La “Città del libro” vista da Musicaos.it (Ante-Post)

5 thoughts on “La “Città del libro” vista da Musicaos.it (Ante-Post)”

  1. Ciao Luciano, stamattina ero alla Città del Libro per ascoltare la presentazione del tuo libro, nonostante l’andirivieni dei ragazzi di scuola superiore parcheggiati nella sala per caso. Ebbene sì, lo devo ammettere, sono di Veglie. Non sò perché ti abbiano impedito di presentare il tuo libro, ma ormai non mi stupisco più di niente. Il mio è un paese di merda! Senza retorica. Per il resto, personalmente ho presentato alcuni libri di Lupo perché facevo parte della Pro Loco, ma anche quell’esperienza è naufragata perché il paese è quello che ho detto. Io scrivo, o meglio mi sforzo di continuare a scrivere, poesie e un mio volume giace da Cosimo Lupo in attesa, lui mi assicura, di pubblicazione. Collaboravo anche con lui, facevo il lettore dei manoscritti prima della pubblicazione. Mi piacerebbe entrare nel mondo della letteratura in qualche modo, solo perché ci vivo da sempre dentro ma anche perché, purtroppo, vivo a Veglie. In bocca al lupo per il tuo libro, lo leggerò. Giancarlo Posi

  2. Caro Giancarlo,
    prima di tutto in bocca al lupo anche a te per i tuoi versi; se un giorno vorrai organizzare qualcosa in quel di Veglie che preveda anche la presenza di un autore under 40 che ha pubblicato due romanzi e qualche altro cosa non esitare a chiamarmi, ti metterò in contatto con un amico…. :-) sto scherzando ovviamente, sarebbe un piacere organizzare qualcosa assieme
    ci sentiamo presto
    un saluto
    Luciano

