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“Straniero sarai tu. Quando il semaforo non basta”. Un racconto


Straniero sarai tu.
Quando il semaforo non basta.
Un racconto

“Io sono il numero zero
facce diffidenti quando passa lo straniero”
Sangue Misto

Caro lettore, mi preme rassicurarti, prima ancora che tu prosegua nella lettura di questo racconto, che qui non si parlerà di viabilità, di domeniche in bicicletta, di filobus e/o eventuale procrastinazione del servizio di trasporto pubblico, e argomenti simili. Il semaforo, in questo caso, è inteso come luogo di concentrazione del ‘lavoro diffuso’, elemento reso stabile da una precarietà oramai storicizzata e soprattutto denigrata dalle stesse parole del Premier e dalle sue recenti affermazioni sul Decreto Sviluppo. Silvio Berlusconi, in più di un’intervista concessa alle sue reti personali, ovvero sia “Rete 4” e “Rai Uno”, ha ribadito i risultati ‘forti’ del suo governo, che poi sono quelli di facciata più visibili dal punto di vista mediatico ma smentiti nell’attimo stesso in cui ne viene data notizia. Il leit-motiv che ci ha accompagnato nel periodo delle elezioni nei Comuni sarà lo stesso tormentone che ci accompagnerà fino alle prossime Politiche, ovvero sia il trittico “Spazzatura” – “Terremoto” – “Come Siamo Usciti a Testa Alta dalla Crisi”.
È per questo motivo, caro Lettore, che mi sembrava giusto riportare una testimonianza, qualcosa di piccolo di fronte a tanto dispiegamento di mezzi informativi, e lo farò a partire dal semaforo. Il semaforo in questione è quello davanti al quale ho modo di passare ogni giorno, per più di una volta al giorno.

C’è un rumeno, sempre lo stesso da almeno cinque anni, che chiede i soldi in cambio di una lavata di vetro. Un giorno, passando vicino a una cabina del telefono, mi sento chiamare “Amico, amico!”, quando un rumeno ti chiama ‘amico’ è come se un uomo di colore, nell’Harlem degli anni sessanta, ti chiamasse ‘fratello’, stesso effetto semantico, “vieni, ci serve un favore”. Mi avvicino alla cabina rispondendomi nella testa alla domanda “ma chi può utilizzare, nel duemila, una cabina telefonica?”, uno che deve fare un numero verde in mezzo alla strada, ecco chi. Pietro (questo il nome tradotto in salentino) mi mostra la ricevuta di un bonifico estero effettuato con un corriere espresso. In pratica gli hanno invertito il nome con il cognome e quindi, la persona dall’altra parte del globo, in Romania, non può riscuotere la cifra. Pietro mi chiede di fare il numero verde, ascoltare, seguire le istruzioni e segnalare il problema all’Ufficio Clienti. La mia esperienza nei call-center mi fa subito capire che Pietro si trova alle prese con un problema degno dei tempi moderni, ovvero sia l’incomunicabilità tra uomo e operatore. Prendo il telefono, faccio tre tentativi (una buona media per essere un presupposto esperto), riesco finalmente a parlare con una signorina, risolvo il problema. Da qualche parte in Romania la sorella di Pietro, oggi, riceverà 100 euro. Caro Lettore, devi immaginare che quando stavo chiuso dentro la cabina, lì fuori, insieme a Pietro, c’erano altri due suoi amici; se fossi stato più suggestionabile avrei creduto che non mi avrebbero fatto uscire senza una soluzione, se tu stesso li avessi incontrati da soli magari avresti potuto credere che non erano tipi raccomandabili, ma questo è l’effetto che ti fa vedere alcuni telegiornali, quelli che dipingono l’altro come nemico; io non l’ho pensato, anche se uno dei due aveva la chiostra dei denti completamente d’oro. Da quel giorno sono amico di Pietro. Gli ho risolto un problema senza mandarlo a quel paese temendo chissà cosa, l’ho trattato come una persona e non come un lavavetri, quindi ha deciso che siamo amici. Quando arrivo con la macchina davanti al semaforo lui mi dice sempre ‘ciao amico, ti saluto e ti stringo la mano’, a Pasqua mi ha fatto gli auguri.

