La “Trilogia del Nord” di Louis Ferdinand Céline.


Ci sono scrittori che ti segnano la vita, come Céline. Ci sono anche librai che ti segnano la vita, ma questo è un altro discorso. Prossimo al diploma, un giorno, entrai in libreria. Il mio libraio di fiducia mi disse “se non hai letto ancora Céline ti sei perso una cosa“. Acquistai “Morte a credito”. La stessa settimana compilai una cartolina di quei club-del-libro assurdi dove ti agganciano (the hookers) regalandoti un libro scontatissimo e poi devi fare i salti mortali per non farti più spedire a casa i libri tratti dalle sceneggiature dei film che vanno di moda. Detto ciò, mi iscrissi a suddetto club per ricevere a casa l’edizione dell’editore Corbaccio di “Viaggio al termine della notte”. E sono due. Premetto che parlo di un’epoca, il 1994, dove i libri della maggior parte degli editori erano ancora cuciti e incollati, con tutto il rispetto stiamo parlando di un’altra cosa. Adesso se vi va bene spendete 17€/25€ per una salma di pagine incollate alla bisogna, portatelo in spiaggia e dopo tre giorni sarà buono come carta igienica. Ci manca solo il chiodo ficcato in alto a sinistra e potete farne buon uso. Insomma. Ho provato la stessa emozione quando oggi sono entrato in libreria e mi sono accorto che Einaudi si è finalmente decisa a pubblicare l’edizione economica della Trilogia del Nord di Céline, fin qui edita da Einaudi/Gallimard a prezzi decisamente più alti (più del doppio). L’operazione è meritoria, non al 100%, lo sarà quando faranno la stessa cosa con Guignol’s Band I & II, anche essi presenti nella stessa edizione. Cosa dire di Céline? Tanto per cominciare con ciò tutto che può provare un lettore nei confronti de “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon, qui si è su un altro pianeta. Mettete sullo stesso scaffale, uno di fianco all’altro “Trilogia del nord” e “Infinite Jest”, allo stesso prezzo, e vediamo che succede! Altro che…La guerra, il sangue, la merda, le fughe, i ricattucci, la moralucola, insomma un affresco che dire dantesco è poco. Peccato che in circolazione ci siano pochi studentelli capaci di apprezzare tale effetto detonante, tutti presi come sono a studiare il toto-tracce della maturità…Quasimodo? Futurismo? Ungaretti? Unità d’Italia? Poi ti esce un componimento in greco di Pascoli e va in culo a tutti! Beffati! Fottuti! E poi c’è la prosa di Céline tradotta da Guglielmi/Stasi con un’audacia che rasenta l’impossibile. Si resta così, seduti su una pentola bollente, da una frase all’altra, da un ricordo all’altro, da un castello all’altro. Ci sono scrittori che si amano o si odiano, altro che bagatelle. Come lettore, a Charles Bukowki, sono debitore di un consiglio, quello secondo il quale possiamo buttare tutti i libri e tenerci Dostoevskij, Nieztsche e Céline. Non mi scorderò mai quando scrissi il mio primo romanzo, “Re Kappa”, mettendoci di straforo la storia del rinvenimento ipotetico di un manoscritto postumo di Céline, “La volontà del Re Krogold”. Nicola Lagioia mi scrisse accennando tra le altre cose che l’idea di metterci Céline era comune a Bukowski. Bum bum bum Bardamù! Io ci pensai un secondo, pensai a “Pulp” e capii che entrambi gli autori erano talmente entrati nello strato subcorticale del mio inconscio da non accorgermi nemmeno del tributo inconsapevole che avevo ‘estratto’ da me. Insomma, un mondo senza Céline, fosse anche un mondo di non scrittori, non meriterebbe di essere vissuto. In un periodo in cui vanno di moda le trilogie, alcune valide (una sola) e altre che fanno pena, ecco una vera Trilogia. Nel frattempo sono riuscito a sganciarmi dal famigerato club-del-libro appioppando la comanda a mia sorella, che si è veduta la libreria sommersa da libri con Tom Hanks in copertina. Poco è il male.

Dalla prefazione:

Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con “Viaggio al termine della notte” e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.
Scegliendo di rievocare a modo suo ciò che aveva visto e ciò che aveva vissuto nella Germania del 1944-1945, non c’è dubbio che Céline fosse cosciente d’essere uno dei pochi in grado, per sensibilità, immaginazione e stile, di dare un’esistenza letteraria a una simile apocalisse. A Baden-Baden, a Berlino, a Zornhof, a Sigmaringen, la Storia stessa sembra aver autonomamente assunto la cadenza di un romanzo céliniano. “C’è stato un cataclisma. [...] La cosa ha fatto del rumore, ribollimenti, bengala, cataratte. C’ero dentro, ne ho approfittato. Ho utilizzato questa materia”, dice Céline in un’intervista del 1960. Intorno al 1955, col distanziamento che gli veniva da dieci anni di prigione, di esilio e di miseria. Céline si era reso conto di possedere in quell’esperienza il materiale del romanzo che avrebbe portato a compimento l’opera cominciata nel “Viaggio” con la rievocazione del primo grande sconvolgimento di questo secolo. Attraverso il racconto di un’avventura personale che lo aveva fatto odiare da quasi tutti i suoi contemporanei, proprio a lui era stato dato di esprimere quella vita braccata dalla fame, le bombe e la delazione che era stata la guerra per tanti Europei.
Il presente volume che, riunendo le tre parti di questa trilogia tedesca, dà la possibilità di leggerle nella maniera in cui devono essere lette, vale a dire di seguito, deve permettere a tutti coloro che si erano allontanati da Céline a partire dal 1937, di convincersi che la sua produzione romanzesca non si conclude affatto con Morte a credito. Di là dai romanzi del periodo intermedio, “Guignol’s Band” e “Pantomima per un’altra volta”, il cui valore resta ancora in larga misura da scoprire, questi tre romanzi scritti fra il 1955 e il 1961, sono senza dubbio quelli in cui, come succede nelle ultime opere di molti grandi creatori, la voce dello scrittore, sbarazzatasi di ogni prestito e di ogni esagerazione, si fa sentire con maggiore purezza. Tutti coloro che, a partire dalle prime righe del Viaggio, sono stati sensibili al timbro e alla cadenza della “piccola musica” céliniana, a questo tracciato teso sul vuoto, spezzato in continuazione, in continuazione ripreso, a questa respirazione affannata che sa come nessun altra mantenere il lettore col fiato sospeso, ritroveranno qui, più forti che mai, i prestigi di uno scrittore che, quale che sia la severità dei giudizi che si possono pronunciare su altre parti della sua produzione, si afferma di giorno in giorno come uno dei più grandi romanzieri della sua epoca.
Un mondo a ferro e fuoco, per tre quarti distrutto, che viene percorso in ogni direzione da esseri stralunati in cerca di cibo e riparo, questa è la Germania che Céline impone alla nostra immaginazione. “I tempi sono fuori dai gangheri”, come nell’Amleto. Stretta a tenaglia dai diversi eserciti alleati, sorvolata impunemente giorno e notte dai loro aeroplani, bombardata instancabilmente, questa Germania della disfatta è un incubo in cui Céline gira a vuoto, alla ricerca della breccia che gli permetterà di uscirne. Tutta la guerra è qui – non più quella dei combattimenti, delle pallottole che fischiano, delle trincee, dei corpo a corpo, ma quella dei bombardamenti, degli esodi, degli internamenti. In queste rievocazioni di nazisti sconfitti e di collaborazionisti francesi senza via di scampo, si trova resuscitata e inscritta nel linguaggio della letteratura un’esperienza della guerra che è stata quella di milioni di uomini per più di sei anni; nei momenti di parossismo, un ciclo di zolfo e di fuliggine, quelle esplosioni di bombe che rappresentano per tutta la trilogia come un sottofondo sonoro o un basso continuo, l’odore tenace di legna e di carni bruciate, la scoperta di cadaveri, a volte rimasti in piedi, a volte seppelliti sotto le macerie, a volte invischiati dentro del bitume fuso; il resto del tempo: la fame, la paura, il freddo. Céline in testa, quasi tutte le figure che popolano questi tre romanzi sono quelle di gente esiliata, lontana da casa, la cui esistenza in un paese al termine delle risorse è minacciata in continuazione, francesi collaborazionisti di Sigmaringen, internati raccolti a Zornhof, feriti, militari dispersi, donne e bambini che in Rigodon riempiono i marciapiedi di tutte le stazioni di Germania e i pochi treni che ancora circolano, sono tutti “fuori posto”, minacciati; hanno tutti un solo pensiero: sopravvivere. All’ossessione dell’approvvigionamento (e cosa dire di quelle carni sospette, un po’ troppo bianche, che a volte ti vengono offerte?) si aggiunge l’idea fissa di un arresto all’improvviso e di un’esecuzione immediata.

Descrizione
“Da un castello all’altro” è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola.

Trilogia del Nord: Da un castello all’altro-Nord-Rigodon, Einaudi, 2010, XXIX-1092 p., brossura, 24€
ISBN: 9788806202958

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Comments
2 Responses to “La “Trilogia del Nord” di Louis Ferdinand Céline.”
  1. guignol scrive:

    che dire di Céline? solo che è il miglior scrittore, ed anche qualcosa d’altro, che sia esistito ed esisterà mai sulla Terra…peccato per quelli che non lo leggono/capiscono…

  2. luciano pagano scrive:

    Un’edizione come questa, ragionevolmente economica, tanto per cominciare mette a disposizione di più lettori capolavori scritti dopo il Voyage e Mort a credit, dando l’opportunità, a un pubblico più vasto, di apprezzare quest’autore.

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