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“Storia di Irene” (Feltrinelli) di Erri De Luca, recensione di Daniela Gerundo.


errideluca_storiadiirene_feltrinelli“Storia di Irene” (Feltrinelli) di Erri De Luca

Una fiaba in prosa poetica. Versi profondi come il Mar Egeo che circonda l’isola di Flores; lievi come le onde “a riccioli di burro” che ne lambiscono le coste; leggeri come la brezza che smuove la folta e bionda capigliatura di Irene, l’adolescente che lì dimora. Creatura venuta dal mare della quale nulla si conosce se non l’evidente stato di gravidanza, Irene è guardata con diffidenza e sospetto dagli abitanti della piccola isola, che si percorre “da un capo all’altro con un giorno di cammino”. Non se ne cura la silenziosa fanciulla, abituata ad essere trattata da tutti come “un’ombra sul muro”.

Matrigna è la terraferma con Irene, mentre il mare, nel quale si immerge nelle ore notturne, l’abbraccia e l’accarezza. Nuota con i delfini Irene; con loro vive e comunica da amica, sorella, madre; li considera la sua vera famiglia. La comunità dei cetacei l’ha amorevolmente accolta più di quanto non abbiano fatto le donne e gli uomini del posto.

Solo con lui Irene comunica, con lo scrittore anch’egli venuto dal mare che le racconta storie e vuol conoscere la sua storia. Hanno bisogno di storie gli uomini per “accompagnare il tempo e trattenerne un poco”. Sono storie senza finale, osserva Irene; storie che si fermano un attimo prima. Ne è consapevole lo scrittore che le storie non le inventa; le raccoglie come “resti lasciati dalle processioni della vita”. Ma della storia di Irene conoscerà il finale perché lui è lì, in stato di emozionata latenza, a viverla con lei, a prospettare evoluzioni differenti che il futuro potrebbe riservarle: giovani maschi, musica, balli, amore, bambini e il rispetto della gente. Sorride Irene e si discosta dallo scrittore lasciandolo ancora una volta senza il finale, perché la storia di Irene comincia da sé stessa, senza il tempo accordato prima, senza le lusinghe del futuro …. è bellezza pura che si immerge nel mare, con un sorriso “a tutte le Irene che non sono lei stessa, però potevano”.

Un finale didascalico come si conviene ad ogni fiaba; la consapevolezza delle priorità della vita reale mediata da una storia fantastica; la solitudine vissuta non come forzato isolamento ma come sublime forma di libertà costituiscono gli spunti di riflessione sui quali la storia induce a meditare. Le nuotate notturne della bimba delfino che non teme il buio e gli abissi rimanda al gabbiano uomo che non ha paura di volare sempre più in alto; Irene e Jonathan Livingston, nella bellezza di tuffarsi nel mare o librarsi nel cielo , esprimono il significato profondo della vita: la ricerca della libertà.

Quella libertà alla quale tante persone ambiscono ma a cui rinunciano per paura di essere giudicati, per becera ipocrisia, per falsa morale. Irene incarna quella meravigliosa idea di tensione sincera e decisa verso la verità; aspira ad un ideale diverso di libertà, di spazi e cieli azzurri, di soffio di vento e mare spumeggiante. Diventa così il simbolo di chi ha il coraggio di seguire la propria legge interiore senza lasciarsi influenzare dai pregiudizi degli altri e tutta la sua storia si connota come una metafora per riflettere sulla condizione umana troppo spesso costretta in schemi e ruoli ingessati che non lasciano spazio alla fantasia, alle aspirazioni, ai sogni.

Daniela Gerundo

Daniela Gerundo su “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek (Mondadori).


Daniela Gerundo su “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek (Mondadori).

Una sceneggiatura, non un semplice romanzo. Capitoli brevi, ognuno con una storia a sé che traggono linfa dai sentimenti e dalle fragilità umane per produrre , infine, l’armonia di un racconto autobiografico forte e dettagliato, autentico e spassionato nel quale ritroviamo le cifre stilistiche che già caratterizzano il linguaggio filmico di Ozpetek.

È un linguaggio tipico il suo quando parla di relazioni umane e sentimenti : attento, delicato, ironico, composto, dotato di una leggerezza tale da non offendere alcuna sensibilità. Ci aspettiamo di poter rivivere nelle sale cinematografiche le emozioni che Ferzan ci ha comunicato schiudendo ai nostri occhi le pagine di un diario di viaggio intimistico nel quale racconta il suo percorso di crescita come regista e come uomo.

È la storia di un bambino che, rincorrendo i sogni, raggiunge da adulto la felicità e la completezza nella personale realizzazione. E’ la narrazione di un percorso di vita che da Istanbul lo porta a Roma attraverso molti mari, oceani, spiagge per approdare, infine, verso Sud, in un “posto caldo che esiste solo dentro di noi”.

Sono pagine sussurrate, ammantate di sensualità e seduzione, perché la parola giusta che incide e colpisce non è quella urlata. I toni accesi sono riservati ai colori dei tulipani, al profumo dei tigli, alle tinte dei tramonti sul Bosforo, all’azzurro del cielo che ti fa venir voglia di essere aquilone, al rosso dei melograni, dei tram, dei carrettini dei venditori ambulanti di ciambelle al sesamo.

