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Daniela Gerundo su “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek (Mondadori).


Daniela Gerundo su “Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek (Mondadori).

Una sceneggiatura, non un semplice romanzo. Capitoli brevi, ognuno con una storia a sé che traggono linfa dai sentimenti e dalle fragilità umane per produrre , infine, l’armonia di un racconto autobiografico forte e dettagliato, autentico e spassionato nel quale ritroviamo le cifre stilistiche che già caratterizzano il linguaggio filmico di Ozpetek.

È un linguaggio tipico il suo quando parla di relazioni umane e sentimenti : attento, delicato, ironico, composto, dotato di una leggerezza tale da non offendere alcuna sensibilità. Ci aspettiamo di poter rivivere nelle sale cinematografiche le emozioni che Ferzan ci ha comunicato schiudendo ai nostri occhi le pagine di un diario di viaggio intimistico nel quale racconta il suo percorso di crescita come regista e come uomo.

È la storia di un bambino che, rincorrendo i sogni, raggiunge da adulto la felicità e la completezza nella personale realizzazione. E’ la narrazione di un percorso di vita che da Istanbul lo porta a Roma attraverso molti mari, oceani, spiagge per approdare, infine, verso Sud, in un “posto caldo che esiste solo dentro di noi”.

Sono pagine sussurrate, ammantate di sensualità e seduzione, perché la parola giusta che incide e colpisce non è quella urlata. I toni accesi sono riservati ai colori dei tulipani, al profumo dei tigli, alle tinte dei tramonti sul Bosforo, all’azzurro del cielo che ti fa venir voglia di essere aquilone, al rosso dei melograni, dei tram, dei carrettini dei venditori ambulanti di ciambelle al sesamo.

Sono pagine pervase dall’huzun, l’equivalente del portoghese saudade, quel sentimento a metà tra malinconia e nostalgia; quella sensazione di straniamento di fronte ai crimini del cuore; quella struggente nostalgia per le occasioni mancate: l’occasione di vivere appieno il rapporto col padre, con la sorella Filiz, con l’amico Yusuf, con l’amata Neval.

Occasioni mancate anche per Anna e Michele, personaggi della storia parallela che nel libro si sviluppa assieme alla vicenda personale del regista, protagonista della storia : due vicende iniziate assieme, destinate ad incrociarsi e convergere , alla fine, verso un’unica direzione.

Un incontro in aeroporto, luogo non propriamente indicato per abbracci e addii come lo sono le stazioni ferroviarie.

Il regista prende lo stesso aereo di Anna e Michele, sposati da vent’anni, che viaggiano con una coppia di giovani amici, Elena e Andrea. Un viaggio di lavoro stravolgerà le esistenze di tutti e si trasformerà per Anna in un’occasione per affrancarsi da abitudini sedimentate, per liberarsi dal continuo bisogno di controllo, per strapparsi di dosso la vita come un vestito ormai vecchio e recuperare la propria autenticità, per risvegliarsi da un lungo torpore. “Impara dai fiori perché loro lo sanno che dopo un gelido inverno arriva la primavera” diceva il nonno di Anna. “ Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” recita il giovane Murat incontrato in strada mentre incide un graffito sul muro. “ Quando è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?” E’ l’inizio di una “rivoluzione” personale che coincide con la rivoluzione dei giovani e di tutta la popolazione contro una speculazione edilizia che il governo vuole realizzare demolendo un’antica sala cinematografica.

Nel corso della manifestazione viene arrestato il regista che riconosciuto, verrà subito rilasciato. Il rientro a casa sarà per l’uomo occasione di confidenze e confessioni con l’anziana madre; il momento delle verità a lungo nascoste, dei consigli e delle considerazioni. Sull’amore. L’amore che succede e basta. Perché non esiste un motivo per cui innamorarsi. Si è guidati da leggi misteriose e nel mistero bisogna cercare di rimanerci il più a lungo possibile. Perché niente è più importante dell’amore. L’amore non fa differenze di sesso : sceglie e basta. E non bisogna sorprendersi se si possono amare due persone contemporaneamente.

