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Musicaos rivista di letteratura dal 2004, dal 2014 Musicaos Editore. Leggere migliora. Salento, Puglia, Italia.

9 FEBBRAIO 2012 – “Controsensi e controversie sulla decrescita”. Serge Latouche a Lecce all’Università del Salento


BOTTEGA del MONDO “Made in DIGNITY”
Commercio EQUO E SOLIDALE CONSUMO CRITICO coop.soc. ONLUS

Presidi del Libro in collaborazione con il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione

organizzano un incontro con

SERGE LATOUCHE (professore emerito presso l’Università di Orsay) sul tema” Controsensi e controversie sulla decrescita.

Oltre il mito dello sviluppo ed il fallimento dell’economia dei consumi”. L’appuntamento è previsto per giovedì 9 febbraio 2012 alle ore 10.30 presso l’AULA SP2 dello SPERIMENTALE TABACCHI a Lecce, in viale dell’Università 2. InterverrannoCarlo Mileti, presidente Coop. Soc. Commercio Equo e Solidale, Lecce e il Prof. Stefano Cristante, Presidente Corso di Laurea Scienze della Comunicazione – Università del Salento

dal “MANIFESTO del DOPOSVILUPPO” di Serge Latouche:

“Il movimento per la decrescita s’inscrive nel più amppio movimento dell’”International Network for Cultural Alternatives to Development” (INCAD) e si riconosce pienamente nella dichiarazione del 4 maggio 1992. Il movimento mette al centro della sua analisi la critica radicale della nozione di sviluppo che, nonostante le evoluzioni formali conosciute, resta il punto di rottura decisivo in seno al movimento di critica al capitalismo e della globalizzazione. Ci sono da un lato quelli che vogliono uscire dallo sviluppo e dall’economicismo e quelli che militano per un problematico “altro” sviluppo (o una non meno problematica “altra” globalizzazione).

A partire da questa critica, la corrente procede a una vera e propria “decostruzione” del pensiero economico. Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali. Parlare di doposviluppo non è soltanto lasciar correre l’immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico.

È parlare della situazione di coloro che attualmente al Nord come al Sud sono esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti coloro, dunque, per i quali il progresso è un’ingiuria e una ingiustizia, e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della Terra. Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nella diversità. Il doposviluppo, in effetti, è necessariamente plurale. Una decrescita accettata e ben meditata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa o addirittura dionisiaca. La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione.
Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate. I limiti del patrimonio naturale non pongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri attualmente viventi dell’umanità.

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MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ SU? L’emigrazione meridionale ai tempi di Termini Imerese. Proposte di riscatto per una generazione sotto sequestro. (Castelvecchi)


MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ SU?
L’emigrazione meridionale ai tempi di Termini Imerese. Proposte di riscatto per una generazione sotto sequestro.

Il 2009 è stato l’anno della riscoperta del Sud. Numerose pubblicazioni e cronache, i costanti moniti del Presidente della Repubblica, i fatti di Rosarno e, ancora più recentemente, il dramma di Termini Imerese hanno riproposto il Mezzogiorno come questione politica e sociale. Ma la lunga stagione della rimozione fa discutere di Meridione come se questa terra appartenesse ancora a un lontano passato. Al Sud, del resto, è il futuro stesso ad essere in gioco: sequestrato dal sistema di potere meridionale e dall’ignavia di quello nazionale, un’intera generazione guarda al domani come se il cielo – il futuro, insomma – fosse sempre più su, sempre a nord di se stessi. Che fine hanno fatto i giovani al Sud? Negli ultimi dieci anni, mezzo milione è «fuggito» e ben un milione non studia né lavora. Emigrazione e inoccupazione, dunque. Oppure la rassegnazione di sopravvivere appesi al filo del precariato e del lavoro sommerso in un contesto di illegalità diffusa. È in questi termini, oggi, che si propone la questione meridionale. Una realtà che – con dati, analisi e proposte – questo libro affronta puntando i riflettori sulle vittime designate: i giovani e il futuro. Alla ricerca di una possibilità di riscatto in grado di mettere in crisi il sistema dominante per liberare le nuove generazioni dai vincoli imposti da una società pietrificata. «Nel solo 2008 il Mezzogiorno ha perso 122mila residenti, a cui si aggiungono 173mila pendolari di lungo raggio, emigranti “precari”. Quasi 300mila partenze verso il Centro-Nord, un nuovo esodo come negli anni Sessanta. I “partiti dal Sud”, li si potrebbe chiamare…»

Luca Bianchi 41 anni, sposato, due figli. È vicedirettore della SVIMEZ. Dal 2006 al 2008 è stato consulente per il Mezzogiorno del Ministero per lo Sviluppo Economico. Tra le sue pubblicazioni scientifiche, numerosi articoli e saggi sulla condizione giovanile, sul lavoro sommerso e sulla scuola al Sud. È editorialista del «Corriere del Mezzogiorno».

Giuseppe Provenzano 27 anni, siciliano. È dottorando di ricerca in diritto presso la Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento «Sant’Anna» di Pisa. Ha studiato a Barcellona e a Londra. Si occupa di integrazione europea, federalismo e questione meridionale. Attualmente collabora con la SVIMEZ. È opinionista de «l’Unità».

MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ SU?
collana: Tazebao | 192 pag | 2010
Prezzo di Copertina: € 14,00

8 Febbraio 2012 – Per la “Rassegna Bookatini … in maschera” Francesco Pasca presenta “Di Maschera e di Simbolo”


8 Febbraio 2012 – Per la “Rassegna Bookatini … in maschera” Francesco Pasca presenta “Di Maschera e di Simbolo”

Dopo l’incontro con Franco Ungaro e il suo viaggio nella “Lecce sbarocca” continuano le attività culturali di “Cafè” a Veglie, in Via Italia Nuova 24 anche per il mese di febbraio. La rassegna dal titolo “Bookatini … in maschera!” partirà l’8 febbraio e proseguirà nelle giornate del 15 e del 21 febbraio e avrà come fonte di ispirazione una maschera appartenente alla storia del teatro popolare, classico e moderno.
La serata dell’8 febbraio si ispirerà a Pulcinella, la cui maschera per l’appunto, ha un significato che va al di là della storia dell’arte, e simboleggia la voglia di rivincita e riscatto del popolo nei confronti dei potenti. Verrà appositamente realizzata una degustazione ispirata alla tradizione culinaria della maschera protagonista della serata. Per questa occasione il protagonista sarà uno dei più stimati “provocatori” della scena culturale salentina, Francesco Pasca, che con l’arte e l’ironia del suo scrivere renderà omaggio al tema della serata con una performance artistico-letteraria.
Stefano Donno e Luciano Pagano terranno tenzone con Francesco Pasca, assistendo alla performance, discutendo insieme all’autore delle sue opere, intervistandolo e presentando al pubblico il succo della sua produzione.
Francesco Pasca, pittore, poeta, scrittore, giornalista, è attivo sulla scena letteraria e artistica, personaggio sempre fervido di spunti per la discussione e, soprattutto, intellettuale senza remore, lettore attento della realtà e di ciò che lo circonda. Ha pubblicato diversi libri tra i quali “Eu-topos” (Il Raggio Verde) e “Il gesto” (Lupo Editore). Insieme a Maurizio Nocera e Francesco Carrozzo è ‘estensore’ di “Diversalità poetiche”, rivista di poesia a tiratura limitata pubblicata periodicamente e incentrata su un tema che viene affrontato, dai diversi autori, numero dopo numero.

Jonathan Franzen a lavoro. Non disturbare.


Jonathan Franzen esterna un appello affinché non scompaia il libro come oggetto. Poi quando lo intervistano è tutto contento di scrivere fiction, di fare fiction, etc. etc., siamo alla fiction.

Leggete questa affermazione di Louis-Ferdinand Céline, l’ho messa tra quelle che aprivano il mio primo romanzo “Re Kappa” (Besa Editrice, 2007): “Una volta i romanzieri raccontavano la vita alla gente. Oggi la gente se la trova dappertutto la vita, sui giornali, al cinema. Sulla carta, allora, e già dentro la testa, bisogna cancellare quel che la gente sa prima di mettersi a leggere.”