Caro lettore, dovevo farti questa premessa per raggiungere più semplicemente la conclusione, avvenuta stamattina, quando, fermo con l’auto al semaforo, scambio il mio solito saluto con Pietro. Lui si avvicina, mi stringe la mano, gli dico “Apposto?”, lui mi risponde “facciamo finta di dire apposto! è diventato più complicato, troppe tasse da pagare, il semaforo non basta più”.
Ecco, in quel momento mi sarebbe piaciuto tanto che, a quel semaforo, facesse la sua comparsa San Silvio B., patrono delle emergenze risolte in televisione e rimaste tali nel mondo reale, con le sue rassicurazioni di avere esteso la cassa integrazione anche a fasce dei lavoratori che precedentemente non ne usufruivano; lo stesso San Silvio B. che si prepara a benedire i risultati del recente turno elettorale come un vero e proprio ‘test di governo’, mentre la Confindustria e la Marcegaglia, appoggiata da tutti i precedenti presidenti della Confindustria, continua nell’affermare che l’Italia è un paese frenato, e che il Governo è uno dei freni più forti al rilancio dell’economia. Altro che Decreto Sviluppo. Cosa ne pensa del Ministro Tremonti il nostro Pietro, lavavetri che paga le tasse e nel frattempo deve anche sorbirsi le prediche di una quindicina di commercianti limitrofi che a turno gli sparlano alle spalle recitando la litania del “e perché non torni nel tuo paese, e come fai a camparti con l’elemosina chissà cosa fai di losco, e quanti siete, e se vi contassimo a tutti i semafori, tirate su un milione di euro al giorno”. Mi chiedo, ma c’è stato qualcuno che ha mai chiesto a Pietro se pagava le tasse, prima di dirsi – nel pregiudizio – che è venuto a fregarci i soldi nell’illegalità?

Ecco, caro Lettore, quello che mi premeva dirti con questo racconto è: mentre in questi dieci anni ‘davi addosso’ allo straniero, in tutte le salse e su tutti i canali e con tutte le proposte di leggi allucinanti, le persone che fomentavano il tuo odio erano le stesse che contribuivano a impoverirti al punto da raggiungere una soglia di sussistenza minima, in un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è del 28,2% e dove ci sono fasce della popolazione che non sono MAI state assunte e quindi non hanno MAI, tecnicamente e realmente, lavorato e quindi non sapranno MAI cosa vuol dire essere tutelati. Ma noi continuiamo a dare addosso allo straniero. C’è una canzone dei Sangue Misto, il gruppo cui apparteneva Neffa, che si intitolava “Lo straniero” (1994), ascoltarla oggi e vedere che così poco è cambiato fa venire la pelle d’oca, “Io quando andavo a scuola da bambino/la gente nella classe mi chiamava marocchino,/terrone “Muto! Torna un po’ da dove sei venuto!”

Questo racconto, caro Lettore, è dedicato a Pietro che paga le tasse su quella che tu chiami elemosina, nel paese del lavoro sommerso, ma anche a tutte le famiglie del Nord Italia che alla sera cenano con latte e biscotti perché non hanno più soldi per fare la spesa. Grazie di averci preso in considerazione, Lettore, le faremo sapere al più presto.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Domenica 15 Maggio 2011

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134. Riflessioni al margine di un libro a venire.