L’amore lega a noi in modo indissolubile anche le persone che abbiamo amato e non ci sono più. Solo l’amore può rafforzare le fragilità e contrastare il mal di vivere che a volte ti fa scegliere il buio invece della luce. Nella vita occorre comprendere le debolezze delle persone che amiamo, non fermarsi all’apparenza delle situazioni ma comprendere l’essenza dei sentimenti che le hanno determinate e saper perdonare. Perdonare anche la propria madre che ha taciuto un’importante verità sulla vita del padre. Lo si può fare attraverso i versi del poeta Nazim Hikmet che parlano di speranza e di fiducia nel futuro.”….i più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto”. Il futuro è come il sorgere del sole. “Brindiamo a tutte le albe che verranno” sono le parole che Anna sente pronunciare da Andrea . L’ha vista anche lei l’alba, quella in cui il mondo si è capovolto e la sua esistenza non è stata più la stessa. Una luce di positività e speranza pervade le ultime pagine del diario di viaggio nella memoria nel quale ci ha condotti Ferzan Ozpetek il cui nome vuol dire “ l’ultima luce del tramonto”.

Daniela Gerundo

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Il Libro del 2010 salentino consigliato da SalentoWeb.Tv: “È tutto normale” di Luciano Pagano (Lupo Editore 2010)


Potete acquistare “È tutto normale” in formato epub (per ebook reader, ipad, pc): http://alturl.com/sgtst su Ebookyou.it

in libreria, oppure ordinarlo a ordini@lupoeditore.com, oppure su ibs.it: http://alturl.com/pao3y

Riporto qui di seguito l’articolo comparso ieri su SalentoWebTv:

“Respiri nuovi si aggrovigliano sopra il cielo della carta stampata presagendo l’inizio di una nuova Era. L’esplosione del fenomeno iPad ha generato un vero e proprio tsunami mediatico e l’impero che i libri stampati stancamente ma orgogliosamente si sono guadagnato sembra ormai finire nelle tenebre del dimenticatoio tecnologico rischiando di essere completamente soppiantato dalla controparte digitale.

Alle porte del 2011 si profilano nuove creature letterarie, siano esse ebook multimediali o opere digitali open-source.

Per questo motivo la redazione di SalentoWeb.Tv si è sentita in dovere di raccogliere nelle pagine delle sue memorie digitali un elenco di alcuni libri, di vario genere, che hanno fatto brillare questo ultimo decennio di carta.

Scegliere non è stato un compito facile, abbiamo dovuto lasciare in panchina capolavori fondamentali, ma ognuno ha il suo libro del cuore, quello che “deve esserci assolutamente” ed eventuali assenze, siamo certi, non inficeranno il resto.

1. Esperimento di verità di Paul Auster (Einaudi, 2001)
2. “Dire quasi la stessa cosa” di Umberto Eco (Bompiani 2003)
3. Caos Calmo di Sandro Veronesi (Bompiani 2005)
4. Gomorra di Roberto Saviano (Mondadori 2006)
5. “Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo” di Marc Augè (Elèuthera 2009)

Il Libro del 2010 salentino consigliato da SalentoWeb.Tv:

6. “È tutto normale” di Luciano Pagano (Lupo Editore 2010)”

Fonte dei video: Youtube

L’inferno di Dante. Una storia naturale (Mondadori)


