Elisabetta Liguori e Francesco De Giorgi con i loro nuovi romanzi, il 30 maggio e l’1 giugno a Lecce per “Città della Lettura” – Prima Edizione


LECCE CITTÀ DELLA LETTURA – PRIMA EDIZIONE 2015
FESTIVAL PER IL NON LETTORE E PER IL LETTORE INCONSAPEVOLE
DAL 21 MAGGIO AL 2 GIUGNO – LECCE

Elisabetta-Liguori-Il-secondo-giorno-Kiss-for-my-angel-musicaos-editoreSabato 30 Maggio 2015 – Ore 21.00 – Lecce – Piazza Sant’Oronzo – Incontro con l’autore – Elisabetta Liguori e “Il secondo giorno – Kiss for my angel”

 

 

Francesco-De-Giorgi-I-bassisti-muoiono-giovani-musicaos-editore-fablet02-coverLunedì 1 Giugno 2015 – Ore 18.30 – Lecce – Piazza Sant’Oronzo – Incontro con l’autore – Francesco De Giorgi e “I bassisti muoiono giovani”

30 Maggio 2015 – Mormanno (CS) – Teatro Comunale – “A nuda voce. Canto per le tabacchine” di Elio Coriano


A-nuda-voce-canto-per-le-tabacchine-ElioCoriano-musicaos-editore-poesia-01Sabato 30 Maggio 2015 – Ore 18.30

A Mormanno (CS) presso il Teatro Comunale

“A nuda voce. Canto per le tabacchine” di Elio Coriano

con Elio Coriano (voce, testi),
Stella Grande (voce, canto),
Vito Aluisi (musica, canto)

Sabato 30 Maggio 2015, alle ore 18.30, il Teatro Comunale del comune di Mormanno, in provincia di Cosenza, ospiterà “A nuda voce. Canto per le tabacchine”, di Elio Coriano, con Elio Coriano, Stella Grande, Vito Aluisi.

Lo spettacolo basato sulla raccolta di versi di Elio Coriano, pubblicata da Musicaos Editore, è dedicato alle sei tabacchine che morirono a causa dell’incendio scoppiato a Calimera, il 13 Giugno 1960, nella ditta Villani e Franzo. Sono proprio a loro, Luigia Bianco, Epifania Cucurachi, Lucia Di Donfrancesco, Assunta Pugliese, Lina Tommasi e Luigia Tommasi, che vengono ricordate con questo recital poetico musicale.

Un viaggio in un frammento di storia della nostra terra che rivive nella rievocazione di Elio Coriano. I versi ricordano la vita quotidiana, i pensieri, l’epoca del boom economico nel nostro paese, gli anni ‘60, ma anche la sofferenza, i soprusi, l’oppressione e, infine, la tragedia.

“Elio Coriano con questa sua opera intende restituire una voce alle tabacchine morte il 13 giugno 1960 a Calimera, a causa di un incendio nei locali della ditta Villani e Franzo. Questo canto si unisce a quello di una generazione di salentini che hanno lavorato, anche in condizioni disumane, per garantire un futuro ai propri figli.” (dalla quarta di copertina). Questa raccolta inaugura la collana di poesia di Musicaos Editore.

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dall’introduzione al volume, di Ada Donno

“Il Salento era diventata una delle aree più altamente specializzate nella produzione e la prima lavorazione delle qualità di tabacco levantino, che Rosetta e le sue compagne avevano imparato a distinguere e a chiamare coi loro nomi impronunciabili che a loro suonavano come “santujaca”, “peristizza” e “zagovina”: le più chiare dalle più scure, le più larghe dalle più piccole, le più ruvide dalle più lisce. Le tabacchine erano manodopera indispensabile: prima di tutto perché la lavorazione delle foglie richiedeva le mani abili, leggere e veloci delle donne, meglio se in giovanissima età. Spesso erano quelle stesse mani che negli altri mesi dell’anno tessevano i propri corredi al telaio o ricamavano quelli commissionati dalle signore dei paesi.
E poi perché era manodopera docile, che si poteva pagare la metà degli uomini senza dovere spiegare perché, disposta a piegarsi ad ogni angheria pur di tenersi quel posto.
Molte delle compagne di lavoro di Rosetta provenivano dalle famiglie di coloni o di braccianti che producevano il tabacco nelle campagne attorno agli opifici. Con la loro fatica stagionale, precaria e frammentata, d’estate nelle campagne di raccolta e d’inverno negli opifici, le lavoratrici del tabacco integravano il reddito familiare.