Secondo me non bisogna fare crociate perché non cambi un mezzo di trasmissione delle idee, anche perché secondo me il libro durerà molto, molto tempo. Secondo me bisogna fare crociate perché non scompaiano gli scrittori e i lettori.

Per uno scrittore diventa difficile competere con un’industria dell’intrattenimento così articolata che comprende cinema, videogiochi, consolle, televisione, youtube, applicazioni facebook, smartphone etc. Le soluzioni sono due, o sei capace di articolare i tuoi linguaggi “anche” per gli altri strumenti di comunicazione, oppure ne scegli uno e sono fatti tuoi, indiscutibili fatti tuoi. Poi leggo l’appello e rintraccio altro tipo di motivazioni.

“Uno dei problemi insiti nella lettura degli e-book sarebbe il fatto che questi non permetterebbero di concentrarsi pienamente sul lavoro e sul messaggio dello scrittore; configurazioni, regolazioni e funzionalità degli e-reader finirebbero per distrarre il lettore.”

Se qualcuno di voi non ha letto l’intervista a Jonathan Franzen che venne pubblicata sul Time vi racconto una cosa. A un certo punto, su una pagina dell’articolo, c’era una foto della scrivania di Franzen che sopra aveva soltanto il pc. Perché per scrivere ci vuole concentrazione e Franzen quando scrive non è nemmeno collegato a internet perché altrimenti si distrae. Un po’ come Bret Easton Ellis che non usa nemmeno le email, a suo dire, e riceve e scrive solo lettere; salvo poi avere un account twitter. Io stesso (un cattivo scrittore) utilizzo diversi software open-source per scrivere e in uno di questi scrivi su uno schermo bianco e puoi salvare o caricare il file, basta, nessun formato, nessuno stile di paragrafo, nulla a eccezione della scrittura.

Mi aspettavo di trovare, nell’appello di Franzen, ragioni teoriche (che so, a là Umberto Eco), invece leggo che i problemi dell’e-book consistono nel fatto che non permettono di “concentrarsi pienamente sul lavoro e sul messaggio dello scrittore”. Traduco: “Io scrittore mi sono spaccato la schiena a scrivere un capolavoro davanti a una scrivania linda e spoglia, con un software fatto solo per scrivere e senza distrarmi con facebook o twitter al punto che nemmeno ero collegato a internet e tu, lettore, ti distrai con infinite regolazioni, comandi e altre bizzeffe di bazzecole elettroniche?”.

Mi sembra strano che Franzen non sia a conoscenza del fatto che anche quando uno legge un libro tradizionale o scrive un racconto o un articolo (a me capita spessissimo), nella casa ci sia un cane che scodinzola e abbaia alla donna che pulisce le scale e sbatte la scopa contro la porta, un postino che citofona, un aspirapolvere acceso, qualcuno che ti chiama al cellulare per lavoro e nel frattempo ti chiamano anche a casa. Insomma Jonathan, si chiama realtà; anzi “È la realtà bellezza”.

Comunque da questo appello traggo un messaggio importante per la mia vita di cattivo scrittore: “Non rompete le scatole ai great american novelist”.

§

Sempre in questi giorni sono alle prese con un libro di critica (o post-critica?) letteraria scritto da Richard Millet e pubblicato da Transeuropa (nella collana pronto intervento). Il libro si intitola “L’inferno del romanzo. Riflessioni sulla postletteratura”, un libro interessantissimo, ricco di spunti. Eccovi la citazione posta in copertina:

«Uno scrittore senza né blog né sito, e che non frequenta gli spazi prostituzionali di Facebook e di Twitter, non è forse votato all’emarginazione? Il making of di un romanzo diviene non un bonus ma una sorta di dovere più importante del libro stesso».

La cosa interessante è che, al di là dell’utilizzo che si fa della rete, il cosiddetto “making of” mutuato dal mondo della cinematografia come abluzione dell’aficionado nei cosiddetti ‘contenuti speciali’ è sbarcato nel mondo delle lettere da tempo, molto prima di Facebook e Twitter, e con mezzi altro che innovativi. Penso alle riviste che gli editori spediscono gratuitamente in libreria e a casa, con gli estratti cartacei dei romanzi; e penso anche a operazioni che Franzen conosce bene perché il “making of” di “Libertà” ha prodotto scrittura almeno quanta ne ha prodotta lo stesso romanzo.

E voi, cosa temete più di perdere, i libri, gli scrittori o i lettori?

Contro il logorio della vita post-moderna.


"Rassegna Bookatini … in maschera"

Francesco Pasca
"Di Maschera e di Simbolo"
Performance artistico-letteraria dello scrittore salentino Francesco Pasca

8 febbraio 2012 ore 21.00
presso "Cafè" – Via Italia Nuova 24 – Veglie (Le)

Combattono con l’autore Stefano Donno e Luciano Pagano

Dopo l’incontro con Franco Ungaro e il suo viaggio nella "Lecce sbarocca" continuano le attività culturali di “Cafè” a Veglie, in Via Italia Nuova 24 anche per il mese di febbraio. La rassegna dal titolo “Bookatini … in maschera!” partirà l’8 febbraio e proseguirà nelle giornate del 15 e del 21 febbraio e avrà come fonte di ispirazione una maschera appartenente alla storia del teatro popolare, classico e moderno.
La serata dell’8 febbraio si ispirerà a Pulcinella, la cui maschera per l’appunto, ha un significato che va al di là della storia dell’arte, e simboleggia la voglia di rivincita e riscatto del popolo nei confronti dei potenti. Verrà appositamente realizzata una degustazione ispirata alla tradizione culinaria della maschera protagonista della serata. Per questa occasione il protagonista sarà uno dei più stimati "provocatori" della scena culturale salentina, Francesco Pasca, che con l’arte e l’ironia del suo scrivere renderà omaggio al tema della serata con una performance artistico-letteraria.
Stefano Donno e Luciano Pagano terranno tenzone con Francesco Pasca, assistendo alla performance, discutendo insieme all’autore delle sue opere, intervistandolo e presentando al pubblico il succo della sua produzione.
Francesco Pasca, pittore, poeta, scrittore, giornalista, è attivo sulla scena letteraria e artistica, personaggio sempre fervido di spunti per la discussione e, soprattutto, intellettuale senza remore, lettore attento della realtà e di ciò che lo circonda. Ha pubblicato diversi libri tra i quali "Eu-topos" (Il Raggio Verde) e "Il gesto" (Lupo Editore). Insieme a Maurizio Nocera e Francesco Carrozzo è ‘estensore’ di "Diversalità poetiche", rivista di poesia a tiratura limitata pubblicata periodicamente e incentrata su un tema che viene affrontato, dai diversi autori, numero dopo numero.

Domenica 5 febbraio 2012 il Tg1 incoronerà la scrittrice Vittoria Coppola, autrice del libro dell’anno “Gli occhi di mia figlia”


Il caso editoriale dell’anno è il libro di una ventiseienne salentina, Vittoria Coppola: Gli occhi di mia figlia (Edizioni Anordest/Lupo Editore). A dirlo non una giuria di intellettuali, ma la rete, a suon di voti, più di 160.000 per la precisione. A proclamarla la redazione del Tg1 con un servizio che andrà in onda domenica 5 febbraio 2012 dopo il Tg delle 13:30 su RAI1.

CONCORSO ON LINE Ogni anno in gennaio la rubrica libri del Tg1, “Billy il vizio di leggere”, in onda la domenica in coda al tg delle 13:30, indice un concorso per eleggere il miglior libro dell’anno. L’incoronazione del vincitore di quest’anno è attesa domenica 5 febbraio, quando sarà messo in onda il servizio su Vittoria Coppola, autrice di “Gli occhi di mia figlia” (Edizioni Anordest/Lupo Editore). Il concorso è semplice: la redazione sceglie 10 titoli e li getta in pasto alla rete, dando la possib ilità di votarli direttamente dal sito de Tg1. L’anno scorso l’ha spuntata Antonio Pennacchi, quello precedente Roberto Saviano.

