Luciano Pagano. Aurora.


Luciano Pagano
Aurora
quella merdosa estate del duemila5

La prima scena è cruda, altrimenti il lettore crede di avere a che fare con uno di quei soliti romanzi o racconti ambientati ai giorni nostri, dove un giovane riesce a trovare lavoro tra mille peripezie, sollevandosi da una situazione di stallo nella quale si è avvitato dopo mesi insopportabili di inerzia. Quindi l’inizio della storia presenta un certo impatto difficile da sostenere per chi non abbia mai vissuto quel senso di scoramento impossibile che prende nei paraggi del compimento dei trentanni esatti, ovvero l’estate del duemila5. Il ragazzo e la ragazza sono in macchina, una sera come le altre. D’estate lei si trasferisce nella casa dei suoi, lui fa avanti e indietro in macchina da solo per andarla a trovare, circa ottanta chilometri al giorno, lei fa la segretaria mentre lui, invece, è disoccupato dalla metà di maggio, dopo circa un mese e mezzo ha dato fondo al suo libretto postale e adesso, lui e lei, sono alle soglie del lumicino con il conto di lei. Una situazione abbastanza tesa che nonostante le vacanze li vede sempre sul chi va là, su come spendere oppure “non” spendere, andare oppure “non” andare a cenare da qualche parte perché magari con quei soldi mettono benzina per altri due o tre giorni, così tu fai avanti e indietro con la macchina e tiriamo fino a settembre che magari qualcosa nel frattempo si trova. Ma adesso non lo sanno. Ne hanno un sentore, forse qualcosa può accadere di lì ad una settimana, forse qualche genio sta apparecchiando una soluzione a questa piccola disperazione meridiana, se così sarà non sono certo lui e lei a saperlo, adesso.
Nel pomeriggio, mentre lei si faceva la doccia e si preparava, lui era rimasto in giardino a leggere e prendere appunti su la “Versione di barney”, questo episodio è prologo a quanto accadrà la sera, quindi, per quanto possa sembrare stupido, va raccontato in ogni particolare, il lettore dovrà essere bravo a capire che cosa può accadere nella mente di un ragazzo che adora leggere, quando dopo essere uscito da una doccia ritemprante trova svago momentaneo nella lettura di Richler, una delle poche cose buone accadute quest’estate. A casa di lei viene un’amica di sua madre per prendersi un caffè e fare una visita di quelle che si fanno quando non c’è niente da fare, parlano del più e del meno, parlano di lei davanti a lui che legge Richler e beve un caffè, dicono ma com’è che lei non porta la macchina, lui dice che lei ha la patente e può guidare quando vuole. Quando le racconterà quest’episodio per descrivere quell’amica della madre farà il possibile per riassumere in un’immagine la bassezza non solo morale della persona, utilizzerà un aggettivo, pigmea, non lo avesse mai fatto, il protagonista non può associare le fattezze fisiche di una persona a quelle morali, per quanto antipatica essa sia, non è corretto.
Adesso sono a cena, tutti insieme, sono quasi alla fine del pasto, berranno un amaro, lui e lei usciranno come ogni sera. Lei racconta del pomeriggio, del fatto che sarebbe giusto l’amica di sua madre si pigliasse i cazzi suoi, quella pigmea. Lui diventa rosso. S’incazza e tiene il muso. In macchina, e qui torniamo al punto di partenza, le fa una scenata, non hai ancora capito cosa dire e che cosa non dire delle cose che ci diciamo quando siamo da soli per i cazzi nostri, cazzo. Lei non vuole dirgli scusa, la rabbia di lui monta, tira un pugno contro il parabrezza, lo frantuma in una miriade di pezzi che restano incollati senza scomporsi in frantumi, come se qualcuno avesse esploso un proiettile dall’interno dell’abitacolo. Questo momento è il più difficile, è la goccia che potrebbe far traboccare il vaso, si tratta di un nanosecondo in cui si decidono le sorti del loro rapporto, litigano un giorno si un giorno no da due mesi, per via della loro situazione economica instabile, s’intende, e nonostante il precariato sono rimasti insieme, è facile abbandonarsi e lasciarsi andare a pessimismi quando tutto va male, loro sono riusciti a farcela, nel bene e nel male.