Tale concezione integrativa, a giustificazione della bassa retribuzione femminile, era stata per secoli lo strumento di assoggettamento sociale, politico e culturale, nonché familiare, delle donne. Secondo un criterio indiscusso, infatti, alle donne veniva corrisposto per legge solo il compenso dello sforzo richiesto dal lavoro in fabbrica o in campagna. Il corrispettivo economico delle cure domestiche, invece, attività propria della donna per definizione e destino, veniva integrato nel salario dell’uomo capofamiglia, al quale soltanto spettava il mantenimento della donna e dei figli.

E caso mai non fosse bastata questa giustificazione, c’era l’altra più rozza e sbrigativa, comunemente accettata, dell’inferiorità della forza fisica femminile, del più basso livello d’istruzione e specializzazione e rendimento: in una parola, della naturale, ineliminabile inferiorità della donna.”

Ingresso libero.

Info:
http://www.musicaos.itinfo@musicaos.it

24 Maggio 2015 – Lecce – Elisabetta Liguori presenta “Il secondo giorno – Kiss for my angel” – Libreria Palmieri, con Giovanni Invitto e Livio Romano


Elisabetta-Liguori-Il-secondo-giorno-Kiss-for-my-angel-musicaos-editoreDomenica 24 Maggio – Ore 18.30
Libreria Palmieri (Lecce, Via Trinchese 62)

“Il secondo giorno – Kiss for my angel”
di Elisabetta Liguori

dialogano con l’autrice Giovanni Invitto, Livio Romano

Domenica 24 Maggio, alle ore 18.30, a Lecce, presso la Libreria Palmieri (Via Trinchese 62), si terrà una nuova presentazione del nuovo romanzo di Elisabetta Liguori, intitolato “Il secondo giorno – Kiss for my angel”, pubblicato da Musicaos Editore. Due autori d’eccezione dialogheranno con l’autrice a proposito del suo romanzo: il prof. Giovanni Invitto e lo scrittore Livio Romano.

La trama.
La giovane Gabriele vive a Roma, insieme ai suoi genitori, i coniugi Morris; Richard, originario dell’Oregon, poi trasferitosi a Manhattan e la moglie Elisabetta, “Liz”. Sta per cominciare un nuovo anno scolastico e la ragazza, insieme alla sua migliore amica, Audrey, torna sui banchi della prestigiosa American Overseas School of Rome.
Sembrerebbe una vita tranquilla, quella di Gabriele, e lo è fino al giorno in cui una sua parente, l’unica rimasta in America, “Zia Pupeet”, muore, lasciandole in eredità un segreto incredibile. Inizia così un percorso pericoloso, diviso tra la Roma dei Papi e gli intrighi nelle stanze segrete del Vaticano, la sfavillante isola di Manhattan, e il Salento, terra di origine della madre di Gabriele. È così che la protagonista, oltre a conoscere il proprio segreto, scoprirà la forza che si cela nel coraggio e nei sentimenti degli amici che la circondano.
Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968, dove vive e lavora, presso il tribunale per i minori. È laureata in giurisprudenza. Ha collaborato con la rivista “Nuovi Argomenti”, e per numerose altre riviste on line. Collabora con il “Nuovo Quotidiano di Puglia”, alla pagina della cultura, con una particolare attenzione per la letteratura al femminile. “Il credito dell’imbianchino”, è il suo romanzo d’esordio, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005. Il secondo romanzo è del 2007, “Il correttore”, edito da peQuod di Ancona. Del gennaio 2010 è il terzo romanzo, scritto a 4 mani con Rossano Astremo, “Tutto questo silenzio” (Besa Editrice). “La felicità del testimone” è il titolo del suo romanzo uscito nel 2012 per Manni editori. Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste e in antologie tra le quali: “Mordi & fuggi” edito da Manni Editori, “Laboriosi Oroscopi” edito da Ediesse, “Il dizionario affettivo italiano” per Fandango editore, “È finita la controra” e “Sangu, racconti noir di Puglia” Manni editori 2011; “Nessuna più. Quaranta scrittori contro il femminicidio” (Elliot, 2013), nell’ambito della quale ha trovato spazio la sua attenzione e l’interesse per i personaggi femminili.  Ha preso parte a progetti culturali internazionali, curando la stesura dei testi musicali e teatrali. Da aprile 2013 è in libreria una sua favola per bambini sul tema delle adozioni, dal titolo “Kora, una storia a colori” (Lupo Editore) con illustrazioni di Carlos Arrojo.