UN TALENTO DALLA RETE Quest’anno, dopo 581.000 voti (record della trasmissione), vince Vittoria Coppola, classe 1986, con “Gli occhi di mia figlia”, edito da Edizioni Anordest e Lupo Editore. Dietro di lei, tra gli altri, gente come Carofiglio, Maraini, Buttafuoco, Pansa. Sorprendente è dir poco. Oltre il 28% di preferenze significa oltre 160.000 clic a favore di un libro che, in qualche modo, ha scatenato un furioso passa parola nella rete che ha decretato la vittoria di Davide contro Golia, sparigliando le carte e rovesciando facili pronostici. Vittoria Coppola quindi non solo è una giovane scrittrice che promette di essere uno dei casi letterari del 2012, ma rappresenta la versione italiana nel campo editoriale di una delle tante storie ormai diffuse a livello mondiale di successi f igli della rete e del passaparola.

LA RAGAZZA DELLA PORTA ACCANTO Già docenti universitari si lanciano ad analizzare il fenomeno, ma forse la chiave è nella simpatia anche telemantica che Vittoria Coppola ha saputo trasmettere, oltre che nei confronti della storia da lei raccontata, che “parla di un rapporto conflittuale tra madre e figlia, dal respiro classico ma di una freschezza contemporanea”, anche nei suoi personali confronti: è la ragazza della porta accanto, che pubblica un libro per un editore indipendente, che senza raccomandazioni ottiene una possibilità, quella di confrontarsi con grossi nomi del mercato editoriale, e li straccia.

SEMPRE PRIMO Per i maligni e per i curiosi che si chiedono come Vittoria Coppola e il suo “Gli occhi di mia figlia” possa essere arrivato alla selezione fatta da Billy e dalla redazione del Tg1 la spiegazione è semplice: lo stesso conduttore, Brun o Luverà, ne aveva letto, e bene, nella rete. Ancora una volta lei, la rete. Il giornalista si è poi appassionato tanto alla storia e alla scrittura, alla sua freschezza, che ha convinto la redazione a cambiare un po’ il concorso, ai soliti dieci in lizza per il titolo di miglior libro dell’anno ne ha voluto aggiungere un unidicesimo, figlio proprio della rete, a svecchiare una formula che già nella sua apertura al voto on line dimostra la disponibilità a rischiare e rinnovarsi. Sin dall’inizio “Gli occhi di mia figlia” si è imposto in cima alle preferenze, salvo alcune discese al secondo posto. C’era nell’aria sin dal principio che stesse accadendo qualcosa di inaspettato. Così è stato: Vittoria Coppola si ritrova ad essere l’autrice del “Miglior libro dell’anno”.

VITTORIA COPPOLA Nata nel 1984 a Casarano in provincia di Lecce, Vittoria Coppola &eg rave; laureata in Lingue e Letterature straniere e lavora come receptionist in un albergo del Salento. “Gli occhi di mia figlia”, un romanzo breve di meno di 150 pagine, racconta con freschezza un intrigo familiare, al centro il rapporto tra madre e figlia. Una storia che piace, semplice e mai banale, i sentimenti al centro dell’azione. Uno di quei libri che una volta chiuso lascia qualcosa nel lettore, non è acqua fresca, ma pura.

UN CASO EDITORIALE Ora per il libro si apre una nuova vita. Ad editarlo Edizioni Anordest e Lupo editore, due editori indipendenti, l’uno veneto, l’altro salentino, fuori dai grandi gruppi editoriali ma distribuiti a livello nazionale. “Gli occhi di mia figlia” potrebbe arrivare in classifica, già la prima ristampa porta a 10.000 le copie diffuse. Nel frattempo il fenomeno Vittoria Coppola sembra già essersi consolidato: ennesima creatura di talento cresciuta in quel Salen to che ultimamente ha saputo generare in campo artistico nomi che si sono imposti a livello nazionale, manifestazione di un rinnovamento culturale, di un territorio dove si è in grado di trasformare la cultura in sistema. Già un quotidiano le ha offerto una rubrica, già in cantiere un nuovo libro, nel frattempo il “Gli occhi di mia figlia” si prepara ad essere uno dei casi editoriali di questo 2012.

“Vedi alla lettera I.” su “I.” (Nottetempo) di Francesco D’Isa


“Vedi alla lettera I.”
su “I.” (Nottetempo) di Francesco D’Isa

Sono passati poco meno di dieci anni da quando l’idea di copy-left ha cominciato a diffondersi nel mondo, anche se il concetto di influenza, nell’arte, è noto da secoli. Nessuno poteva immaginare, tuttavia, che un giorno, con l’avvento di internet, l’idea di condivisione nell’arte si sarebbe spinta oltre ogni limite immaginabile, permettendo di costruire vere e proprie opere ‘seriali’. Oggetti che non hanno nulla da invidiare, concettualmente, alle sperimentazioni musicali, artistiche, letterarie, del secolo scorso, basti pensare a nomi come John Cage per la musica o a Oulipo per quanto riguarda la scrittura.
James Crumley diceva che “lo scrittore mediocre copia mentre quello bravo ruba”. Ho rubato questa affermazione da Google, sarà vera?
E se decidessi di scaricare un centinaio di file in formato .ogg, un formato audio non-proprietario simile all’mp3 ma gratuito e open-source per poi farne una sinfonia? E se facessi lo stesso con una serie di clip scaricate da youtube? Questo stesso articolo è stato scritto con google document, su browser chrome e sistema operativo ubuntu; non un solo software proprietario è stato utilizzato per realizzarlo.
Ma perché tutto questo preambolo? Mi sembra di dovere spiegare l’abc a un novantenne.

Ecco, mi ci voleva un’introduzione di questo tipo per iniziare a parlare di quello che secondo me è il primo prodotto di editoria artigianale open-source pubblicato in Italia. Sono venuto a conoscenza di questo libro per una coincidenza, prima ancora di leggerne in giro. Un pomeriggio sono entrato nella mia libreria di fiducia e, facendo vagare pigramente lo sguardo in cerca di novità per la vista ho notato subito questo quadrato di Nottetempo. Il giorno dopo, per caso, su Twitter, l’autore di questo libro ha iniziato a followarmi, quando ho capito di chi si trattava sono saltato sulla sedia, “è il libro che mi ha cercato prima del suo autore?”. Così mi sono procurato “I.” di Francesco D’Isa.

È un paio d’anni che mi è venuta la fissa per i libri cuciti anziché incollati, esattamente da quando alcune case editrici hanno cominciato a fare uscire le loro novità in edizioni incollate vendendole allo stesso prezzo di un libro fatto come si deve. Ma tant’è, abituato all’inchiostro che si è trasformato in toner e alla rilegatura che si apre a metà volume spaginando i fogli di un’edizione tascabile, prende bene vedere che esistono ancora libri-libri. Questo volume, ideato e realizzato da Francesco D’Isa, è un “fumetto composto per intero da immagini di pubblico dominio o sotto una licenza Creative Commons. Io le ho scelte, montate, assemblate e (talvolta) modificate per ottenere la storia. Lo stile grafico e l’omogeneità dell’opera sono il frutto delle mie scelte, del montaggio e delle immagini a disposizione. I testi sono miei, per quanto in alcuni rari casi mi sia preso la discutibile libertà di copiare ed incollare citazioni di autori più o meno celebri, e persino modificarle”; è questa la migliore spiegazione di ciò che vedranno i nostri occhi scorrendo le oltre trecento pagine del volume.

L’idea è geniale, non inedita, ma realizzata in modo sopraffino. Un libro che secondo me non dispiacerebbe a Umberto Eco. Ciò che viene sciorinato davanti ai nostri occhi è una sorta di iper-romanzo filosofico-illustrato, con citazioni colte (grafiche e testuali) che affondano nella cultura moderna da Cartesio ai giorni nostri, facendo il verso in modo ironico a Voltaire, il che è un’iperbole perché scrivere/disegnare “alla maniera di” riuscendo a creare la stessa atmosfera irriverente da Encyclopédie rende tutto ciò uno spasso per l’occhio e per l’anima.

La grafica che all’inizio riprende questi stilemi grafici tra l’alto-rinascimentale e Durer andando avanti diventa minimalista, concettuale. A pagina 43 il protagonista ci regala un’epifania che condivido e che non comunico, per non togliervi il gusto di viverla dal di dentro. C’è proprio tutto, c’è la rivoluzione industriale, la nascita della coscienza e dell’introspezione, l’analisi dell’amore e del gioco, la girandola delle emozioni che fanno di ogni persona un essere vivente. Questo libro, arrivati a metà della lettura, ti dà l’impressione di un almanacco e allo stesso tempo di uno di quei libri che i dotti del medioevo compilavano apposta per il loro signori e Re, mettendoci dentro tutte le meraviglie del mondo conosciuto per dilettarli nei momenti di noia. C’è pure spazio per Google, in quest’opera, che in effetti aspira a essere motore di una ricerca immobile del senso inafferrabile, quello dell’esistenza.