La bibliografia di Dante è sterminata. Non si contano i titoli, su più livelli di approfondimento, dedicati a uno dei capolavori della storia della letteratura e delle letterature di tutti i tempi. Un’opera che ha influenzato secoli di genti, potremmo dire. L’opera pubblicata da Mondadori nella collana Strade Blu si intitola “L’inferno di Dante. Una storia naturale”. La cosa che mi ha colpito per prima di questo testo è la sua confezione, ottima in un periodo in cui si producono libri qualitativamente e ‘oggettisticamente’ perfidi. Sfogliando questo libro mi sono chiesto a chi potrebbe essere rivolto un testo di questo genere. Tanto per cominciare a chi la Commedia dantesca la ama e sa che la forza di questo capolavoro, come di tutti i classici, è nel suo potere di riciclo continuo. In tal senso la Divina Commedia potrebbe definirsi un’opera open source. Pensateci per un attimo, che cosa ha fatto in modo che Dante venisse tramandato di generazione in generazione se non la perfezione della lingua unita al suo elevato contenuto morale? La Commedia è di tutti ed è bello che esistano infinite riletture di essa. Questo libro propone una lettura inedita, ovvero sia un vero e proprio ‘commento iconografico’ alla prima cantica della Commedia. Perché ‘commento iconografico’? Semplice, a differenza delle illustrazioni di Gustave Dorè, per fare l’esempio più illustre, che altro non erano se non didascalie figurative del testo, le immagini che corredano questa “historia naturalis” costituiscono un vero e proprio commento, un’esplicazione che si affianca al testo con la stessa stregua di un commentario scritto. Il risultato è godibile ed efficace, sia che si conosca appieno il testo sia che si voglia approfondire una lettura della Commedia. L’operazione editoriale è affidata a Fabrica, la fucina creativa del Gruppo Benetton. Hanno preso parte al progetto Patrick Waterhous, Walter Hutton, Giullermo Brotons, Fabio Amato, Enrico Bossan e Barbara Liverotti. Le illustrazioni, il testo e i commenti fanno di questo Inferno un vero “oggetto ibrido”, a metà tra la graphic novel e il fumetto, il commento e il testo poetico; un risultato che si sarebbe potuto raggiungere senza l’idea di partenza, quella cioè di reinterpretare il testo dantesco senza le sovrastrutture che spesso provengono da un retaggio scolastico e culturale. Ecco perché la scelta degli ideatori di far illustrare il testo a Patrick Waterhouse, Walter Hutton e Guillermo Brotons, i quali nel loro background sicuramente non disponevano di un’immagine preconcetta della Divina Commedia. Elemento che ha permesso alla loro attenzione di focalizzarsi sul testo e sulla grande poesia senza ‘occhiali’ critici troppo spessi. Ripeto, un ottimo libro.

DESCRIZIONE Circa settecento anni di storia ci separano dall’epoca in cui la Divina Commedia ha visto la luce. In questo lunghissimo lasso di tempo l’opera dantesca non ha mai smesso di stimolare la fantasia di miniatori, pittori e incisori, che hanno confrontato la loro creatività con la sfrenata immaginazione del genio fiorentino. È proprio la vastità di questo repertorio iconografico a far sì che illustrare oggi l’Inferno – la cantica che più di ogni altra si è impressa nell’immaginario collettivo – rappresenti una vera e propria sfida. Fabrica, la fucina creativa del Gruppo Benetton, ha deciso di raccogliere questa sfida affidandosi a due giovani talenti inglesi, Patrick Waterhouse e Walter Hutton, che per sei mesi hanno letto, sottolineato, e poi ancora riletto l’Inferno, affrontando l’opera con lo sguardo fresco e curioso di chi, non essendo mai stato vincolato da letture scolastiche, vi si accosta per la prima volta con un misto di smarrimento e stupore. Il risultato è un imponente mosaico di circa trecento tra figure, immagini, commenti, diagrammi e schizzi, organizzato intorno a un’idea portante: esplorare le storie reali e mitologiche, i demoni, i personaggi, le creature mitologiche e quelle fantastiche secondo lo stile e i modi propri dei testi di storia naturale. Se le raffigurazioni tradizionali dell’Inferno sono soprattutto attente a cogliere la drammaticità delle situazioni, quella dei due artisti inglesi si concentra sui dettagli dei personaggi e dell’universo metaforico dantesco.

Esce “Gli incendiati”, romanzo di Antonio Moresco.


Un uomo “completamente infelice”, nauseato dal mondo e dall’esistenza, prende la macchina e parte senza una meta. Si ferma in una località di mare, in un grande albergo, dove si nasconde e, come un insetto, spia la vita delle famiglie, delle persone in vacanza. Fa caldo, il mare è oleoso, l’atmosfera viscida e appiccicosa, l’afa genera piccoli incendi lungo la costa arida. Ma una notte scoppia l’allarme: un incendio gigantesco si avvicina, le fiamme incombono, i villeggianti fuggono dall’albergo. Così il protagonista, che riesce a mettersi in salvo su una collina da dove può rimirare lo spettacolo terribile del fuoco. Ma si sente osservato, si gira. Dietro di lui c’è una donna meravigliosa, che gli dice: “Guarda… ho incendiato il mondo per te!”. E, subito dopo: “Vuoi bruciare con me?”. Un istante ancora, e la donna è scomparsa. Comincia un’ossessione, un inseguimento, un romanzo d’amore rovente e incalzante come un film d’azione.

