Categoria: racconti

Gennaio 2004 – Gennaio 2011 – Sette anni di Musicaos.it


2004 – 2011 Sette anni di Musicaos.it.

Grazie ai lettori, ai collaboratori, e a tutti quelli che chi hanno aiutato e che ci continuano a sostenere.
Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura” è una rivista online di letteratura, che è un portale, che è un sito. All’indirizzo di Musicaos.it potete trovare le istruzioni per collaborare. All’indirizzo musicaos.wordpress.com, questo sito, trovate le coordinate e i link per navigare nell’archivio della rivista, dal 2004 in poi. A questo indirizzo trovate tutto il materiale che viene pubblicato, i racconti, le recensioni, gli articoli, i suggerimenti di lettura.

“Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.”

Luciano Pagano, Webook,
9 gennaio 2004/3 febbraio 2004

Se volete comunicare direttamente con la redazione inviate un email a lucianopagano [at] gmail [punto] com

Per festeggiare il settimo compleanno postiamo una poesia postuma di Charles Bukowski, “e così vorresti fare lo scrittore?“.

Solo l'inferno è onesto. Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Solo l’inferno è onesto.

” Io mi sento [...] Colpevole [...]
di aver creduto che il corpo fosse una
prigione e non il bozzolo del cielo”

Dome Bulfaro

Un taglio di luce abbagliante le incideva la pelle avvizzita.
Camminando svelta per la strada sparecchiata d’Agosto, una verga di luminosità pura e assoluta, a picco, lambiva il suo grembo rinsecchito, attraversandola tutta, senza proiettare intorno nessun cono d’ombra. Nessuna zona nera dove rifugiarsi, per scampare all’immagine nitida del suo corpo, scomposto in lembi luccicanti di carne giallognola. Una sensazione di immobilità faticosa la colse all’improvviso. Come fosse inchiodata all’asfalto, che pareva liquefarsi sotto gli affilati raggi solari di Mezzogiorno. Eppure stava quasi correndo, verso il portone di casa.
L’odore del suo sudore era così penetrante che restava a lungo nell’aria, come una nebbiolina acre e nauseabonda. In bagno si sbottonò la camicetta di cotone bianca, si sfilò la gonna ampia, tolse il reggiseno consumato e le mutande, che all’altezza dell’ombelico le avevano tratteggiato una linea zigrinata e violacea. Dalla specchiera i suoi seni cadenti, marchiati dalle grosse areole sfatte, ghignavano raggrinziti. I capelli radi appiccicati alla spaziosa fronte avevano un colore indefinito, untuosi e spolverati da scaglie di forfora grassa. Voltò le spalle a se stessa riflessa a metà, ed entrò nella doccia. Si insaponò strofinandosi con vigore, insistendo soprattutto sulle cosce flaccide e spugnose, sulla pancia prominente e sul viso.
Ma la bruttezza non si lava via. Lei lo sapeva bene.
Avvolta in un vecchio accappatoio si sdraiò sul letto. L’aspettava. Con l’orecchio teso cercava il rumore dell’ascensore che si arrampicava al piano, e lo sbattere della porta accanto alla sua. La musica dei passi di Doriana, di rientro dalle vacanze.
Sul comodino c’era il libro che le aveva regalato, con una dedica scritta in blu “A Marisa, Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!”. Tutte le poesie di Manganelli. Lo aprì a caso. Pagina numero 73. Lesse il primo verso “Non tenterò più di risolvere…“. Scandendo bene ogni parola, recitò ad occhi chiusi: “Non tenterò più di risolvere le contraddizioni del mio sangue in un’esistenza funzionale: né di catalogare il mio disordine in archivi razionali; propone diversi più esaurienti sillogismi l’onesta dialettica della lenta malattia: imparo a memoria una imprevedibile chiarezza dentro il mio corpo che decade.
Il ventilatore frullava roteando da una parte all’altra della camera. Marisa si frugò tra le gambe, scorrendo lentamente le dita lungo il contorno spelacchiato del suo sesso, fino al vertice tenero di sé, che prese a pulsare lievemente. Un fremito di sterile piacere la scosse. E poi di nuovo quella sensazione di immobilità soffocante, e una tristezza di piombo che le sgocciolò nelle ossa. Pensò che certo Doriana non conosceva l’infinita solitudine di un corpo abbandonato all’indifferenza e all’incuria del tempo, che sfigura e deforma, crudele. Lei sì, invece. Ci conviveva ormai da anni, desiderando con ostinata disperazione di essere sfiorata da una carezza, stretta in un abbraccio. Toccata, dalle mani calde di un altro essere umano, ché la sottraessero all’involucro opprimente di se stessa, restituendola alla vita. Certe notti insonni ascoltava attenta, al di là della parete, Doriana che faceva l’amore. Immaginava di trovarsi al suo posto. Sognava di essere lei. Giovane e bella. Amata.
La prima volta che l’aveva vista, quell’Autunno, era rimasta colpita dall’inusuale bellezza del suo volto: due vivaci occhi di cioccolata dall’espressione fiera, il naso sottile e lungo, le labbra impigliate in un perenne broncio infantile, il mento piccolo e un poco appuntito, in una cornice vaporosa di capelli corvini. Inclinava la testa da un lato, quando rideva. E profumava di vaniglia. Con una voce fresca e allegra, davanti alla buca delle lettere nell’atrio del palazzo, si era presentata: “Buongiorno! Sono la nuova inquilina del quarto piano, mi chiamo Doriana.”