(Copertina di Adriana Adamo, ADDASTUDIO.IT,
foto Rino Biancho)

Info
http://www.musicaos.it
info@musicaos.it

Il libro può essere richiesto in tutte le librerie o
acquistato in formato digitale, sugli store digitali.

versione cartacea
Elisabetta Liguori – “Il secondo giorno. Kiss for my angel”, pagine 256, isbn 9788899315023, €18,00

versione digitale
Elisabetta Liguori – “Il secondo giorno. Kiss for my angel”,
isbn 9788899315078, €6,99

24 Maggio 2015 – Galatina – Francesco De Giorgi presenta “I bassisti muoiono giovani”


Francesco-De-Giorgi-I-bassisti-muoiono-giovani-musicaos-editore-fablet02-coverDomenica 24 Maggio 2015 alle ore 20.00

presso PALAZZO SCALFO, a Galatina (LE) nell’ambito di “Galatina in fiore”

si terrà la presentazione/reading del romanzo “I bassisti muoiono giovani” di Francesco De Giorgi

romanzo/reading con Francesco De Giorgi

dialoga con l’autore Luciano Pagano

Domenica 24 maggio 2015, presso PALAZZO SCALFO, a Galatina, nell’ambito della manifestazione “Galatina in fiore”, si terrà la presentazione del nuovo romanzo di Francesco De Giorgi, intitolato “I bassisti muoiono giovani”. Durante la serata si terrà, insieme alla presentazione del libro, un reading musicale tratto dallo stesso romanzo. Luciano Pagano dialogherà con l’autore.

I BASSISTI MUOIONO GIOVANI è la storia di un gruppo di ragazzi che decide di riunirsi, diversi anni dopo lo scioglimento della loro piccola band, per registrare – finalmente – i propri brani.

Il ritorno sui propri passi è guidato da Giorgio Mestrelli, uno dei critici musicali più influenti della rete, bassista del gruppo.Nonostante il destino abbia scelto strade differenti per i cinque, i “Plettrofolle” ritroveranno immutate, suonando insieme, le sensazioni di un tempo.

Dovranno però fare i conti con un diverso contesto sociale che li metterà nuovamente alla prova. Cinque ragazzi che formavano una band, una band che rappresentava un sogno, un sogno che avrebbe cambiato le loro vite. Se solo ne avessero avuto il tempo.Un affresco crudo e ironico. Un racconto che è strutturato come un disco, centrato sulle passioni, sulla realizzazione personale e la contemporaneità.Un viaggio al ritmo di musica per scoprire l’importanza dei propri desideri.

Francesco De Giorgi è nato a Casarano (Le) nel 1984.
Nel 2007 si è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Siena.
Ha pubblicato i romanzi ”Tu prepara il filtro” (Besa Editrice, 2011), “Una buona stella” (Lupo Editore, 2013).

(Illustrazione di copertina: Giovanni Matteo, ADDASTUDIO.IT)

Info:
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Amata tela. Giulia Madonna


GiuliaMadonna-Amatatela-musicaoseditore-fablet03Un segreto tenuto nascosto per lunghi anni, una scoperta sconvolgente, un uomo di successo e una donna in carriera, un artista squattrinato ma geniale, autore di un quadro misterioso. Immersa nelle atmosfere di una Trieste nebulosa e di una Venezia dal fascino liquido, si agita l’intrigante storia di Eugenio e Francesca, amanti sanguigni, dolci quanto irascibili.