Antonio Moresco da “Il primo amore”:

E’ una cosa che non avevo previsto e che è nata per un’improvvisa e incontenibile urgenza, mentre mi stavo preparando a gettarmi per molti anni (se mai li avrò) nell’impegnativa impresa che mi aspetta: il terzo, vasto romanzo che chiuderà l’orbita cominciata con Gli esordi e proseguita con Canti del caos.
Oggi, a tre giorni di distanza dalla data d’uscita di questo piccolo libro alieno, leggo la risposta di Roberto Saviano alle dichiarazioni di Berlusconi su Gomorra, allucinanti e gravi. Sono completamente d’accordo con Roberto ed esprimo la mia solidarietà a lui ma anche alle persone che, all’interno della casa editrice, hanno svolto in questi anni un lavoro onorevole e hanno agito in libertà pubblicando libri coraggiosi e buoni. Negli ultimi tempi, dopo avere peregrinato tra vari editori, ho pubblicato alcuni libri in case editrici del gruppo Mondadori. Per quanto mi riguarda, posso dire che nessuno ha mai cercato di limitare la mia libertà né le mie opinioni, di scrittore e di uomo.
Spero che le persone che lavorano all’interno della casa editrice riescano a difendere il lavoro che hanno degnamente svolto e le scelte fatte in questi anni e che sia così anche nel futuro. In caso contrario, se la Mondadori e il suo gruppo diventassero un luogo militarizzato, io -per quel poco che conta- non ci potrei più stare.

Il mio romanzo si intitola Gli incendiati e comincia così:

«Allora ero completamente infelice. Nella mia vita avevo sbagliato tutto, fallito tutto. Ero solo. Lo avevo capito di colpo, in una notte di forte pioggia in cui non riuscivo a dormire, e ne ero rimasto annientato. Non c’era libertà intorno a me, non c’era amore. Solo aridità, asservimento, vuoto, vita che sembrava morte.
Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C’erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell’amore. Andavano in giro inalberando i vessilli dei loro volti morti. Sbadigliavano esageratamente, per strada, guardare dentro le loro bocche spalancate era come affacciarsi a una latrina piena di merda morta.
Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle. Se ero solo, meglio essere solo da solo. Ero uscito di strada, ero deragliato. Inutile raccontare dov’ero finito, le cose che ho fatto. Non sono tenuto a dirlo. Il tempo cambiava, la luce cambiava. Ma io non vedevo niente. Mi muovevo come un sonnambulo in una foresta di corpi morti.

Era arrivata l’estate. La città dove vivevo si cominciava a svuotare. La gente caricava al buio le auto e fuggiva. Ma io non sapevo dove andare. Non avevo voglia di niente. Camminavo sui marciapiedi dall’asfalto molle per il caldo e provavo solo la vertigine di essere solo da solo invece che in mezzo agli altri, dopo che mi si era aperta la mente e avevo capito come stavano veramente le cose.
Di notte restavo con gli occhi sbarrati nel buio, non riuscivo a dormire. Arrivavano solo, di tanto in tanto, degli improvvisi momenti di sfuocamento e di assenza, che non erano veglia e non erano sonno, come degli svenimenti da cui mi svegliavo di soprassalto, col cuore in gola.
Una mattina, dopo una notte passata sveglio, svenuto, ho riempito alla rinfusa lo zaino, ho rastrellato nel cassetto i luridi soldi che avevo guadagnato negli ultimi mesi, sono salito in macchina e sono improvvisamente partito.»

§

Interessantissimo l’accenno di Antonio Moresco all’orbita incominciata con “Gli esordi” e proseguita con “Canti del caos”, a loro volta bilogia terminata in trilogia e pubblicata con Mondadori dopo l’edizione Feltrinelli/Bompiani. Un’opera complessa, quindi, che si definisce in corso come “grande terna” che a sua volta contiene pezzi non assoggettabili a questo procedimento. Onestamente siamo stufi delle trilogie, di ogni genere, specie se imposte dall’alto; quindi (sempre) meglio un’opera come questa che scava, lenta negli anni, al di là del bene e del male.

