In libreria. “Vizio di forma” di Thomas Pynchon. Primi giudizi e recensione express.


Cari Lettori di Musicaos.it,
come promesso qualche giorno fa ecco il booktrailer con i sottotitoli in italiano di “Vizio di forma” di Thomas Pynchon, appena approdato in libreria e accompagnato dai primi giudizi critici di merito. Approfittiamo per lanciare un article contest express, inviateci la vostra recensione di “Vizio di forma”, di Thomas Pynchon, per l’occasione pubblicheremo pynchonianamente la migliore, la peggiore e anche la più così così. Buona visione!

Thomas Pynchon a settantadue anni si è rotto le scatole della sua esoterica reclusione ed è sceso tra noi mortali per ricordarci quant’erano divertenti gli anni dei fricchettoni, dei surfer e dei detective strafatti. Grazie, maestro [Niccolò Ammaniti]

Una lezione di mimetismo letterario sorprendente, acrobatica e a tratti spassosa [Gianrico Carofiglio]

Divertente, schizzato, politicamente aggressivo. Con questo noir Pynchon manda al diavolo il galateo letterario e rievocando con nostalgico trasporto l’America di ieri mette al muro quella di oggi. [Giancarlo De Cataldo]

Eccovi le peripezie dell’investigatore privato Doc Sportello durante la sua missione quotidiana tra hippy e surfisti, diretta all’assunzione di sostanze proibite, all’abbordaggio di appetitose forme di vita in bikini, fino ad arrivare là, nel più colorato dei noir, dove nessun romanzo è mai giunto prima. [Tommaso Pincio]

La sua è una rabbia politica, tagliente. In un modo meraviglioso che ricorda quello degli adolescenti, lui continua a voler combattere gli uomini che detengono il potere: il governo, la polizia e Ronald Reagan. [Aravind Adiga]

Vizio di forma, Thomas Pynchon, Einaudi, Stile Libero Big, 2011, p. 470, 20€, ISBN: 9788806202828

Il Libro del 2010 salentino consigliato da SalentoWeb.Tv: “È tutto normale” di Luciano Pagano (Lupo Editore 2010)


Potete acquistare “È tutto normale” in formato epub (per ebook reader, ipad, pc): http://alturl.com/sgtst su Ebookyou.it

in libreria, oppure ordinarlo a ordini@lupoeditore.com, oppure su ibs.it: http://alturl.com/pao3y

Riporto qui di seguito l’articolo comparso ieri su SalentoWebTv:

“Respiri nuovi si aggrovigliano sopra il cielo della carta stampata presagendo l’inizio di una nuova Era. L’esplosione del fenomeno iPad ha generato un vero e proprio tsunami mediatico e l’impero che i libri stampati stancamente ma orgogliosamente si sono guadagnato sembra ormai finire nelle tenebre del dimenticatoio tecnologico rischiando di essere completamente soppiantato dalla controparte digitale.

Alle porte del 2011 si profilano nuove creature letterarie, siano esse ebook multimediali o opere digitali open-source.

Per questo motivo la redazione di SalentoWeb.Tv si è sentita in dovere di raccogliere nelle pagine delle sue memorie digitali un elenco di alcuni libri, di vario genere, che hanno fatto brillare questo ultimo decennio di carta.

Scegliere non è stato un compito facile, abbiamo dovuto lasciare in panchina capolavori fondamentali, ma ognuno ha il suo libro del cuore, quello che “deve esserci assolutamente” ed eventuali assenze, siamo certi, non inficeranno il resto.

1. Esperimento di verità di Paul Auster (Einaudi, 2001)
2. “Dire quasi la stessa cosa” di Umberto Eco (Bompiani 2003)
3. Caos Calmo di Sandro Veronesi (Bompiani 2005)
4. Gomorra di Roberto Saviano (Mondadori 2006)
5. “Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo” di Marc Augè (Elèuthera 2009)

Il Libro del 2010 salentino consigliato da SalentoWeb.Tv:

6. “È tutto normale” di Luciano Pagano (Lupo Editore 2010)”

Fonte dei video: Youtube

Cento libri (o giù di lì) che mi hanno salvato la vita [1]


“la verità è che la musica mi ha salvato
quand’ero piccolo la musica mi ha salvato
e me ne stavo seduto sul mio prato
ad ascoltare il mangiadischi cantare
Tricarico