Amata tela” è un romanzo in cui le vicende dei protagonisti si tingono di passioni travolgenti, in un vortice senza fine che si abbatterà inesorabilmente sulle loro vite. Amore, sesso e arte, si mescolano nei luoghi del sogno e del sentimento.

Amata tela” costruisce un’epica di esperienze umane, tra gioie e paure, attraverso un disegno sapientemente tracciato dalla penna di Giulia Madonna.

Amore, sesso, e arte si mescolano nei luoghi del sogno e del sentimento
24letture/Il Sole 24 Ore – Emanuela Bellotti

Una lettura che dovrebbe entrare in ogni biblioteca” Lorenza Morello – CinqueW News

Non c’è effetto speciale nella scrittura, nello scrivere fluido c’è solo la potenza semplice e inspiegabile dell’amore della passione, della sua incomunicabilità anche verso se stessi
Paolo Ignazio Marongiu
Sololibri.net

In uno stile piano, descrittivo ed elegante, l’autrice Giulia Madonna narra la storia di un ‘amore perfetto’
Ivana Tata

Giulia Madonna. Nata a Pescara il 31 luglio del 1963, dopo la maturità scientifica, Giulia Madonna si è laureata in Architettura presso l’Università “Gabriele D’Annunzio” di Pescara. Ha collaborato con studi tecnici della sua città e presso Istituti Paritari è stata docente di corsi regionali di formazione professionale per “Arredatore d’Interni”. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo “La stanza vuota” con cui ha vinto il premio della giuria, nel 2012, al “Cinque terre – Golfo dei poeti” (dove si è anche classificata al terzo posto con un racconto dal titolo “Ossessione”) e il premio della giuria “Val di Vara – Alessandra Marziale”. In seguito ha preso parte a diversi concorsi, riscuotendo un buon successo presso i lettori e aggiudicandosi, con un capitolo, il concorso di “Scrittura Collettiva” per la stesura di un romanzo collettivo, organizzato da 24letture, la pagina letteraria del Sole 24 Ore su Twitter

Amata tela, Giulia Madonna
Fablet 03 – formato 11,5 x 19 cm, pagine 180

Illustrazione di copertina:
“Senza Titolo”, 2005, acrilico su tela, di Fabio Colella,
fotografia Renato Colella

disponibile in formato cartaceo e ebook

“In bilico. Storie di animali terrestri”, gli autori si raccontano: Valentina Luberto


valentina lubertoValentina Luberto ama l’arte e la creatività in ogni loro aspetto. Il suo racconto “Un verde così acido da far diventar viola d’invidia anche Picasso” contenuto all’interno di “In bilico. Storie di animali terrestri” è un’ode all’ispirazione e a quanto sia precaria. In maniera ironica e quasi iconica, Valentina sciorina un andirivieni incalzante in cui due personaggi si rincorrono – letteralmente – fino a un climax a sorpresa.

Qual è l’idea alla base del tuo racconto? «Ho pensato subito alla precarietà dell’ispirazione, soprattutto della scrittura, perché è difficile a volte per chi fa questo mestiere dover conciliare l’ispirazione e il tempo. Tranne quando scrivere diventa un piacere, ma non può essere incluso nel tempo dettato dagli altri.»

La scrittura può ammettere mai compromessi? «Il compromesso arriva nel momento in cui non scrivi più per te stesso ma per il lettore. Lì devi mediare tra quello che scrivi e quello che il lettore deve ricevere in maniera spersonalizzata, per cui magari devi mantenere determinate emozioni, devi mantenere gli aneddoti della tua vita, mantenere fatti reali, ma spersonalizzando tutto in modo da renderlo fruibile. E questo è un compromesso, perché devi parlare di te senza parlare di te.»