Dopo quell’incontro Marisa aveva cercato ogni occasione per conversare con la ragazza, per rubarle parole che, come pezzi di un puzzle, pazientemente raccoglieva, ordinava, metteva insieme, finché l’esistenza di quella sconosciuta le divenne familiare e prese ad appassionarla più della propria, squallida e grigia. Aveva bisogno di sapere tutto di lei. A volte, con urgenza, suonava il campanello. Una scusa qualsiasi, e le entrava in casa. Doriana era una farfalla colorata che si agitava leggera tra il tavolo e le sedie: “Ti preparo un caffé…Ah, non sai che cosa mi è successo oggi a scuola…Ma tu come te la cavi con quelle arpie nevrotiche delle mamme dei tuoi? Io, guarda, un giorno di questi ne mando a stendere qualcuna. Ma che cavolo…c’hanno dei comportamenti che neanche i figli di sette anni…” Maestrina appena laureata, al primo impiego, le chiedeva spesso dei consigli. Allora, come si fa con una bimba dagli occhioni sgranati di curiosità, Marisa raccontava una favola sempre nuova. Quello che in più di venticinque anni di lavoro avrebbe dovuto imparare, se essere una buona Professoressa di italiano in una scuola media le fosse interessato davvero qualcosa. Non gliene importava nulla, invece. Quei quattro ragazzini impertinenti non si meritavano niente di niente. Pensavano che fosse una stupida, che non si accorgesse dei soprannomi offensivi che le affibbiavano, delle risatine quando entrava in classe, delle smorfie che mimavano fra loro ad imitare la sua faccia?
“Brutta scrofa!”, s’era sentita sputare con veemenza da un suo allievo, esasperato dall’ennesimo ‘insufficiente’ che, in verità godendo assai, con le mani tozze gli aveva ricamato sul registro. Lo sciocco s’era fatto sospendere e la bocciatura, probabile per via dei brutti voti, era diventata sicura a causa di quello sfogo. A seguito di quell’episodio, sui muri dell’edificio scolastico era comparsa una scritta in verde: “La Ferri è una racchia puzzolente”. Il Preside aveva definito l’accaduto “gravissima mancanza di rispetto”, accalorandosi tutto in una noiosa ramanzina circa il “vergognoso atteggiamento di chi denigra una persona per il suo aspetto fisico”, e con voce un poco stridula e teatrale gesto della mano levata verso il cielo, aveva avvertito gli studenti, convocati in assemblea straordinaria nella palestra dell’Istituto, “della pericolosità di certe discriminazioni”. E a concludere, dopo un greve silenzio, aveva aggiunto sospirando: “cari ragazzi, non si giudica qualcuno dall’apparenza fisica…ci sono cose più importanti…valori…”
Marisa scoprì le gengive in un acido sorriso. Ipocrita, sussurrò girandosi su un fianco a cercare il mulinello d’aria fredda che il ventilatore alzava ora alla sua sinistra. Proprio lui parlava, lui che a cinquant’anni suonati aveva piantato la moglie per mettersi con l’amica ventenne della figlia. Lui, che con atteggiamento paterno non perdeva occasione di chiacchierare con le quattordicenni più procaci, sogguardando lascivo le loro scollature, il vortice voluttuoso dei loro ombelichi esposti generosamente, la carne florida e immacolata delle loro natiche, debordanti dai pantaloni strizzati, sode e rotonde come il più gustoso dei frutti proibiti.
Un’amara riflessione le corrucciò d’un tratto l’angolo della bocca, appuntandosi in una ruga verticale tra le due sopracciglia. Tutto si riduce infine a questo. Al banale gioco perverso del “guardare e non toccare”. I corpicini delle giovanissime resi oggetti di desiderio, ambiguamente impacchettati in succinti e provocanti abiti all’ultima moda, offerti alla vista degli adulti, a cui si vieta di possederli, ma non di usarli. L’avvenenza inquietante dei corpi di plastica delle pubblicità, levigati e perfetti, senza odore né sapore, senza anima e senza età, troneggianti su giganteschi cartelloni sospesi a mezz’aria, ammiccanti dalle riviste patinate, prestanti e tonici nelle movenze da marionetta in televisione. Idealizzati e irraggiungibili. Da venerare, come nuovi Dei, feticci e simboli di un’epoca visionaria d’ombre e di fantasmi, di schermi ipertecnologici dietro cui nascondersi, avvicinandosi virtualmente per essere ancora più distanti. Guardarsi e non toccarsi, nella metropolitana gremita o di Sabato pomeriggio negli affollati centri commerciali. Corpi che si scontrano, senza incontrarsi mai. Impenetrabilità delle loro scorze molli solo in superficie. Scrigni inaccessibili invece, monadi di solitudine feroce, frammenti di un’umanità impossibile da ricomporre. Aggrappati ‘agli appositi sostegni’ per non correre il rischio di farsi male, perdendo l’equilibrata posa di statue immote, o al carrello della spesa per colmare di inutilità l’abisso di vuoto che si apre in ogni gesto. Non toccare e non guardare i corpi segnati dalla malattia, relegati in asettiche celle numerate di macroscopici alveari, lontani, rimossi, come la parola più autentica inscritta nel sangue…il dente della morte che rosicchia la carne, paziente…e ci salva …Il mio corpo come una prigione, orribile… Nessuno preme sul mio corpo cercando il denso suono del mio piacere…liberandomi…
Immagini di rosee nudità si affastellarono nella mente affievolita di Marisa. Confuse orge di labbra spalancate come gallerie buie, di mani chiuse in pugni serrati, di cosce umide di saliva, di membri minacciosi che svettavano da nere praterie di peli attorcigliati, di occhi svuotati, e poi il cadavere enfiato di sua madre nella chiesa gelida e le sue scarpe lievi di bambina, l’urlo di dolore annegato nel segno della croce, la risata turchina di Doriana e il cuore che danza di vita e batte, batte forte, batte rumoroso.