È probabile che questa fosse una delle reminiscenze di strofe che mi frullavano nella testa quando mi è venuta quest’idea, abbastanza semplice a dire il vero. A dire il vero è stata colpa di un’amica, nel mezzo del flusso di una timeline su twitter si gira e chiede che qualcuno le consigli un libro da leggere. Non ci penso un attimo, “Sogni di Bunker Hill” di John Fante, John Grande. Lei mi chiede in 140 caratteri (un tweet) di dire il perché a supporto di questo consiglio. Rispondo con altrettanto candore che non c’è un perché, “fidati e basta”. Sono in debito di un consiglio e di qualche altro centinaio di consigli. Ecco, nella critica, a margine della critica, prima dopo e durante la critica avevo bisogno di creare una zona temporaneamente autonoma dove elencare i libri che mi hanno salvato la vita. A dire il vero sono arrivato a 100 in meno di cinque minuti, poi ci sono ritornato su per un po’, alla fine sono 103/104 o giù di lì. Sono certo che altri se ne aggiungeranno. Sono certo che molti ne avrete già letti, alcuni no. Sono certo che molti non li avreste mai voluti leggere né mai vi salterà in mente di farlo. Sarà il pretesto per parlare di tutto, come sempre. Non è la critica che mi interessa (non per questa sezione), anche se di alcuni potete leggere migliaia di pareri ovunque, e di certi pubblicati negli ultimi anni potrete leggere anche qualche mia recensione. Detto ciò, i libri sono quelli, scelte commentabili, opinabili. Magari di qualche autore ce n’è più di uno, e non è detto che sia perché si tratta del mio autore preferito. Magari dei miei autori preferiti ho fatto un po’ di boxe con me stesso fino a sceglierne uno solo, e già questo è un gesto critico. Stefano Salis qualche giorno fa sul Domenicale scriveva che si attende molto dalla critica su internet. Io assieme a quella mi aspetto molto anche dalla franchezza, senza puzza sotto al naso, per restare nei paraggi dello stile e allo stesso tempo del “mi piace” “non mi piace” che tanto vanno di moda. Mi sono anche chiesto se sia possibile fare una selezione, perché forse la mia libreria già lo è, una selezione. Può darsi che l’elenco di questi libri preferiti si estenda un giorno a tal punto da diventare coincidente con l’elenco dei libri che possiedo. No. Non sono tutti preferiti, né tutti mi hanno salvato la vita. Detto ciò. “Sogni di Bunker Hill“, di John Fante. Per imparare la sensazione – chi l’ha provata conosce di che cosa si tratta – di quando si viene remunerati per aver scritto qualcosa. Un’epopea in poche centinaia di pagine, un vero sogno americano a occhi aperti di nascosto da quel sogno che per molti diviene un incubo. “L’ultimo, struggente romanzo di Fante, considerato il suo testamento”. E poi a John Fante piacevano i cani, quindi non doveva trattarsi affatto di una cattiva persona.

“Così, ‘fanculo Los Angeles, le tue palme, e le tue donne con i culi alti, e le tue strade alla moda, perché io me ne vado a casa, torno in Colorado, torno nella dannata migliore città degli Stati Uniti: Boulder, Colorado”. (John Fante)

La “Trilogia del Nord” di Louis Ferdinand Céline.


