giaceva in un sacchetto di nylon ciò che potremmo chiamare un toupet, ad essere riduttivi; i capelli erano appartenuti a un fruttivendolo magrebino in bancarotta, all’anagrafe Abdel Fayyad. Dopo aver ipotecato il negozio, la casa e tutto il parentado con pappagalli domestici inclusi nel pacchetto, s’era deciso a cedere il proprio fulgido cuoio presso un centro di innesti cibernetici a Casablanca. In cambio ricevette un sacco di farina. -Datemene due-, aveva chiesto il fruttivendolo. -Ti dovrai accontentare-, gli fu risposto dal chirurgo, mentre un bisturi affilato lavorava di fino. Abdel Fayyad, uovo di palla da bowling, si stancò presto dei nomignoli che gli affibbiavano per le vie del suo paese natale; risolse il problema con colla industriale e pelo di cammello. Quanto prima, nel deserto sud-sahariano, un camelide da soma sarebbe morto sotto le zoccolate degli amici causa l’aspetto antiestetico.
Il prodotto di questa filippica è un oggetto delicato, richiedeva quotidiane cure e manutenzione. Ma Eraclito non badava più a certi dettagli. Niente aveva più senso. Con le balle a fior di pavimento e il parruccone messo al contrario, invocava la grazia tutti i giorni innanzi al cristo in legno appeso nella camera da letto. Sperava in una manna, o in qualche invito ad un party. Nella stanza risiedeva il letto, un consunto baldacchino, vuoto da troppo tempo. -A che serve poi pregare, Dio non sembra sufficiente a riempire il vuoto, nemmeno il vuoto che intercorre tra le unghie-, si rammentò Eraclito infilandosi sotto le coperte; -dicono che sia ovunque, che può fare qualsiasi cosa, basterebbe uno solo schiocco di dita, un fischio, eppure-. Mandato un bacio alla foto sul comodino, il vecchio aveva provato a chiudere gli occhi ma la narcolessia s’era presentata fulminea. Calava il sipario del letto a baldacchino e insieme calava il sipario sopra un tedioso spettacolo quotidiano.
Il folklore di SolfurCity aveva maturato strane idee sulla presunta scomparsa dei coniugi DeMeritis. Si pensava fossero deceduti senza scalpore, entrambi inghiottiti dall’ombra di un funerale privato, lontano dalla trivialità di apologie e dalla ipocrisia di orazioni funebri come dalla rapacità degli interessi notarili. Del resto le poche apparizioni pubbliche del vegliardo non destavano alcun sospetto: avvolto com’era, veniva scambiato per un monaco di qualche strano ordine desueto, se non per il partecipante di qualche gioco di ruolo persosi momentaneamente. Dopo il sorpasso dell’ottuagenaria età, Eraclito aveva osservato impotente, mentre un colpo apoplettico si portava via la moglie. Sarebbe bastata una telefonata o una lettera, invece non s’era più fatta viva. Da quando l’aveva lasciato solo, l’immaginazione aveva subito provato a rimpiazzarla; poche ma vivide immagini lo perseguitavano, immagini d’una signora piacente e un po’ vamp, al largo di qualche molo bianco acceso, mentre una gragnola di fischi emessi da prestanti giovanotti dalla fronte bassa pioveva sopra il suo corpo vestito d’un laccio da scarpe. Urgeva un sostituto, qualcuno cui redirigere le dosi di frusta. Eraclito s’era quindi recato presso un sexyshop per l’acquisto di Luisa, la bambola gonfiabile. Aveva poi guidato in direzione del comune. Non se ne parlò, fu costretto ad accontentarsi d’un mero concubinato.
Rammenda la fodera del cuscino! Lustrami i talloni! Prepara una torta di mirtilli! Togli le fottute ragnatele dall’ingresso! Niente, Luisa non ne voleva sapere. Lo guardava a bocca spalancata in un misto di piacere e paura. Eraclito l’aveva subito riposta nella scatola e gettata nella spazzatura. -Spero non mi mettano in galera per questo-, pensò tornandosene in casa. Poi, sfogliando la pubblicità di biancheria intima, si disse che mai avrebbe capito le donne. Avrebbe anche fatto a meno di capirle se solo fosse stato occupato. Un pomeriggio poggiò le sue mani di bibliofilo sul telefono e chiamò un numero verde. Alle sedici in punto del giorno dopo, un’abitante del sud-est del mondo si presentò all’ingresso. Una pianta carnivora in giardino per poco non l’aveva divorata.