Si svegliò di soprassalto. Da quanto dormiva? Il muro tremò un’ultima volta. Doriana era ritornata e stava picchiando, batteva contro la parete. S’alzò di scatto, si disfò dell’accappatoio e si rivestì in fretta, corse in cucina, prese il sacchetto poggiato in un angolo e fu davanti alla sua porta.
“Bentornata! Stamattina sono stata al supermercato e ho pensato di portarti del pane…qualcosa da mangiare …”
“Marisa! Ciaooo! Ma Grazie… non dovevi disturbarti! Sei sempre così gentile! Vieni, entra, non guardare il casino. Stavo attaccando un quadretto che ho comprato in vacanza…ti piace? Non ho saputo aspettare, lo volevo appendere subito, non è carino?”
“Molto… si adatta bene anche all’arredamento.”
“Vero? Lo dicevo io! E guarda qua: un’altra pazzia…questo mese mi sa che devo chiedere i soldi ai miei per l’affitto, ho speso un patrimonio!”
Dal borsone riverso sul divano estrasse un lungo vestito di seta cremisi, con le spalline tempestate di strass, accostandoselo addosso. Marisa deglutì sentendosi raschiare la gola. Pensò che lei non aveva mai indossato niente di simile in tutta la sua vita.
“Volevo mettermelo domani per il compleanno di Giacomo…Però, uffa… va accorciato, no?”
“Posso farlo io, se vuoi. Provatelo con le scarpe. Mi servono solo degli spilli per prendere la misura.”
Poco dopo Doriana, con la pelle imbrunita e le spalle scoperte, al centro della stanza, fasciata nella morbida stoffa rossa, sorrideva di gratitudine. Marisa abbracciava la scatolina del cucito e l’ammirava. Tentò goffamente di chinarsi per afferrare l’orlo dell’abito, ma il suo corpo l’ingombrava. Si ribellava sempre, sempre, come fosse stato altro da lei. Doriana notò che faticava ad abbassarsi. Allora avvicinò una sedia e agile, tirandosi su il vestito fino a svelare le ginocchia, ci salì sopra, traballando sui tacchi dei sandali di vernice nera, “così sei più comoda…”.
Persino i suoi piedi erano incantevoli. Con le piccole dita appena arcuate e le unghie come zuccherini bianchi. Le stava raccontando del mare, ma Marisa sentiva solo un fruscio in cui nessuna parola era più distinguibile. Provava l’impulso irrefrenabile di afferrarle una caviglia, di morderle il polpaccio, di toccarla e stringerla a sé, fino ad essere una sola persona con lei, fino ad essere lei.
“Ma che cosa stai facendo?” La voce dura come uno schiaffo la ferì inaspettatamente. Incrociando gli occhi della ragazza colmi di ribrezzo, smise di accarezzarla, umiliata dal suo rifiuto, sentendo crescere dentro di sé una collera cieca. In una frazione di secondo, con una spinta violenta, scaraventò Doriana a terra. Distesa e inerme, così vulnerabile e fragile, era ancora più bella, insostenibilmente bella. Marisa si mosse come un automa verso l’acciaio rilucente del martello dimenticato sul tavolo, lo impugnò e prese a colpirla furiosamente. Infieriva con tutte le sue forze. Con ogni colpo voleva toglierle via quella grazia ingombrante e inutile, che odiava e al tempo stesso avrebbe desiderato per sé, voleva rimuovere il guscio del suo corpo ed arrivare alla polpa vivida di lei.
Quando fu esausta si fermò ansimante, accucciata nel sangue accanto al corpo senza vita di Doriana. Si accorse solo allora che la mano destra della giovane era scampata alle terribili lesioni inflitte, conservando intatta la sua forma delicata. Se la portò alle labbra baciandola, succhiando avidamente quel tepore. Dalle profondità più recondite del suo essere baluginò il ricordo lontanissimo del calore di un abbraccio assoluto, di un amore incondizionato, di uno sguardo che non s’era mai fermato alla laidezza della sua figura, ma che era andato oltre, l’aveva trovata, accolta, l’aveva posseduta completamente. L’incontro perfetto di due corpi, fusi insieme in uno, indistinti in un respiro. Uno dentro l’altro. Mamma…Mormorando quel nome Marisa provò una tristezza inconsolabile, impastata di smarrimento e rabbia. Perché mi hai abbandonato, mamma? Mi ha lasciata sola e avevi giurato di non farlo mai. ‘Staremo sempre insieme’, dicevi. Bugiarda. Menzogna e tradimento…solo questo esiste…E solitudine…non c’è rimedio alla solitudine…alla condanna di questo corpo che ci separa e ci imprigiona… divorato dal tarlo della morte… Doriana, amore? Non mi rispondi? Perché non mi vuoi, perché?
Marisa fissava l’anellino d’argento nell’anulare di Doriana. Voleva piangere, ma non ne era più capace. Quella mano fra le sue divenne pesante come un macigno. La sentiva bruciare, come fosse divorata dal fuoco. Riafferrò il martello, contrasse i muscoli del braccio e le si avventò contro percuotendone ritmicamente le nocche. Con una voce roca, che non le parve più sua, biascicò adagio: “Rinuncia alla mano dell’amica, la sosta assurda della mano nel giro di altre dita: solo l’inferno è onesto…Nega l’elusiva sosta di un dialogo di frode, segna con l’unghia…il segno della fine. Sdràiati nel centro dell’inferno, riconosci i confini del girone astratto, conclusivo. Non cedere ai cattivi sillogismi d’una divinità qualunque: solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno è onesto solo l’inferno…
Quando smise di ripetere l’ultimo verso della poesia, di quel corpo massacrato restavano solo brandelli. Allora, con sgomento, si rese conto che di Doriana non rimaneva più niente.