Devi concentrare in questo momento la tua bravura nel far capire a chi leggerà questa storia che sì, lei appena veduto il parabrezza incrinato è scoppiata in un pianto a dirotto, va bene, non è una questione di vita o di morte, domani stesso a quest’ora il parabrezza sarà aggiustato, ne monteremo uno nuovo, lo troverò da qualche parte, ma dove cazzo lo trooooovi, non vedi che sei un fallito, un fallito che distrugge ogni cosa che tocca? Hai rovinato tutto, mi hai rovinato la vita, io ti lascio. Devi mantenere la calma, lasciare che questa sera passi come tutte le altre sere. Non è successo nulla di grave. Devi riuscire a restartene zitto zitto. Tornate in voi. Lei smette di piangere, ti viene il pensiero che non puoi tornare a Lecce a dormire perché hai paura che qualcuno, vedendo il parabrezza già incrinato, possa pensare di finire il lavoro da te iniziato e con un pugno sfondare in via definitiva il vetro, dopodiché sarebbe un gioco da ragazzi entrare in macchina e andarsene, sei triste, non pensi a niente ad eccezione della tristezza. Ti avevano commissionato un sito per una ditta, poi non se n’è fatto nulla, dopo il briefing iniziale non se n’è fatto nulla e nessuno ti ha detto perché, hai finito i tuoi soldi e non sai quando e quanti ne avrai. Tornerai a dormire in paese, da tua madre. Tuo padre è fuori per qualche giorno, è andato al camposcuola estivo della parrocchia, ci va ogni anno. Quando ero piccolo ci andavi anche tu. Ad uno di quei campiscuola ti sei innamorato per la prima volta di quella che sarebbe diventata la tua prima ragazza. Non metti piede in chiesa dal millenovecento93, il presente sta velando i tuoi pensieri di piccole paranoie trascendentali, il tuo kantismo della percezione invece di ridurti in ateo irredento, piano piano, sta scavando un rivolo tra i tuoi neuroni. Va bene, quando entri in chiesa non ti fai il segno della croce e Questo Dovrebbe Essere Prova Sufficiente perché ti si possa classificare come sostenitore dei luoghi di culto alla stregua di musei. Hai smesso di andare in chiesa quando hai smesso di giocare a pallone, hai smesso di andare in chiesa quando hai cominciato a fumare, ti è venuta voglia di entrare in una chiesa, qualche mese fa, da quando hai cominciato a sentirti solo, forse ti è venuto in mente di cercare segni di appartenenza, ecco perché, ti interessa il senso di comunità, cominci a capire che cosa si nasconde dietro alla ripetizione estenuata degli stessi gesti, delle stesse parole, nel tempo. Un tuo amico è così aggiornato in materia…compra i libri di Ratzinger da prima che lo facessero Pontefice, tu invece leggi il Corano, una volta all’anno deve ogni credente. Ti vengono in mente le pagine svolazzanti del vangelo sulla bara di legno di Woityla. Quel mattino di aprila una buona parte di mondo era incollata al televisore, tu stavi bevendo un caffè durante una pausa dal lavoro. Avevano già deciso di “segarti” e tu prendevi più pause del solito, così pensavi, la versione definitiva che fornirà il giudice sarà invece questa: l’ammontare di lavoro di cui disponeva l’agenzia, per via del discredito nel quale era incorso il suo proprietario, era diminuita in modo drastico. I tuoi datori di lavoro (consiglieri di amministrazione, soci, amministratore