Sono pagine pervase dall’huzun, l’equivalente del portoghese saudade, quel sentimento a metà tra malinconia e nostalgia; quella sensazione di straniamento di fronte ai crimini del cuore; quella struggente nostalgia per le occasioni mancate: l’occasione di vivere appieno il rapporto col padre, con la sorella Filiz, con l’amico Yusuf, con l’amata Neval.

Occasioni mancate anche per Anna e Michele, personaggi della storia parallela che nel libro si sviluppa assieme alla vicenda personale del regista, protagonista della storia : due vicende iniziate assieme, destinate ad incrociarsi e convergere , alla fine, verso un’unica direzione.

Un incontro in aeroporto, luogo non propriamente indicato per abbracci e addii come lo sono le stazioni ferroviarie.

Il regista prende lo stesso aereo di Anna e Michele, sposati da vent’anni, che viaggiano con una coppia di giovani amici, Elena e Andrea. Un viaggio di lavoro stravolgerà le esistenze di tutti e si trasformerà per Anna in un’occasione per affrancarsi da abitudini sedimentate, per liberarsi dal continuo bisogno di controllo, per strapparsi di dosso la vita come un vestito ormai vecchio e recuperare la propria autenticità, per risvegliarsi da un lungo torpore. “Impara dai fiori perché loro lo sanno che dopo un gelido inverno arriva la primavera” diceva il nonno di Anna. “ Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” recita il giovane Murat incontrato in strada mentre incide un graffito sul muro. “ Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?” E’ l’inizio di una “rivoluzione” personale che coincide con la rivoluzione dei giovani e di tutta la popolazione contro una speculazione edilizia che il governo vuole realizzare demolendo un’antica sala cinematografica.

Nel corso della manifestazione viene arrestato il regista che riconosciuto, verrà subito rilasciato. Il rientro a casa sarà per l’uomo occasione di confidenze e confessioni con l’anziana madre; il momento delle verità a lungo nascoste, dei consigli e delle considerazioni. Sull’amore. L’amore che succede e basta. Perché non esiste un motivo per cui innamorarsi. Si è guidati da leggi misteriose e nel mistero bisogna cercare di rimanerci il più a lungo possibile. Perché niente è più importante dell’amore. L’amore non fa differenze di sesso : sceglie e basta. E non bisogna sorprendersi se si possono amare due persone contemporaneamente.

L’amore lega a noi in modo indissolubile anche le persone che abbiamo amato e non ci sono più. Solo l’amore può rafforzare le fragilità e contrastare il mal di vivere che a volte ti fa scegliere il buio invece della luce. Nella vita occorre comprendere le debolezze delle persone che amiamo, non fermarsi all’apparenza delle situazioni ma comprendere l’essenza dei sentimenti che le hanno determinate e saper perdonare. Perdonare anche la propria madre che ha taciuto un’importante verità sulla vita del padre. Lo si può fare attraverso i versi del poeta Nazim Hikmet che parlano di speranza e di fiducia nel futuro.”….i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. Il futuro è come il sorgere del sole. “Brindiamo a tutte le albe che verranno” sono le parole che Anna sente pronunciare da Andrea . L’ha vista anche lei l’alba, quella in cui il mondo si è capovolto e la sua esistenza non è stata più la stessa. Una luce di positività e speranza pervade le ultime pagine del diario di viaggio nella memoria nel quale ci ha condotti Ferzan Ozpetek il cui nome vuol dire “ l’ultima luce del tramonto”.

Daniela Gerundo

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“Vicolo dell’acciaio” (Fandango) di Cosimo Argentina. Una recensione di Daniela Gerundo


L’impressione che si riceve dalla lettura dei suoi libri è che Cosimo Argentina si serva della scrittura come strumento per “elaborare un lutto”; come mezzo per sublimare il dolore e racchiuderlo nelle pagine; come tramite per trasformare in energia creativa la rabbia che sente implodere in sé; come sistema per commutare i vibranti sentimenti che lo animano in parole scritte.

Parole che necessitano di un’attenta lettura per poter recepire i messaggi in esse sottese. Occorre, infatti, saper leggere tra le righe più che le righe di quelle pagine per ritrovarvi le spinte emozionali che a quei racconti danno vita senza mai essere apertamente palesate, al massimo alluse: l’amore viscerale per la propria città; i legami indissolubili con quel “cumulo di pietre e di cristiani”; lo stupore davanti agli incredibili colori dei tramonti occidentali; l’orgoglio dell’appartenenza ostentato attraverso il ricorso ad un lessico famigliare strutturato su un vernacolo blindato e codici comunicativi fatti di versi della bocca supportati da cenni della testa.

La nostalgia originata dall’assenza di tutto questo e molto altro, il dolore generato dalla forzata lontananza dalla sua città, pari per intensità al patimento di un innamorato respinto, alimentano la scrittura torrenziale di Argentina definendone le cifre stilistiche ma anche i condizionamenti più evidenti.

E’ una narrazione avviluppata a luoghi situazioni e personaggi che hanno segnato la sua crescita; radicata nella cultura della terra d’origine ,alle usanze, alle abitudini, ad un modo confidenziale di relazionarsi tipico delle piccole comunità, dove tutti hanno un soprannome identificativo, dove si tende a consorziarsi in una comune rete di protezione e di sostegno.

E’ una narrazione espressa attraverso un gergo colloquiale e localistico che non facilita Argentina nel trovare editori disposti a riconoscergli i meriti dell’autenticità del sentire,della libertà d’espressione, del rifiuto delle snaturanti rivisitazioni dei consulenti letterari,del sentirsi svincolato dai tempi “dell’umano sistema fognario”.