(photo by flyzipper)

Palco 5. Enrico Martini


Enrico Martini
Palco 5

Palcoscenico del Teatro Giuseppe Verdi di Brindisi

Di nuovo scese la notte sul teatro d’opera e la sonata dei sussurri riprese.
-Chi l’avrebbe detto? Il teatro, il gran teatro d’opera è sopravissuto al crollo! Il palco 5 è distrutto, invece. Ma ora lo restaureranno, ha sentito? Vedrà: sarà un palco meraviglioso, con mille bocche per i suggeritori, spalti a perdita d’occhio. E poi le luci…sì, le luci, con effetti da lasciare a bocca aperta. Ne ho ideato anch’io di nuovi, meravigliosi, sa? E poi le quinte! Lei non può immaginare cosa si celi dietro quelle tende.-
Erik strinse a sé la scopa, struggendosi d’emozione, quasi stesse recitando una di quelle arie d’opera per cui aveva vissuto: la carezzava, la scherniva, abbozzava qualche passo di danza, la traeva a sé e poi la respingeva.
Nel frattempo puliva. Puliva, puliva, puliva. Polvere su questo, polvere su quello.
I corridoi sembravano tappeti farinosi, i saloni piazze di pietra morbida, le trombe delle scale di legno marcio e di taffettà grigio; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, i camerini di cipria di eternità e dai camini veniva un olezzo di zolfo e dimenticanza.
Non vedeva altro che polvere. Sembrava impossibile quanta se ne potesse accumulare. C’era uno strato morbido e uniforme. Gli pareva ricordasse quella carta grossa, quasi brufolosa ma soffice al tatto, che si usava per gli inviti per ospiti di rango.
-La signoria vostra è invitata alla prima rappresentazione de “Il Don Giovanni trionfante” all’antico teatro d’opera, presentato nella sua nuova elegante veste.-
Ah! Il suo sogno, il suo desiderio più grande! Vedere la sua opera rappresentata in quel teatro, nella culla stessa dell’arte.
-Il palco 5….il palco 5 sarà perfetto per quella rappresentazione. Basteranno alcuni ritocchi. Ha sentito, no? Vogliono ristrutturare il teatro. Riportarlo al suo antico splendore e il palco 5 sarà il suo fulcro, la gemma più splendente del diadema.-
Ma intanto c’era quella polvere a cui pensare. Doveva darsi da fare o il padrone non lo sarebbe stato a sentire.
Antonio Pironi, il padrone. Se ne raccontavano di storie su di lui, che era un cinico, che gli interessavano solo i soldi, ma Erik sapeva che non era vero. Aveva portato l’opera nel paese e questo genere di arte era diventato l’emblema stesso della città. Quello spazio, senza di lui, sarebbe rimasto solo un prato per ospitare gli acrobati del circo. Sì, certo: forse un teatro d’opera lo aveva arricchito, ma quanti avevano conosciuto la fortuna grazie a lui? E ora poteva essere il turno di Erik. Non più solo un’ombra che si muove dietro le quinte, non più solo un garzone.
Il suo progetto, la sua opera, l’avrebbe fatto. Rifulgere come una nuova stella. Tutti lo avrebbero acclamato
-Vedrà, vedrà. Grideranno il mio nome.-
Se solo questa polvere se ne fosse andata. Eppure, più lavorava, più si impegnava, più gli sembrava che non un solo granello si fosse mosso. Anzi. Sembrava quasi moltiplicarsi, inglobando tutto, nascondendo al mondo le cose, importanti o meno che fossero, sotto un velo di dimenticanza.
Ma ora…Dov’era il suo libretto? Dov’era la sua opera? Anche lei sotto la polvere del palco 5?
Prese fiato.
Con tutto quel lavorare, smuovere spostare, mobili e orpelli pieni di polvere, l’aria si era fatta irrespirabile. Gli sembrava che i suoi polmoni non ricevessero ossigeno da secoli. Quasi fossero anche loro sotto strati di polvere grigia.
-Allora, che ne dice: piacerà?- disse, appoggiandosi ansimante a un pianoforte cabinet.
A quell’uomo in frac piaceva ascoltare i sogni della gente e, se possibile, realizzarli. Non era propriamente un filantropo, ma se faceva una promessa si dannava per mantenerla. Ma nel caso di Erik…
-Temo di no.-
-Come? Eppure l’ha letta. Sa che è una grande opera. L’ha detto anche lei: il mio nome risuonerà sul palco 5!-
-Già, il palco 5. È da quando ti è caduto in testa il soffitto che continui a fissare quel cartello e alla fine ti ci sei affezionato, vero? Quant’è che sei lì? Quaranta? Cinquant’anni?
-Ma cosa dice? Non vede che sono in formissima! Nel fiore degli anni…-
Erik non capiva. Quell’uomo in frac non l’aveva nemmeno guardato.
Era passato oltre, si era chinato e aveva spostato un po’ di polvere, là dove non era ancora stato pulito.
-Già, magro sei magro.-
Tra i calcinacci e pezzi di trave del soffitto caduto, c’era uno cadavere mummificato vestito come Erik, che stringeva al petto un libretto, rannicchiato sotto il tavolo che guardava con la profondità delle sue orbite vuote l’indicazione per il palco 5.
Il volto del ragazzo era terrorizzato. Non poteva essere lui, quello.
Era vivo: aveva pulito quel posto per settimane, in attesa che arrivasse il padrone con i restauratori. C’era solo un po’ di polvere qua e là, ma bastava un colpo di straccio, così…ma quanto tolse la mano, nessuna orma rimase sul pianoforte.
-Non disperarti. Se tu non fossi morto, io avrei realizzato il tuo desiderio e la tua anima sarebbe stata mia. Invece, ora sei libero. Si sono scordati del palco, si sono scordati del teatro. E ora, per tua fortuna, come loro, io mi scorderò di te…-
Quel signore in frac guardò con tristezza l’ultima emanazione di Erik svanire come un fuoco fatuo.

Alle tre di un venerdì pomeriggio, il vecchio portone di accesso al palco 5 venne abbattuto. L’equipe degli operai addetti al restauro aveva cominciato il sopralluogo, per rendersi conto dei danni effettivi ai locali.
-E così tu saresti “la gemma più splendente del diadema”?- disse il capo cantiere. -Sarà una bella sfida riportarti al massimo splendore.-
Non aveva finito di parlare che un urlo squassò la calma che permaneva lì da decenni. Si aspettavano di tutto, ma non di trovarvi un cadavere mummificato di un uomo, probabilmente imprigionato in seguito al crollo di 147 anni prima. Ma la scoperta più sensazionale fu il ritrovamento vicino alla mummia di un libretto d’opera del tempo, che riportava il leggendario “Don Giovanni trionfante”, da tempo oggetto di un vera e propria serie di leggende.
Forse fu proprio per questo clima di mistero che in molti dissero fin da subito di aver visto una figura oscura aggirarsi nel labirinto di botole.
-Capo, ma sei proprio sicuro di non aver notato niente?-
-No, Binelli: io non l’ho visto “quell’uomo in frac ghignare nel buio”…-

§

Undici ballate, undici racconti. Una raccolta di novelle ma anche una compilation musicale. “Songs of Faith and Devotion” prende spunto da undici brani musicali di vari artisti per narrare altrettante storie d’amore. Come suggerisce il titolo, anch’esso preso a prestito da un celebre album dei Depeche Mode, le diverse declinazioni dell’universo amoroso ( fede, devozione, ma anche amore paterno, carnale o ossessivo) si susseguiranno durante la narrazione, portandoci in mondi dove reale e fantastico si sfioreranno, procedendo di pari passo con la colonna sonora, alternando un ritmo lento a uno più sostenuto, in battere e in levare.