delegato), ti hanno fatto firmare buste paga di stipendi che non hai ricevuto per cercare di fare la cresta al governo da chissà quale pertugio, ti hanno addirittura detto che ti avrebbero licenziato da un’azienda per assumerti in un’altra, una decina di giorni dopo la morte del Papa saresti andato con il commercialista all’ufficio di collocamento, per farti iscrivere nelle liste di mobilità. Una presa per il culo inaudita, non le liste, lettore, non saltare a conclusioni affrettate, la presa per il culo era rappresentata dal fatto che l’azienda godeva di ottima salute, questo era un periodo di semplice riposizionamento verso il basso, per pagare gli stipendi a tutti gli assunti bisognava fare in modo che il numero dei dipendenti diminuisse sempre di più nel tempo, tanto è vero, così sottolinea ancora oggi il tuo avvocato, che l’agenzia, malgrado non sia fallita, si regge su gli sforzi tenui di due impiegati, meglio per te, li hai lasciati un attimo prima di quanto loro avrebbero atteso per scaricarti. Sulla perfetta natura del mio tempismo non ho mai avuto dubbi.
“Fin qui tutto bene”. Non passi una notte nella tua vecchia casa da tre anni, anche qui devi essere bravo a mostrare come questo sia un momento altrettanto topico della tua caduta ad imbuto infinito (tendente a 8) verso il fallimento. Tua madre ti ha apparecchiato il letto richiudibile nel quale dormiva tua sorella quando vi eravate appena trasferiti qui, è un letto così vecchio che sulla testata in cartone pressato a mo’ di legno, colorato di bianco, sono disegnati “Rocky e Bullwinkle”, due personaggi di un cartone animato che soltanto i nati nei primi anni settanta possono ricordare, e con un certo sforzo. Non hai nemmeno i soldi per il giorno dopo, non sai come fare, tua madre non può farci nulla, sei disperato di una disperazione che può essere compresa soltanto a sud dell’emisfero boreale, in quella particolare zona del continente europeo chiamata penisola italica, nel dettaglio tra giovani che hanno una trentina d’anni d’età, con un range di quattro anni giù e al massimo quattro anni su. Lasci perdere il vecchio letto, troppo corto, sei abituato a prendere sonno con la televisione e con il condizionatore dell’aria accesi, dormirai nel letto matrimoniale dei tuoi, ti coricherai in mutande sul copriletto, un odore di tessuto sintetico intriso di polvere nell’aria, quando tuo padre non c’è tua madre non sale al piano di sopra. Fa tutto da sola al piano di sotto, dorme, cucina, va in bagno.
Il giorno dopo ti alzi e chiedi subito un piccolo prestito a tua madre che non può darti un soldo e che non è disposta a muovere un dito per aiutarti, non oggi, non adesso, è un guaio in cui hai deciso di ficcarti, forse ha capito che sei stato tu a mandare in frantumi il parabrezza e quindi devi sbrigartela da solo. La disoccupazione ti porta a vivere scene melodrammatiche, non hai mai chiesto i soldi per una dose, semplice, non ti sei mai fatto, al massimo hai chiesto i soldi per la benzina e per le sigarette, fino al millenovecento97, quando avevi ventidue anni, bastavano diecimilalire per tirare due giorni avanti, la cosa interessante è che tu nella tua breve vita non hai fatto “davvero” utilizzo di droghe pesanti, hai addirittura smesso di fumare tre mesi fa, fumavi dal primo anno di università, da più di dieci anni, e tre mesi fa hai smesso di fumare. Ma come hai smesso? Questa digressione può essere utile, prima di mostrare al lettore come sarai bravo a risolvere il problema del parabrezza fai vedere come hai smesso di fumare, è un po’ come dare dimostrazione della tua forza di volontà residua, nonostante la disoccupazione.