La cosa bella è che le immagini contenute, essendo a disposizione di tutti, potrebbero essere rimescolate o estrapolate, sezionate, moltiplicate; un gioco infinito che Francesco D’Isa ha fatto per noi, facendo opera di scrittura di una nuova realtà a partire da quella esistenza. Tanto è vero che alla fine è difficile inquadrare quest’opera in un genere, proprio perché ne attraversa molti, non è una graphic novel, ma è anche una graphic novel; non è un romanzo, ma è anche un romanzo; non è un libro illustrato, ma è anche un libro illustrato. Ecco, un libro che nasce con queste carte non può che essere definito ‘capolavoro’, anche se il termine inglese di ‘masterpiece’ rende meglio l’idea di fondo, elaborativa, strutturale, artigianale.

Ci sono perle, come l’incontro con lo gnomo zen; ma a dire il vero è difficile non apprezzare in toto questo libro e leggerlo ripetutamente, lasciandosi trasportare dal suo stile frammentario, incalzante e persecutorio. Questa sorta di Histoire d’I. è un libro irripetibile, ineguagliabile, in una parola, imperdibile. Ecco perché ho deciso che, al termine di queste poche righe di incitamento alla sua lettura, non accluderò nessuna immagine tratta dal testo.

Questo è il link che vi permetterà di procurarvele tutte.

Dal 19 gennaio e fino a domenica 22 arrivano a Roma le “Schede letterarie” di Francesco Aprile, Roberta Gaetani, Teresa Lutri, Cristiano Caggiula e Roberta Gaetani


Le "schede letterarie" nascono e si formano, evolvono, dalla strutturazione del pensiero, della ricerca,nell’essenza materica delle schede di ricerca, formato a5, ritagliate, usate in ambito scientifico e, in questo caso, unite, formulate nella cadenza di una piegatura unconventional e richiamate alla loro natura di schede di ricerca dai pixel in copertina, volti alla sistematizzazione del pensiero, fino a farne testo concreto in un processo di razionalizzazione dell’attività poetica. Razionalizzazione come condensazione nell’unione delle schede in un formato che, nella sua strutturazione, richiama a sé l’insegnamento di Francesco Saverio Dòdaro e del suo fare rigoroso nell’ottica dell’espressione, «il modulo come unità di misura del pensiero», da lui stesso resa manifesta nel corso della sua lunga attività di scavo nei seminterrati della parola.

Dal modulor di Le Corbusier, dunque, da quel concetto per cui l’uomo si fa unità di misura nella disciplina architettonica, alla razionalizzazione in quanto strutturazione e fruizione del pensiero poetico nella condizione di riproducibilità matericoletteraria della scheda. È in un contesto come quello che ci attanaglia, che l’autoproduzione – con le sue, sempre diverse, dinamiche di realizzazione e diffusione – si pone come un valore da difendere e diffondere, a scapito dell’editore-stampatore che fonda la sua impolitica editoriale sulla quantità di contribuenti che muoiono dalla voglia d’avere il loro nome sulla copertina di un libro.

È nell’indifferenziazione dell’uomo come strumento, pezzo di una catena di montaggio perfettamente sostituibile, che l’uomo simmeliano s’erge sulla moltitudine alimentando la propria stravaganza, facendosi autore di una differenza fine a sé stessa, costruita su castelli di specchi pronti a rompersi al primo sasso lanciato, che il mercato della vanity press sussiste e non sembra avere fine.

In questo clima, le Schede Letterarie, a cura di Francesco Aprile – Roberta Gaetani – Teresa Lutri – Cristiano Caggiula, verranno presentate, a partire da giovedì 19 fino a domenica 22 gennaio, per le strade di Roma, nei non luoghi che nei tempi morti del transitare si popolano di indifferenze; nei flussi del molteplice, dove l’individuo si perde, l’azione poetica assume le sue coordinate civili, sociali, per assolvere il suo scopo di parola che non muore sulla carta.

Le Schede Letterarie ospitano testi di Cristiano Caggiula, Teresa Lutri, Francesco Aprile;
progetto grafico di Roberta Gaetani.

Il futuro è servito, se volete. Firmato Philip K. Dick


Il futuro è servito, se volete.
Firmato Philip K. Dick.

“La cosiddetta «esistenza privata» non è tuttavia ancora l’esser-uomo essenziale, cioè libero. Essa si irrigidisce semplicemente nella negazione della dimensione pubblica, rimane una propaggine da essa dipendente e si nutre del mero ritiro dall’ambito pubblico. Tale esistenza testimonia così, contro la propria volontà, l’asservimento alla dimensione pubblica. Questa, a sua volta, è l’istituzione e l’autorizzazione che, in quanto derivanti dal dominio della soggettività, sono condizionate dalla metafisica. Questa è la ragione per cui il linguaggio cade al servizio della funzione mediatrice delle vie di comunicazione per le quali l’oggettivazione, come uniforme accessibilità di tutto a tutti, si estende in spregio a ogni limite. Così il linguaggio cade sotto la dittatura della dimensione pubblica.”
[Martin Heidegger, Lettera sull’«umanismo», 1976]

“Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better”
[Samuel Beckett, Worstward Ho, 1983]

[1]

La fortuna critica di Philip K. Dick, in Italia, è affidata da diversi anni all’edizione completa delle sue opere, pubblicata dalla Fanucci Editore. A ciò si può aggiungere, come passepartout, un libro fondamentale per chiunque voglia confrontarsi con la sterminata e variegata produzione dickiana, ovvero sia “Philip K. Dick, la macchina della paranoia”, edito nel 2006 da Agenzia X (ISBN 88-95029-09-7), scritto a quattro mani da Antonio Caronia e Domenico Gallo; una vera e propria “Dickipedia” dedicata a questo grande autore. Di recente Minimum Fax ha pubblicato un libro di Jonathan Lethem, intitolato “Crazy friend. Io e Philip K. Dick”, nel quale l’autore americano si addentra nei meandri più bui della vita di questo genio del secolo scorso, del quale Lethem è un vero e proprio divulgatore.
Philip K. Dick è un autore che dal nostro passato prossimo ha saputo regalarci visioni nitidissime del nostro futuro remoto. Non è un caso se in anticipo sulla fortuna letteraria (almeno così in Italia purtroppo) la conoscenza presso il grande pubblico del suo nome è passata attraverso la “macchina della paranoia” della cinematografia.

Nel 1989, Gianni Pilo, uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica, introducendo il volume di racconti “I difensori della terra”, non celava un certo entusiasmo per il fatto che tra il 1982 e il 1990, in così pochi anni (!), fossero stati tratti ben due film di un certo rilievo da racconti di Philip K. Dick, ovvero sia “Blade Runner”, con Harrison Ford e “Atto di forza”, di Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger.

Vale la pena di citare un frammento dell’introduzione di Pilo: “La prima domanda che sorge spontanea a chiunque, è come mai, a così breve distanza dall’uscita di un film tratto da uno scritto di Dick, ce ne sia stato subito un altro. Anche se, come già detto in precedenza, vi era stato un notevole consenso su BLADE RUNNER, non per questo era assiomatico che si dovesse a così breve distanza ritentare la ventura con un nuovo lungometraggio dello stesso autore. Si poteva infatti correre il rischio di una «saturazione» da parte degli spettatori, di una ripetizione di tematiche molto simili, od anche di una non troppo felice insistenza su un genere che, essendo molto particolare, si sarebbe potuto rivelare addirittura controproducente”.
Rileggere questo testo oggi, a distanza di soli venti anni dagli anni novanta, fa quasi sorridere, Pilo infatti si poneva addirittura il pericolo di una ‘saturazione’. Il tempo recente ha dimostrato il contrario in termini di ‘proliferazione’, per quanto riguarda le opere più note e meno note tratte da soggetti ispirati ai romanzi e – soprattutto – ai racconti di Philip K Dick.