E’ una narrazione fremente di passione che, con la portata di un fiume in piena, rompe gli argini imposti da precise indicazioni editoriali e travolge il lettore anche con la sgradevolezza di alcuni dettagli ma con la leggerezza dell’ironia quale sublimato dell’ira; con uno stile vivace in cui il sorriso amaro ha il sopravvento sullo sdegno per le ingiustizie sociali e sulle avversità della sorte in cui si dibatte una popolazione che ci rimanda al “ciclo dei vinti”.

In Vicolo dell’Acciaio Mino Palata racconta l’evolversi di una generazione del quartiere nel quale Cosimo Argentina è realmente cresciuto. La scenografia è resa dai profumi, suoni, rumori di quelle strade; dalle voci della tribù tarantina, dai rituali tipici del familismo meridionale. E’ il quartiere della mitica e mitizzata Via Calabria dove il 90% delle famiglie ha il capo che “se la spassa nel siderurgico”, beve caffè Ninfole, tracanna birra Raffo.

Quella dei capifamiglia è una carovana di antieroi che avanza su colline di carbon fossile e polveri ferruginose con genetica rassegnazione; con la consapevolezza che nel caravanserraglio dell’acciaio si baratta la vita per la sopravvivenza; che a nessuna caduta seguirà un pronto riscatto; che una naturale selezione della specie permetterà solo ai più forti di concludere il ciclo lavorativo nei gironi infernali dell’industria siderurgica, esentandoli da malattie invalidanti, rare forme tumorali, mutilazioni nel corpo e nell’anima. Una ingenerosa predestinazione sembra condannare i maschi del vicolo al ruolo di vittime sacrificali secondo un copione che si ripete per generazioni con scontata prevedibilità e passiva accettazione.

Inutili le manifestazioni di protesta contro gli sbuffi venefici del mostro d’acciaio; c’è il rischio di rimanere vittime dei raggiri delle associazioni degli “ambientalisti del giovedì”, personaggi incompetenti desiderosi solo di strumentalizzare il dolore della gente per acquisire un potere contrattuale.

Alle famiglie colpite resta il conforto del “consolo”, un rituale di solidarietà dell’indotto umano che comunque si sforza di migliorare l’avvenire dei propri figli attraverso gli studi universitari, guardando alla laurea come documento valido per espatriare dal vicolo e sdoganarsi dal destino di “gechi” attaccati al muro del bar di Mest’Arturo.

Gli studi di Mino però sembrano arenarsi al capitolo “Prescrizione e Decadenza” di un esame duro da superare quanto le prove che gli riserva il destino: l’impatto con l’amore, il peso dell’assenza, l’addio di Isa; la morte dei primalinea;il sogno proibito della dea condominiale, un nastro di Mobius da “percorrere” all’infinito; l’incomunicabilità col “generale dagli occhi lisergici” suo padre, ingombrante e assoluto,ma per lui un mito vivente;la compassione per la madre, una santa donna che “si riprende sempre”, con la bussola sempre in mano a segnalare il nord magnetico in una casa dove domina l’anarchia.

Il racconto è alleggerito da riferimenti a reali fatti di attualità e a citazioni che rimandano alle passioni del nostro scrittore: la musica di James Brown; il calcio dell’Audace Usac; la poesia del Pascoli nel Gelsomino Notturno; Manzoni con le risposte della sciagurata Gertrude-Vincenzina; André Brink, in Un’arida stagione bianca;le donne tarantine, le più belle del sistema solare; i fumetti di Tom Mix.

Ma, leggendo tra le righe ,scopriamo ciò che Cosimo ha voluto comunicare attraverso Mino: la rassegnazione uccide più della diossina. E Cosimo parla della sua rabbia quando Mino fa l’amore con Isa “…non c’è passione , c’è solo un maschio furioso, incalcolabile…con uno straccio di anima nera che lotta contro qualcosa che si arrotola nel buio del suo cervello…un animale ferito che cerca di bucare il manto nel quale è costretto a vivere….le ferite vengono a galla e combatto contro i demoni…Il piacere porta alla luce il terrore a cui è vincolato”. E’ la rabbia del lutto non elaborato; di chi non si arrende davanti allo spettacolo della sua città violata, della decadenza che distrugge quotidianamente strutture e speranze; di chi si aspetta delle reazioni forti da parte di chi invece ha scelto di lasciarsi vivere o morire; di quello a cui la laurea ha meritato l’esilio,ma che anche da lontano urla la sua rabbia attraverso i suoi libri o la rubrica sul nostro quotidiano locale, manifestando un amore che se fosse nell’animo di tutti i tarantini basterebbe a contrastare le mire dei colonizzatori e la rassegnazione di una classe politica che cambia colore ma non l’arrendevolezza di fronte al ricatto occupazionale. E’ Cosimo quando Mino fa l’amore , e noi l’amiamo perché è così.

