Dallo Chic al Conformista, si può guarire prima del 2013?


Dallo Chic al Conformista, si può guarire prima del 2013?
articolo comparso sul quotidiano “Il Paese Nuovo”  di Giovedì 22 Ottobre e Venerdì 23 Ottobre

Siamo entrati da qualche settimana nel cuore dell’autunno, passata la vendemmia ci prepariamo all’arrivo del vino novello. Primi freddi e primi starnuti, ma soprattutto primi raffreddori; la nonna diceva “mai scoprirsi ai primi caldi né coprirsi ai primi freddi”, una regola da rispettare non soltanto per quanto riguarda l’alternarsi del caldo e del freddo sul display del termometro digitale. Con l’avvicinarsi del freddo si comincia a temere l’arrivo dell’influenza, quella che l’anno scorso ci ha risparmiati come genere umano, pronti come eravamo all’estinzione, o almeno così dicevano i media. Ci sono due virus, tuttavia, che colpiscono con frequenza tutta la popolazione, soprattutto di sinistra; due virus che prima del 2013 dovremo cercare di neutralizzare per non rischiare di estinguerci. Si tratta di due ceppi virali noti “Conformismo” e “Radical-Chic”.
Ci sono due testi – uno per ogni ceppo del virus – di cui vorrei discutere per affrontare l’argomento e suggerire agli studiosi una via alla possibile guarigione, si tratta di due testi in apparenza distanti, scritti cioè da due autori che non possono essere assimilati per semplicità o semplificazione. Si tratta di Fulvio Abbate e Massimiliano Parente, il primo autore del pamphlet “Sul conformismo di sinistra” (2005, Gaffi Editore), il secondo autore del più recente “La casta dei radical chic” (Newton Compton Editori, 2010). Mi sono avvicinato a questi due testi senza preclusioni di sorta (entrambi gli autori sono tra i miei scrittori preferiti), spinto dal semplice motivo, di ispirazione nietzscheana, che non c’è niente di peggio per favorire la corruzione di un giovane che stillare il pensiero che bisogna fidarsi di chi la pensa come noi e diffidare di chi non la pensa come noi. Ho pensato, “e se il conformismo e il radical-chic si fossero annidati, in questi anni, negli interstizi ideologico-sociali della sinistra?”.
Massimiliano Parente, in un suo articolo di recente comparso sul quotidiano “Il Giornale” (LA SINISTRA E LA DESTRA ITALIANE SONO DI DESTRA O DI SINISTRA? E IO? 14 ottobre 2010), evidenzia semplificando, per chi ne avesse bisogno, che in Italia “è di destra tutto ciò che propone Berlusconi, è di sinistra tutto ciò che si oppone a Berlusconi”. Fulvio Abbate parte da una tesi di fondo, la sinistra nasce programmaticamente per abbattere il potere, “decapitare il re”, e instaurare al suo posto un nuovo ordine. Essa è principalmente, “un (nuovo) ordine”. Tuttavia dalla rivoluzione all’ordine il passo è meno che breve e sono tante le tappe di un viaggio che, soprattutto i giovani degli anni settanta, secondo Abbate, hanno perduto. I quadri della FIGC degli anni settanta, a suo parere, non hanno compreso l’importanza della questione giovanile, trasferendo sui propri figli gli stessi strumenti critici e gli stessi modi di loro, padri. Le colpe dei padri possono ricadere sui figli che, tuttavia, non ne sono colpevoli. I padri possono rinnegare i figli ma non può avvenire il contrario. “Senza né rabbia né incanto. La mancanza di discontinuità dai padri non promette niente di buono.”
Abbate presenta esempi che dovrebbero aiutarci a capire che cosa, oggi, è ‘di sinitra’, uno di questi è quello di Carla Bruni: alla domanda: perché Carla Bruni è di sinistra? Segue una dettagliata risposta: “lo è intanto perché è elegante, molto elegante, poi perché canta quelle sue canzoni d’autore, le canta accompagnandosi con la chitarra, si tratta di canzoni raffinate, acustiche, e non quell’altro genere commerciale inglese e americano che non si capisce nulla, tanto che sembrano tutte la stessa cosa, le canta fac+endoti sentire lo spirito dell’esistenzialismo, le cave, Saint-Germain-des-Prés, e non la televisione, (“schifo, la televisione!”) semmai il cibo macrobiotico, le tisane, un bel viaggio in Provenza dove ci stanno le cicale, magari a Ramatuelle sulla tomba di Gérard Philipe, Carla Bruni è una compagna perché la sinistra ama le belle cose, ama le buone letture, l’eleganza, ma quella vera, sobria, misurata, sia chiaro… Radical-chic, direbbero altri, con un termine insopportabile fin dal primo giorno della sua messa in uso linguistica”. Ed è proprio su questo termine così orrido per Abbate, “radical-chic”, che Massimiliano Parente farà ruotare il suo libro, raccogliendo e ampliando una serie di articoli comparsi nell’anno precedente, sempre sulla testata “Il Giornale”.