Digressione “smettere di fumare”

Un giorno stavi accompagnando lei a lavoro, facevate sempre la stessa strada, arrivati all’incrocio lei proseguiva a destra, verso il palazzo che ospita lo studio dove fa la segretaria, e tu a sinistra, diretto all’internet-point dove lasciavi i tuoi cinque euro quotidiani, scaricavi la tua posta elettronica, aggiornavi il sito, era luglio e ancora non avevi messo l’adsl. Tu sei un osservatore, ti piace fare la stessa strada ogni volta perché così impari a memoria i negozi, le facce dei commessi che alzano d’improvviso lo sguardo dal banco quando passi lì davanti, non ti salutano perché non sei mai entrato ad acquistare una bomboniera, oppure una cravatta, un paio di scarpe da tennis color verde fluorescente. Loro ti conoscono e tu li riconosci, senza nessuno scambio ulteriore. L’ultimo negozio all’angolo della strada è un negozio che vende cucine, il penultimo è un’erboristeria. Quando passi lì davanti sei colpito dal manifesto di una marca di sigarette alle erbe, non ne hai mai fumate, ad eccezione delle sigarette indiane, strette come una cinquanta euro arrotolata e tenuta insieme da un filo, si fumano di norma quando non ci sono più sigarette in giro per casa e allora ne peschi una da chissà quale cassetto, oramai puzza più di cassetto che di foglia indiana, la fumi perché non ti va di scendere e comperare un pacco di sigarette, non a quest’ora. Così ti è capitato, un giorno, di svegliarti presto per andare all’internet point, saranno state le otto, ti sei svegliato, hai bevuto il caffè, hai fatto la doccia, hai fatto mente locale su quel che dovevi fare, con una certa fretta perché non avevi sigarette e quindi volevi uscire e fumarti la prima sigaretta dopo il caffè, la prima sigaretta di un nuovo giorno. Ti eri licenziato da poco più di un mese quindi non sentivi ancora premere sui tuoi polmoni la cappa opprimente della mancanza di lavoro, alla quale sarebbe succeduta la cappa ancora più opprimente della mancanza di denaro, occorsa in un pomeriggio afoso di luglio, quando andasti al bancomat per prendere cinquanta euro e sullo schermo, implacabile, comparve questa scritta “disponibilità 38€”. Quel mattino uscisti di casa da solo, lei rimase in casa a studiare. Passasti davanti all’erborista. Vedesti per l’ennesima volta il manifesto pubblicitario delle sigarette alle erbe. Entrasti. Facesti una breve intervista all’erborista. Costo di un pacchetto? Cinque euro e cinquanta centesimi. Quantità delle sigarette contenute? Venti, come nei normali pacchetti di sigarette. Contenuto di ogni sigarette? Timo, salvia, maggiorana. Contenuto di tabacco nella sigaretta? Zero. Contenuto di nicotina nella sigaretta? Zero. Condensato? Zero virgola zero zero zero qualcosa. Funziona? Alcuni ci riescono, bisogna adottare un trattamento a scalare, facciamo finta che lei fumi un pacco di sigarette al giorno, allora lei comincia così, seguendo il programma giorno per giorno, su quest’opuscolo c’è il calendario, il primo giorno inizia con quindici sigarette di quelle che fuma di solito e cinque di queste (che da qui in poi chiamerò sigarette vegetali), e così dovrà proseguire per una settimana, mi raccomando, alla seconda settimana in ogni pacchetto ci metterà dieci sigarette vegetali, alla terza settimana il rapporto è invertito, quindici sigarette vegetali per pacchetto e cinque di quelle che fuma, la quantità di nicotina nel suo sangue comincerà a diminuire, il suo portafoglio non accuserà scossoni perché malgrado ogni pacchetto di queste sigarette costi più di cinque euro, lei comincerà a fumarne meno delle altre, se fa un calcolo rapido vede che le conviene, arriviamo infine all’ultima settimana dove lei arriverà a fumare solo sigarette vegetali. Ma ce chi riesce a smettere? In effetti ci sono alcuni che smettono di fumare sia le sigarette normali che quelle vegetali, oppure ci sono altri che arrivano a fumarne una ogni tanto, soltanto di quelle vegetali si intende. Sul banco dell’erborista c’è un pacco di Chesterfield, lui non è riuscito a smettere ed io non ho tempo per trattamenti a scalare, compro due pacchetti e lascio undici euro sul banco, da oggi e per dieci giorni l’erboristeria diverrà il mio pusher di timo e maggiorana. Il gusto di queste sigarette è pessimo, a guardarle sembrano sigarette come tutte le altre, magari bruciano più in fretta, l’odore che sprigionano è simile a quello di un cassonetto dell’immondizia dove sia stato gettato un sacchetto pieno di merda abbrustolita.