§

Gli incendiati

Incipit da paura!


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Bisogna leggere. Per leggere bisogna avere un libro. Per avere un libro ci sono tre modo principi. Farselo prestare. Andare in biblioteca. Comprarlo. In ordine sparso a seconda dei casi. Quando un libro va acquistato ci si può affidare al caso (acquisto occasionale) o alla decisione (omicidio premeditato). Quando bisogna scegliere, di solito, si comincia dalla prima pagina, oppure dal mezzo. Ci si lascia guidare dal momento. Sul sito Libri Mondadori è possibile leggere il primo capitolo di quasi tutti i libri-novità in vendita. Alcuni incipit rivelano sorprese inaspettate. Eccone uno che voglio segnalarvi. Il libro in questione è appena uscito da Mondadori, si intitola “La traiettoria della neve” di Jens Lepidus  (sottotitolo: l’odio spinge alla caccia).

“La presero viva, perché lei non voleva morire.
La consideravano speciale perché sapeva essere disponibile ma sempre altera. Sempre preziosa.
Ma non avevano capito che quella sua forza era stata anche il loro errore: lasciarla vivere, pensare, resistere. Lasciarle pianificare la loro caduta.
L’auricolare continuava a caderle dall’orecchio, il sudore lo faceva scivolare fuori. Se lo sistemò di traverso, mentre considerava se fosse il caso di fermarsi, metterlo meglio e ricominciare dall’inizio della playlist.
Sentendo l’iPod nano sobbalzarle nella tasca, sperò che non le cadesse. Era il suo oggetto più caro, e non voleva nemmeno immaginare cosa gli sarebbe successo se fosse finito sulla ghiaia.

Si toccò la tasca: era profonda, l’iPod sarebbe stato al sicuro.”

Un incipit terrificante per quella che si annuncia la prossima trilogia da brivido,  “Trilogia di Stoccolma”. Che ne pensate? Cosa potrebbe accadere a un iPod nano, se solo cadesse a terra?

This is the end.


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“Questo romanzo è stato scritto nell’arco di quindici anni e assume la sua forma definitiva soltanto adesso, ora che la terza e ultima parte si aggiunge alle prime due che videro la luce nel 2001 e nel 2003. Del tutto rivisto nelle prime due parti, dunque, e finalmente concluso, “Canti del caos” si presenta in tutta la sua assoluta singolarità. Concepito per non lasciare indifferenti, a costo anche di suscitare reazioni di rifiuto, questo romanzo si accampa come opera incandescente, vertiginosa, un’opera che va a inscriversi immediatamente, di diritto, nel novero di quelle imprese estreme che come grandi massi erratici punteggiano la storia della letteratura. “Canti del caos” si è andato formando nel corso del tempo come un organismo vivente, pieno di violenza ma anche di delicatezza e dolcezza, di oscenità ma anche di trascendenza, di passaggi narrativi incalzanti e di affondi lirici. Nella sua gigantesca macchina realistica e metaforica vengono macinati e trascesi i codici, i generi e gli orizzonti letterari di questa epoca: la fantascienza, il poliziesco, il comico, la pornografia, il fantasy, l’horror, il romanzo d’amore, il saggio scientifico e filosofico, la meditazione religiosa e mistica”.

Antonio Moresco, Canti del caos, Mondadori, 9788804584452, pp. 1080

[continua]