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per contribuire: Musicaos.it
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tra i prossimi interventi che verranno pubblicati su Musicaos.it: due interventi critici di Luisa Ruggio, un racconto inedito di Evelyn De Simone, un intervento critico di Vito Russo

“Saluti e baci”, un racconto di Dino Mimmo


“Saluti e baci”
di Dino Mimmo

La notte è tutta mia, è una donna incinta, ha le doglie, me la sento addosso, appiccicosa, vinavil. Sono in apnea, nel buio del mio camerino, in una feroce attesa. Boys and girls inneggiano cori da stadio, là fuori, pogano come cavallette, vogliono un rock di fuoco e fiamme e aria alcolica puzzolente e canne e fumo e gel per capelli e sunglasses. Annaspo, ansimo solitario, la band è nel backstage che accorda chitarre e scatarra, sono un semitono sotto, o sopra, sottosopra, gli acuti sottosopra, erano il mio orgasmo, il mio sangue, il mio sudore, rapido e graffiante, ma un semitono sotto, all’inizio sembri fuori tonalità ma poi, poi ti esce un sound tutto allucinato, tutto allucinato, e all’improvviso, come sempre, da un po’ di tempo a questa parte, ho voglia di correre fuori, al freddo, a piangere, bambino, eccomi, ho paura ho paura ho paura.

La notte è ancora giovane, come me, non voglio cantare, no, lasciatemi uscire da qui, non voglio nessun suono, nessun rumore di guitar, lasciatemi ridere, anche se, anche se, no, non ho il coraggio di farlo, mi dico, mi ripeto, da sempre, da un po’, ed è vero, datemi dissonanze, ammutolite la platea, spegnete quella folla lì fuori, non c’è verso di fermarli, non c’è verso di fermarmi, lasciatemi ululare, scale semidiminuite come vendette.

La folla è accesa, e le luci, e la scena, e lo show: solo buio e freddo, ho buio e freddo, apnea, lasciatemi uscire dal mio corpo, questo vuoto è soltanto mio, la testa diventa quadrata, una sensazione di immobilità, qui dentro, lì fuori, no-ritmo, afasia, aspetto sempre, da un momento all’altro il buio, in contropiede, mandare a fanculo tutto quello che abbiamo, lo show studiato pazientemente in sala prove, le mie allucinazioni, la realtà che non mi guarda affatto, ritmo di un metal duro, gotico, angosciante, cruel, dritto e lungo, come un cazzo, freddo, per niente sensuale, un metal proprio del cazzo, che non mi riguarda più, non guardo in faccia a nessuno, tiro solo per me, mondo marcio, e ipnotico, e io, a ripensarci adesso, avrei voluto essere uno normale, in un mondo normale, in un tempo normale.

Cosa cazzo ci faccio in questo lurido camerino da quattro soldi? Dov’è il resto della mia vita? Cosa vuole da me questa gente schizzata e delirante e colorata e infiammata? In quanti sono, in quanti siamo, in quanti siete contro di me? Voi lo sapete cos’è il vuoto? E’ uno, è singolare, è fatto di blocchi di cemento, di rimpianti e di cemento, e di sangue non coagulato, bloccato, sventrato, addensato di piastrine, e voi, voi ballate, ballate pure, voi, che il vuoto balla con voi, un vuoto unico, soltanto io lo capisco, voi ballate pure, soltanto io lo vedo, ballate pure, mes petit zombie…

Sto sudando freddo, sudo e comincio a ridere, rido nel mio vuoto peggiore, quest’incubo, non voglio salire sul palco, fanculo la band, fanculo loro, se mi sentono, mi muovo in un tempo ossessivo, i suoni di una techno apripista che sparano per scaldare la folla, ballo l’ultimo fandango, corteggio questa notte di merda per riuscire a farla mia, questo urlo dentro di me, non so cosa ci faccio tra queste mura sbiadite, tra queste voci sussurrate nel mio vuoto, tempo pompato a centoquaranta decibel, sotto la soglia del dolore, rido, senza ascoltare le voci nella mia testa, rido e non connetto, rido, e sudo, e il mio vuoto balla con me, lasciatemi fuggire, in una vita normale, sono lento, ma corro al limite delle mie possibilità, cour dans les nuits de l’aime, sono l’icona di un rock feroce, tiro e tiro, nudo e crudo, entre dans le vide de l’aime, sono l’Icona, la vostra unica vera sana follia, il vostro ego sospeso, vi voglio distorti, dentro una follia tutta nuda, nudo come lo show, e rido sudo rido, vedi che sudo amico mio, vedi che sudo anch’io, travestito nel vuoto infame, la technorock nello stomaco, e rum e crack e merda che si mescola nel cervello ai ricordi, la voglia di vomitare tutto, rock guasto e pensieri, e caffè, non voglio questo show, non voglio questi odori finti, voglio esserci, voglio mollare tutto e scappare, urlare al soffitto di questo posto, e rido, e ballo, rabbioso come un cane, voglioso di azzannare, cannibale…

Ecco, mi chiamano, lo show comincia… Stanotte voglio ballare per sempre, non fermarmi, sudare sudare sudare, salire sul palco ballando, ridendo, alzare al cielo il microfono, urlare ANDATE A CASA!, e dissolvermi, sparire nel nulla, fanculo l’Icona, lasciatemi andar via, lasciatemi la mia vita, c’ho da vomitare e non voglio cantare, non sono la vostra Icona, sono pallido, la band è già tutta sul palco, tranquilla, nel proprio mondo, ho i conati di vomito, con un balzo felino salto sulla scena, si accendono milioni di luci, la folla di boys and girls ulula, in delirio, la sua Icona, un boato festante.
Alzo le braccia al cielo, sono un dio, il vostro Dio rassegnato e castigato, e urlo, e rido, e urlo e rido.

