Una lezione di stile: da “L’elemento umano” di William Somerset Maugham


“Mi guardai attorno con soddisfazione. È molto piacevole trovarsi solo in una grande città che non vi riesce del tutto nuova, e in un grande albergo vuoto. Vi dà un senso di libertà delizioso. Io mi sentii le ali dello spirito battere di gioia. M’ero fermato un dieci minuti nel bar e avevo preso un Martini secco. Ordinai una bottiglia di vino rosso, un vino molto buono. Avevo le membra stanche, ma la mia anima rispondeva in modo meraviglioso a quello che c’era da mangiare e da bere, e così una dolce leggerezza cominciò a invadermi il cuore. Mangiai la minestra e il pesce con la mente piena di piacevoli pensieri.

Dalle tavole occupate mi giungevano brani di dialogo e fantasticai intorno ai personaggi di un romanzo che stavo scrivendo. Qualche battuta che pensai per quel romanzo mi diede al palato un sapore più buono di quello del vino. Cominciai a riflettere sulla difficoltà di descrivere l’aspetto della gente come uno la vede nella realtà. È stata sempre, per me, la difficoltà più grande. Che cosa riesce a vedere il lettore quando uno descrive una faccia lineamento per lineamento? Credo che non riesce a vedere nulla. Ma il metodo che qualche scrittore usa di rilevare una caratteristica saliente, la furberia degli occhi, l’inclinazione di un sorriso, e di esagerarla, è un metodo, per quanto efficace, che evita non risolte il problema.

Io mi guardai attorno e mi domandai come avrei fatto a descrivere le persone che sedevano alle tavole vicine. C’era un uomo che sedeva solo a me di faccia e, per cominciare, mi domandai come avrei trattato lui. Era un tipo magro e alto, dinoccolato. Indossava una giacca da pranzo e una camicia inamidata. Aveva la faccia lunga e gli occhi chiari: i capelli biondi e ondulati, ma piuttosto radi, con un principio di calvizie alle tempio che gli dava una cert’aria di nobiltà. I suoi lineamenti erano comuni; la bocca e il naso come tutte le bocche e i nasi di questo mondo, le guance perfettamente rase, la pelle chiara per natura ma in quel momento abbronzata dal sole. Sembrava un intellettuale, ma in un modo molto comune; avrebbe potuto essere un avvocato o anche un nobiluomo che sapeva giocare abbastanza bene a golf. Pensai che doveva avere molto buon gusto, doveva leggere molto e che insomma sarebbe stato un ospite piacevole a una ricca tavola di Chelsea. Ma coma dar di lui in poche righe un ritratto vivo, interessante e preciso insieme non sapevo proprio immaginare. Forse sarebbe stato meglio insistere sull’aria di stanca distinzione ch’era sua caratteristica e lasciar perdere tutto il resto.

L’osservavo soprapensiero, e d’un tratto egli, muovendosi sulla seggiola, mi fece, rigido ma cortese, un piccolo inchino. Io, cosa piuttosto ridicola, non posso impedirmi di arrossire quando mi trovo preso alla sprovvista, e allora mi sentii le guance calde. Ero rimasto scombussolato. L’avevo guardato con insistenza per diversi minuti come se egli fosse un oggetto inanimato. E naturalmente lui aveva dovuto giudicarmi un villano.

Risposi all’inchino con imbarazzo e portai gli occhi altrove. Per fortuna in quel momento arrivò il cameriere a servirmi un altro piatto. Io ero sicuro di non aver mai visto prima l’uomo che mi sedeva di faccia. E mi domandai se il suo inchino fosse dovuto all’insistenza indiscreta con la quale lo avevo guardato, e per la quale aveva potuto credere che cercavo di ricordarmi dove lo avessi visto altre volte, o se davvero lo avessi incontrato, conosciuto e poi completamente dimenticato. Non sono un buon fisionomista, e poi, nel caso particolare, ho la scusa ch’egli aveva un aspetto comune a tantissima altra gente. Se ne vedono a dozzine di uomini come lui, nelle partite di golf intorno a Londra. Egli terminò il suo pranzo prima di me. Si alzò, ma invece di uscire di fermò davanti alla mia tavola. Mi tese la mano.”

§

Il brano è tratto dal racconto “L’elemento umano” di William Somerset Maugham, in “Ritratto di un’attrice”, Mondadori, Medusa, 1958, traduzione di Elio Vittorini; il racconto è tratto dal volume “Altogether”.

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2 thoughts on “Una lezione di stile: da “L’elemento umano” di William Somerset Maugham

  1. Ecco perchè certi scrittori non riescono a capire e si tormentano nelle descrizioni fisiognomiche: manca loro l’elemento umano. Dall’alto della loro oramai inguaribile saccenza, che rimpicciolisce ed appiattisce certi argomenti, dovrebbero schiantarsi e ripercorrere le strade da esseri umani per ritrovare i corpi perduti e le loro facce, ma non ne hanno il coraggio. Partono sempre dall’idea, oramai consolidata, di essere scrittori di successo e dall’importanza che gli ha concesso il successo non riescono più a scendere, eppure, come in una cruda legge del contrapasso diventano inabili, impietriti di fronte ad uno dei problemi più scottanti della loro narrativa. Da parte mia, non ho trovato la sua spietata onestà intrigante ma piuttosto un ragionamento a voce alta, che cerca anche di coinvolgere il lettore delle sue torsioni quasi che davanti ad uno specchio, ad un pubblico abbia pensato in grado di venirne a capo. Quel che resta in bocca è l’amaro della sua asocialità che coglie particolari quasi lombrosiani. Come ho accennato prima, il suo peccato originale, un torpore emotivo che lo distanzia dai personaggi e che si rivela attraverso la loro descrizione escludendo il fattore “anima” (o psiche o carattere) ha il potenziale di scardinargli la narrazione: senza il fattore umano scrivere qualcosa è cosa assai ardua. Ostinatamente lo scrittore s’interroga, chiede quasi vergognosamente al lettore dei lumi per uscirne. Ma questo è il suo inferno personale: la distanza che aiuta il suo tipo di narrazione è anche quella che la danna, la rovescia, la storpia. E’ solo dentro queste tensioni in equilibrio che occorre filare, fabbricare e certamente l’autore lo saprà meglio di me. La fisiognomica rispecchia un momento di crisi, di false interrogazioni, di come rovinarsi la vita propria a molti scrittori.

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