“Il libro è morto? Viva il libro!”
Riflessioni al margine di un libro a venire

134. Scritto a parole è così: centotrentaquattro. Un numero che suo malgrado segnerà una tappa nella storia dell’editoria, così come il 1455 entrò a far parte di questa storia per essere l’anno in cui fu stampata la Bibbia a caratteri mobili di Gutenberg. Spieghiamo meglio. 134 è il numero di ebook che sono stati acquistati negli ultimi tre mesi su AMAZON.COM contro 100 copie dello stesso libro su formato cartaceo. Ogni 100 copie di un ‘hardcover’ (così si chiama la prima edizione a copertina rigida di un libro) sono state acquistate 134 copie dello stesso libro su formato digitale, leggibile con un computer o meglio ancora con un Kindle, il lettore di ebook creato e commercializzato dalla stessa AMAZON. La notizia non ha fatto tremare più di tanto gli editori europei, abituati a rivoluzioni lente e assimilazioni fisiologiche delle novità.
Eppure il dato è importante, specie se si considera che oramai leggere un libro su monitor, kindle, iPad, è un’abitudine entrata a far parte del nostro vivere quotidiano. Chi di voi non ha mai scaricato e letto un testo in PDF? Chi non ha mai letto un articolo, una rivista, un bando da una Gazzetta Ufficiale? Finché l’utilizzo era limitato allo sporadico e a file gratuitamente disponibili in rete, nessuno sembrava preoccuparsi. Oggi però qualcosa è cambiato. Da tre mesi, su Amazon.com, per ogni 100 lettori tradizionali ci sono 134 neo-lettori che acquistano un libro appena uscito in versione digitale. Ciò vuol dire che gli americani si sono dimostrati ricettivi nei confronti di una rivoluzione culturale che cambierà l’editoria. Cerco di focalizzare qui alcuni punti che depongono a favore di questo fenomeno. Tanto per cominciare la maggior parte delle persone, soprattutto le nuove generazioni, è abituata a trascorrere molto tempo davanti a uno schermo. Che si tratti di un televisore, dello schermo di un palmare, del monitor di un computer o, per spingersi oltre, un iPod, iPhone o iPad che dir si voglia. Ciò significa che leggere un testo a video per qualche decina di minuti non è un’azione inconsueta come poteva sembrare, ad esempio, una quindicina di anni fa. Inoltre i browser e i programmi di videoscrittura ci hanno oramai abituati alla logica degli ipertesti. Il libro tradizionale racchiude al suo interno una selva di rimandi che il lettore può rendere vitali grazie alla propria esperienza, alla cultura e alla sensibilità. Se avessi letto “Delitto e castigo” a otto anni non avrei mai potuto ‘comprenderlo’. Allo stesso tempo non potrei comprendere un’opera come “Arcipelago Gulag” di Solženicyn a prescindere dal contesto storico nel quale è stata concepita. L’ebook, il libro elettronico, regala immediatamente e a chiunque la possibilità di accedere al testo e all’ipertesto, con la stessa rapidità di accesso del libro tradizionale a chi sia, però, uno studioso. In più la possibilità di disporre di un vasto catalogo, potendoci letteralmente spostare con appresso la nostra libreria, farà di questo oggetto un medium vincente.
A questo punto vorrei invitare a una riflessione ulteriore. Di recente Microsoft, la casa produttrice di due tra i software più utilizzati al mondo, ovvero sia Windows e Office, sta puntando le sue energie e i suoi investimenti nel settore del Cloud Computing (cloud = nuvola = immateriale). In poche parole in un futuro che è già presente i computer anziché essere equipaggiati da tutta una serie di programmi cui siamo abituati, quali word processor, fogli elettronici, database, non avrà altro che il programma che serve per navigare in rete, ovvero il browser, assieme al cuore del sistema operativo, ciò che basta per accendere un computer e usarlo da subito. I programmi saranno collocati su un server remoto e da lì basterà accedere a tutte le potenzialità con una tecnologia più ‘leggera’. Si tratta di una tecnologia che esiste già da qualche anno grazie a Google Document. Faccio un esempio. Questo articolo è stato creato, scritto e salvato senza l’utilizzo di nessun Word (o software affine) installato sul mio pc, ma solo collegandomi al mio ‘account’ personale di Google. Se applicassimo la logica del Cloud Computing ai libri otterremmo che questi ultimi (anche le nuove pubblicazioni), un giorno, potranno essere consultati e letti con un lettore (Kindle, Computer, iPad etc.) senza nemmeno il bisogno di scaricarli, senza cioè ‘possederli’. Basterà una password di accesso al sito dell’editore per avere la possibilità di leggere il titolo che desideriamo, apporre dei segnalibri, sfogliare quante volte vogliamo il testo da dovunque noi siamo, a prescindere dal mezzo che stiamo utilizzando per navigare, come se il libro non fosse altro che la pagina di un sito accessibile a pagamento. Ciò costituirebbe una rivoluzione del mezzo che si accosterebbe a una rivoluzione dello stesso concetto di proprietà intellettuale. Non stiamo parlando di futuro, ciò che ho appena scritto è quanto già si può fare con milioni di titoli e riviste presenti su Google Books (tutte le annate di Lif, come anche l’archivio storico del Corriere della Sera è online). Per non parlare dei siti di biblioteche francesi o tedesche che