Songs of Faith and Devotion” è il primo libro di Enrico Martin, edito da Altromondo Editore

Il baleniere. Racconto di Marco Montanaro

Hai sentito il battito?


Giovanni Padrenostro
Hai sentito il battito?

L’illuminazione della toilette è tenue, ombre ritagliano ampi spazi sulle pareti scalcinate, allungando e distorcendo come candele confuse i loro confini, aprendosi come soffice venatura verso invisibili punti; ho l’impressione di aver strappato gli incubi al mio sonno inquieto.
Il mio viso, abilmente imitato dalla trasparenza dello specchio, è frastagliato da spezzature vitree che restituiscono frammenti, parti separate: un occhio indagatore, un labbro ridotto a sottile linea rosea, una ciglia spezzata.
In mente mi ritornano come echi in corridoi di memoria alcune frasi: Ma chi sei veramente? Sei per caso quel ragazzo bastardo? Oppure quell’altro chiuso e taciturno? O quell’altro ancora estroverso e per i fatti suoi? O no? Sei quel magnifico ragazzo così dolce e sensibile come un grande artista dai mille pensieri?… perché non ti metti alla luce…
Qui c’è poca luce e il mio viso è una scheggia impazzita.
Prendo dalla tasca destra della giacca nera una piccola foto, e mi appaiono i suoi occhi neri e tristi, profondi spazi di solitudine, i capelli corvini, il viso fino e appuntito come una lama che trafigge ma non uccide.
A volte ci sforziamo in vicoli ciechi sbattendo ripetutamente la testa, sperando in una ricompensa che tarda e molto probabilmente non arriverà mai.
Ovunque sei, che tu sia felice.
Il rum che ho bevuto circola nelle vene, ho bisogno di camminare.
Esco dalla toilette e mi avvicino al bancone; chiedo un rum e pera al barista, un tunisino dallo sguardo inespressivo, lo bevo ed esco.
Accendo una sigaretta e alzo lo sguardo verso il cielo, tempestato di grigio, che questa sera accompagna i miei folti pensieri.
Abbasso lo sguardo e appare il mio angelo.
“Dove eri finito?”
“Problemi!” e faccio un segno circolare in testa con un dito.
“Ho finito le sigarette. Vado a comprarle. Vieni con me?”
“Sì!”
Abbandoniamo il brusio che irrimediabilmente inizia ad accumularsi davanti al locale.
Camminiamo con passi lenti e asimmetrici, altalenanti come barche attraccate ad un molo, avvolti dai colori della notte.
Osservo il suo viso dalle mie iridi nere e cupe: i lunghi capelli biondi e lisci, le grandi labbra, gli occhi fulgidi, un piccolo anello che decora il naso, una leggera cicatrice risale dalla parte destra del collo, una cicatrice di cui lei si vergogna un po’ ma che io vorrei baciarle qui, in questo momento mentre mi racconta schegge della sua vita.
All’improvviso piccole ed impercettibili gocce cadono sui nostri vestiti, alcune me le sento addosso come una benedizione, le sento scivolare lentamente tra le trame dei miei capelli.
La mia auto è ad un passo ma mi fermo immobile ad accogliere le lacrime pure del cielo.
“Entriamo in macchina…” mi dice.
Le stille che hanno per un attimo condotto la loro esistenza sulle sponde dei miei contorni, adesso spengono la loro breve e intensa vita sui finestrini della mia auto tratteggiando vaghe linee trasparenti.
“Sembra…come se non volesse smettere…mai…”
“Ti fa paura?”
“Sono qui con te…”
“Potremo far smettere…”
“In che modo?” sorride
I suoi occhi mi fissano a lungo in un profondo eco di luce e fulgore, di fuochi e rose.
“sai… io… noi potremo fare in modo che finisca… a volte…”
Le prendo dolcemente il viso con le mani e la bacio, a lungo.
Il battito della pioggia scema lentamente fino a spegnersi del tutto, volgo lo sguardo sullo specchietto dell’auto e ritrovo la mia immagine.
Accendo la radio, lei si toglie la maglia rossa, ci baciamo; le sfilo il reggiseno, avvicino le mie labbra ai suoi seni rosei e sento il battito del suo cuore, mentre i Modena City Rambles cantano:  “…in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via…”.
La sua mano sopra la mia mentre cambio marcia al motore. I nostri occhi sono lucenti e pieni di speranza. L’odore del suo sesso è impreso sull’atmosfera che si infrange sui vetri e il sapore di pioggia umida che filtra dalle sottili aperture dei finestrini si impregna del suo profumo. Poi, il rumore ruvido dello stridere di copertoni usurati dall’asfalto e il suono metallico di velocità in frantumi spazzano via ogni sapore. Un urlo tagliente come il soffio di una fiamma ossidrica che fora il cuore apre la notte.
Luci confuse e frammentate si mescolano in un tripudio di caos. Ho in bocca il sapore amaro della morte. I suoi occhi sono nascosti. Sono incastrato tra pezzi di alluminio e plastica e sento sparsi sul ventre il peso leggero di resti di vetri spezzati. Allungo la mano verso la mia destra. Solo plastica lacerata. Alcune ombre mi circondano. Sollevo la mano verso la testa, sto perdendo molto sangue. Cerco di uscire ma le gambe non rispondono.
Fuori ci sono lamiere cosparse di colori caldi che graffiano il cemento. L’asfalto è una lava incendiaria di rottami e sangue. Spingo con forza lo sportello dell’abitacolo. Cado per terra. Le ombre si avvicinano. Sento guaire delle sirene. Un brusio impercettibile di voci. Striscio come un lombrico per terra. Cerco di trovare le forze per alzarmi. Qualcuno o qualcosa cerca di fermarmi. Le sirene guaiscono più intensamente. Desisto, sono debole. Cerco i suoi occhi in quella confusione di suoni e ombre ma vedo solo tante scarpe che si muovono lentamente, indecise, sull’asfalto freddo e nero. Figure geometriche in ribellione. Sangue e materia. Le luci dell’autoambulanza illuminano e accecano i miei occhi. Mi sforzo di vedere oltre quella immensa prateria di cuoio e pelle. La pioggia inizia a cadere lentamente. Alcuni uomini con delle barelle escono dall’autoambulanza. La folla si apre, gli uomini vengono avanti. Cerco i suoi occhi e trovo il suo corpo sopra il cofano dell’auto che ci ha tamponato. Mi dà le spalle. Mi ha abbandonato. Il sapore della morte si fa più amaro. Le lacrime di sale scendono toccando il cemento ruvido.
Un medico scuote la testa. Altri uomini cercano di mettermi sulla barella. Non lo sentite questo odore acre. Non ha battito, il suo respiro è nell’aria che ci circonda. Smettetela! Non respirate, non la consumate. La sua anima sta fluttuando tra le fitte luci bluastre della morte. La mettono sulla barella come una cosa, un oggetto guasto e la coprano con un lenzuolo bianco. Adesso cercano di portami via. Il sapore si fa più intenso, sorrido. Presto, i nostri occhi si rifletteranno. Ancora e per sempre, io sentirò il tuo battito.