Cos’è per te la scrittura? «È la domanda più difficile del mondo. Per me, è iniziato tutto per caso ed è stato il ritrovamento del mio modo per comunicare, cosa che non riuscivo a fare in altri modi. Ho sempre creduto di dovermi esprimere in un modo insolito: ci ho provato da piccola con la musica, ma non è andata, ci ho provato con il disegno ma non è che sia bravissima, poi ho iniziato a scrivere per un concorso e con un gruppo di scrittura abbiamo continuato a inseguire la nostra passione. Questo mi ha portato a percorrere la scrittura in maniera sempre più seria e a desiderare di migliorarmi, di sperimentare.»

Qual è il libro che avresti voluto scrivere? «“La coscienza di Zeno” o “Il sosia”, perché sia Svevo che Dostoevskij scrivono di quello che mi piace, non mi piacciono molto le descrizioni di solito, questi due autori riescono a entrare nell’animo e nel pensiero.»

Leggi qui le interviste già pubblicate agli autori di “In bilico. Storie di animali terrestri”: Paolo Colavero, Marco Goi, Annarita Pavone, Marina Piconese In-bilico-Storie-di-animali-terrestri-AAVV-Musicaos-Editore-Fablet01

“In bilico. Storie di animali terrestri” è disponibile in formato cartaceo, ordinabile in libreria o online, e in formato digitale.

libro: ISBN 978-88-99315-0-16
ebook: ISBN 978-88-99315-0-47

“In bilico. Storie di animali terrestri”, gli autori si raccontano: Paolo Colavero