Bastano pochi titoli perché chiunque, anche il lettore o il cinefilo più sprovveduto, si accorga di quando il nostro immaginario sia stato permeato, negli ultimi trenta anni, dalle visioni di Philip K. Dick.
Il già citato “Blade Runner” è di sicuro il più conosciuto, il primo, di Ridley Scott, ispirato al racconto “Il cacciatore di androidi” (“Do Androids Dream of Electric Sheep?”), scritto nel 1968 e ambientato nel 1992. “Blade Runner” ha influenzato il costume e il nostro modo di immaginare il futuro fino ai giorni nostri, basti pensare – in letteratura – all’importanza che questo scrittore e queste visioni hanno avuto sui nostri autori. Citiamo a proposito “M”, esordio di Tommaso Pincio pubblicato nel 2000 dalla casa editrice Cronopio, un’opera ricca di rimandi a Philip K. Dick, dove i misteriosi ‘stencil’, personaggi ideati dallo scrittore italiano, sono molto simili ai ‘replicanti’ di Blade Runner; tutto il romanzo è intessuto di citazioni allo scrittore americano. Poi c’è “Minority Report”, la pellicola che Steven Spielberg diresse ispirandosi al racconto “Rapporto di minoranza”, in Italia edito in raccolta nel 2002, sempre da Fanucci.

Ma il più onirico e bello di tutti – a mio parere un autentico capolavoro – è sicuramente “A Scanner Darkly” (1977), tradotto in italiano con il titolo “Un oscuro scrutare”. La pellicola omonima, diretta da Richard Linklater nel 2006, rende visionariamente merito a quello che è uno dei racconti più intensi che siano mai stati scritti sul tema della tossicodipendenza. Il cast, nel quale compaiono attori del calibro di Keanu Reeves, Winona Rider, Robert Downey Jr. e Woody Harrelson, lo trasforma in un vero e proprio classico della cinematografia recente. Tutta la pellicola è girata con la tecnica di ‘live action’ sulla quale sono stati effettuati ritocchi di animazione grafica digitale, i dettagli sono stati poi dipinti in acquerello sui fotogrammi.

Ma veniamo alla disanima della trasposizione più recente di una storia di Philip K. Dick. Nelle sale americane il 4 marzo scorso è uscito “The Adjustment Bureau”, pellicola che vedremo in Italia dal 27 maggio, tradotta con il titolo “I guardiani del destino”. Si tratta dell’ultima trasposizione cinematografica di un soggetto ispirato a un racconto di Philip K. Dick (scritto nel 1954) che punta sui volti e sulle doti di Matt Damon e Emily Blunt per raccontarci cosa accade agli uomini che prendono coscienza del proprio destino.
“The Adjustment Bureau” si trova a fare i conti con una bibliografia e una filmografia che cominciano a essere interessanti e imbarazzanti allo stesso tempo, data la bravura e gli esiti dei prodotti fin qui menzionati. A ciò si aggiunga il grande successo che l’anno scorso ha raccolto una pellicola come “Inception” di Christopher Nolan, con la quale il regista di “The Adjustment Bureau”, George Nolfi, ha fatto certamente fatto i conti in termini di tematica, fotografia, e colonna sonora. Anche qui una delle tematiche dominanti è la consapevolezza del protagonista di vivere in un mondo nel quale il ruolo della volontà personale e del libero arbitrio sono cruciali.
Il risultato è riuscitissimo. Le atmosfere evocate ci fanno muovere nella cupezza di una contemporaneità che cede poco spazio al sole.

[2]

La storia è avvincente. David (Dave) Norris è l’astro nascente della politica americana, candidato a diventare il più giovane Governatore dello Stato di New York fin dal primo minuto della pellicola, che seguiamo con un crescendo di musica, strette di mano, sorrisi. La sua campagna elettorale è una corsa, rapida come la scarica sul rullante di una batteria, fino al culmine, il giorno delle elezioni, nel quale un giornale pubblica una storia e una foto compromettenti che arrestano inesorabilmente l’ascesa di Norris. Sono minuti di tensione quelli che vanno dal mattino fino al tardo pomeriggio, nel quale Norris attende il verdetto delle urne, infame, nell’albergo che ospita la sua convention. Pochi passaggi per capire che attorno a Dave Norris si muove qualcosa di più grande. Tanto per cominciare ci sono quattro loschi figuri in abito nero che sul classico terrazzo del ‘building’ newyorkese, sotto un cielo plumbeo, si scambiano rapide battute. “Qualcosa deve andare male, così Norris potrà andare in vacanza, tutti hanno bisogno di una vacanza, anche noi”, dice il più vecchio dei quattro. Uno di loro, il ragazzo di colore che è il più giovane, sembra pedinare Norris in ogni sua mossa. Gli è sempre vicino. Non si tratta di un’impressione, è proprio così. Quando Dave Norris è in attesa che la sua carriera politica finisca prima ancora di incominciare, nell’albergo, va in bagno. Matt Damon entra chiede se c’è qualcuno, non c’è nessuno. Il giovane di belle speranze resta in quel bagno come un pugile sconfitto resterebbe nello spogliatoio a ripensare qual’è il colpo che lo ha fatto perdere. Improvvisamente si sente una voce accompagnata a una ragazza stupenda (Elise/Emily Blunt) che esce da uno dei bagni e si presenta, tra i due scorre elettricità dal primo istante, si baciano. Il loro bacio viene subito interrotto dall’arrivo di uno dei collaboratori di Norris, lei deve scappare.

Norris fa un discorso importante, prende una delle sue scarpe in mano e dice una frase importante, “quando sarò caduto vi accorgerete di come sono fatto dalla prima cosa che farò appena mi sarò rialzato in piedi”, un discorso di quelli che fanno breccia nel cuore, un esempio tutto americano di come si possa cercare una resurrezione dalla sconfitta. Due anni in particolare, nella storia recente del mondo, il 2001 e il 2007, hanno insegnato agli Stati Uniti che soltanto toccando il fondo si può provare un po’ di ammirazione in più per quel sole che splende sulle nostre teste. Fatto sta che questa ‘resurrezione’ così attesa e predicata nella recente mitografia cinematografica d’oltreoceano sembra tardare, lo dimostra il proliferare di pellicole ispirate alla distruzione del mondo da parte di un elemento ineluttabile come gli alieni, a sua volta speculare di quell’inno tutto americano che era “Independence Day”. Gli alieni di oggi e dell’immediato domani, nei film degli USA, vengono soltanto per distruggere e radere al suolo il pianeta.

Il giorno dopo la sconfitta Norris è tornato un uomo qualsiasi, va a lavoro, incrocia la gente per strada, fa battute. La sera prima i due loschi figuri in nero, quello anziano e quello che segue Norris fin dall’inizio, si salutano su una panchina. Il giovane si addormenta. Quando Norris prende l’autobus per andare al lavoro è troppo tardi, insegue il mezzo ma lo perde. L’uomo che pedina Norris come un agente ha un taccuino nero, una moleskine in formato A5 che legge sempre con attenzione, anche se a noi non è dato di vedere che cosa ci sia scritto. Qualcosa sta accadendo, il presente sta cambiando. Il pedinatore corre dietro al bus. Nel frattempo Norris, nell’autobus stipato di persone vede l’unico posto libero e si siede al fianco di una ragazza. Si tratta della stessa ragazza incontrata il giorno prima, Elise/Blunt. Il pedinatore mentre i due nell’autobus continuano il loro flirt cerca di raggiungerli senza farcela, viene investito da un taxi. Lui non si fa nulla, i suoi oggetti, taccuino compreso, saltano per aria. Finalmente possiamo vedere quel taccuino dove una traccia nera marcata cambia a seconda delle cose che accadono, si tratta di un percorso mutevole che cambia insieme ad altri percorsi. Due punti sul percorso viaggiano uniti, si dividono, si uniscono di nuovo. Le tracce sulla carta lampeggiano allo stesso modo di come potrebbe lampeggiare il segnale di errore su uno schermo. Ognuno di noi è rappresentato da un puntino nero che si muove nel percorso del suo piano, ‘the plan’. I puntini di Dave e Elise non potranno mai essere vicini, sono destinati a non incontrarsi mai. La dimensione fantastica irrompe così nella storia.