Ci sono scrittori che ti segnano la vita, come Céline. Ci sono anche librai che ti segnano la vita, ma questo è un altro discorso. Prossimo al diploma, un giorno, entrai in libreria. Il mio libraio di fiducia mi disse “se non hai letto ancora Céline ti sei perso una cosa“. Acquistai “Morte a credito”. La stessa settimana compilai una cartolina di quei club-del-libro assurdi dove ti agganciano (the hookers) regalandoti un libro scontatissimo e poi devi fare i salti mortali per non farti più spedire a casa i libri tratti dalle sceneggiature dei film che vanno di moda. Detto ciò, mi iscrissi a suddetto club per ricevere a casa l’edizione dell’editore Corbaccio di “Viaggio al termine della notte”. E sono due. Premetto che parlo di un’epoca, il 1994, dove i libri della maggior parte degli editori erano ancora cuciti e incollati, con tutto il rispetto stiamo parlando di un’altra cosa. Adesso se vi va bene spendete 17€/25€ per una salma di pagine incollate alla bisogna, portatelo in spiaggia e dopo tre giorni sarà buono come carta igienica. Ci manca solo il chiodo ficcato in alto a sinistra e potete farne buon uso. Insomma. Ho provato la stessa emozione quando oggi sono entrato in libreria e mi sono accorto che Einaudi si è finalmente decisa a pubblicare l’edizione economica della Trilogia del Nord di Céline, fin qui edita da Einaudi/Gallimard a prezzi decisamente più alti (più del doppio). L’operazione è meritoria, non al 100%, lo sarà quando faranno la stessa cosa con Guignol’s Band I & II, anche essi presenti nella stessa edizione. Cosa dire di Céline? Tanto per cominciare con ciò tutto che può provare un lettore nei confronti de “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon, qui si è su un altro pianeta. Mettete sullo stesso scaffale, uno di fianco all’altro “Trilogia del nord” e “Infinite Jest”, allo stesso prezzo, e vediamo che succede! Altro che…La guerra, il sangue, la merda, le fughe, i ricattucci, la moralucola, insomma un affresco che dire dantesco è poco. Peccato che in circolazione ci siano pochi studentelli capaci di apprezzare tale effetto detonante, tutti presi come sono a studiare il toto-tracce della maturità…Quasimodo? Futurismo? Ungaretti? Unità d’Italia? Poi ti esce un componimento in greco di Pascoli e va in culo a tutti! Beffati! Fottuti! E poi c’è la prosa di Céline tradotta da Guglielmi/Stasi con un’audacia che rasenta l’impossibile. Si resta così, seduti su una pentola bollente, da una frase all’altra, da un ricordo all’altro, da un castello all’altro. Ci sono scrittori che si amano o si odiano, altro che bagatelle. Come lettore, a Charles Bukowki, sono debitore di un consiglio, quello secondo il quale possiamo buttare tutti i libri e tenerci Dostoevskij, Nieztsche e Céline. Non mi scorderò mai quando scrissi il mio primo romanzo, “Re Kappa”, mettendoci di straforo la storia del rinvenimento ipotetico di un manoscritto postumo di Céline, “La volontà del Re Krogold”. Nicola Lagioia mi scrisse accennando tra le altre cose che l’idea di metterci Céline era comune a Bukowski. Bum bum bum Bardamù! Io ci pensai un secondo, pensai a “Pulp” e capii che entrambi gli autori erano talmente entrati nello strato subcorticale del mio inconscio da non accorgermi nemmeno del tributo inconsapevole che avevo ‘estratto’ da me. Insomma, un mondo senza Céline, fosse anche un mondo di non scrittori, non meriterebbe di essere vissuto. In un periodo in cui vanno di moda le trilogie, alcune valide (una sola) e altre che fanno pena, ecco una vera Trilogia. Nel frattempo sono riuscito a sganciarmi dal famigerato club-del-libro appioppando la comanda a mia sorella, che si è veduta la libreria sommersa da libri con Tom Hanks in copertina. Poco è il male.

Dalla prefazione:

Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con “Viaggio al termine della notte” e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.
Scegliendo di rievocare a modo suo ciò che aveva visto e ciò che aveva vissuto nella Germania del 1944-1945, non c’è dubbio che Céline fosse cosciente d’essere uno dei pochi in grado, per sensibilità, immaginazione e stile, di dare un’esistenza letteraria a una simile apocalisse. A Baden-Baden, a Berlino, a Zornhof, a Sigmaringen, la Storia stessa sembra aver autonomamente assunto la cadenza di un romanzo céliniano. “C’è stato un cataclisma. [...] La cosa ha fatto del rumore, ribollimenti, bengala, cataratte. C’ero dentro, ne ho approfittato. Ho utilizzato questa materia”, dice Céline in un’intervista del 1960. Intorno al 1955, col distanziamento che gli veniva da dieci anni di prigione, di esilio e di miseria. Céline si era reso conto di possedere in quell’esperienza il materiale del romanzo che avrebbe portato a compimento l’opera cominciata nel “Viaggio” con la rievocazione del primo grande sconvolgimento di questo secolo. Attraverso il racconto di un’avventura personale che lo aveva fatto odiare da quasi tutti i suoi contemporanei, proprio a lui era stato dato di esprimere quella vita braccata dalla fame, le bombe e la delazione che era stata la guerra per tanti Europei.
Il presente volume che, riunendo le tre parti di questa trilogia tedesca, dà la possibilità di leggerle nella maniera in cui devono essere lette, vale a dire di seguito, deve permettere a tutti coloro che si erano allontanati da Céline a partire dal 1937, di convincersi che la sua produzione romanzesca non si conclude affatto con Morte a credito. Di là dai romanzi del periodo intermedio, “Guignol’s Band” e “Pantomima per un’altra volta”, il cui valore resta ancora in larga misura da scoprire, questi tre romanzi scritti fra il 1955 e il 1961, sono senza dubbio quelli in cui, come succede nelle ultime opere di molti grandi creatori, la voce dello scrittore, sbarazzatasi di ogni prestito e di ogni esagerazione, si fa sentire con maggiore purezza. Tutti coloro che, a partire dalle prime righe del Viaggio, sono stati sensibili al timbro e alla cadenza della “piccola musica” céliniana, a questo tracciato teso sul vuoto, spezzato in continuazione, in continuazione ripreso, a questa respirazione affannata che sa come nessun altra mantenere il lettore col fiato sospeso, ritroveranno qui, più forti che mai, i prestigi di uno scrittore che, quale che sia la severità dei giudizi che si possono pronunciare su altre parti della sua produzione, si afferma di giorno in giorno come uno dei più grandi romanzieri della sua epoca.
Un mondo a ferro e fuoco, per tre quarti distrutto, che viene percorso in ogni direzione da esseri stralunati in cerca di cibo e riparo, questa è la Germania che Céline impone alla nostra immaginazione. “I tempi sono fuori dai gangheri”, come nell’Amleto. Stretta a tenaglia dai diversi eserciti alleati, sorvolata impunemente giorno e notte dai loro aeroplani, bombardata instancabilmente, questa Germania della disfatta è un incubo in cui Céline gira a vuoto, alla ricerca della breccia che gli permetterà di uscirne. Tutta la guerra è qui – non più quella dei combattimenti, delle pallottole che fischiano, delle trincee, dei corpo a corpo, ma quella dei bombardamenti, degli esodi, degli internamenti. In queste rievocazioni di nazisti sconfitti e di collaborazionisti francesi senza via di scampo, si trova resuscitata e inscritta nel linguaggio della letteratura un’esperienza della guerra che è stata quella di milioni di uomini per più di sei anni; nei momenti di parossismo, un ciclo di zolfo e di fuliggine, quelle esplosioni di bombe che rappresentano per tutta la trilogia come un sottofondo sonoro o un basso continuo, l’odore tenace di legna e di carni bruciate, la scoperta di cadaveri, a volte rimasti in piedi, a volte seppelliti sotto le macerie, a volte invischiati dentro del bitume fuso; il resto del tempo: la fame, la paura, il freddo. Céline in testa, quasi tutte le figure che popolano questi tre romanzi sono quelle di gente esiliata, lontana da casa, la cui esistenza in un paese al termine delle risorse è minacciata in continuazione, francesi collaborazionisti di Sigmaringen, internati raccolti a Zornhof, feriti, militari dispersi, donne e bambini che in Rigodon riempiono i marciapiedi di tutte le stazioni di Germania e i pochi treni che ancora circolano, sono tutti “fuori posto”, minacciati; hanno tutti un solo pensiero: sopravvivere. All’ossessione dell’approvvigionamento (e cosa dire di quelle carni sospette, un po’ troppo bianche, che a volte ti vengono offerte?) si aggiunge l’idea fissa di un arresto all’improvviso e di un’esecuzione immediata.

Descrizione
“Da un castello all’altro” è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola.

Trilogia del Nord: Da un castello all’altro-Nord-Rigodon, Einaudi, 2010, XXIX-1092 p., brossura, 24€
ISBN: 9788806202958

“Nel segno della pecora” di Murakami Haruki


Einaudi pubblica in una nuova traduzione “Nel segno della pecora” di Murakami Haruki. “L’uccello che girava le viti del mondo” è il mio preferito, uno dei più bei libri che abbia letto. Colgo l’occasione datami dal titolo per segnalare un altro bel libro scritto da un autore giapponese, Matayoshi Eiki: “La punizione del maiale” (Il Maestrale). Il libro di Eiki è ambientato a Okinawa, estremi confini del Giappone meridionale, nel racconto iniziale un ragazzo al primo anno di università e tre bariste partono per un’isoletta dell’arcipelago in cerca di un utaki, bosco sacro della religione locale, per liberarsi dalla maledizione scatenata su di loro dall’irruzione di un maiale nel bar. Esempi dell’importanza che rivestono gli animali nella vita religiosa e quotidiana degli orientali.