Taglia le carotine! Usa l’antiossidante per quei rubinetti! Ho detto il New Yorker, non il New York Times! Sintonizzami i canali della tivù sulle reti regionali! No, ho cambiato idea, va a comprarmi una parabola, m’è venuta voglia d’un po’ di roba straniera! Installami la parabola! No! Cosa credi, che i soldi escano dal mio deretano insieme a quelle schifezze che mi prepari? Non ho voglia di pagare un tecnico, quindi installami quella parabola prima dell’inizio del campionato femminile di ping pong, o ti faccio assaggiare la suola delle mie ciabatte! No! No! No!
La povera abitante del sud-est del mondo fece il possibile. La corrente elettrica percorse il suo corpo per quarantacinque minuti. Vinse la Mongolia. Poi il canale divenne disturbato. Un piccolo cumulo di cenere, vestito di capi falsati, esalava il suo ultimo afflato. -Dove diavolo è andata a finire?- si domandò Eraclito. -Poco male, non gli avevo ancora pagato il mensile-.

3. Eraclito fu un indiscusso collezionista di libri rari. Rimpiangeva i tempi in cui percorreva migliaia di chilometri, via mare e via cielo, solo per annusare la muffa d’una copertina rilegata. A causa della narcolessia non poteva più servirsi né di aeroplani né di navi né di treni né di paracadute. L’ultima volta che aveva viaggiato aveva perduto la coincidenza per Vienna e s’era ritrovato a Addis Abeba, in Etiopia.
-Credo che ritarderò un poco-, aveva sibilato in una chiamata internazionale presso l’ambasciata, poi s’era addormentato con la cornetta in mano. Le imprecazioni di Odon Von Hoffmann, procacciatore di libri rari austriaco, durarono anche dopo il termine della telefonata, riempiendo di sospetto certi animisti autoctoni che, dopo una riunione approssimativa, diedero fuoco all’intero locale. Odon, da lì a poco, avrebbe gettato manciate di sabbia sull’intera carriera del Nostro. -Non solo non si presenta agli appuntamenti, addirittura mi chiama tutto contrito e poi fa le pernacchie al telefono. Un atteggiamento deplorevole-. Eraclito s’era già cimentato a contrastare quei pericolosi disturbi: ginnastica, pinzette sulle palpebre, la cuccuma del caffè sempre sul fuoco del camino. Niente da fare, era come vivere nella plancia cortocircuitata d’un robot.
Una piccola botola posta nel bel mezzo del giardino inselvatichito di Eraclito, chiudeva l’accesso ad una lunga spirale di pietra arenaria, scavata sottoterra per sedici metri. Dopo due portoni blindati e controllati a vista da un balestriere stipendiato, si trovava la grande libreria privata. Eraclito voleva bene più ai libri che alle persone, se la gente si fosse potuta sfogliare sarebbe andato direttamente alle note di copertina. Per il vecchio la letteratura era sempre stata una campana di vetro. Verso i trenta, dopo aver letto “Alice nel paese delle meraviglie”, si immedesimò nel personaggio protagonista a tal punto che volle inghiottire dell’amanita muscaria. -Voglio essere alto, altissimo!-. Purtroppo l’unica cosa ad aumentare d’altezza furono i conati di vomito e i valori di colesterolo.

4. Una mattina. Sarebbe scorretto definirla LA mattina, difatti niente è più determinativo nella piatta esistenza del Nostro. UNA mattina quindi Eraclito si svegliò di malumore, come al solito. -Come faccio a indossare la ciabatta destra col piede destro e la ciabatta sinistra col piede sinistro con queste serrande abbassate?!- disse. Da vedovo, Eraclito girava per casa indossando metà del suo guardaroba e lavandosi i denti con le dita. Il tubetto del dentifricio era esploso a causa del freddo. Il vecchio sembrava il campionario d’una fiera dei tessuti o il diario vivente di un blasfemo. Non aveva avuto la forza di recarsi alle poste per pagare le bollette del gas, così addio fornitura. -Se nel medioevo non si facevano scrupoli, non capisco perché dovrei farmene io-. Il luogo più caldo della casa, un caminetto acceso, misurava sette gradi sotto lo zero. Eraclito salì sopra uno sgabello, legò una corda al lampadario del soggiorno, s’accertò d’aver annodato saldamente l’asola, e vi infilò la testa dentro. Fece un passo verso il vuoto di trenta centimetri, l’altezza dello sgabello, e sentì la corda stringersi al collo con un violento strattone. Attese per sette giorni. Nell’ottavo giorno un postino entrò dalla finestra. -Oh no, noo!!- gridò l’uomo costernato. Poi, sentendo che l’uomo stava lì lì per svegliarsi tirò un sospiro di sollievo. -Dovrebbe firmarmi questa- disse tendendogli un cartoncino. Eraclito firmò la raccomandata, una multa presa in autobus, e si riaddormentò.