Al presente non si comanda


Daniela Rindi
Al presente non si comanda

Tu mi piaci, io ti piaccio, forse mi ami, forse ti amo. Si, ci amiamo. Vado a comprarti un anello così ci fidanziamo. Ci sentiamo meravigliosamente innamorati. Passano un paio d’anni e ti porto un altro anello, più costoso e ci sposiamo. Facciamo subito un figlio, bello, intelligente e, perché no, già ricco.

Il figlio ci riempie di soddisfazioni: è il primo della classe, suona due strumenti e vince sempre un sacco di medaglie nello sport. A che serve un figlio se non a questo? Ne siamo proprio orgogliosi, mica ce ne vergogniamo. Allora meglio due, così facciamo scopa, oltre che a scopare.

Questa volta è una femmina, perché la coppia mista ci vuole, è più completa. Formiamo un’ incantevole famiglia felice. Anche lei è bella, intelligente, un po’ meno ricca, perché una parte se l’è già presa il fratello. Il maschio ci costa un po’ di più, ma io lavoro sodo per non far mancare nulla a nessuno. Anche lei da tante soddisfazioni, altrimenti che gusto c’è.

Compriamo anche un cane, quello della pubblicità che insegue i rotoli di carta igienica, è simpatico, è bello e poi ce l’hanno tutti.

I figli crescono, si sposano, fanno figli a loro volta e noi diventiamo nonni, oltre che vecchi. Ci divertiamo ad andare ai giardinetti con loro, da soli è un po’ noioso. Giochiamo ai bravi nonni e così abbiamo un tornaconto: non veniamo sbattuti all’ospizio.

C’è tanta considerazione così e a noi ci piace. Poi uno dei due muore, forse io, forse tu, magari assieme. Se muori prima tu, io non mi consolo e deperisco ogni giorno di più, fino a raggiungerti in breve nella fossa.

Se muoio prima io, tu deperisci lentamente fino a raggiungermi nella tomba di famiglia. Chi prima, chi dopo che importa, finiamo insieme comunque. Se però ci spegniamo all’unisono è meglio, nessuno dei due deperisce o soffre.

Veniamo seppelliti insieme, meglio cremati. Lasciamo tutti i risparmi di una vita, anzi due, ai figli. Si spendono tutto fino all’ultimo centesimo e poi ricominciano da capo, loro.

Noi non abbiamo più problemi, abbiamo tutta l’eternità davanti… se esiste, altrimenti finisce tutto così e buonanotte.

Dentro gli occhi. Un racconto di Silvia Rosa.