§

«In una semplicissima newsletter, un giovane agente pubblicitario inserisce la fotografia, in apparenza banale, di un gregge: uno degli animali, una pecora bianca con una macchia color caffè sulla schiena, suscita tuttavia l’interesse di un inquietante uomo vestito di nero, stretto collaboratore del Maestro, un politico molto potente i cui esordi si perdono nel torbido passato coloniale giapponese. Al giovanotto viene affidato l’incarico – ma si tratta in sostanza di un ordine – di ritrovare proprio quella pecora: unico indizio, la foto in questione, ricevuta per posta dal Sorcio, un amico scomparso da anni.
Accompagnato da una ragazza con le orecchie bellissime e dotata di poteri sovrannaturali, attraverserà tutto il Giappone sino a raggiungere la gelida regione dello Hokkaido, vivendo una vicenda mirabolante e al tempo stesso realistica nella descrizione di luoghi e circostanze.
Considerato l’esordio letterario di Murakami, Nel segno della pecora introduce molti dei temi cari all’autore: la solitudine dell’uomo, l’arroganza e lo strapotere della politica, la nostalgia per l’atmosfera esaltante degli anni Sessanta, la passione per il rock e il jazz, l’irrompere del surreale nella prosaicità della vita quotidiana. Un romanzo che ci trasporta in uno di quegli scenari onirici che nelle storie di Murakami fanno da cassa di risonanza ai nostri dubbi e alle nostre ansie più profonde».

Antonietta Pastore

Murakami Haruki, Nel segno della pecora, 2010, Supercoralli, pp. 298, € 19,50, ISBN 9788806193362 (Traduzione di Antonietta Pastore)

Per le donne in attesa. Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella


Elisabetta Liguori
Per le donne in attesa.
Leggendo “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella

Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine.
Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita. Maria, la protagonista della storia che Valeria Parrella sceglie di narrare, è ferma e radicale all’interno del suo privato spazio bianco. Uno spazio negativo, un’area esistenziale improvvisamente svuotata di tutto quello che prima l’affollava. Uno spazio nudo che coincide con la sua attesa. Maria è un’ultra quarantenne in bella forma, insegna in una scuola serale, è libera, impaziente, dinamica, culturalmente e socialmente avanti rispetto alla generazione di provenienza, quindi giustamente arrogante. Ed è alla prese con la sua prima figlia.

Io possedevo un’arroganza di fondo. Quell’arroganza mi era venuta dalla fabbrica….La fabbrica non inghiottiva solo chi ci lavorava, ma anche chi campava di essa, chi aspettava la fine dei turni e le sirene per costruirci attorno la giornata, una giornata dopo l’altra. Crescere figlia di operaio negli anni settanta, e poi proprio per questo studiare, intestardirsi sui libri, diventare la generazione dello scarto intellettuale, erano cose che davano una certa arroganza. (pag.57)

Maria, si denuncia sin dalle prime righe: è una donna che non sa aspettare, che non l’ha mai fatto. Neppure sua figlia sa farlo: è nata infatti molto prima del previsto e inevitabilmente precipitata nel limbo delle incubatrici, delle culle termiche, dei prelievi, dei monitor ticchettanti, che dovrebbero aiutarla, ora che è poco più di un feto, a nascere o a morire. Maria non può fare altro che starle vicino fisicamente. Accanto ad una figlia che non conosce, ma che, appena venuta al mondo, ha cancellato istantaneamente l’universo noto fino ad allora, lasciandola sola, nuda e bianca.
Il romanzo comincia proprio da questa improvvisa fatica, da un vuoto apparente, dallo sforzo di concentrazione che ne consegue.

Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri.. La testa si era esercitata così, a fidarsi solo di se stessa. E allora ritornava nell’equivoco di bastarsi da sola ogni volta che si sentiva tradita dalla realtà. ( pag. 7)

Il tema mi punge sul vivo. Una donna di quaranta anni di rado sa aspettare. Gli adolescenti con l’Ipod aspettano, gli studenti con lo zaino alla fermata dell’autobus aspettano, i bambini delle elementari durante la ricreazione aspettano, i vecchi ai giardinetti aspettano. Ma non una quarantenne. Non lei. L’ansia nutre l’età del mezzo come latte dolcissimo la bocca di un neonato rabbioso. Valeria Parrella, classe 1974, sembra saperlo, così che la sua è la storia di una primipara attempata, che sa fortemente di verità.