La goccia cadde da un cielo piovoso d’inizio inverno, entrando dalle tegole bisognose di riparazioni per scivolare poi nel vaso da notte di Eraclito. E il vaso traboccò, di liquami puzzolenti. Eraclito fu svegliato da un gorgoglio orribile, e subito costretto ad ingaggiare un combattimento ravvicinato con i suoi stessi escrementi che, grazie alla temperatura glaciale della casa, s’erano solidificati in forma antropomorfa. -Forse dovrei cambiare alloggio-, sospettava tra uno schizzo di diarrea schivato e un flutto di orina parato. -All’occorrenza un posto più piccolo, uno di quei ultramoderni miniappartamenti con le lampadine che si accendono e i rubinetti in ferro battuto-. Venne l’alba e il mostro si rifugiò in qualche fessura sul pavimento del solario. Non passò molto prima che Eraclito decidesse di scrivere “In Vendita” sopra un cartello di truciolato. Lo piantò nel giardino col martello e sedette sopra una sedia a dondolo a destra della porta d’ingresso. -Aspetterò qui fino a quando arriveranno-. Il citofono suonò una dozzina di secondi dopo. Lesto, Eraclito si rifugiò al sicuro. In lontananza, nascosto dalle tendine dell’ingresso, già poteva scorgere due sagome. -Dove sono i cani?-, si chiese battendo i piedi per terra, -perché non escono ad azzannarli?-. La sveglia dei cani coincideva con il suono dell’apriscatole, la possibilità d’altre sveglie, come, per esempio, il suono dei rivoltosi durante la presa della Bastiglia non veniva minimamente considerata.
Il campanello si fece insistente. I due giovani guardavano l’inferno tropicale appena dietro le inferriata del cancello, metri e metri d’arbusti intrecciati a oscurare il sole.
-Uiih che bello, potremmo farci una piscina qui, e lì un gazebo per prendere l’assenzio-. Eraclito guardò la sua vecchia casa pensando a come fosse cambiata negli anni. Di sicuro un colpo di straccio con acqua e disinfestante gli avrebbe ridato il passato splendore, eppure chi mai si sarebbe preso quella responsabilità senza avanzare incalcolabili pretese?
I due acquirenti portavano i jeans dalla vita in su e il maglione dalla vita in giù, era la moda e niente più.
-Pazzi sciroccati-, asserì Eraclito mentre questi invadevano il suo spazio vitale.
-Come?- fece la ragazza.
-Siete i benvenuti- si corresse Eraclito con un sorriso stentato, -prego accomodatevi in soggiorno, vi preparo una tisana-. -Dove ho messo il veleno per topi?- si chiese sbattocchiando tra i ripiani del mobiletto in cucina.
Intanto sentiva il vocio dalla stanza accanto,
-Abbattere, rimodernare, open space, quando scopiamo, carta da parati tipo mitologia greca o tucani azzurri, vecchio pazzo e odore di merda- fu tutto quello che riuscì a sentire. Portando due tazze d’acqua piovana, Eraclito fece il suo ingresso già con un prezzo in mente. Allora sarebbe stato Acapulco, whisky doppi ed allegria. I giovinotti tenevano ben alti i loro nasi da membri della razza ariana, scuotendo la testa di tanto in tanto come biondi metronomi.
-Per i costi di ristrutturazione ci vorrà una fortuna- disse il maschio, -e poi cos’è quell’affare nell’interstizio? Un nido di pipistrelli? E i cani? Bisognerà mandarli in un canile. E il giardino? Ci toccherà chiamare l’esercito-.
Iniziò la trattativa. Il prezzo di base stabilito dal vecchio era -denaro, molto denaro-. Il giovane scribacchiò veloce sopra un foglietto. -Stak!- fece il foglietto, il suono del ring, l’incontro era già volto al termine. Eraclito stava a terra per k.o. tecnico. I due lo scavalcarono e guadagnarono verso l’uscita.
-Avidi schifosi-, borbottò tra sé.
-Come ha detto?- la ragazza allungò il collo di gallina.
-Giovini deliziosi-, tossicchiò il vecchio. -Avete l’aspetto dei tempi futuri. Un giorno ero anch’io..-.
I giovani erano già schizzati via a bordo del loro sidecar color vinaccia. Il sole componeva strani giochi di luce tra i loro bellissimi capelli al vento: -Speriamo di non diventare mai come quel reduce dei tempi remoti- esclamarono.
Venne fissata una data per la cessione e tutto il resto, i giovani tornarono la settimana dopo, vennero firmate le carte, gli assegni. Eraclito doveva lasciare la casa entro 48 ore. Successe tutto così in fretta che non s’era potuto nemmeno preoccupare di trovarsi una nuova dimora.