La solitudine dei numeri primi


Daniela Gerundo su
“La solitudine dei numeri primi”
di Paolo Giordano

Suscita antipatia da subito l’ingombrante figura del padre di Alice, la protagonista del racconto; l’uomo cerca nella figlia il riscatto delle proprie frustrazioni, sottoponendola, ancora bambina, ad un estenuante allenamento sciistico tanto intenso quanto sgradito alla piccola che rimane vittima di un incidente di cui porterà i segni a vita.
L’oppressivo genitore mi ha fatto tornare in mente un episodio visto recentemente in televisione, di un padre, allenatore della propria figlia nuotatrice, che ha tentato di malmenarla al termine di una deludente prestazione sportiva. Il tutto davanti a migliaia di attoniti spettatori che seguivano i campionati di nuoto sul posto e in televisione.
Proseguendo nella lettura conosciamo l’altro protagonista, Mattia, vittima dell’incapacità dei genitori di coalizzarsi nell’affrontare i problemi quando piombano con tutta la loro forza devastante sulla normale quotidianità di una vita tranquillamente preordinata.
Dimentichi dell’esigenza di consentire, comunque, al bambino una sana crescita, i genitori di Mattia lo caricano di responsabilità sovradimensionate alla maturità della sua fase evolutiva, tanto da farlo rimanere schiacciato sotto il peso delle conseguenze di un errore di valutazione tipico della sua età.
La singolarità di queste esperienze pregresse renderà i due protagonisti simili ai numeri primi gemelli, finendo per creare problemi anche ai numeri naturali che hanno la malaugurata sorte di trovarsi inseriti tra di essi, rimanendo vittime delle loro inconsce, sottili perversioni.
Nell’evoluzione delle rispettive esistenze i due protagonisti devono relazionarsi, loro malgrado, con altri personaggi ben caratterizzati : Denis, l’amico omosessuale; Viola, bella e impossibile; la falange compatta e spietata delle quattro compagne; Soledad, la governante complice; i genitori, ansiogeni e ansiosi; e poi ancora Nadia, innamorata di Mattia, e Fabio che sposerà Alice .
Il bagaglio di problemi che tutti loro portano in dotazione è tipico del mondo
attuale: anoressia, bulimia, omosessualità, bullismo, solitudine. Problemi che affondano le radici nel fertile humus delle conflittualità famigliari irrisolte, dei lutti non elaborati, delle aspettative disattese.
L’incapacità di imprimere una svolta positiva al loro percorso di vita deriva dall’anaffettività di Mattia e dall’insicurezza di Alice, e dal loro imprevedibile agire, governato dai fantasmi del traumatico vissuto degli anni giovanili.
Sorprendente il finale che sembra suggerito dalla maturità esperenziale di una persona adulta e non da un giovane scrittore; costituisce il giusto approdo dei protagonisti ad una indipendenza fisica ed emotiva a cui dovrebbero tendere tutti gli esseri umani, ma che si conquista solo dopo aver percorso gli itinerari delle assurdità e delle contraddizioni di questo mondo.
Le ultime quattro parole a chiusura del racconto dissipano quel sottile velo di tristezza che ha avvolto la storia, svelando una Alice ormai affrancata dal dolore, che si appresta ad affrontare la vita con un approccio ottimista e con una piena consapevolezza di sé.
Narrato con scrittura secca, priva di sbavature, il racconto sembra risentire della formazione scientifica del giovane scrittore, laureato in fisica, che spesso coglie spunti per evidenziare il suo bagaglio culturale. Lo fa nel titolare i capitoli (Principio di Archimede, Messa a fuoco…), nel riportare le osservazioni di Mattia sempre attente al dettaglio fisico-matematico: tensione superficiale del liquido, direzione degli assi cartesiani, complicate sequenze numeriche. Viene analizzata con freddezza anche una magica aurora sul Mare del Nord, studiata nelle componenti date dalle spinte centrifughe e centripete, dalle forze sbilanciate, dalla meccanica.
Coerente e consequenziale, il racconto viaggia sui binari della razionalità senza deragliare nel becero sentimentalismo.
Tecnicamente ineccepibile nella costruzione della storia e dei personaggi che vengono sezionati con il distacco emotivo di un anatomopatologo la narrazione risente, comunque, dell’assenza di quel pathos che coinvolge il lettore impegnandolo emotivamente.
Decisamente apprezzabile che l’autore abbia ignorato l’inflazionata consuetudine giovanilistica di far ricorso a testi o titoli di canzoni per esprimere sensazioni o sentimenti. Si nota, però, qualche ” Uaooo…” di troppo; giusto per ricordarci che a scrivere è un giovane di 26 anni, laureato in fisica, con dottorato di ricerca, al suo primo romanzo.