Ventidue settimane e sei giorni è il limite temporale fissato dal Ministero della Salute oltre il quale è consentito far nascere un prematuro e tentare di salvarlo. Ventidue settimane e tre giorni è invece il termine consentito per interrompere una gravidanza.
C’è uno spazio bianco di tre giorni tra un termine e l’altro, tra l’essere e il non essere, un breve fiato durante il quale è dato scannarsi a preti, vecchie e nuove femministe, giuristi incalliti e scienziati timidi. Un piccolo spazio sempre utile ad assumere nuove consapevolezze, a prescindere dalle declamazioni di principio. Uno spazio astrattamente libero. Un’ occasione.
Oltre questo primo intervallo temporale a volte può dipanarsi, per il prematuro e chi gli sta accanto, un ulteriore e più ampio spazio bianco. Qualcosa di ancora più raro. Un’ulteriore imprevista occasionale attesa, sulla quale di rado si riflette. Un fraseggio temporale che in modo sconosciuto annuncia la vita. Durante questo specifico momento bianco è offerto credito soltanto ad una medicina incerta, al dubbio, alla speranza, alla pietà, stimoli efficaci esclusivamente per coloro che ne subiscano davvero il fascino o ne abbiano la forza.
Intorno a questo abusato concetto di speranza Maria si aggira come un cerbero davanti al confine. Si punisce. Si nasconde. Si dispera. Invidia i vivi quanto i morti.
Finché c’è vita, c’è speranza, così si usa ancora dire, ma quella della sua creatura in incubatrice che vita è? Che vita sarà? Da quale tipo di speranza può essere alimentata?
Maria non sa aspettare, come molte altre donne della sua età è scettica, spaventata. Tenta di farlo, leggendo libri o mettendosi a fumare lente sigarette dentro i finestrini dei bagni pubblici, tra i piccioni e la puzza indolente dei macchinari che, ronzando, bruciano cellule, plastica e alcol.
In questo modo finisce per scoprire frammenti di sé che non conosceva affatto. Ed è una sorpresa per sé e per gli altri. Quella attesa, che molti potrebbero ritenere una circostanza ovvia, diventa per lei l’unica cosa veramente sua, inaspettata e piena e vera.
L’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri.
La Parrella racconta la scoperta di questi mesi di femminile attesa con la sua, ormai nota, voce roca, rabbiosa, disillusa, quasi volutamente sciatta. Racconta l’abito, il viso, gli amici, le assenze, gli alunni di questa donna, mentre lo spazio bianco s’allarga su Napoli, la ricopre, la sommerge fino a zittirla. Lo fa con una comicità complice e compassionevole, oltre che dolente. Portando spesso prospettive umane dirompenti.

Io la guardai con un’aria insofferente perché non mi sembrava il caso, bardate come eravamo di mascherina e guanti e con la mente ossessionata dal pigolio dei monitor, che si ricominciasse con il “potrebbero ancora sopravvivere”. Chiaro che fuori, al sole, dentro le macchine, al distributore di caffè, quello che tutti si aspettavano da noi era un sentimento del genere. Ma almeno qui dentro no.

  • Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.
  • Mina, ma perché?
  • Eh, le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo.

(pag. 29)