Fulvio Abbate, nel suo pamphlet, annota come l’utilizzo di un’informazione distorta sia un punto cruciale nella creazione del conformismo di sinistra. Inizia tutto negli anni Settanta. Prendiamo ad esempio un numero della testata “Amica”, nel quale per un rilancio pubblicitario si utilizza l’immagine di una donna che con lo spray rosso dipinge una grande “A” – la ‘A’ di Amica appunto – su un muro. La stessa ragazza con il giornale in mano viene ritratta allo stesso modo di Aldo Moro, così come lo riporta la nota foto scattata nel covo dei brigatisti. L’utilizzo e lo slittamento di immagini ‘politiche’ e/o ‘sovversive’ dovrebbe in teoria portare a comprare a vendere il giornale su un target che Fulvio Abbate definisce come: “un target alto di figlie di papà garantite e viziate, fissate con la schiuma spettacolare, turiste complete della vita. Ma comunque non proprio ottuse. Perché turiste della vita di sinistra.” Tanto è vero che il settimanale prometteva per il numero di apertura nientemeno che un’inchiesta ‘definitiva’ sulla morte dell’anarchico Pinelli. Inchiesta che – manco a scriverlo – non fu mai pubblicata perché con molta probabilità non era mai esistita. Il controaltare informativo del settimanale tipico (ma quanto distante nel taglio editoriale – ad esempio – da un Venerdì di Repubblica?) è costituito dal giornale di partito, “Il Bolscevico”, organo di stampa del PMLI (Partito Marxista Leninista Italiano), chiunque di voi può ricordare i manifesti coloratissimi, gialli e rossi, che invadono tutte le città in concomitanza di ogni turno elettorale. Non si tratta affatto di affondare i denti in un’operazione nostalgia. “Il Bolscevico” ad esempio è anche un sito ricco di notizie e informazioni sull’attività del governo in relazione a quella dei lavoratori. Un po’ come l’effetto-“Lotta Comunista” che ti disorienta con quella ‘allure’ da romanzo fantasy, lo leggi e ti sembra di tornare anni indietro, in un’epoca fantastica, quasi ti aspetti che dal vicolo esca una folla in fuga a tirare i sassi contro le vetrine, così puntuale e allo stesso tempo astorico, per nulla intaccato da quel fenomeno culturale planetario che va sotto il nome di Post-Moderno, percorri il viale principale della tua città di sabato mattina e ti viene offerto solitamente da ragazze e ragazzi stupendi, con la loro sciarpetta e i loro occhiali dalla spessa montatura i secondi, con la gonna corta Desigual e le calze Benetton le prime (è un trionfo della LOGO GENERATION a distanza di dieci anni dalla NO LOGO della Klein), e la prima cosa che ti chiedi è se sembravi così anche tu, rispondendoti puntualmente che al limite a venti anni somigliavi a uno ‘squatter’ di provincia ma mai a una fotocopia rimpicciolita di Fabrizio Bentivoglio o Giuseppe Cederna o Gigio Alberti; la cosa bella è che quando li oltrepassi come fossero fantasmi alle loro spalle ti sembra di vedere le ombre di quei “Nietzsche e Marx” che si davano la mano come cantava Antonello Venditti, solo che non se la ridono i maestri del dubbio perché trenta anni prima almeno erano letti, fraintesi ma letti; e vorresti spegnere la televisione e vorresti che l’appiattimento cerebrale del pianeta Italia scomparisse in un secondo e nel Grande Fratello entrassero di peso Berlusconi e Bersani insieme.