Saluti e baci dal vostro merdoso rock del cazzo…

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È la volta di un racconto di Dino Mimmo, intitolato “Saluti e baci“. È il racconto che abbiamo scelto per chiudere l’anno 2010. La prossima recensione che verrà pubblicata sarà di Daniela Gerundo, che ha scritto su “Vicolo dell’acciaio” (Fandango) di Cosimo Argentina, uno dei più talentuosi autori pugliesi degli ultimi anni.

Daniela Gerundo recensisce “La melodia del corvo” (Bompiani) di Pino Roveredo


Pino Roveredo - La melodia del corvo - Bompiani

Un immondo Grand Guignol di nefandezze, un circo animato da “equilibristi della provvidenza” e “giocolieri della disgrazia” è il microcosmo in cui riecheggia, roca e sgradevole, “la melodia del corvo”; un sottoscala della vita abitato da personaggi grotteschi che hanno derubricato l’amore dalla loro antologia della sopravvivenza, scritta con l’inchiostro della bile nera e con la mano scossa dai fremiti delle crisi d’astinenza.

Nelle zone d’ombra della loro “Corte dei Miracoli” si aggira un substrato di umanità con la coscienza narcotizzata da una permanente anestesia affettiva: prestigiatori abili nel trasformare il denaro in fumo e il fumo in delirio; temerari saltimbanchi che valicano la montagna della vita con “capriole in salita”; picchiatori scelti pronti ad avventarsi con inaudita violenza sugli insolventi compratori di illusioni in bustine; funamboli maldestri nel loro deambulare in perenne equilibrio instabile, sulle corde tese ai confini di una umanità possibile, senza la sicurezza della rete di protezione ad attutire le inevitabili cadute. Una rete predisposta ad accogliere, come in un amorevole abbraccio, chi è lontano dagli schemi della perfezione che il mondo al di fuori della tenda esige.

Situazioni estreme, personaggi esasperati, il tempo della vita scandito da un ritmo concitato che Pino Roveredo traspone sulle pagine del suo ultimo romanzo con una scrittura affannosa, sincopata, con le approssimazioni della lingua parlata, col ricorso ad incisivi ossimori,allitterazioni, onomatopee; con una narrazione che, discostandosi dalla linearità temporale ricorre a continui flashback e flashforward a giustificare lo stato confusionale in cui si trova il protagonista, sprofondato nel buco nero dell’Io, nel vuoto interiore evidenziato dalla insicurezza e dai bisogni. Il bisogno d’amore, in particolare, crea in Gino una dipendenza affettiva dalla persona sbagliata:Giuliana, la dispensatrice di dolore, la vigliacca ipocrita opportunista capace di mille travestimenti, la passione dei vent’anni dall’incedere sicuro con la sua “prorompente bellezza caricata sui tacchi”, la predatrice entrata nella sua vita e nella sua anima per derubarlo della propria libertà interiore, della dignità, dell’autostima; per distruggergli la famiglia, il lavoro e tutto quanto faticosamente costruito fino a quel tragico 18 ottobre.

Devastata dall’incapacità di elaborare i lutti provocati dalle esperienze negative vissute col padre e con il suo primo amore, Giuliana “ingrassa la sua rivincita” usando gli uomini per vendicarsi, andando all’incasso dei crediti che la vita le porta calpestando chiunque si trovi sulla sua strada, inseguendo un benessere borghese travestita da “sinistroide sinistrata”, cantando Bandiera Rossa e Contessa con la sua voce roca da corvo, spacciando sostanze mortali.

Una di queste sostanze ucciderà Riccardo , che da quel momento va ad abitare la mente di Gino diventandone l’alter ego, la coscienza, la sua parte razionale, l’istinto di conservazione, colui che gli impedirà di traslocare “dalla preoccupazione della vita alla soluzione della morte”.

È un ipersensibile Gino; ama Paperino, la rima dolce di Prévert,i piaceri semplici della vita; reclama coccole dalle donne della sua vita, la moglie e la figlia, che gli riservano il gelo dell’indifferenza. Arrabbiate con la vita, prive di qualsiasi entusiasmo Luisa e Martina sembrano geneticamente predisposte alla tristezza, alla malinconia e alla depressione. Gino al mattino prepara loro la colazione mettendo anche i fiori a tavola, sia pure di plastica, e le sveglia con un bacio, ma “non è facile amare senza avere poi indietro il conforto di un ritorno”.

La loro vita “quadrata, con gli animi a spigolo” scorre con la noia di un treno accelerato sui binari della normalità, con gesti che si reiterano quotidianamente senza suscitare la benché minima emozione, con la comunicazione affidata a sguardi imbronciati e invettive urlate. Una situazione stagnante in cui Giuliana trova un fertile humus per radicare e poter neutralizzare la volontà di Gino, che si ritrova proiettato in una dimensione costituita da molte ipotesi ( ipotesi di una fuga…di un amore…di un tempo…di un luogo…di un incastro…) e una sola certezza : la voglia di regalarsi il grande piacere di restare. Malato di possessione amorosa, terrorizzato dalla paura del distacco Gino troverà la forza di compiere un gesto che legherà per sempre a lui la sua Giuliana.

Scritto in tre mesi, in contemporanea con altri due libri che usciranno nel 2011, Roveredo non ha concesso distrazioni alla velocità, rimanendo nelle cifre stilistiche della sua scrittura asciutta e immediata ma anche avvolgente e appassionante, ricca di spunti autobiografici nei contenuti.