In-bilico-Storie-di-animali-terrestri-AAVV-Musicaos-Editore-Fablet01Paolo Colavero, psicologo, è l’autore di due dei racconti contenuti in “In Bilico”, “La strada di dentro” e “Vertigine da tacco a spillo”. La sua scrittura, come si può notare da quest’intervista, ha un carattere prolisso e autoironico: è il modo in cui Paolo riesce a lasciarci una risata nel cuore, il modo in cui ci fa riflettere con un sorriso e ripensare alle nostre piccole idiosincrasie. Paolo, come hai scelto l’idea per i racconti che sono stati inseriti nella raccolta? «Direi in qualche modo che è stato il quartiere a scegliere per me. Ho vissuto per circa quindici anni al nord, tra Urbino, Milano e Parma. Per caso o per destino, forse anche per scelta, mi sono trovato a passare alcuni dei miei migliori anni di formazione come uomo e professionista in quartieri limite. Prima in zona Caiazzo a Milano, quartiere al limitare tra la Centrale dei treni e il Corso Buenos Aires, dei treni anche quello. Quartiere di strade affollate, di locutori stranieri, di International Grocery, di birre con due B, di parcheggi gestiti da siciliani e pizzerie discutibili. Di spaccio e prostituzione, ma anche di cieli immensi dietro le reti elettrificate dei tram, di antichi palazzi rimessi a vecchio e di piccoli bar resistenti al dollaro cinese e ancora orgogliosamente italiani. Lì ho scritto “Vertigine da tacco a spillo”, piccolo pezzo che narra del mio vissuto di espatriato, di nomade appena sbarcato a Milano e di abusivo in un palazzo vigilato come una caserma dalla portiera in fondo al cortile. Per un lungo periodo sono uscito dal palazzo metà ottocento solo la sera, quando la vedetta di guardia finiva il turno alla garitta. Portavo allora con me in giro solo qualche birra scadente e la voglia di perdermi per il quartiere niente male che m’aveva scelto. Provai spesso paura, il timore dell’ombra era invece scontato, una sicurezza. Le prostitute magrebine del quartiere si truccano il viso con una polvere bianca che le fa apparire vibranti di una luce aliena, come volessero convincere il cliente dell’esperienza dell’altro mondo che lo attende. Ho sviato sguardi, declinato inviti urlati, passato birra e pestato merde nel quartiere. Ho scoperto amici cari e amiche care, ho imparato ad apprezzare il frastuono del tram n. 1 sempre di corsa in Settembrini, tra Caiazzo e Vitruvio sino a dopo la mezzanotte, ho saltato rate del parcheggio dove lasciavo la Vespa, conosciuto pittori e filosofi al banco filippino dei fiori aperto ventiquattro ore. Dopo un paio d’anni cambiai quartiere ma non fu naturalmente più la stessa cosa. Mi porto dietro una immensa nostalgia per il me a Piazzale Caiazzo, Los Angeles. Poi a Parma, qualche anno dopo, il destino (che come la sfiga ci vede benissimo) ha voluto mi trovassi a vivere con mia moglie nei borghi intorno al centro, a due minuti dalla stazione dei treni e duecento metri dalla piazza centrale. Mi sono trovato sempre e comunque al limite delle cose, come condannato al baratro, o meglio al crinale. A Parma abbiamo vissuto circa tre anni tra moldavi, sardo/brasiliani, magrebini, napoletani, africani provenienti da paesi non meglio identificati. Tutta gente molto disponibile con noi, amici che ci mancano e che ci hanno lasciato dei bei ricordi. Dimenticavo, nel quartiere c’era anche qualche parmigiano. Oltre al ristorante campano, alla tradizionale cena del martedì sera, a una hamburgeria e a un locale da ballo che nei miei pensieri di osservatore aveva il compito di riciclare danaro sporco di qualche sanguinaria cosca ligure, nella nostra strada c’era un tipico Bar dei Borghi, il Bar del ’36, così si chiama ancora oggi (ne approfitto per salutare gli amici di The Ona). Una tarda mattinata di venerdì, dopo una notte di neve, che mia moglie era al lavoro e io sprofondavo nella nebbia gelata del quartiere, mi sono deciso a passare alcune ore nel bar che osservavo spesso e volentieri dall’alto del nostro III piano, ma nel quale non avevo mai sostato oltre il tempo del caffè o della colazione. Presi quindi taccuino e penna e mi immersi nell’atmosfera da giornali del mattino, caffé espressi, dialetto parmigiano e profumi africani, cannoncini alla crema e sigarette del Bar del ’36. L’idea mi venne in quel momento. Presi in prestito, per così dire, la figlia di un amico del posto per inscenare la sua scomparsa e decisi di descrivere tutto dall’interno del Bar. Mi ero deciso alla povertà: non avrei avuto allora che gli occhi degli astanti, i loro discorsi sulla sera prima, sulle feste, sugli amici e gli ubriachi. Nelle narici avrei avuto solo i profumi della mattina, della colazione, mischiati con quelli del pranzo appena terminato. Quelli dei caffè sempre caldi. Il suono del filtro che batte, delle sedie che vengono spostate. Mi sentivo arrivato. Mi sentivo al riparo. Pensai di fermarmi tutto il pomeriggio a prendere appunti sulla giornata. Così mi misi dalla parte di quelli dentro, di quelli lontano dalla strada, di quelli che le cose accadono solo se accadono all’interno del bar, solo se viste attraverso il vetro opaco della birra o della vetrina appannata di