hanno già digitalizzato e messo a disposizione innumerevoli manoscritti e codici miniati. Immaginiamo quindi uno scenario attuale nel quale il libro vincitore del prossimo Premio Strega, ad esempio, sarà consultabile direttamente online, pagandone l’accesso e ricevendo una password utilizzabile quando vogliamo, un po’ come se si trattasse del tesserino magnetico di una biblioteca. Niente libri, niente hard-disk supercapienti da migliaia di terabyte, solo sapere immateriale e immediatamente accessibile. Un po’ come è accaduto con i lettori dvd, che oggi possono essere acquistati a un prezzo di qualche decina di euro superiore al supporto che viene in essi riprodotto, il dvd. Nessuna proprietà estesa a oggetti, ma solo licenze d’uso; sostanzialmente un avvicinamento delle logiche del software a quella che è la modalità di utilizzo dell’opera d’ingegno, fino a poco tempo fa quasi sempre localizzata sul supporto cartaceo di un libro. D’altronde la dicotomia libro-opera non è di molto simile a quella tra software e hardware? Ci avviciniamo al giorno in cui i lettori di ebook consumeranno poco, saranno maneggevoli, permetteranno di leggere un patrimonio accessibile online, a prescindere che si tratti di un libro acquistato oppure no, e nel frattempo c’è chi continuerà ad acquistare libri per il gusto di leggere e possedere un’opera che sia univocamente legata all’oggetto che la contiene. Il mondo sarà forse popolato da foucaultiani archeologi del sapere, in visita a biblioteche storiche? Ma questa è soltanto una delle sfide che attendono l’editoria al varco del prossimo futuro. La seconda rivoluzione si chiama ‘self-publishing’ (autopubblicazione) e pubblicazione on-demand (trad. ‘su richiesta’). LULU è il nome del sito americano, famoso almeno quanto Amazon.com, che da la possibilità a chiunque di pubblicare e mettere in vendita il proprio libro, realizzato in modo impeccabile. In Italia il sito specializzato che è cresciuto di più negli ultimi due anni è IlMioLibro.it. Ebbene, quest’ultimo ha di recente siglato un accordo con il circuito di librerie e punti vendita Feltrinelli che prevede, tramite il pagamento di un abbonamento annuale, la possibilità di mettere in vendita il proprio libro nel circuito più importante di librerie presente in Italia. Quello che deve fare un autore è semplice, dopo avere scritto e impaginato il libro basta caricare il proprio testo online sul sito, metterlo in vendita e usufruire dell’abbonamento. Dopodiché un lettore che voglia acquistare il libro ha davanti a sé tre scelte. La prima, più semplice, di acquistare il libro online, facendosene recapitare una copia cartacea a casa. La seconda, in linea con quanto scritto sinora, è quella di acquistare a un prezzo di poco inferiore l’ebook dell’opera. La terza, affascinante, è quella di entrare in una libreria Feltrinelli e ordinare il libro che verrà stampato su richiesta e inviato nel punto vendita in due/tre giorni, gli stessi tempi che ci vogliono per far arrivare in libreria un testo già edito da un editore. Come vedete questa rivoluzione impone riflessioni non solo al sistema editoriale ma anche a quello della distribuzione, centrando sull’autore la possibilità di veicolare la propria opera, e sul suo essere più o meno noto e seguito da un certo numero di lettori. In Italia i Wu Ming (wumingfoundation.com) sono stati pionieri di questo nuovo sistema editoriale. La loro esperienza è interessante come ‘caso’ anche perché i Wu Ming hanno sempre puntato sulla trasparenza, anche commerciale, delle loro progettualità editoriali. Di recente hanno divulgato il numero di scaricamenti che sono stati effettuati dei loro romanzi. La cosa che si nota subito, cifre alla mano, è la caduta dello spauracchio di ogni editore vecchio-stampo, ovvero sia il terrore che le persone scaricando il libro non vadano a comprare il libro. Le due cose non sono in contrasto, chi legge il libro scaricato desidera proseguire o affiancare la lettura sul supporto cartaceo, “senza spina” come direbbe il mio editore, Cosimo Lupo. Per restare nel nostro ambito cito l’esperienza di Musicaos.it, la rivista elettronica che ho fondato nel 2004 insieme a Stefano Donno e sulla quale pubblicammo ben tre romanzi elettronici, i quali ebbero diverse migliaia di scaricamenti, oltre che un certo riscontro sulla stampa, cartacea e web. Per chi voglia approfondire le implicazioni di questo discorso e del diritto d’autore, suggerisco invece l’acquisto di un libro proprio da LULU. Il testo si intitola “Perché abolire la SIAE”, l’autore è Salvatore Primiceri, che oltre a essere uno scrittore è anche un editore (Voilier Edizioni).
A ciascuno le sue riflessioni, da questo angolo di mondo chiamato Italia, e nella fattispecie Salento, in cui l’editoria e l’artigianato del libro hanno raggiunto vette superbe e continuano a sfornare opere pregevoli. La mia opinione è che i due strumenti, il nuovo e il tradizionale, si affiancheranno per diversi anni, e non per mancanza di prontezza nella ricezione del nuovo, bensì per una scaltrezza propria di ogni lettore, nel prendere il meglio da ogni ambito.
Gli editori e il mercato potranno dettare tutte le regole, come sempre, ma al lettore spetterà l’ultima parola.