Dalle pagine del romanzo prende corpo la tormentata vicenda esistenziale dei suoi primi 40 anni; un percorso consumato nelle costrizioni del letto di contenzione e dell’Hotel Millesbarre ma illuminato dalla scoperta di una dimensione totale della libertà che può derivare solo dalla cultura.

I testi divorati nei lunghi periodi di isolamento hanno medicato le offese subite nel corpo e nello spirito, contribuendo a restituire alla società un uomo consapevole, che ha imparato a rispettare sé stesso e gli ultimi, quella parte di umanità che non tace le difficoltà del vivere quotidiano e i rischi di rimanere vittime di autoinganni senza possibilità di riscatto. Lui che a riscattarsi ci è riuscito ora si occupa di chi è ancora dentro il vortice dell’autodistruzione, e li aiuta a venir fuori seguendo gli insegnamenti di Basaglia. È uno scontro titanico tra Eros e Thanatos, una scommessa tra la vita e la morte perché, se è vero che ci vuole coraggio per morire è maggiormente vero che ci vuole eroismo per vivere.

http://bompiani.rcslibri.corriere.it/libro/6534_la_melodia_del_corvo_roveredo.html

Il prossimo post che pubblicheremo su Musicaos.it sarà racconto di Dino Mimmo intitolato “Saluti e baci”.

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Daniela Gerundo recensisce “Il peso della farfalla” (Feltrinelli) di Erri De Luca


“Il peso della farfalla” di Erri De Luca
Daniela Gerundo

Un Cantico delle Creature in prosa; un inno alla vita in tutte le sue espressioni; un omaggio alla sorprendente bellezza della natura ed alla intelligente laboriosità degli animali: l’aquila, il ragno, l’orso, il camoscio, lo stambecco, protagonisti con pari dignità di un racconto breve ma intenso permeato da una visione rispettosa e positiva della natura. È l’analisi comparata di due esistenze e di due solitudini diverse quella che ci racconta Erri De Luca nel suo ultimo romanzo: un cacciatore ed un camoscio che si cercano, si spiano, si rincorrono, si temono; che assieme percepiscono il sopraggiungere del momento che metterà fine alla loro vita, solitaria per scelta, consumatasi nel silenzio dei boschi. “ Quando un uomo si ferma a guardare le nuvole vede scorrere il tempo oltre di lui”. Il terzo capoverso a pag. 41 potrebbe essere il giusto incipit per introdurci nella storia di due esseri stanchi che, sentendo approssimarsi l’ineluttabile momento della chiusura del ciclo vitale, scelgono di mantenere intatta fino all’ultimo la loro fierezza e la loro dignità. Nella narrazione si evidenzia da subito il rispetto e l’ammirazione che lo scrittore nutre per il camoscio, reso orfano ancora cucciolo dal cacciatore e divenuto “ il re dei camosci” forte di una taglia in più rispetto agli altri; costretto da solo a sperimentare le dure leggi della sopravvivenza; cresciuto senza regole ma capace di imporle al branco; capace di proteggere i cuccioli dagli attacchi delle aquile; capace di fiutare la presenza dell’uomo a grande distanza; determinato a non cedere la supremazia ad un maschio minore solo perché più giovane. “Re dei camosci” era chiamato a valle anche il cacciatore, esperto alpinista capace di scalare pareti impossibili e tuttavia consapevole di essere un “re minore” come quello che “soffiava nella sua armonica”. Aveva ucciso 306 camosci con le sue pallottole da 11 grammi ma era stato il suo percorso di vita a fare di lui un bracconiere. Era stato giovane durante gli anni di piombo quando l’estremizzazione della dialettica politica si tradusse in lotta armata, in accanita ostinazione a voler “rovesciare il piatto”. Ma “un uomo è quello che ha commesso”; se dimentica è come un bicchiere alla rovescia, un vuoto chiuso ed “il peggio è sempre possibile”. Da qui la scelta di vivere in una stanza a 1900 metri di altezza, immerso nella natura, pronto a recepire le lezioni di vita e di lealtà che gli animali sanno riservare al genere umano. Il sopraggiungere dell’età adulta per entrambi porta con sé delle crepe nei sensi , negli organi, negli arti. Per il cacciatore è una crepa anche l’appuntamento accordato ad una donna, una giornalista disposta a salire fino a 1900 metri pur di intervistare “l’ultimo bracconiere”. E’ una crepa l’incapacità di percepire il presente, di governare l’istinto che spinge a uccidere senza necessità, di comprendere quando le stagioni della caccia e della vita volgono al termine. “Ci sono carezze che aggiunte sopra un carico lo fanno vacillare” così come il peso di una farfalla che si posa sul cuore è “ la piuma aggiunta al carico degli anni, quella che lo sfascia”. E lo sfascio, la fine per entrambi, si preannuncia attraverso l’ ultimo episodio di caccia con il quale si chiude il racconto: l’ animale compie un atto di clemenza nei confronti del suo nemico – compagno di solitudine; il cacciatore, come già avvenuto in passato, compie un atto grave, pur nella consapevolezza di non potervi porre rimedio “ non poteva risarcire il torto , ma poteva rinunciare. I debiti si pagano alla fine una volta per tutte”. Un finale che non sorprende chi leggendo ha recepito un vago sentore di morale didascalica sovrastare le righe, senza tuttavia cadere nella facile retorica o gratuita precettistica. Nelle intenzioni dell’autore vediamo solo la volontà di offrire spunti di riflessione; la ricerca di stimoli per migliorarci; l’ occasione per guardarci dentro e confrontarci con le nostre sensazioni disancorate da melensi sentimentalismi. Si ritrova molto della biografia dell’autore nella storia del cacciatore: l’età, l’amore per la montagna, la passione politica, la morigeratezza nello stile di vita, l’importanza dei valori, dei vincoli parentali, dei codici non scritti che ispirano il comportamento degli animali e che l’uomo tende a dimenticare. Ritroviamo tra le righe l’innata spiritualità del non credente che comunque sente di voler ringraziare il “capomastro” rivolgendogli un pensiero al calar della sera; la passione per le sacre scritture nel riferimento al “vestito di vento di Elohìm”; le digressioni colte inserite con modestia e umiltà, con quella umiltà che traspare dai suoi occhi luminosi e malinconici, che tanto hanno visto e molto hanno ancora da raccontare.