Fulvio Abbate racconta che durante un colloquio con Fausto Bertinotti, definito da “Il Bolscevico”: “agente del trotskismo internazionale”, l’allora leader di Rifondazione presentasse “una certa tolleranza da sua parte verso la setta in questione, una tolleranza di segno più esistenziale che politico, la stessa tolleranza incuriosita che altrove si potrebbe riservare all’uomo-record che ha ottenuto di figurare nel Guinness dei primati per avere letteralmente mangiato, sia pure a più riprese, una vera locomotiva, la scelta dell’oggetto non credo nascondesse un valore simbolico”. La tolleranza e la comunanza sul terreno dello scontro in atto per la libertà dell’informazione sono temi cari a Fulvio Abbate, che dal suo appartamento tiene una rubrica videoweb fissa, un canale di Youtube che si chiama “Teledurruti” (vi consiglio di visionare il video intitolato ‘Perché gli italiani vestono a cazzo’ dove si affronta tra le altre cose l’infausta moda delle polo dal colletto alzato ‘a là’ Lapo Elkann), sul quale ha concesso (accetterà l’invito?) ospitalità a Santoro cacciato dalla Rai. E veniamo al cinema, si chiede Abbate, “Che fine ha fatto la complessità?”; e se lo chiede parlando de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, quello che secondo lui è un amalgama di cliché che affonda le sue radici non tanto in “Novecento” di Bertolucci, per fare un esempio, (anche esso ‘inondato di retorica’), quanto nella vecchia pubblicità della Barilla dove un uomo e una donna ritornavano con la loro ‘due cavalli’ nella casa dove per primi, da giovani, avevano fatto l’amore. L’incontro del passato con il presente, il distacco e la continuità costituiscono due poli entro i quali si recupera uno ‘spleen’ di sinistra. Tutto bello ma tutto drammaticamente semplice: “Con questo ricatto da scuola dell’obbligo non si va nel migliore dei casi oltre la prima serata”. E forse è lì che si vuole finire, nel concorso di share con Mediaset. Gli esempi che seguono sono molti, e come accade anche nel libro di Parente, “La casta dei radical-chic” (Newton Compton Editori), sembra che non sia possibile presentare una vera e propria teoria, il modo migliore per descrivere lo chic e il conformismo di certi appartenenti alla sinistra è quello di descrivere caso per caso, un po’ alla maniera di Roland Barthes ne “I miti d’oggi”, soltanto che i titolo dovrebbe essere pressappoco “I fantasmi e i mostri della sinistra di oggi”.
Per parlare del libro di Parente prendo lo spunto proprio dalla definizione che dello scrittore da Fulvio Abbate, nella retrocopertina del libro “Ogni tanto salta fuori l’eccezione, salta fuori il Pazzo, l’Incontrollabile, l’Ingestibile, l’Irresponsabile, salta fuori un soggetto come Massimiliano parente, vero talento letterario e perfino umano”. Lui nel suo titolo ci mette il vocabolo “Casta”, il che ci fa capire che ciò che leggeremo non si tratterà di una disamina di sentori e umori raccolti e mediati con proprie riflessioni ma articoli e ‘denunce’ intellettuali, corredate con nomi e cognomi; oltre tutto la distanza (che non è ‘distacco’) generazionale tra Abbate e Parente è interessante per avere due punti di vista, quello dei padri e quello dei ‘figli’ miei coetanei. Quando si parla di ‘casta’ si parla di qualcosa che preme affinché non ci si possa entrare, si parla di circoli chiusi, di salotti, di sguardi che fendono l’aria dal basso verso l’alto. Si parte dal Premio Strega e si arriva alla Biennale di Venezia passando per l’Isola dei Famosi o la Fiera del Libro di Torino. Anche qui l’ironia è sferzante e va a mettere il dito nella piaga di uno dei problemi secondo me più cruciali, ovvero sia quelli della Sinistra che quando è conformista e imita la Destra ci riesce con esiti al limite del ridicolo: “Anche perché a quardarli, i giovani lettori minimum, sono la solita giovenù fighettina e viziata che si sente di sinistra perché indossa un pantaloncino o una gonnellina di Replay da cinquecento euro anziché un pantaloncino o una gonnellina di Prada da cinquecento euro, e legge un libro della Parrella anziché uno di Walter Veltroni, o forse li legge entrambi, e nell’i-Pod ha Vinicio Capossela”. “La casta dei radical chic” è un libro autentico, e leggerlo fa lo stesso effetto della lettura dei libri corrosivi e ancora oggi urgentissimi di Ennio Flaiano o Alberto Arbasino. Ecco, magari accadesse che nel bagaglio di “letture a sinistra” ritornasse a comparire Flaiano! Al libro di Parente è allegato un modulo per la querela, istantanea, attesa, quasi solubile. Seguiamolo in questa discesa agli inferi che è la Fiera del Libro di Torino: “Se vedete un signore pelato vestito di nero simile a un prete ma con la gestualità zen è Alberto Castelvecchi, mentre lo stesso ma in versione trash è Alberto Gaffi Editore in Roma. Se vedete una dark che impartisce istericamente ordini al telefonino è Elisabetta Sgarbi, e pensi al poveretto che dall’altra parte la sta a sentire , molto probabilmente Eugenio Lio, un trentenne suo compagno da poco ‘assunto’, per caso, come editor, secondo la regola delle coppie improbabili che infesta l’editoria italiana”. Quello dell’editoria è il mondo che più maggiormente viene messo a nudo dal libro di Parente. In alcune pagine si percepisce quello strano effetto che fa la lettura dei bravi narratori e giornalisti degli anni sessanta, i nomi li ho citati, che trasformavano il gossip in letteratura, eternando figure e luoghi di un disagio intellettuale.