Silvia Rosa
Dentro gli occhi

Non riuscivo neppure a guardarlo.
Ma guardarlo era ciò che più desideravo al mondo. Attraversare il sentiero del suo corpo, fermarmi all’ombra delle sue ciglia corvine, scivolare con lo sguardo acceso lungo i contorni increspati della sue labbra, che a volte si aprivano improvvise, esplodendo in una risata, come nuvole d’estate in perenne movimento. Seguire le linee precise e definite delle sue mani, ancora sconosciute, osservarne ogni dettaglio. Sostare, con l’avidità dei miei occhi affamati, nell’incavo pulsante di vita e calore del suo collo, che solo raramente si offriva alla vista, libero dal cappio floreale di qualche buffa cravatta, e dalla stretta ostinata del primo bottone della camicia, celeste grigia rosa a righe blu e rosse…Chissà che cosa si celava sotto la carezza ruvida della stoffa. Avrei tanto voluto vedere tutto di lui. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Non mi bastava svelare il segreto della sua pelle, imparare a memoria la geografia dei suoi nei e delle sue piccole cicatrici, conoscere l’involucro guizzante e mutevole del suo sesso. Io volevo andare oltre. Volevo guardarlo dentro. Interiormente.
Non mi fraintendere, Gentile Lettore.
L’espressione “guardare dentro” significa, certo, nell’accezione più comune, conoscere di qualcuno, che ci si presenta dinnanzi, in tutta la cruda verità del suo essere (prima di tutto?) un Corpo, anche ciò che di impalpabile racchiude in sé, i suoi moti interiori: le emozioni, i sentimenti, i pensieri. Insomma, sapere chi è davvero.
Ecco no, io non cercavo di cogliere l’essenza di quell’uomo. Io volevo vedere minuziosamente ogni particella di materia vivida e sanguigna, che componeva lo splendido e desiderabile arabesco della sua figura. Volevo schiudere, come fosse un guscio vellutato e fragile, la sua carne d’oliva, che proteggeva il regolare scorrere -sordo e ottuso- della Vita al suo interno.
Bramavo di scrutare il fluire del suo sangue denso e vischioso nel lume delle arterie e delle vene bluastre, cunicoli tesi e circolari e avviluppati intorno agli organi e dentro, dentro di loro. Guardare il movimento ritmato che scuoteva il suo cuore, seguire il labirinto delle sue viscere molli, calarmi nei suoi polmoni ed osservare i refoli d’ossigeno trasformarli in palloncini. Volevo guardare com’era il suo cervello, il colore della sua ragione, le strade in cui correva la logica delle sue parole, il rifugio dei suoi ricordi traditi.
Desideravo farlo a brani con il bisturi preciso del mio sguardo implacabile.
Amico Lettore, cerca di comprendermi. Alcune ossessioni baluginano all’orizzonte come devastanti tornado, che spazzano via quel poco che in certe aride terre riesce ad attecchire. E in me il pensiero di lui e del suo corpo di muscoli a fasci compatti, di ossa dal biancore angelico, di umori acri che sgocciolavano, stilla dopo stilla, producendo la misteriosa musica degli abissi marini, di sapori e profumi dolciastri, di cellule invisibili che io volevo passare al vaglio d’un microscopio inesistente, quell’anelito scabroso di lui, aveva allignato come gramigna nella prateria del mio ventre, senza che io me ne rendessi conto. E  quando mi accorsi che non riuscivo a guardarlo senza provare una fitta di spillo all’ombelico e poi un fremito leggero lungo le gambe, allora, fu troppo tardi per scappare. Ero presa nel vortice a spirale della più violenta delle tempeste. Non avevo via di scampo.
Accorto e Savio Lettore, tu, lo so, avrai già capito che una siffatta e insana brama di guardare, possedere completamente con l’umida conchiglia piena degli occhi, un corpo altro da sé, nella sua sincera nudità, in ogni suo caliginoso e segreto anfratto, e poi ancora più giù, più in profondità, più all’interno, altro non è che una perversione, pericolosissima, giacché inevitabilmente, ad un certo punto, quel desiderio smanioso non si soddisfa più con insipidi assaggi lattiginosi che immaginazione e fantasia cuociono lentamente, ma pretende ed esige concretezza di sangue, si affaccia alla coscienza e grida il suo bisogno di voluttà. E chiede carne viva.
Ma io ti giuro, Caro Lettore, non lo sapevo. Mai avrei pensato di ritrovarmi in quella radura devastata dal passaggio impietoso dell’ossessione per un corpo, il suo, da divorare tutto, con le mie pupille impazzite.
In principio pensavo d’essermi semplicemente invaghita di lui. -Lo desidero-, mi dicevo, -tutto qui; quando lo vedrò nudo e sentirò il suo corpo muoversi nel mio, mi dimenticherò di me stessa e dei miei grevi pensieri-, che, invece, sempre più insidiosi ed insistenti mi colavano addosso, di piombo, togliendomi il respiro.
E immaginavo come sarebbe stato sentirlo mio, spiando di sottecchi la più autentica delle espressioni, quella del godimento puro. Tutti gli innamorati vogliono guardare l’oggetto della loro passione. Non c’è nulla di strano, non è vero Saggio Lettore? Non è capitato anche a te?
Però ammetto solo adesso – tardi, purtroppo-, che di notte, nell’abbandono innocente del sonno, presero ben presto a visitarmi sogni insoliti, dai quali mi risvegliavo puntualmente madida di sudore, agitata. No, eccitata. Questa è la parola giusta, che allora non riuscivo ancora a pronunciare.
C’era il suo corpo, che si dava a me, ma io non sentivo niente. Era come se fossi evanescente. Lui era dentro di me, ma io, io non c’ero, non abitavo il mio corpo, apparentemente privo di vita. I miei occhi solamente si muovevano, rapidi. E schizzavano via, all’improvviso, rotolavano sulla sua schiena, che a contatto con essi diventava trasparente. Vedevo allora tutta la complicata architettura del suo organismo e ne rimanevo incantata, iniziando a godere di fronte allo spettacolo della sua sublime perfezione d’animale terrestre, assaporandone ogni fotogramma. Ma poi, d’un tratto, i miei occhi mi tradivano, negandomi il supremo piacere, oscurando l’immagine di quel corpo, che volevo possedere tutto e che invece mi sfuggiva alla vista, sbiadendosi e diventando tutt’uno con lo sfondo grumoso e violaceo del nulla, informe.
A questo punto il sogno diventava un incubo angosciante. I miei occhi non bastavano più a soddisfare la fame di lui. Ritornavo in me, riemergendo dal torpore in cui ero sprofondata, sentendo crescere nella pancia la furia di una rabbia incontrollabile e nelle tempie il fracasso della garrula cantilena dei miei perché. Perché non potevo vedere tutto il suo corpo? Perché non potevo possederne ogni cellula? Perché non potevo scoprirne completamente il Segreto? E ad ogni ‘perché’ seguiva un colpo violento, che sferravo con le mani nude, contro quell’uomo che desideravo da morire. Vedevo i brandelli della sua carne ovunque. Ma non coglievo più l’unicità vibrante del suo esistere, vivendo, nell’integrità estatica del suo corpo inaccessibile. E mi disperavo.