fine della digressione “smettere di fumare”

Nell’ultimo anno hai provato a smettere, senza farcela, per due volte. La prima è stata in gennaio duemila5, dopo l’entrata in vigore della legge che vieta di fumare sul posto di lavoro; dove lavoravi era permesso a chiunque di fumare qualunque cosa. Ci avete provato soltanto una volta a smettere, in modo sincronico, tutti quanti. L’ufficio era frequentato da troppe persone, tutte occupanti quello strato sociale indefinito e collocabile tra l’essere ricchissimo ed essere semplice arricchito, in città ce ne sono tanti, costituiscono la clientela ideale della nostra agenzia, sono quelli che, rispetto ai miei datori, ce l’hanno fatta. Lui ce l’ha fatta nell’ordine dei quattro/cinque zeri, loro nell’ordine dei sei zeri, questa piccola differenza di zeri, anche nei rapporti personali, si nota col fatto che quando questi entrano nell’agenzia tutti si calano le braghe, i datori per primi, accendono le sigarette una dopo l’altra, scambiando energiche strette di mano a chi entra e a chi esce, improvvisando pranzi di lavoro a base di tramezzini e negroni. Il secondo giorno dopo l’entrata in vigore della legge c’era questo comando, al massimo una sigaretta alla volta in ogni stanza. Dopo due giorni si era tornati al ritmo incessante di una sigaretta dopo l’altra moltiplicata per dieci persone alla volta. Nell’ultimo periodo le tre stanzette dell’ufficio erano occupate in media da sette nove persone, compresi gli stagisti dell’università, che credevano di essere venuti per crescere nel mondo delle agenzie di comunicazione ed in realtà espletavano il lavoro sporco, ci riuscivano così bene che dovevamo sempre controllare che non facessero errori, il problema era semplice, capivano poco. Meno male che sei scappato, meno male che hai smesso di fumare, meno male perché è la cosa che adesso ti fa stare meglio, anche di umore.
Senti che questa è la volta buona. Scrivere una storia dove uno dei protagonisti vuole smettere di fumare e ci riesce è galvanizzante, ti senti in sintonia con te stesso, e poi queste sigarette vegetali fanno davvero vomitare, sei come quelli che per smettere provano a fumare MS, poi si accorgono che c’è gente che fuma MS da una vita e sta benissimo. Il tuo dentista ti ha dato un ultimatum, non ti curerà più, la sua aiutante si rifiuterà di fissarti appuntamenti, sarai bandito “ad interim” dallo studio, sua figlia, che adesso si occupa delle tue cure periodiche, ha detto che se tu non fumassi la tua vita sarebbe meravigliosa, ci credi? Ma si, crediamoci. Il primo giorno di sigarette vegetali passa in fretta, ne fumi un pacchetto e mezzo, ti sembra di dare fuoco ad un ramo di sempreverde. Ad esempio. Entrate tu e lei in un negozio per acquistare un paio d’occhiali da sole, ti piacciono così tanto che getti la sigaretta a terra, date un’occhiata rapida in giro, la commessa si volta ad una sua amica lì dentro, mentre batte sulla tastiera “numero un paio d’occhiali con le lenti gialle” che poi frantumerai quest’estate sedendotici sopra perché non li hai visti appoggiati sul telo mare mentre esci dall’acqua e ti vai a sdraiare e “numero un paio d’infradito” destinati a diventare la tua calzatura estiva outdoor e la tua calzatura indoor per l’inverno, ecco che mentre ciò accade…la commessa si volta…c’è una puzza che viene da lì fuori…qualcuno deve “aver gettato qualcosa di bruciato nel cassonetto”. A Lecce quella dei cassonetti incendiati è una sindrome. Abbiamo paura che la nostra periferia venga scossa da una forma qualsiasi di anomalia, metti ad esempio un attentato; fa parte della nostra presunzione, la presunzione di una periferia che si crede così centrale da arrivare a presumere che qualcuno voglia destabilizzarne il sistema virtuoso. “O forse è soltanto che in televisione se ne vedono di tutti i colori.” Guardi la tua ragazza negli occhi, non ti va di dire alla commessa che l’odore è quello del fumo, crederebbero che prima di entrare stavi semplicemente fumando una canna.