Mi par più che giusto chiedersi oggi: cosa ci si aspetta da una donna? Che si senta madre sempre e comunque? O che faccia stentoree rivendicazioni di forza, uguaglianza, libertà, quasi fosse perennemente in corteo con le dita a triangolo? Quando è del corpo che si dispone, è chiaro, ma di un corpo che naturalmente si mescola ai desideri, alla cultura, alla legislazione, all’etica e all’istinto altrui, secondo quali criteri deve modellarsi l’individuale senso di responsabilità? Etica, diritto o scienza? Istinto o più semplicemente casualità del male? O letteratura?
La sua Maria non ha un uomo accanto. Quell’uomo che deve pur esserci stato prima o poi, le appare di frequente in dolci, fuggevoli ricordi. Solo la nascita di quella loro bambina, rinchiusa nel suo spazio di bianca attesa, sembra consentire alla madre la completa ricostruzione del senso del suo rapporto con quell’uomo. La conquista della sua libertà così sta proprio nel prendere coscienza di avere i mezzi per farne a meno.
Maria è una donna complessa, un prisma d’interrogativi che rivendicano il proprio imbarazzo, la propria incapacità, i propri limiti relazionali. Maria è una donna imperfetta, quindi. Esattamente come lo è la bambina che lei ha messo al mondo in fretta e furia. E la sua imperfezione coincide con la sua identità. Questo scrive con caparbietà Valeria Parrella e l’affermazione ha una sua logica, strutturale, narrativa perfezione; mettere al mondo qualcosa/qualcuno è un fatto d’identità. Prima di essere madre o sentirsi tale, si è solo un buco vuoto. Dopo è diverso. Lo sanno bene le donne, soprattutto quelle che invecchiano, ma lo sanno anche le ragazzine che si ritrovano una morula in grembo e non sanno che nome dargli. È da quel buco vuoto che si comincia.
Maria non si aspettava di trovare attraverso quella figlia prematura e inerte una nuova identità, ma invece quell’orribile spazio bianco che le è imposto diventa per lei una lente finalmente capace di modificare la prospettiva delle cose.
Eppure le fa paura. Quella con la quale si confronta Maria non è semplicemente paura della morte, la quale tutto sommato ha una dignità assoluta, riconoscibile e chiara, senza le lusinghe instabili della speranza. Accanto a lei in ospedale c’è la paura altalenante del buio, di una malattia ignota, di un’inabilità imprevedibile, di una solitudine senza confini. Come sarà questa figlia messa al mondo in assenza di scelte? Sarà donna, sarà viva, respirerà da sola, camminerà da sola, avrà pensieri liberi e coscienti? Lei lo sa? È questa la domanda che in corsivo attraversa tutto il romanzo. Interrogativo che la protagonista e la narratrice sembrano rivolgere al lettore. Una specie di retro pensiero che blocca tutti gli altri.
Perché lo spazio bianco è principalmente ignoranza. Una provvisoria angosciante necessaria ignoranza. La bimba prematura nel suo lettino meccanico senza risposte, col suo corpo piccolo come un bottone, rappresenta tutto quello che di sconosciuto può riguardarci e, nello stesso tempo, fornisce a chi lo cerca un cavillo per proteggersi durante il tempo necessario cambiamento e per sfuggire a quella sempre più diffusa sensazione d’inadeguatezza che provano oggi le donne, e forse anche gli uomini, davanti ad un mondo che nemmeno piace loro fino in fondo.
Ecco perché guardare dentro uno spazio vuoto fa tanta paura.
Perché dentro la sosta non c’è nulla e tutto quello che conta sta fuori. E a volte fa male.
Fuori da quello spazio bianco la vita continua anche senza Maria. Quella identità oggettiva che è nelle cose e nell’esistenze altrui si fa sempre più aliena, ma inarrestabile. La Parrella è bravissima nel descrivere la sosta di una donna e l’imperturbabile movimento dello sfondo dietro di lei. Napoli continua la sua corsa. La metropolitana va per suo conto ogni mattina, l’ospedale brulica, così le strade fuori, la scuola serale, la sopraelevata sui palazzi di piazza Ottocalli.
La vita continua uguale a se stessa mentre Maria resta ferma in un corridoio, con indosso sempre lo stesso vestito, con l’impressione netta e tragica che le cose accadono da sé. E l’unica libertà, novella e utile, concessale è proprio quella dell’attesa.

- Lei lo sa?
- La tua non è una domanda e non stai aspettando una risposta.

(pag. 61)

Lo spazio bianco, Valeria Parrella, 2008, Supercoralli, EINAUDI, p. 120, 14.8€, ISBN 8806190962

se hai trovato il contenuto di questo articolo interessante iscriviti ai feed di musicaos.it

intervista a Giorgio Scianna


Stefano Donno
Intervista Giorgio Scianna

Partiamo da una domanda che possa aiutare il lettore a comprendere il “back-stage” del processo creazionale relativo al tuo romanzo d’esordio Fai di te la notte. Qual è stato il tuo progetto iniziale circa il contenuto, la struttura, le vicende da raccontare? Come sei arrivato poi alla redazione finale del tuo lavoro?
Volevo scrivere la storia di un segreto in una famiglia, in una coppia. Di questo segreto, nascosto da un marito dietro una porta, sapevo solo due cose: che si sarebbe aperto nella vita della moglie come una crepa che non si può fermare, e che doveva essere un segreto degno. Un segreto che non svilisse di per sé il loro rapporto. Mi interessava capire come il non detto, le zone franche di ognuno di noi possano esplodere anche se innocui. Lavoravo su questo, su tradimenti e nascondimenti. Più in là ho capito quale dovesse essere il segreto, l’unico possibile. Poi il resto. La fatica più grossa che ho incontrato nella costruzione della struttura e anche nella redazione finale di questo libro, è stata il perfezionare gli incastri, gli snodi e i linguaggi delle tante parti del romanzo.