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Nella prossima recensione su Musicaos.it Enrico Pietrangeli parlerà di “Giorgio Michelangeli – Dolseur e altri racconti” – Sandro Teti Editore

“fish&chips” di Teresa Lutri e Francesco Aprile


Francesco Aprile e Teresa Lutri appartengono alla nuova generazione degli scrittori e artisti nati negli anni ottanta che stanno diffondendo i loro ottimi frutti in rete e non solo, a partire dal Salento. Il loro frutto più recente è la collaborazione con Francesco Saverio Dodaro per il progetto New Page, che si è concretizzato in una mostra dei loro lavori inediti tenutasi presso il FondoVerri (Lecce) dal 15 ottobre al 22 ottobre, all’interno di una mostra dedicata a New Page che ha avuto inizio l’otto ottobre scorso.

“fish&chips”
un racconto di Francesco Aprile e Teresa Lutri

corri. il tempo stringe. si accorcia. l’auto sincopava il ritmo della notte. mentre luci tagliavano aria e sguardi. era tempo d’andare, cacciare via le attese, correre, soccorrere le giornate. un pazzo correva a piedi nudi accanto alla nostra auto imbottigliata nel traffico.

nudo d’attese e d’imbrogli. abbandonati_ tutti i compromessi. nudo più dei nudi. denudati tutti i pensieri. a correre e correre. forte. la schiena tesa a dire basta_ alla strada dietro_ in agguato ad allungarsi. attraverso i passi svelti.

sapeva che l’importante nella vista era l’avere una nebbia. da dissolvere prima o poi. o magari lasciarla tutta lì. come movimenti ondulatori dei pensieri. aveva la rilassatezza di uno stato dissociato della mente. e il debut di bjork ne saggiava i movimenti, areali, spostati su di un asse disintegrato_ senza più margini in riva al muoversi.

lui. pazzo per chi? pazzo per? così_ ogni cosa che fa dissonanza nello scorrere subdolo. delle cose. per aver tolto l’ultimo freno. all’incedere della mente. sugli schemi troppo rigidi_ del vivere civilmente. più vicino alla bestia. lasciava pian piano ogni umana fattezza. ogni umana ragionevolezza. per il brivido. di un abbandono. totale e disordinato.

che ero troppo concentrato su altre storie_ racconti mai rimarginati da poter stringere tutte le pretese|

a spandere come distese aperte

all’immatricolazione di storie

con appesa tutta la musica delle

esperienze accumulate. in questi

anni diroccati sul sedile di

un’auto.

che parcheggiare l’auto. non è necessario. quando è l’anima a parcheggiarsi un po’ ovunque. in ogni luogo dove il sogno sbuffa e sospira. ma vive ancora. e attira a sé tutte le arrese del “Quotidianamente vivere”. o lasciarsi vivere. prendo la vita per la coda. finalmente. che sonnecchiare basta. apro lo sportello della macchina. vomito via l’ultimo rancore di ieri. apro i polmoni. lascio che entri. la brezza. di pensieri destati. in metamorfosi_ verso l’azione.

appoggiati al muro. all’angolo della strada. nancy. andy. henry, henry squeeze. al centro di sbadigli che si prodigano nel racconto. ma dove si trasferisce, il tempo, su quel preciso istante del raccontare. henry, henry squeeze. diceva – aspettiamo frankie. di tutto è a conoscenza.

ma frankie diagnosticava la sua assenza articolando i battiti nella fessura di una finestra. dove la precisione si registrava tutta nell’entrata della luce. non sarebbe mai arrivato. nancy andy henry. soccorsero la sua assenza fantasticando sulla loro presenza. e niente luce agli angoli delle strade.

frankie! cosa sei? dove sei?

frankie mi assilli. assilla la mia testa. quest’assenza massiccia. nell’attesa che tu. giunga. finalmente giunga.

esiste il chiudersi. fuori. avido. spostando gli angoli delle strade nell’inarcarsi di un sentimento. henry raccolse tutti gli altri_nancy_andy. e l’irripetibile. sostituendo le loro immagini con l’accorciarsi gelido degli storidimenti|

annessi allo stupore.

di tutto questo. frankie era a conoscenza.

mentre affoghiamo per le strade. tinte in finta vernice di sogni, in asmatiche celebrazioni del mito. ricordiamo come siamo stati.

come il pazzo che correva accanto all’auto in una notte sbiadita. da luci artificiali a spuntare i sogni sulle cartoline dei nostri ricordi.

di tutto questo. frankie. era a conoscenza.