Quando fumi una sigaretta vegetale e dopo, quando l’hai finita e la spegni o la lasci cadere, ti viene voglia di accenderne un’altra, all’istante. Dopo una settimana smetti di fumare anche quelle. Le occasioni della tua ghettizzazione si moltiplicano. Un sabato sera uscite per mangiare una pizza con una coppia di amici. C’è una pizzeria, una delle vostre preferite, dove in un ambiente a parte si può addirittura fumare, vi sedete lì perché i vostri amici fumano e a te non da fastidio, non vuoi diventare un integralista dell’antifumo, uno di quelli che rompono i coglioni per far smettere di fumare chi lo circonda, sarai un antifumatore moderato, uno di quelli che cerca comunque di convincere gli altri a smettere di fumare mediante l’accrescimento esasperato dei benefici che si traggono da una vita senza fumo, con un’ottima dose di esondante narcisismo, se l’unico uomo del pianeta che è riuscito a smettere di fumare, cazzo. Siete seduti, state per ordinare da mangiare, ti senti così carico che invece di ordinare la pizza suggerisci a tutti di provare le specialità brasiliane, e, tuo malgrado, convinci i tuoi amici e la tua ragazza. Sono passati nove giorni da quando hai smesso di avere nicotina in circolo nel tuo sangue. Ciò dovrebbe fare intendere anche al lettore più sprovveduto che la pazienza e la calma, quando uno smette di fumare, sono cose che se mancano si può anche soprassedere. Siete arrivati al termine della cena. Sarebbe il momento giusto per accendersi una sigaretta vegetale. La tua ragazza non ne può più, prima di andare a cena avete assistito ad uno spettacolo teatrale, un’opera messa in piedi da un tuo amico dopo anni e anni di duro lavoro, ripensamenti, creazioni e disfacimenti di gruppi dove i collanti sono l’arte, le canne, il vino cinque litri due euro e la promiscuità sessuale di corpi semimoribondi, semisdraiati, semidesideranti. Un’opera era degna del migliore teatro off-off-off, come direbbe il tuo amico Giovanni. Vorresti accenderti una sigaretta, soltanto che per fumare vuoi uscire fuori, sai che accenderti una sigaretta vegetale dentro un ristorante alle undici del sabato sera desterebbe preoccupazioni in tutti gli astanti, diventeresti rosso, dovresti giustificarti con quelli più vicini al tuo tavolo dicendo che no, non si tratta di una canna, è solo una sigaretta che aiuta a smettere di fumare in modo graduale i fumatori incalliti come me, se vuole le consiglio la marca. Magari seduta al tavolo di fianco c’è una coppia, marito e moglie, si stanno passando un “cigarillo”, magari quello intossicato sei tu. La tua ragazza sbotta, ha capito che è il momento buono, per farti scenate di questo genere aspetta sempre un momento in cui non siete soli, ne approfitta perché sa che a lei non riesci a giurare nulla, mentre quando dici qualcosa davanti ad altre persone mantieni sempre le promesse, non fosse altro che per il timore di essere ritenuto un debole. Ti dice che no, non esci e non ti accendi più nessuna di quelle sigarette, anzi, dammele, lo tengo io il pacchetto. Hai smesso anche con queste.
Passato quel dopo cena, cioè dopo dieci giorni esatti di sigarette vegetali, sei passato dalla fase nella quale “stavi smettendo di fumare” e sei entrato nel limbo di chi “ha appena smesso di fumare”. Non puoi crederci.
Nel frattempo i tuoi soldi sono finiti, sei povero e in apparente stato di salute. La tua salute deve continuare a migliorare, ti aspetta un futuro prossimo nel quale ingrasserai di una decina di chili, soltanto dopo un anno e mezzo ritornerai a dimagrire, avrai un lavoro decente che ti soddisferà ogni giorno, ma questo lo sa il lettore, lo sa adesso, lo apprende da ciò che scrivi, tu non lo sai, il tuo ottimismo deve fare sforzi incredibili, tutte le tue vitamine e tutto il dna contadino di tuo padre devono venirti in soccorso, devi tornare all’abitudine antica di vedere qualcosa che cresce piano piano finchè non sboccia in fiore profumato e poi in frutto. Ti sei tolto un vizio. Questo episodio è utile per darci ad intendere che tu sei una persona determinata, o meglio, leggendo come hai smesso di fumare dovremmo intendere che uno dei personaggi principali di questa narrazione è una persona determinata, confondere uno dei personaggi con te è uno degli indizi che vuoi dare al lettore, tramite quest’allusione fai trapelare che questa narrazione è autobiografica, o quanto meno peschi in abbondanza nei mari della tua quotidiana contemporaneità perché non disponi di argomenti migliori e scorrevoli per arrivare da un inizio incerto ad una fine in sospeso.