In copertina c’è una frase che fa riflettere molto: “Non c’è fedeltà che nel tradimento”. E’ una scelta casuale, o una piccola chiave che volutamente consegni al lettore per farlo entrare da subito nel mondo della tua scrittura?
Quella frase è mia. Adam Kasev non esiste. Avevo bisogno di lui solo per quella traccia. Mi piacciono gli ex-ergo ma devono essere precisi e non svelare al tempo stesso. Una chiave, una rotta possibile che il lettore può seguire nel romanzo.

Il tuo romanzo, scritto davvero bene (mi ha ricordato Rami secchi di Mario Soldati), parla di segreti, piccole menzogne in un universo familiare (quello di Sergio, Clara, papà Giò) dove il silenzio, le assenze, la fanno da padroni. Certamente nella vita coniugale, zone d’ombra talvolta ce ne sono più del dovuto e spesso sfociano in amarezze insostenibili. Ma alla fine sembra che tu propenda più ( tra le righe scrivi che la famiglia è un organismo che divora tutto,anche le ferite e che tutto poi digerisce normalizzando e stabilizzando ogni turbamento) verso un elogio del matrimonio. Cosa ne pensi?
Si è parlato di noir per questo libro. Penso che sia qualcosa che riguardi l’atmosfera che c’è in quella piccola casa. E più ancora la costruzione della tensione e della suspense. C’è anche un senso di “incombente”, un’indagine per scoprire la verità di quei segreti, di quei tradimenti. Non è però un noir in senso pieno, anche se il centro del racconto è un mistero il tessuto più profondo del romanzo va alla ricerca di altre strade.

Vivi per una vita accanto a una persona che credi di conoscere e poi scopri, quasi per caso, un suo lato, che mai e poi mai avresti potuto immaginare: Sergio, ha un segreto, vecchio di centinaia e centinaia di anni, che lo rende diverso, tanto da non potersi rivelare alla luce del sole. Ed ecco che inserisci nel plot del tuo romanzo, una specie di giallo, con delle nuances da noir … ce ne potresti parlare?
Tra Clara e Sergio c’è un rapporto profondo: affetto e complicità sono rimasti negli anni. Ma ci sono anche i tanti tradimenti, le tante fughe. In qualche modo ci sarà un superamento, ci sarà un nuovo equilibrio, ma ho qualche dubbio che tutte le ombre si allontanino.

Scendiamo un po’ più nel personale… Ci sono stati autori nell’ambito della letteratura italiana o internazionale, che, diciamo, ti hanno influenzato, o che ti hanno dato qualcosa, ti hanno entusiasmato, fatto crescere?
Ho sempre avuto frequentazioni letterarie molto eterogenee: la letteratura americana contemporanea (Roth, McCarthy Fox per citarne alcuni), alcuni autori mitteleuropei (Bernhard, Kundera, Svevo), tutto l’ottocento (i Karamazov sono la lettura che mi segnato più di ogni altra) e la folla di scrittori israeliani. Spesso faccio sortite nel mondo noir (Bunker e Manchette sono stati compagni di viaggio). L’ultimo vero entusiasmo di fronte a una lettura risale a qualche anno fa: Franzen con le sue Correzioni ha lasciato il segno.

Dove pensi che stia andando il mondo delle lettere oggi? Possiamo archiviare ormai come archeo-semiotica, la parola impegno?
In Italia è difficile trovare una mappa per orientarsi. Gli autori importanti sono monadi, isole distanti per età e mondi. Forse è meglio così. Quanto all’impegno, è ancora difficile capire se ci sarà un effetto Saviano. Quello che è certo è che in giro la richiesta di una letteratura che parli anche di quello che ci sta intorno, anche con forme ibride di narrazione, è più forte che mai.

Giorgio Scianna è nato nel 1964 a Pavia, dove vive. Un suo racconto, Il Juke-boxe, è apparso nell’antologia Anticorpi (Einaudi, 1997). Fai di te la notte, sempre per i tipi di Einaudi, è il suo primo romanzo.