  3. So che non scriverò a vuoto,
    so a chi scrivere,
    so chi ha “FAME DI REALTÀ, chi ha orecchie e penne per intendere”.
    Oggi mi par giusto aggiungere, dopo una lunga o breve riflessione, chissà.
    Di certo alle 20.00 di domenica 28, nella Sala Centro Servizi, non c’è stato l’happening dei poeti, tanto meno “Sotto il segno di Vittorio Bodini”. Stefano Donno ha rattoppato un fagotto lacero. Non poteva fare di meglio, era il clima, non sua la colpa. Sono i poeti, i noi piccini piccini, che hanno fatto il classico “flop!
    “La “Città del Libro” di Campi Salentina si è conclusa con l’auto ascoltarsi, con l’happening del solo trovarsi. Il ri-trovarsi è mancato. Nessuna “voce”, così come era stata annunciata, si è mossa da un’appartenenza reale alla nostra terra, all’abbraccio del dichiarato vincolo indissolubile del dire. Non mi sono piaciute le parole, non mi sono piaciuti i pesi e le misure, i toni, non mi sono nemmeno compiaciuto dei miei stessi versi che erano pronti a divinare il di-verso.
    Ho dovuto improvvisare l’inquinamento, ho dovuto capovolgere i fatti e le parole, sostituire i suoni, diventare anch’io l’oggetto rifiuto, il soppalco di parata, la robaccia di pronto consumo vestita di falsa eternità. Chissà, eppure le parole sono sempre le stesse, si rincorrono come sempre hanno fatto, si rivolgono al mondo. Nell’ascoltare, non la solita parola graffiante, il suono dolce dell’affaculo, del cazzo o della figa, della minchiata, del fottuto dialogo e del : “Tutti hanno paura d’essere culi, questa storia m’ha un po’ stufato. Forse sarebbe meglio se diventassimo tutti culi e se ci mettessimo buoni.” (Charles Bukowski), ma mi ha sconvolto l’arroganza di volersi tirare fuori dal mondo come se il mondo fosse solo e tutto schifo, che la stessa poesia, la parola, è schifo, beh! Questo è stato l’inaccettabile. Ho accettato di tutto.
    Ho ringraziato Stefano di avermi posto accanto al Buon Pippi Greco. (la provvidenza manzoniana ha funzionato).
    L’ingenuità poetica accanto al terrorista culturale, al gambizzatore di scrittori-ascoltatori e non ascoltati. E’ nata l’idea di un sequestro da eseguire e da eliminare, il dover cambiare.
    Per tutto questo, ritornando a casa ho anche scritto:
    Dio nel creare l’uomo e nel dargli la parola, dimenticò un piccolo particolare da aggiungere a suo corredo, quello dell’opportunità di farsi comprendere. Spettò all’uomo il faticoso linguaggio capace di totalizzarsi. Per capire l’immensa opportunità negatagli, probabilmente, di lì a poco sarebbe incorso nella costruzione dell’ormai nota Torre di Babele. «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. »
    (dalla Bibbia, libro della Genesi 11, 1-9)
    Chi in metafore s’aggroviglia non può, ora solo per questione di spazio, che non estrapolare la più significativa: “ venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Mi par più che sufficiente per argomentare. Così come da quella torre: “scendiamo dunque e confondiamo …”
    Da un reading poetico si possono trarre tante sensazioni. Mi domando se l’istinto dello spettatore-attore è l’identico di chi è solo spettatore. Mi domando, nell’ingenuità di un me sprovveduto, se vi possono essere delle sensazioni che ti portano a capire al di là del naturalmente. Se il tuo agire verso il bene assoluto non danneggi il tuo stesso essere e lo stato naturale dell’Universo sensibile, del tuo sensibile.
    Chi ha antenne avverte, che la qualità della propria ragione, sebbene generi dinamicità intellettiva spontanea, fa scaturire quel senso, la scelta fra giusto o errato. Il risultato del tuo senso pratico, di fatto, ti allarma.
    Sentire nel corso del reading che l’evento del lettore di turno è dettato, a suo dire, dalla improvvisazione e che, nella pochezza presuntiva di quel dire, il più di quel fare in qualcuno è affermato solo per giustificarne un processo in un atto irreversibile, non può che spostarti su di un piano totalmente a te differente. Senti che il tuo reading, di lì a poco, può diventare l’aspetto inquinante. Da qui io inquino, mistifico e contamino. L’idea è realmente improvvisa ed ecco che tre testi preparati per l’omaggio, divengono il senso di quella metafora: “costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo.”
    Capitano tra le mani strane cose. A volte la domanda è: capitano o si vanno a cercare? Il certo è che sono qui a domandarmelo, a verificare. Poi, di quanto di quel probabile sia voluto, è tutto da svolgere. Intanto rimugino tra le mie intenzioni e, mi capita, guarda caso, di assecondare l’istinto. Un sobbalzo ed eccola qui la vera domanda, l’angoscia che sfuma nell’ennesima strana parola alla quale tutto dobbiamo, persino la sopravvivenza. È la stranezza della magia nella parola. La certezza di quanto, nella sopravvivenza, quell’istinto si avvale anche in negativo e con una fonte di energia distruttiva e negativa.
    Qui, la definizione di istinto, così ricondotta, parrebbe assai controversa e, pertanto, stranamente si coniuga nell’incontrare le stesse definizioni in cui il termine pulsione, istinto, diviene “pulsione di vita” e “pulsione di morte”. D’altronde come è facile intuire, l’istinto è appena l’attimo prima che coincide come risultato, certo, dell’attimo poi, è l’azione INVOLONTARIA che diventa il suo diretto esplicarsi, la doppia faccia che si avverte nella vita reale e che è ben diversa da quella “mentale”, del suo strano”meccanismo”, dell’inconscio.
    Come s’avverte tutto questo? Chi è che può indurti ad intuire? Due le domande e le risposte. La prima ti porta all’individuare il meccanismo, la seconda in chi è l’artefice. Come mio solito leggo, è l’istinto. Poi trovo, e, nella parola sono garantito.
    Cos’è l’istinto? Bah! A cercarlo nel significato parrebbe un impulso naturale. Il parrebbe sta ad indicare che zone d’ombra nel suo sesto senso non ne vanificano la sostanza. Per non eccedere e sfociare in un pensiero personale sono andato a cercarlo quel significato, l’ho cercato umilmente sul vocabolario. La sua nomina dapprima sull’Hoepli, dal quale ho evinto che: “ … gli esseri viventi compiono determinati atti utili o necessari alla propria conservazione, senza l’intervento della volontà o del ragionamento.” In un secondo momento, quel senso del parrebbe si è manifestato con il tirare in ballo: Il miracolo di San Zenobio. Per cui l’istinto l’ho risucchiato dalla psicoanalisi. L’impulso di origine psichica o, se volete, della motivazione, si è dipinto da sé, null’altro che come la necessità remota e predisposta in un essere vivente che può divenire, divinare l’agire, la realizzazione inconscia di un particolare obiettivo, lo schema d’azione innato ed, appunto, “istintivo”.
    Dal momento che, in ballo, vi è la presenza dell’opportunità non trovata per caso, e che già, in quest’affermare si introduce quanto sia complicato l’argomento e quanto ancora potrà esserlo con il detto innanzi sulla “volontà” e sul suo “ragionamento” mancante, troverò pratica con le parole della Bibbia: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola …” d’aggiungere è che, la lingua comune, in questo caso, ha nome (p)o–è-sia.
    Ecco, quindi, l’idea di rapportarlo ad una fioritura improvvisa, all’idea che ricorda il miracolo di San Zenobio, alla leggenda agiografica o tradizione che vuole, al passaggio del corpo del Santo, di un olmo in Piazza San Giovanni a Firenze, fiorire miracolosamente. Per chi non ricorda, l’evento è testimoniato dalla colonna di San Zanobi sempre a Firenze, in piazza San Giovanni, accanto al Battistero.
    Un Fatto ricordato da un altro fatto. Un azione messa in moto da un’altra azione, un comportamento automatico associabile, un frutto di un non apprendimento dovuto, né da scelta personale, né dal rapporto rigido tra le cose, né ancora con ciò che in quel momento si desidera, si pensa e a cui, di contro, viene ottenuto come una caratteristica insita nel tuo patrimonio genetico o in un istintiva migrazione, così come avviene agli uccelli, per un’attrazione sessuale, fatale o, per un qualsiasi altro miracolo. Ecco le azioni INVOLONTARIE, quelle che assumono il proprio diretto esplicarsi e che nella vita reale si presentano ben diverse da quelle “mentali”.
    I “meccanismi” in atto sono i “complessi” che si esprimono con REAZIONE. É l’evento traumatico che riconduce all’azione. Il mio participio passato di instinguere, stimolare, eccitare formato dalla particella in(verso) e stinguere dalla radice stig (pungere, premere con la punta) diviene propensione naturale, talento, inclinazione, indole.
    San Zenobio ha fatto il miracolo, ha prodotto, in questo caso, lo stato inquinante, la contaminazione così come l’epopea consumistica vuole. Nel reading della Città del Libro al consumismo della Parola ho risposto con l’inquinamento dei miei versi in una poesia di Bodini (Daccapo? -1965). Sulla via del ritorno: “Chissà se io da giovane (i ricordi a volte si cancellano) sono stato facile Lancia, se il mio “stig” è valso, se ho ottenuto il successo così come da taluni cercato. Non ho raggiunto comunque lo scopo, la tranquillità.
    Sono contento solo di aver inquinato.

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