Dave Norris dopo essersi scambiato il numero con la misteriosa ragazza arriva nell’ufficio dove lavora. Dopo essere entrato nel palazzo come se niente fosse, saluta chi trova in ufficio e passando avanti, senza accorgersi che le prime persone che incontra sono immobili come statue, entra nella sala riunioni e si trova davanti a una scena incredibile. I suoi colleghi sono in piedi, immobili, nella stanza; alcuni uomini, vestiti da disinfestatori (i disinfestatori indossano una tuta nera simile a una tuta antisommossa), stanno controllando con apparecchiature e detector le persone; in fondo alla stanza ci sono i loschi figuri di prima, vestiti uguali ma senza giacca, come colti in un momento del loro lavoro di routine. Norris capisce che c’è qualcosa che non va e fugge. La scena da questo momento in poi è molto simile a quella presente nel primo Matrix, quando Mr. Smith e i suoi scagnozzi corrono dietro a Mr. Anderson/Keanu Revees nel palazzo degli uffici dove lui lavora. La differenza è che l’atmosfera è molto più cupa e temibile rispetto al succitato Matrix, cosa abbastanza difficile da immaginare ma molto riuscita in questa pellicola. Norris nonostante i tentativi di fuga viene catturato e narcotizzato. Si risveglia in un capannone anonimo. Qualche piccolo elemento lo orecchiamo a distanza, come ad esempio i borbottii del capo del Bureau, o il fatto che il giovane pedinatore di colore si addormenti sulla panchina e gli sfugga la missione di mano. Tutto ci fa trapelare l’originale dickiano, con quello spirito di aleatorietà e imperfezione nella perfezione che rende umano e soggetto a errore perfino l’Adjustment Bureau.

Dave Norris si risveglia legato a una sedia. Dietro di lui i loschi figuri in abito elegante confabulano osservando il taccuino, cercandosi di spiegare che cosa è andato storto. Norris chiede chi siano, “Noi siamo quelli che fanno in modo che tutto ciò che tu fai si accordi al piano”. Ci capita nella vita di ogni giorno di perdere un autobus, che un caffè ci cada per terra, che qualcosa ci costringa a fare qualcosa di diverso da ciò che avevamo preventivato. Si tratta di semplici ‘ricalibrazioni’ di eventi che fanno in modo che tutto accada come deve accadere, ‘according to a plan’, un disegno che è già scritto e che seguiamo in modo inconsapevole. Se Dave Norris non fosse andato contro il ‘piano’ e non avesse preso l’autobus non sarebbe arrivato in ufficio con tre minuti di anticipo e non si sarebbe accorto dell’errore. L’uomo, dopo avere spiegato a Norris il senso del piano, prima di congedarsi, gli chiede se si ricorda della ragazza che ha incontrato sull’autobus, Elise. Ecco, è bene per tutti che lei non incontri più quella donna. “Qual’è il problema?”, chiede Norris, “È un problema”, dopo di che Norris viene perquisito e gli viene sequestrato il biglietto con il numero di telefono che si era scambiato con la ragazza sull’autobus. “The Adjustment Bureau” è un film dove ritorna preponderante uno dei temi più ancestrali dell’Occidente: c’è una storia scritta, immutevole? Può un uomo cambiare il proprio destino? L’uomo è padrone della sua vita?

Dave Norris torna nel suo ufficio. La sua vita continua. La sua rassegnazione ha ancora il volto del suo giovane pedinatore, che lo incontra in un bar mentre Norris cerca disperatamente di ricordare il numero di Elise e gli spiega che deve dimenticarla. Ci sono nove milioni di persone in città, non la incontrerà mai. È così che deve andare. Passano tre anni.
Dave Norris prende l’autobus, sempre lo stesso, come ogni giorno. Rivede Elise, le corre dietro facendo fermare l’autobus. Tra i due c’è da subito un dialogo seduttivo, lei non è stata chiamata in tutti questi anni, lui si scusa, i due finiscono in un bar a bere qualcosa. Nel frattempo l’ufficio dei guardiani del destino si è già mobilitato, Dave Norris ha nuovamente deviato dal suo piano. Malgrado Norris sia un aspirante politico nulla ci fa ancora presagire alcunché sul fatto che Dave ed Elise non debbano avere a che fare l’uno con l’altra. Che cosa nella loro vita dovrà tenere i loro destini per sempre slegati? Il collega di Dave irrompe nel locale e con una scusa qualunque, in una scena tenuta a vista dai ‘guardiani’, riporta Dave in ufficio. Dave ed Elise, che un attimo prima si stavano per baciare sulla bocca, si lasciano con un freddo bacio sulla guancia. “Siamo ok”, dice il ‘guardiano’, il bacio mancato è segno che tutto va bene. Nei tre anni passati la campagna elettorale si è rimessa in moto, finalmente è giunto il momento per Dave Norris di riprendere la sua scalata alla carica di Governatore dello Stato di New York. Altro giro, altro discorso, girato sotto il ponte di Brooklyn.

La storia, questa volta rivista dalla visuale dei ‘guardiani’, ritorna al punto di partenza, a quando tre anni prima Dave Norris aveva incantato il suo elettorato con un discorso. Sul cellulare di uno dei due guardiani che osservano il discorso compare una scritta “abbiamo di nuovo spostato le prove nel vecchio posto”. Sul cellulare di Elise compare una scritta “torna alle prove”. In questo momento capiamo che Elise era coinvolta nel piano, siamo a metà della storia. Accade ciò che accade in altri racconti di Dick, in “A Scanner Darkly” per fare un esempio, la realtà del racconto e le implicazioni tra i protagonisti vengono poste su livelli che si intersecano scendendo sempre di più nel profondo e il protagonista non è mai consapevole fino alla fine della vicenda di tutto ciò che era stato architettato alle sue spalle. Il protagonista di “A Scanner Darkly” lotta contro qualcosa che alla fine si rivela essere parte integrante di tutto ciò che lo ha convinto a lottare, il nemico e l’amico coincidono, l’elemento negativo e quello positivo sono le facce di una stessa medaglia. Dave alza la testa e vede i guardiani alla finestra, si accorge di essere osservato, vuole andare a “Pier 17”, il luogo dove è scoppiato lo scandalo che tre anni prima gli ha impedito di essere eletto.

In una scena rocambolesca di inseguimento Dave Norris, riesce a distruggere il labirinto creatogli attorno dai guardiani, prende un taxi e riesce finalmente a raggiungere Elise, nel laboratorio di danza dove sta provando. Il controllore più anziano, quando lo raggiunge, si accorge che è troppo tardi, fa ritorno nella centrale dell’Adjustment Bureau. Dave e Elise, innamorati, riescono finalmente a trascorrere un giorno intero insieme, fino alla prima notte d’amore.

L’ascesa di Dave Norris continua, lo vediamo disinvolto mentre risponde all’ennesimo giornalista di una trasmissione elettorale, al termine di un’intervista apre la porta per uscire e si ritrova nello stesso capannone dove i guardiani, la prima volta, lo avevano ‘redarguito’, i guardiani hanno il potere di cambiare la realtà e spostarsi attraverso le porte aprendole nel luogo che preferiscono raggiungere. Questa volta il discorso è più serio. Un uomo, che comanda gli altri guardiani, gli spiega che il ‘libero arbitrio’ è un’invezione fasulla e che per tutto il suo corso la storia si è adeguata a un destino che è scritto, nero su bianco, dall’Impero Romano ai giorni nostri passando per le conquiste e le guerre mondiali; ed è così che dovrebbe fare anche Dave, se lui resterà con Elise non solo perderà queste elezioni, ma non avrà la possibilità di vincere anche le quattro successive che lo porteranno a diventare Presidente. Dave non vuole crederci, e se ci crede non vuole essere una pedina di un destino che non sia frutto completo della sua volontà, e lui ha deciso di stare con Elise, “tutto ciò che ho è frutto di una mia scelta, e io ho scelto lei” è la battuta che si pone al culmine di questa sceneggiatura fatta di dialoghi serrati, cerebrali ma allo stesso tempo fruibili, tesi in una semplicità che di per sé è già un classico. Dave torna da Elise, il guardiano lo segue, “Elise è destinata a diventare la più grande ballerina del paese, se resta con te insegnerà danza nelle scuole”.

