Del perché non ho mai recensito “Il giovane Holden”


Che poi uno una recensione de “Il giovane Holden” non la scrive per tanti motivi. Il primo motivo è semplice, quando sei affezionato a un libro è difficile parlarne senza essere emotivi, senza lasciarsi andare a sciorinare tutti i ricordi che sono collegati a un testo. Sono momenti questi in cui il miele e il veleno rischiano di confondersi troppo con il colesterolo, lì nel sangue, e combinare guai. Allora uno pensa al perché non ha mai scritto una recensione per uno dei suoi libri preferiti e si dice che non ne vale la pena forse, di mettersi a scrivere di Holden, Bardamu, Adrian Leverkühn o Gregor Samsa; non ne varrebbe la pena davvero perché sarebbe come tirare acqua ad un mulino nel quale gli tsunami passano per la cruna degli aghi da troppi anni. Insomma, complicato. Poi succedono cose come questa e ci ripensi, e ti ricordi che una volta ci hai pure provato a buttare giù qualche appunto su “Il giovane Holden”, hai iniziato a leggerlo, hai continuato, e dopo dieci pagine ti sei dimenticato che volevi scrivere qualcosa e sei uscito di casa e poi sei ritornato e hai finito di leggere “Il giovane Holden”, ma non ci hai scritto su nulla. È vero che certi libri bisogna leggerli, e che parlarne toglie tutto il gusto. So già che tutti i giornali la meneranno giù con la storia di Salinger che non voleva farsi vedere, Salinger che voleva scomparire e tutte le altre cazzate. Ci sarà pure qualcuno che avrà il gusto così cattivo di aggiungere che forse adesso Salinger riposa in pace al riparo dai rompicoglioni, forse è tutto vero. Forse in un mondo come il nostro per togliersi di mezzo bisogna crepare, semplicemente e dignitosamente al riparo dai riflettori. Quel che resta, buone o cattive, sono le opere. E lo stile.

“Lei alzò un po’ le spalle, come aveva fatto prima, e poi disse, freddissima: – Ti secca darmi il mio vestito? O è troppo disturbo? – Era una ragazzina che ti gelava. Anche con quella vocetta pigolante, riusciva a metterti addosso un po’ di fifa. Fosse stata una di quelle vecchie prostitute cavallone, truccata come una maschera e via discorrendo, non sarebbe riuscita a gelarti in quel modo.
Andai a prenderle il vestito. Lei se lo mise eccetera eccetera, e poi raccolse il soprabito dal letto. – Ciao, mezza cartuccia, – disse.
– Ciao, – dissi io. Non la ringraziai né niente. E sono contento che non l’ho fatto.”

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