Mio Paziente Lettore, perdonami se ti tedio con queste prolisse descrizioni di macabri incubi. Ma voglio che tu conosca tutta la verità, per giudicarmi, ché non vedi l’ora di farlo, sì, confessa, tu che molto probabilmente non ti sei mai trovato in cella, dietro le sbarre asfittiche dei tuoi stessi deliri, pungolato continuamente dai tuoi pensieri insani, piegato alla schiavitù di un padrone crudele che ti tortura e da cui non puoi scappare. Perché è parte di te.
Lettore, bada bene: io non cerco la tua pietà. Vorrei che tu mi capissi un poco. Dichiarami colpevole, condannami pure, se vuoi. Ma ti prego, salvami.
Qual è il limite da non oltrepassare mai? Dov’è il confine che separa la vittima dal suo carnefice? E il burrone, il precipizio che si apre sul ciglio della strada, così ben nascosto, quasi invisibile? Qual è il punto di non ritorno, superato il quale si è perduti per sempre? Oh, certo, tu, Lettore di buon senso, sapresti rispondere a questi quesiti, vecchi come il mondo, senza alcuna esitazione. Io non ci riuscivo, invece. E infrangevo tutte le regole e i buoni propositi che mi inventavo per non cedere al richiamo di quel seducente corpo, per non cadere nella tentazione di cercarlo con gli occhi. Al tempo stesso avevo paura, non mi fidavo affatto dei miei desideri, che si ribellavano al mio controllo. Decisi di evitare quell’uomo: con tutte le mie forze io dovevo proibire a me stessa di rivederlo. Ma fu tutto inutile. Oramai quell’essere, quel corpo palpitante, era animato dalla linfa della mia ossessione, si annidava nelle mie iridi e le colorava di un intenso nero struggente, mi levava il sonno e la ragione, era al centro esatto di me, mi possedeva tutta. Era così dentro di me da confondersi in me. C’era lui, solamente lui e niente e nessun altro. Nemmeno io c’ero: l’immagine del suo corpo si nutriva di me, e quanto più diventava consistente e spessa tanto più io mi assottigliavo per lasciarle spazio, vulnerabile mi sgretolavo, consumandomi. Lentamente finii quasi col non esistere più. Mangiavo poco e male, senza assaporare nulla. Non dormivo che due o tre ore di fila per notte. Non trovavo la concentrazione necessaria a svolgere le abituali attività quotidiane. Uscivo di casa sempre più di rado. Non frequentavo nessuno. Mentivo costantemente, sulle motivazioni del mio evidente malessere; spergiuravo che si trattava solo di stanchezza.
Sull’altare di un Dio spietato, che avevo creato io stessa, ostinata seguitavo a supplicare, con le ginocchia sbucciate, nei giorni tutti uguali, sospesi ed esposti al davanzale di un’immobile attesa, pregavo che si lasciasse trovare da me, dai miei occhi, oppure che svanisse, cancellando il ricordo della sua figura e restituendomi a me stessa. Offrivo al suo corpo il sacrificio di me.
Ragionevole Lettore, non pronunciare ancora la tua sentenza: no, non ero diventata pazza. Purtroppo, ché la pazzia è un lusso, in certe situazioni. Io rimanevo lucida, consapevole, cosciente dello sfacelo a cui andavo incontro, precipitando sempre più giù in quell’abisso, sul cui margine avevo passeggiato, con la lievità infantile di chi non sa della Morte a cui è promesso.
Non ci sono scuse, né giustificazioni, né attenuanti di alcun genere quando si commette il crimine di annientare una Vita che non ci appartiene. Nemmeno se questa Vita scorre in noi stessi, protetta e inseparabile dalla scorza alchemica del nostro corpo, insensibile alle nostre reticenze, ai nostri dubbi e tormenti, occupata a perpetrarsi, proteiforme e gagliarda. Ma io non avevo altra scelta per liberarmi di quell’uomo, se non quella di violare il sacro veto di non uccidere.
Senz’altro, Scaltro Lettore, tu non saresti mai rimasto impigliato nella ragnatela di filo spinato, che l’ossessione ti tesse intorno, come un sudario funebre. E sagace come di certo sei, non ti saresti illuso che fosse in qualche modo possibile liberarsi dalla trappola immobilizzante di quel pungente ordito. Io no, sognavo la libertà, sfuggire a quel corpo che vedevo ovunque. A qualunque costo.
Quando il tempo si frantuma in pulviscoli di diafani istanti, ogni gesto assume la lentezza e la solennità della Fine. E’ come sgusciare via da sé e dal Mondo e vedersi da lontananze di stelle ultragalattiche. Così io osservavo il rigagnolo di sangue formare una piccola pozza, che si dilatava spaventosamente. Come appartenesse ad un’altra dimensione. Ad un’altra persona. Al corpo di lui, che aveva messo radici nei miei bulbi oculari, ramificandosi dentro di me. Io mi aprivo, affinché dalla feritoia dei miei polsi potessi strapparmi quel germoglio malato, che mi soffocava, come un parassita, annullandomi.
Lettore Caro, forse tu lo saprai già: morire consapevolmente è un’impresa difficile, ma non la più ardua che possa intraprendere un uomo. In effetti, accettare la condizione di condannato a(lla) Vita è assai più faticoso.
Fuori dalla finestra fioccano batuffoli di cotone idrofilo. Si depositano sui tetti, sulle automobili e sui giardini addormentati. Decorano alberi spogli. Coprono col loro candore il fango e il sudiciume stratificato delle nostre grigie strade metropolitane. Lo lavano via, trasformandosi in acqua e defluendo nelle fogne interrate.
Ma sotto lo scrigno di gelo e biancore tutto è in fermento. E’ quasi primavera. Sono a casa, finalmente. Il Dottor D. ha chiuso la mia pratica mesi fa, e la terapia volge al termine, una o due sedute ancora. Niente farmaci. Dormo che è una meraviglia. Sto bene.
Ieri che non nevicava sono uscita, indossavo il mio cappotto preferito, rosso vermiglio. E ho rivisto lui, al solito posto, dove sapevo di trovarlo. Il suo corpo m’è parso così insignificante, uguale a tanti altri. L’ho fissato a lungo. Assomigliava a qualcuno che mi sembrava di conoscere vagamente, ma di cui non ricordavo affatto il nome. Il sorriso, forse, mi era familiare.
Amico Lettore, adesso vedo bene l’ultima frontiera invalicabile, oltre la quale ci si ritrova faccia a faccia con l’Ombra del nemico, che alberga in noi.
Bisogna guardare dentro di sé. E’ qui il più esiziale degli abissi.

questo racconto è comparso anche su “Il sottoscritto“.