Luciano Pagano
pubblicato su “il Paese nuovo”
di Domenica 25 Luglio 2010

Post e dintorni


Primo post dell’anno 2010. Sul quotidiano ilPaesenuovo di oggi c’è una acuta e circostanziata riflessione su “Re Kappa” firmata da Francesco Pasca. Chi sia interessato può leggerla in formato pdf cliccando qui. È l’ultima in ordine di tempo, le altre potete leggerle qui.  Su questo sito, nelle prossime settimane, potrete leggere oltre che le consuete recensioni, le anticipazioni di quello che c’è dopo – nella mia scrittura – ovvero il mio secondo romanzo. Da qualche giorno è online SmartLit, chiunque sia interessato può visitare il sito e scrivermi. Quest’oggi segnalo, per chi fosse a Lecce, la presentazione di “Tutto questo silenzio”, di Rossano Astremo e Elisabetta Liguori, presso la Libreria Gutenberg (Lecce) alle ore 18.00, ci saranno Antonio Errico e Mauro Marino. Il 2010, che per il calendario cinese è l’anno della Tigre, si apre con servizi giornalistici (Repubblica) e telegiornalistici (Tg2) entrambi incentrati sulla riscoperta delle bocce anche tra i giovani e il declino/trasformazione  (Tg2) dei centri sociali. Male che vada se le bocce diventano così importanti qualcuno inventerà (se già non esiste) il gioco delle bocce con la Nintendo Wii. Sigh. Alberto Arbasino, sempre lui, in un’intervista chaise-longue a Andreotti/De Melis (il manifesto, marzo 2001), sosteneva che negli anni ’70 c’erano stati tanti diversi momenti ‘sorgivi’, momenti storici in cui diversi fattori culturali, ambientali, politici, portavano alla nascita di movimenti culturali e opere d’arte fondamentali. La decade trascorsa invece, quella dal 2001 al 2009, è stata catastrofica al punto che alcuni parrucconi già rimpiangono gli anni novanta. “Che carriera!”

Col bene che ti voglio. Da oggi in edicola.


Da oggi e per sedici settimane, ogni giovedì, sul quotidiano “il Paese nuovo“, potrete leggere il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Approfitto di questo blog per ringraziare la redazione e il quotidiano, per primo Mauro Marino, che crede e ha appoggiato la ‘faccenda’, faccenda tra virgolette perché si tratta di un termine che tornerà nel romanzo. La storia è ambietata a Lecce, nel 1998. Non dico altro. Non voglio togliere il gusto (per chi lo avrà) di leggere la storia di questo “fogliettone” Salentino, un po’ noir e un po’ commedia. Chi fosse lontano dai luoghi distribuzione del romanzo (ovvero le edicole di tutto il Salento) potrà iscriversi gratuitamente al sito del quotidiano (www.ilpaesenuovo.it) e leggere la pagina incriminata ogni giovedì pomeriggio, sul pc. Vi ringrazio e vi auguro buona lettura.

(in foto Via Marco Basseo, uno dei luoghi del romanzo)

Col bene che ti voglio. Da giovedì 8 maggio in edicola

La memoria di Adriano. Contro Giuliano.