§

È con questo spirito che hai affrontato questi mesi di crisi, fino a questo momento. Hai frantumato con un pugno il parabrezza della tua auto senza procurarti ferite o escoriazioni, l’anello che indossi al dito medio della mano destra, come uno spaccagrugno rudimentale ti ha salvato dal dover elucubrare una versione dei fatti congruente con il vetro del parabrezza incrinato e le nocche della tua mano destra tagliuzzate e sanguinolente. Ti alzi. Dici a tua madre di prestarti i soldi per il parabrezza, se vuole e se non vuole fanculo. Non ci sono soldi. Nessun aiuto. Devi fare da solo, se vuoi. Sali in macchina, ti ricordi che c’è uno sfasciacarrozzeeuroduemila sulla provinciale che esce dal tuo paese, lo conosci perché i tuoi gli hanno venduto il pezzo di terra che utilizza come deposito e parcheggio di auto e in attesa di essere accartocciate in cubi di cinquantacentimetri per lato.
Ti sembra di essere finito nel mezzo di una rappresentazione teatrale dove non recitano attori ma sfrigolii di scintille e lamiere segate, cataste di automobili, morti di varia ferraglia mentre attendo il tuo turno e rimani affascinato da due operai che stanno smontando una Fiat Uno, pezzo dopo pezzo, hai sempre saputo che per mettere assieme un’automobile si impiegano una miriade di componenti, ma quanti? Sono appena le otto di mattina e fa già un caldo insopportabile. Quanti? Quanti? Quanti ne vuole? Cadi. Quanti cosa? “‘Nnu ‘ssi ‘ttie c’ha chiestu lu cazzu de parabbrezza denanzi te la Panda? ‘Nde basta unu?” (Ma non è lei il cliente che richiesto la sostituzione di un parabrezza per il vetro anteriore di una Panda? Ne è sufficiente uno”. Va bene, eccolo qua, fanno venticinque euro, adesso viene il ragazzo e te lo da. A mezzogiorno ero da lei, la mia lei, a casa sua, con il parabrezza usato garantito, a mezzogiorno e un quarto ero con suo padre da un meccanico in paese, un carrozziere, all’una in punto la panda era parcheggiata sotto il sole cocente ed io ero a tavola insieme a lei, pranzavamo con il sorriso sulle labbra. In momenti come questi è più facile essere felici per la risoluzione di un problema che ci ha fatto dannare fino al secondo precedente piuttosto che essere felici del semplice fatto di esistere, ma chissenefrega di esistere, l’importante è che arrivi presto domani, che passi quest’estate merdosa e che torni l’autunno. Sono rose, fioriranno.

*

“Aurora” è stato pubblicato su Musicaos.it – Anno 3 – Numero 23 – Ottobre/Novembre 2006

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2 thoughts on “Luciano Pagano. Aurora.

  1. Pollice in alto sulla digressione in corsivo “smettere di fumare”: mi sembra una metafora della vita: “ti accontenti” di qualcosa di molto simile, ma non è vita vera, quella “nociva” ma “essenziale”.

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