5. Nel vecchio la percezione del tempo, fino ad allora costipata, veniva finalmente espletata come un missile al fulmicotone. Una lampadina s’accese, flebile. -I giovinastri non sanno della mia libreria sotterranea, potrei..-, sì Eraclito, potresti, solo coi tuoi libri, solo tra centinaia d’anni di sapere, la morte perfetta, la tua morte privata. Eraclito avrebbe licenziato il balestriere a difesa della libreria, avrebbe cacciato il gargoyle. A poche ore dall’arrivo dei nuovi inquilini Eraclito avrebbe fatto dispensa per un anno, pane di semola, acciughe in agrodolce e cognac, una dieta completa. Sarebbe sceso nel sottosuolo a circa 2.000.000 di km dal nucleo ardente del mondo. Nel kit di sopravvivenza, il suo parrucchino, la televisione e un fascio di legna da ardere. Ovviamente si sarebbe rifugiato con Cartapesta, Ammorbo, Lazo, Sottana, e sì, pure con quel lurido bastardo di Ieratico.
-Nemmeno le S.S. mi troverebbero quaggiù- avrebbe sghignazzato sfregandosi le mani. Ma quella lampadina che s’era accesa per un attimo veniva alimentata dal fuoco della fantasia. Finché la documentazione restava celata agli occhi degli addetti mortiferi Eraclito sarebbe campato in eterno. La vecchia dimora dei DeMeritis avrebbe presto assunto l’aspetto di un pretenzioso night club per astronauti.

6. Eraclito s’era visto costretto a trasferirsi nel quartiere artistoide di SolfurCity dove gli affitti erano ancora bassi. Spartiva un seminterrato di quindici metri quadrati con un collettivo di pittori veristi che avevano il vizio di mettere le anfetamine nel soffritto.
-Molto vero- dicevano al vecchio, mentre ne dipingevano le impudicizie. I pittori adoravano il vecchio, un’adorazione dettata non certo dalla simpatia e dalle qualità intrinseche al vecchio, ma dal fatto che presto, grazie a quei nudi straripanti, sarebbero diventati tutti ricchi sfondati, aspetto che avrebbe permesso loro di dedicarsi esclusivamente alle anfetamine. Eraclito si sentiva felice. Non gli importava il motivo per cui era al centro dell’attenzione di quel trio di squinternati, gli bastava esserlo e basta. Vivere tra la gioventù aveva instillato in lui il tassello mancante, la voglia di divertimenti e di fichi fichi e di inutilità mascherata da storia occhei supergiusta. Ma ahimè e ahituttiquanti, Urguls Rara Domingos, impiegato all’ufficio morti naturali nel caldo nucleo terrestre, era stato licenziato e spedito a dirigere il traffico d’anime, piano terra. Gli origami, una volta smontate le complesse architetture, avevano rivelato la loro reale natura davanti allo sguardo allibito del capoufficio. -Mr. Eraclito De Meritis (che razza di nome è?), esemplare maschio n°3499848839990040499078828… qui all’ufficio morti naturali ci sbagliamo una volta ogni mille anni. Tu sei stato l’ultimo-. E furono anche le ultime parole pronunciate dal capoufficio morti naturali prima del mandato esecutivo.
Eraclito uscendo dal seminterrato per annusare le margherite, accarezzare i capelli dei bimbi, sorseggiare un bicchiere di latte caldo al tramonto e pulirsi le orecchie con dei bastoncini cotonati al supermercato, per poi riporli nella confezione senza acquistarli, fu investito da un piccolo camioncino della nettezza urbana. -Ma come?- aveva detto, mentre l’ambulanza lo portava via,
-Stia fermo- un paramedico gli teneva la mano sulla fronte, -ogni movimento inconsulto potrebbe risultarle fatale-, Eraclito scoppiò a ridere, -Ma io non posso morire caro signore. Non posso proprio-. Ma non s’accorse il povero vecchio, che un sottile filo di sangue stava scendendo dalla sua bocca, come un verme che dopo essersi saziato del tutto, avesse deciso d’uscire, portandosi appresso la vita. Eraclito si portò le dita alla bocca e guardò il rosso di quel sangue, incredulo. E fu il buio o la luce, non lo so.
Ancora un giorno e sarebbe entrato nei primati come l’uomo più vecchio del mondo. Maria Gioveffa Sontuoza, la donna più vecchia del mondo, ebbe una strana sensazione quel meriggio. Girò la manovella d’un antiquato grammofono e, per quanto le gambe glielo potevano permettere, ballò un gioioso ballo di San Vito.

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