Il titolo del libro di Adriano Sofri, “Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l’aborto” (uscito per i tipi di Sellerio), ha un sapore vagamente evocativo che fa venire in mente i dialoghi platonici (“Conversazione platonica” è il titolo del quadro di Felice Casorati scelto per la copertina del libro) oppure le opere apologetiche scritte nell’epoca del primo cristianesimo, a sostegno o confutazione della novità religiosa che aveva fatto irruzione nell’Impero Romano. La novità di oggi ha un altro nome, l’attrice Paola Cortellesi ne aveva bene individuato le avvisaglie in un recente sketch nel quale l’Italia viene presentato come il paese dove tutto può essere sottoposto a revisione (“Riparliamone”). Quello che a prima vista può sembrare un instant-book sul tema dell’aborto – il “Giuliano” in questione è chiaramente Giuliano Ferrara – si rivela invece essere il contenitore delle interessanti e decennali riflessioni sul tema dell’aborto, decennali perché Sofri ripercorre un dibattito che inizia prima del ’78, anno di approvazione della legge 194. Adriano è amico di Giuliano, un’amicizia difficile e competitiva perché giocata sul terreno di differenze radicali per quanto riguarda le posizioni teoriche e pratiche sui più importanti temi dell’attualità e della politica. Ciò nonostante il testo non fa suoi gli accesi toni della polemica, in esso viene descritta la parabola del movimento antiabortista di Ferrara, che all’indomani dell’approvazione da parte dell’ONU della moratoria sulla pena capitale, ha fatto suo il concetto di moratoria, ribaltandolo nello slogan metaforico di ‘moratoria sull’aborto’. Ecco, questo pensiero secondo l’autore del pamphlet in oggetto è viziato all’origine per più di un motivo. Tanto per cominciare non si può paragonare l’aborto alla pena capitale. Una legge che vieti alla donna di abortire e persegua penalmente chi la aiuta non farebbe altro che sancire un’appropriazione, una vera e propria assimilazione della medesima nel corpo sociale, niente di meno che un’espropriazione della donna da sé; il divieto di abortire sarebbe in ciò paragonabile al divieto del suicidio. L’espropriazione del corpo a favore dello Stato, tuttavia, è proprio ciò che avviene nella pena capitale. Giuliano Ferrara ha avuto la scaltrezza di trasformare in crociata ciò che era sotto gli occhi di molti. È interessante l’atteggiamento adottato da Adriano Sofri che anziché porre le basi per una anti-crociata nei confronti del direttore del “Foglio”, preferisce affidarsi a una decostruzione attenta di tutte le ragioni presentate da Ferrara. Nel testo trovano spazio le fonti e gli articoli a sostegno delle tesi antiabortiste, compreso l’articolo forse più strumentalizzato, il noto intervento di Pier Paolo Pasolini (“Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti”, oggi in Scritti Corsari), ripresentato sul “Foglio” travisando le intenzioni, oltre che il titolo, dell’autore di “Petrolio”, che non era contro l’aborto e anzi voleva affermare una rivisitazione dei modi di comunicare la sessualità, meno chiusa, meno colpevole, con l’alternativa paradossale di non procreare qualora il coito non potesse reinventarsi in amore. Quello che si prova leggendo il testo di Sofri è un forte senso di impotenza qualora ci si debba (da uomini) mettere nei panni della donna che abortisce, strumentalizzata per eccezione, descritta nelle pagine dedicate alla viltà dell’uomo che la abbandona. Quello che non è cambiato e che deve cambiare è l’atteggiamento di fuga. “Contro Giuliano” è un testo che serve a fare chiarezza su una questione, sia che la nostra opinione sia affidata a una parte piuttosto che a un’altra. L’idea proposta da Giuliano Ferrara non è collegata a un movimento di opinione – nulla a che vedere con le raccolte di firme cui possono ricorrere i cittadini come mezzo per chiedere un referendum – ma a un partito in corsa nelle elezioni di aprile, il che rende gli argomenti ‘politici’ in modo inevitabile, basti pensare che il primo ‘scossone’ del precedente governo si ebbe proprio sulla questione delle coppie di fatto. “La politica ha a che fare col potere, e il potere ha a che fare coi corpi e con la sessualità”, è riassunto in questa frase un pensiero di Sofri che viene proprio dagli anni settanta, dalle cattedre francesi e da pensatori come Michel Foucault. Viene riconosciuto a Giuliano Ferrara, seppure per una causa contraria a quella sostenuta da “Contro Giuliano”, l’aver sollevato problematiche che altrimenti rischiavano di restare limitate in una zona d’ombra, tra il tacitamente riconosciuto e il non espressamente detto. C’è ad esempio il problema dei medici obiettori di coscienza, che lavorando a stretto contatto dei pazienti e in aziende sanitarie pubbliche, spesso negano la somministrazione della RU486 (la cosiddetta pillola del giorno dopo), oppure non permettono di esercitare la libera possibilità di scegliere l’aborto da parte di chi, tra tutte, è la prima interessata, cioè la madre, verso cui per tutta lettura di questo testo traspare un profondo rispetto.
La donna resta il centro delle questioni sollevate, e non la semplice periferia di un embrione. Troppo spesso, questo è uno dei pensieri ricorrenti del libro, il destino della donna è affidato agli uomini, quando invece, come pone Adriano Sofri in chiusura di questo libro, “dal punto di vista delle sue speranze, il mondo dovrebbe mettersi ad aspettare la salvezza dalla nascita di una bambina. Una qualunque”.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
il 26 marzo 2008