Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro e non ho mai capito come.


Ci metto tutta la forza che posso. Faccio sforzi innumerevoli. Cerco di diventare grande in maniera decente, con tutta la forza che posso. Faccio in modo che il reazionariato popolare non mi sommerga. Eppure. Eppure sono un po’ di giorni che nonostante tutto sono sfiorato dal sentore che gli anni novanta tutta questa merda non sono stati. C’era “Canzoni d’amore” di Francesco De Gregori, e c’erano i Nirvana, e c’erano Nietzsche e Marx che a stenti a stenti ancora si davano la mano. Quasi quasi c’erano ancora la destra e la sinistra. Povero me. Per non parlare del fatto che c’era l’hard-core, la Stazione Ippica. C’erano i concerti, la preparazione, le prove interminabili, l’eterno ritorno di un giro di basso e un assolo di chitarra mentre la batteria ti frantumava i timpani. C’erano gli amori che iniziavano al venerdì sera e si spegnevano nell’inedia di una domenica pomeriggio. Ci metto tutta la forza che posso. Faccio sforzi innumerevoli. Se potessi scegliere rinascerei nel 1975.

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One Response to “Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro e non ho mai capito come.”
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  1. [...] Quando hai iniziato a scrivere? Non intendo cose del tipo: «Sai, a otto anni ho scritto il primo tema e lo considero il mio primo romanzo…». Voglio dire: quand’è scattata quella cosa, quel meccanismo consapevole per cui adesso puoi dire, appunto, che la scrittura ti rappresenta come uomo? La prima volta che ho scritto un racconto e qualche poesia con la consapevolezza che avrei voluto farli leggere a qualcuno è stato negli anni novanta, credo che il primo diario dove posso rintracciare un racconto firmato con la data è del 1992. Ovviamente si trattava di una scrittura che mutuavo come influenza di tematiche e ambientazioni figlie delle mie letture preferite di allora, era il classico adolescente brutto e schifoso. Il vero punto di passaggio è stato, secondo me, nel 2001. Fino ad allora avevo pubblicato soltanto un libro di versi, Venenum (con Simone Giorgino e Michele Truglia), ciò mi era stato sufficiente per capire che in certi asfittici ambiti della letteratura patria per entrarci devi sgomitare, poi ho incominciato a ragionare diversamente, ho cominciato a pensare che forse i lettori hanno la loro importanza, nella scrittura, e che forse tutti prima ancora che come scrittori nascono lettori. Proprio in quell’anno decisi di autoprodurre un oggetto ibrido, un libro in tiratura limitata dal titolo Opuscriptu, con il quale iniziavo quel processo di allontanamento dalla poesia (nonostante abbia pubblicato nel frattempo altre due raccolte, Poesie del Sol Levante nel 2004 e Tautosemie, in Il volo del calabrone, con altri otto validi autori e con postfazione di Gabriele Frasca), processo che considero essersi compiuto, al momento, nel 2005, anno in cui ho smesso di pubblicare versi. Cosa era successo? Semplice, avevo capito che non riesco più a stare senza scrivere. La cosa che è cambiata è che adesso quell’adolescente è diventato un trentaseienne brutto e schifoso che vorrebbe tanto scrivere romanzi finché non crepa. [...]



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