nebbia. Dalla parte dei San Tommaso del mezzo bianchino e mezzo Campari alle nove la mattina. Le abitudini non costano, non si pagano poi un granché. Costa solo la sorpresa: costa la sorpresa. Mi sono messo dalla parte di coloro che vedono la vita da dentro qualcosa, sia anche da dentro se stessi. In qualche modo ho continuato a fare il mio lavoro anche quella mattina, ovvero mettermi nei panni degli altri, comprendere la personale norma che regola le loro vite. Il fatto è che sono celiniano dentro e quindi sono portato, destinato, affascinato dalla vita vista dal basso. I piani alti non mi sfidano, mi sfidano i marciapiedi. Non sono per la rotta, sono per lascia. Ai tacchi preferisco le ballerine. A lungo andare questo può rappresentare un problema.» Che cosa significa per te la precarietà della strada? «Per me la precarietà della strada ha il senso dello stare in mezzo, tra le cose. C’è chi ci nasce in mezzo alle cose, chi ci si ritrova per la strada, chi deve sospendere le proprie abitudini anche solo per avvicinare le cose altre. In questo senso, credo che la precarietà delle cose, nel mio caso della strada ma anche delle abitudini, del senso comune, sia una posizione non mantenibile a lungo. Chi la conosce da sempre ha solo più esperienza, non è detto non soffra magari al proprio interno. Chi ci arriva per caso o chi vi giunge dopo un lungo esercizio non riesce di solito a tenere la posizione per più di un momento. La questione si fa allora questione di un momento. In questo senso mi sento sempre molto vicino ad Azorin e Mirò di Cancogni. Chi resta precario tra le cose quotidiane, a mio parere, è costretto a cambiare mondo, in parole semplici è costretto a delirare. I tanti sfortunati che affollano le strade delle grandi città e le stazioni in particolare, sono tutti in qualche modo dei deliranti per necessità. Vivono da altre parti, vivono tra nemici o ricercati da qualcuno. Vivono che non hanno scelta che essere per terra o in cima al mondo. In definitiva credo di aver sempre scritto di cose reali, di esperienze a me realmente accadute in treno, per la strada, in un bar o in una stazione, proprio per provare a distinguere momento per momento la mia vita dal mio delirio, per provarmi comunque alla tentazione del delirio, del va bene (anche) così. Più precisamente, credo l’esperienza del bivio, del crinale o dell’esistenza in bilico siano fondamentali per non farci bastare mai la vita che abbiamo o hanno pensato per noi fosse quella giusta. Se proprio non ce la facciamo, abbiamo comunque il sempre ospitale autre monde ad attenderci.» Cos’è per te la scrittura? «La scrittura è Monday che mi chiede una moneta all’uscita dal supermercato della mia cittadina o Thomas, il pugile senza fissa dimora fuori dal mercato di via Gustavo Modena a Milano che mi racconta dei suoi allenamenti, per i quali investe tutte le monete che riesce a raccogliere aiutando le signore con la spesa. I suoi incontri con la vita. La scrittura è la puzza di piscio al passaggio dei barboni nei tram, dei folli orgogliosi dei loro deliri (come non potrebbero esserlo), dei bambini che osservano sperando di non essere giudicati. La scrittura è Marco del Frida che mi spiega che la birra non va tenuta mai e poi mai tra le gambe, non è da signori. La scrittura è l’emigrante ipomaniaco di ritorno dalla Svizzera italiana, è la chiesa del quartiere di Saint Roch a Quebec, assediata dagli elementi della Halloween Parade di rue Saint Joseph Est, mentre quella che sarà tua moglie torna verso casa con una sei di Boreale bionda. La scrittura è il terrore al timone di una barca a vela di notte, nel golfo di Genova, tra traghetti e petroliere. La scrittura è l’appunto ritrovato anni dopo, oramai scaduto, nella tasca dei pantaloni. La scrittura è non perdersi nulla, non dare niente per scontato, non cedere alle abitudini. Non smettere di spalancare gli occhi, ma con la voglia di scriverne. La scrittura è la mano veloce del giovane ladruncolo che mi porta via ogni giorno e a ogni passo il portamonete dalla tasca, lasciandomi così senza certezze, carta di identità e ricordi. La scrittura è testimoniare di aver vissuto, di aver visto. Di essere passato ma non perduto.» paolo colaveroPaolo Colavero. Salentino, classe 1980. Psicologo specializzato in Psicoanalisi e Psicopatologia Fenomenologica, dopo quasi quindici anni vissuti pericolosamente tra l’Italia e soprattutto la Francia, è tornato a Maglie nel 2013 per aprire uno studio clinico in una strada malfamata. Oltre a un buon numero di pubblicazioni scientifiche, ha scritto numerosi piccoli racconti di motivo metropolitano e notturno, organizzato e partecipato inoltre a vari reading tra Milano, Berlino e il Salento. Le sue storie hanno carattere rebetiko-portuale, letterario e metropolitano. Possiede una prima edizione italiana del “Viaggio al termine della notte” di Céline (1932). Per il blog ultreyapoetry.com è responsabile della sezione Zona Franca. Leggi le interviste precedenti a Marina Piconese, Marco Goi, Annarita Pavone Ordina una copia de “In bilico. Storie di animali terrestri” nella tua libreria oppure online, o in formato ebook.