Dave Norris si decide a lasciarle percorrere la sua vita da sola. Elise diventa ciò che deve essere, una delle migliori ballerine degli USA. Finché il guardiano più giovane, quello che pedinava Dave all’inizio della pellicola e che oramai ha preso a cuore al sua scelta, si rifa vivo proprio il giorno prima in cui Elise – con un po’ di riluttanza mal celata – deve sposarsi. I due, Dave Norris e il guardiano, vanno in cerca di Elise, per raggiungerla prima che lei decida di sposarsi. Prima delle sequenze finali Dave Norris imparerà a muoversi nei luoghi attraverso le porte, come un guardiano, il tempo stringe e quindi anche lui deve essere messo a conoscenza di queste tecniche. Nel frattempo Elise e il suo futuro marito sono arrivati al municipio. Nella migliore delle tradizioni cinematografiche statunitensi dietro a questo matrimonio anziché l’amore si nasconde l’ottenimento di un passaporto per uno dei due contraenti.

Dave Norris si congeda dall’amico, indossa il cappello tipico dei guardiani, e dallo scantinato della metropolitana di New York, dove ha appreso i segreti dei guardiani del destino, entra in azione; dovrà fare in fretta perché ogni minimo cambiamento del suo piano verrà subito notato dai guardiani. Dave non fa in tempo a entrare nella realtà che i guardiani si mettono subito sulle sue tracce. Dave in questa corsa finale riesce finalmente a raggiungere Elise, i due fuggono insieme attraversando inseguiti diverse porte, finché non si trovano sotto alla Statua della Libertà, dove Dave chiede a Elise se vuole seguirlo, “tutto ciò che deve accadere nella tua vita non accadrà se resti con me”. Elise decide di seguire Dave, apparentemente contro ogni logica e fidandosi di lui. Aperta l’ultima porta i due si trovano in un corridoio, i guardiani leggono sulle loro moleskine il percorso del destino modificato, esclamano “o mio Dio”. Dave e Elise sono riusciti a entrare nella sede centrale dell’“Adjustment Bureau”, inseguiti riescono a scappare salendo in cima al terrazzo. Dove vengono raggiunti dai guardiani. Una volta circondati sono consapevoli che da un momento all’altro potranno essere uccisi, o, nella migliore delle ipotesi, separati per sempre. I due si baciano. Al termine del bacio i due sono soli. I guardiani sono scomparsi. “Credevate che avreste potuto raggiungere il Presidente (The Chairman), e cambiare il vostro destino, non è così che si fa”, dice il guardiano anziano a Dave Norris. Il giovane guardiano entra con un plico, sussurra all’anziano che ci sono novità.
Nessuno ha mai visto il Presidente, che compare sotto diverse forme a diverse persone, questa volta ha deciso di cambiare il ‘piano’, quindi Dave e Elise possono proseguire nella loro vita insieme. Sul taccuino il loro percorso è cambiato. Adesso i loro punti procedono insieme.

Le persone non si accorgono che il libero arbitrio è un dono finché non devono lottare per esso. L’ennesima visione scompare davanti ai nostri occhi. La cosa che ci continuerà ad inquietare, scorrendo le pagine di Philip K. Dick, sarà quel miscuglio di follia ragionevole e raziocinio deragliato, entro i quali ancora oggi si muove il nostro oscuro scrutare.

Luciano Pagano – Musicaos.it
http://twitter.com/lucianopagano

Bibliofilmolibrografia

1_ “Philip K. Dick. La macchina della paranoia, Enciclopedia dickiana”, di A. Caronia, Domenico Gallo, Agenzia X, Milano, pp. 352, Milano, 2006, ISBN 88-95029-09-7

2_ Luciano Pagano, “Dickipedia. Su Philip K. Dick. La macchina della paranoia, Enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo”, su Musicaos.it, Anno IV, Numero 26, “Anelli Deboli”, Luglio 2007

3_ Da vedere: “Blade Runner”, “Minority Report”, “A Scanner Darkly”, Da leggere: le opere Philip K. Dick, edite da Fanucci Editore, il libro di Jonathan Lethem edito da Minimum Fax, la vecchia introduzione di Gianni Pilo al volume di Philip K. Dick dal titolo “I difensori della terra”.

[il presente articolo è stato terminato qualche giorno prima dell’uscita nelle sale italiane, l’anno scorso, di The Adjustment Bureau (I guardiani del destino)]

Resistenza della poesia >14 gennaio / Firenze – Le Murate Caffè Letterario




SABATO 14 GENNAIO

h 16:00 Presentazione libri
RESISTENZA DELLA POESIA

Un incontro con i poeti italiani delle ultime generazioni.

Conducono i critici Cecilia Bello Minciacchi, Caterina Verbaro, Raoul Bruni
Coordina Vittorio Biagini

h 16:00 Presentazione di cinque volumi

Rsvp, ed. Polìmata, Roma, 2011, di Alessandra Cava
Shelter, ed. Donzelli, Roma, 2010 di Marco Giovenale
Bianchi Girari, ed. Perrone, Roma, 2011, di Michele Porsia
La trasfigurazione degli animali in bestie, ed. Transeuropa, Massa 2011 di Alessandro Raveggi
Strutture, ed. Oedipus, Salerno/Milano, 2011 di Ivan Schiavone

h 18:30 Recital

Di Alessandra Cava, Rino Cavasino, Marco Giovenale, Sara Davidovics, Eleonora Pinzuti, Michele Porsia, Alessandro Raveggi, Federico Scaramuccia, Ivan Schiavone, Marco Simonelli e Novella Torre

Caffè Letterario Le Murate

Piazza delle Murate, Firenze
caffeletterario
(39) 055 2346872
www.lemurate.it

5 Gennaio 2012 – Miracoli a Copertino


22 Dicembre 2011 – “ECO/COMPATIBILITA’: dall’abitare al costruire al vivere nel Salento” – Istituto Tecnico Costa – Lecce


Per la rassegna “Salento d’amare?”

Ass. Kalos Manfredi Pasca
Ass. Secara di Emanuela Musca
Forum Convergenze Possibili per il Salento

presentano l’incontro dibattito

“ECO/COMPATIBILITA’:
dall’abitare al costruire al vivere nel Salento”.

22 dicembre 2011 ore 19,00
Sala Dante dell’Istituto Tecnico Costa di Lecce (Piazzetta De Sanctis)

L’Ass. Kalos Manfredi Pasca, l’Ass. Secara di Emanuela Musca, e il Forum Convergenze Possibili per il Salento, per la rassegna “Salento d’amare?” da anni impegnati nella promozione del territorio salentino sul piano sportivo sociale culturale ed economico organizzano l’incontro dibattito dal titolo “ECOCOMPATIBILITA’: dall’abitare al costruire al vivere nel Salento”.

L’appuntamento è previsto per il 22 dicembre 2011 ore 19,00 presso la Sala Dante dell’Istituto Tecnico Costa di Lecce in Piazzetta De Sanctis. Interverranno per la sezione “Eco/compatibilità del vivere” il dott. Gianluca Pasca (Vice Presidente dell’Ass. Kalos Manfredi Pasca; per la sezione “L’Eco/ compatibilità dell’abitare e del costruire” Fernando e Sebastian De Lorenzis (Depa di Magliano), l’arch. Dott. Antonio Antonica (Nonsolocamini – l’architettura del fuoco di Galatina), l’arch. Dott. Marco Memmo (GM3 Studio di Lecce). La presentazione è affidata alla dott.ssa Beatrice Musca (dell’ass. Sacara). La moderazione degli interventi alla dott.ssa Micaela Lepore. È previsto un saluto istituzionale del Sindaco di L ecce dott. Paolo Perrone.

L’incontro verte a dare alla comunità salentina tutta uno spaccato quanto più esaustivo del termine “eco-compatibilità, forse oggi troppo abusato, troppo frainteso. Ma ancor di più tale iniziativa vuole rappresentare un momento di confronto e dialogo tra tutte quelle forze produttive messe in campo per l’occasione al fine di mettere in rete spunti di riflessioni progettualità che se coordinate adeguatamente possono fare il bene del Salento stesso e della regione Puglia a qualsiasi livello di azione e riflessione. Eco-compatibilità dunque come filosofia dell’abitare in armonia con i contesti privati e pubblici, come filosofia del costruire nella scelta dei materiali meno invasivi e intrusivi sulla salute delle persone, come filosofia architettonica della bio-sostenibilità.