Sono quindi il Conformismo e lo Chic i mali della sinistra di oggi? La mia opinione è che qualsiasi movimento debba fare i conti con l’immagine di sé che produce. Sono finiti i tempi in cui per veicolare un messaggio ci si avvaleva di icone, perché le icone hanno perso la loro costanza di irriducibilità. Se trenta anni fa poteva avere un senso avere stampata la faccia di Che Guevara su una maglietta oggi quel senso non c’è più, perché nascosta nel mondo c’è una ditta di t-shirt che ha iniziato a produrre magliette con slogan di rivolta sfruttando come acquirenti i ragazzi che si identificavano con quell’icona. Ecco perché i libri, i testi, le opere, quelle vanno percorse per acquistare un senso di ciò che è accaduto alla Sinistra, prima ancora di trovarci a fare i conti con una nuova tornata elettorale che potrebbe presentarsi di qui a due anni oppure essere imminente. La cosa che mi è venuta in mente leggendo questi due testi e cercando di accomunarli oltre il tema che già condividono, era la sensazione che andando in cerca di letture che per ripercorrere uno spirito critico simile a quello, ad esempio, del Pasolini degli “Scritti corsari”, si debba fare i conti con autori che accusano la sinistra di essere conformista e radical-chic. Addirittura autori che pur non riconosciuti dalla sinistra, come Parente, siano critici, in modo evidente, della destra e della sinistra, indipendentemente dal fatto che scrivano su un giornale di destra. Badi bene il lettore, non è mia intenzione avvicinare i due autori summenzionati a Pier Paolo Pasolini, né tanto meno invocare l’esistenza di un presupposto ‘trono’ della critica, oggi vacante. Tuttavia mi preme, e questo è vero, far notare come un sentore – non solo giornalistico, non solo intellettuale – si sia impadronito di una parte dell’elettorato di sinistra che, dati statistici alla mano, non può permettersi una cena fuori alla settimana con tutta la famiglia, ma nemmeno una volta al mese; e allo stesso modo non può permettersi un paio di scarpe nuove al mese, ma nemmeno all’anno; e non può permettersi di acquistare una casa o un auto nemmeno una volta nella vita perché non ha idea di che cosa sia un contratto di lavoro indeterminato; certo non bisogna aspettare che la sinistra dica al suo popolo di rimboccarsi le maniche, sarebbe demagogico; almeno quanto sarebbe rischioso, oggi, andare a chiedere ai nostri opinion leader se hanno letto i “Quaderni dal carcere” di Gramsci. Cosa vuol dire dunque, che lo spettacolo del conformismo è più onesto perché più vero? Forse bisogna avere il coraggio di criticarsi, un coraggio così forte da sconfiggere il desiderio di condividere con il prossimo la propria ragione; avere il coraggio di rintracciare la moda nei modi. Jean Paul Sartre incominciava una delle sue opere più importanti “L’essere e il nulla” con queste parole: “Il pensiero moderno ha realizzato un notevole progresso col ridurre l’esistente alla serie di apparizioni che lo manifestano”. Ecco, se ai nostri politici chiediamo tramite un voto che si occupino in profondità dei nostri problemi, a noi ne spetta la conoscenza approfondita degli stessi e spetta anche cercare di capire, dalla superficie, dalle piccole cose, quanto c’è di vero o falso nei nostri comportamenti, prima che la critica della ragione politica diventi un capitolo della critica del costume.

http://twitter.com/lucianopagano

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