Una, le facce del sei!

Due.

Una!

Due.

Due e tre le facce del sei!

Quattro.

eppure. non si dimentica la ridondanza metrica del vento che ci sibila accanto.

Una, la faccia del sei!

Ora puoi ascoltare ciò che vuoi.

Due, le facce del sei!

Tre e quattro le facce del sei.

eppure. c’era un castello di nuvole nel cuore.

e poi il dolore. e urla. e rabbia. e desideri. di vendetta. di rivalsa. di estrema intenzione. eccedere. l’eretico in riva al mare. l’ascetico in montagna. la schiuma dei giorni a bordo delle parole. sonnecchiava alla luce riflessa dalle lamiere dell’auto. uno.

due.

tre.

eeeeeeeeeeeeh. conta. come incastrare lo strepitare di tutta una folla. e c’era ancora quell’uomo a correre lungo la strada. e le mani. le nostre. sui finestrini appannati. ma era tutto viola. e spargo nuvole dal finestrino. è tutto. tutto viola intorno a me. il passeggero nella mia mente. osserva. silenzioso. meraviglia e follia. gli occhi – sgomenti – riconciliano col sereno.

alla fine. il pazzo ancora correva. nelle terapeutiche distanze delle parole.

E forse una bella dose di puntine di rose. Da spargere sul terreno ed infilzarsi i piedi. Sotto una potente spinta per giungere all’altro capo del mondo. E forse solo una bella dose acuminata di parole. Che meraviglia. Quel pazzo e il suo colore. I colori che si attorcigliavano lungo le pieghe della maglietta. Gli si stringevano attorno al collo. Aveva capito. Che con il guizzo di una nave sull’increspato delle onde si poteva andare lontano. Ma che ancora più lontano doveva portare il guizzo del cuore. Fra quelle pareti d’infinito. sporcate. Nude. Dal ramificarsi del corpo. E continuava a correre. Non conosceva fermata. Che tutto inizia dove si posano le rose. Le viole. I nostri fiori d’amore. Le parole assonnate. Mentre lo guardavamo tesi alla finestra. Aperti all’incredibile. Nancy si lasciava prendere dalla voglia di correre. E via. Tutti in strada. A saltare e rotolarci per terra. Come se fossero ancora tutti qui i fili d’erba dei prati del mai. Ricordammo_ tutti_ quel giorno all’Horizon. Un parco lontano. Stretto schiacciato. In quel preciso punto dove la vista si assottiglia e tutto sembra lontano. Impercettibile. Ed i colori si sfumano e tutto assume l’unica fattezza di una linea. Incrostata nella visuale del momento. Che è propria di chi si sporge oltre se stesso ad annaffiarsi il cuore. Con lo stesso miocardio dell’infinitesimale. Pensava al cane. Steso tra le fila dei pensieri. Pensava al regno. Tutto da salvare. Il suo regno. All’arsura delle parole. Oggi. Dilatate drogate nell’assetto. Pensava al castello, sua dimora, soffiata via dal vento. A quelle carte ora sparse, dopo anni di lavori e costruzioni. A quelle carte a mollo nel fiume. Che le emozioni non sono più biodegradabili. A tutte quelle urla gettate via, nel risucchio di altoparlanti. Di amplificazioni chimiche dei battiti. E noi raccontavamo di Horizon. Di quando quella volta non volemmo più tornare indietro. Ma il sole calante ci rassegnava all’impossibile di quell’immortalità del vivere su una linea. E consegnava lo spazio indecifrabile degli sguardi_ all’impossibile percepire di Horizon nella notte.

E il pazzo per un attimo fermo ad ascoltare. Nancy trascinata dal racconto. Non si curava di quei piccoli insetti che mordevano le labbra di tutti i passanti. Nancy_ che era nel racconto si faceva il racconto stesso e non parlava. Il pazzo prese a leggerla, scritta fitta fitta su di un muro. E tutti noi. Henry, Henry Squeeze. Assieme a Andy e l’improbabile. Ascoltavano estasiati la voce pazza che ci diceva di Nancy e di quegli insetti fermi sulle nostre labbra. Mentre con la mano sviluppava via il sudore. Ne traeva fotogrammi sterili da estendere al racconto. Arricchendo Nancy in quel suo essere il racconto. Di quella nostra notte percorribile soltanto nel brulicare degli insetti. Percorribile soltanto con la smorfia di chi coi piedi pieni. Carichi delle punture di rose. Di quelle puntine tradotte in vociferare. Al masturbare dei fiori che violentavano il terreno. Gli asfalti grezzi dell’anima. gli sviluppi tetri del vivere. Si trastullava fra insetti sulle labbra e sedie a dondolo sul ciglio di una montagna. Un castello di carte. Rosse. Una linea viola|

Stretta fra le labbra. Come un fiore. Il pazzo riprese a correre e noi. Noi a rotolare. Schiacciare via il malumore. Raggiungemmo Nancy nel racconto. Sorvolammo il pazzo. I suoi colori stretti attorno al collo. Le nostre parole ingravidavano la notte. dove orizzonte era un sentiero di rose. Un pastrano di lische di pesce. A mollo nel mare.

il prossimo intervento che verrà pubblicato su Musicaos sarà la recensione di Daniela Gerundo al libro di Erri De Luca “Il peso della farfalla”