Saranno affrontati nello specifico tematiche concernenti l’architettura sostenibile che progetta edifici per limitare gli impatti nell’ambiente fautrice della filosofia del risparmio di risorse con una minima produzione di inquinamento, l’architettura con e attraverso i bio-elementi (acqua, aria, terra e fuoco), e la filosofia di una scelta consapevole dei materiali nella costruzione edilizia innovativi sia dal punto di vista ecologico che tecnologico. Un momento di confronto importante che testimonia il desiderio di aprire un dibattito su un Salento che vuole crescere e che accetta le nuove sfide per l’ambiente, l’edilizia e l’architettura.

FORUM CONVERGENZE POSSIBILI
www.convergenzepossibili.blogspot.com
GIANLUCA PASCA
www.gianlucapasca.it

Alla Feltrinelli il Natale non finisce mai…anche a Lecce


La Feltrinelli Point
Lecce – Via Cavallotti 7/aTutti i giorni aperti orario continuato 08.,00 – 21,30
compresi festivi.

Michele Contegno: breve historia di un cavalier d’erranza


 

La Chambre Claire | 8-9 Dicembre a Lecce presso Ex convento dei Teatini


LA CHAMBRE CLAIRE

di Piero Marsili Libelli

al Mediterraneo Foto Festival

8-9 dicembre 2011 –

Ex convento dei Teatini (Lecce) – h. 19.30

All’interno del Festival una mostra personale di Piero Marsili Libelli

La Chambre Claire, la performance di Piero Marsili Libelli, il cui titolo è una citazione de “La chambre claire di Roland Barthes”, è un vero e proprio viaggio nel buio che conduce nell’Afghanistan in guerra. Il paese è letto e interpretato con un occhio che stravolge e che restituisce l’immagine surreale del volto di un popolo che ha vissuto vent’anni di macerie, fango e polvere. Il fotografo invita il pubblico ad una immersione suggestiva, quasi una trasposizione, di grande impatto emotivo e stupore.

La critica

WIM WENDERS (regista)

Ricordo un testo di Roland Barthes:“ contrariamente al filosofo l’artista non evolve: come uno strumento molto sensibile ,egli percorre le successioni del Nuovo che la propria storia gli presenta: la sua opera non è un riflesso fisso, ma una moire su cui passano secondo l’inclinazione dello sguardo e le sollecitazioni del tempo, le figure del Sociale e del Passionale e quelle delle innovazioni formali. L’inquietudine per l’epoca non è quella dello storico, del politico o del moralista, ma piuttosto quello dell’utopista che cerca di scorgere su punti precisi il mondo nuovo, poichè ha voglia di quel mondo e vuole già farne parte. La vigilanza dell’artista è una vigilanza amorosa ,una vigilanza del desiderio. Guardando il tuo lavoro negli anni, Piero ,dico : Bravo! Non fermarti mai!

FRANCO CORDELLI (Corriere della sera)

Ciò che conta è il gesto che egli compie, la sua performance: ovvero che non si limiti a proporre una mostra fotografica, ma che la trasformi in un fatto teatrale…

STEFANO MALATESTA (La Repubblica)

Una performance di grande effetto che non voglio rivelare e che riguarda il suo ultimo viaggio in Afganistan. E’ uno spettacolo che ho visto in anteprima e che mi è sembrato geniale…

ALBERTO DENTICE (L’Espresso)

Eppure da allora le immagini di Camera Chiara non mi abbandonano."Un artista è una persona nuda“ ha detto Bob Dylan .Lo sguardo di Piero in Afganistan di fronte allo smarrimento ,alla sofferenza e alla insensata crudeltà della guerra è quello di una persona nuda. Consentendoci di assistere al formarsi lento e inesorabile di quelle immagini nella camera oscura della sua e della nostra mente è riuscito a lasciare nell’anima una traccia emozionale indelebile .Mi auguro che Camera Chiara possa essere ripresa al più presto e girare per il mondo…

DAVID GRIECO (regista)

Assistere a un evento artistico e pensare di vivere un esperienza esistenziale è una cosa che capita di rado.Ma quando accade, ci si rende conto di quanto l’arte possa essere indispensabile nel faticoso cammino dell’umanità. Chiunque abbia visto ,ascoltato e vissuto le immagini di Piero Marsili Libelli ne conserva un ricordo indelebile .Nella mente ,nel cuore e sulla pelle .In questa società che ci rende ottusamente impermeabili alla violenza e all’ingiustizia Piero è riuscito a farci ritrovare il dolore e la speranza che credeva mo smarriti.Nella sua camera oscura, come in una incubatrice ,entrano ignari spettatori ed escono individui consapevoli.

MATTEO GARRONE (regista)

Quella sera ero convinto di andare a vedere la mostra fotografica di Piero su suo ultimo reportage di guerra in Afganistan e mi sono invece ritrovato nella sua camera oscura .Un evento straordinario, magico, un coinvolgimento emotivo molto raro di questi tempi .E’ qualcosa di più di una mostra di una performance di uno spettacolo che invece di calare il sipario alza una consapevolezza su ciò che accade nel mondo che Piero sa restituirti nella sua “Camera Chiara “,un interpretazione sulla fotografia ,più bella ed emozionante che ho visto e vissuto negli ultimi anni.

FRANCESCO ZIZZOLA (fotoreporter)

La camera come luogo dove rivive la memoria e si desta la coscienza. Un processo alchemico che afferma l’urgenza di cercare/trovare noi stessi, sommersi dalla velocità dello zapping satellitare, attraverso un’epifania rivelatoria. Piero riporta a galla le profondità recondite dell’io collettivo avvalendosi di una tecnica artigianale fotografica (che qui si fa metafora psicanalitica) e ci obbliga alla consapevolezza. Sulla bianca e fredda superficie della carta fotografica prende forma il nostro coinvolgimento morale ed etico e in ultima analisi, le nostre responsabilità. Un sublime ed emozionante manifesto contro l’assurdità della guerra.


BIOGRAFIA DI PIERO MARSILI LIBELLI
Inizia la sua professione negli anni settanta a Milano, fotografando la cronaca nera per il Corriere della Sera. Lavora anche per alcune agenzie fotogiornalistiche realizzando servizi di attualità politica. Si trasferisce a Roma negli anni ottanta, dove inizia a collaborare con il settimanale L’Espresso, occupandosi di Teatro d’Avanguardia. In questo periodo frequenta il teatro di Carmelo Bene, Giancarlo Nanni, Roberto Benigni, Memè Perlini, realizzando una fotografia che racconta il loro mondo. Tra gli anni ottanta e novanta fotografa importanti avvenimenti culturali artistici e teatrali, che coinvolgono l’Italia e l’Europa; le foto manifestano una ricerca personale volta a insoliti e provocatori ritratti, come quelli raffiguranti William Burroughs, Allen Ginsberg, Roy Lichtenstein, Peter Weir, Gong Li, Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Leo De Bernardinis, Giorgio Barberio Corsetti e Manuela Kustermann.Nel 1981, documenta a Belfast in Irlanda i funerali di Bobby Sand e la guerriglia urbana dell’IRA (Irish Republican Army). Nel 1989, durante la Rivoluzione rumena, mette in posa modelle tra le braccia dei soldati, sullo sfondo una Bucarest ancora in guerra. Viaggia in diversi paesi del mondo, Africa, India, Giappone, Pakistan, Afghanistan, Libano e Kosovo, realizzando reportages di guerra e documentari sulle miniere d’oro della Repubblica del Ghana, sulla carriera del cantante chitarrista Ali Farka Tourè lungo le rive del Niger e sulla vita quotidiana a Mumbai in India (nota fino al 1995 come Bombay).

Da questi lavori, nascono mostre e una serie di performances artistiche dedicate alla fotografia. Nel 1984, per la prima volta presenta al Mickery Theatre di Amsterdam la performance intitolata “La Camera Chiara”. Negli anni novanta lavora anche nel cinema al fianco di registi come Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi, Giuliano

Montaldo, Marco Ferreri e recentemente con Vittorio Storaro al film “Caravaggio”. Le foto di quest’ultimo lavoro sono esposte dal 2008 al Lincoln Center di New York.

Si è occupato anche di pubblicità con Alessandro D’Alatri e Ferzan Ozpeteck. Nel 1997 a Milano espone presso la Galleria Sozzani a Milano in occasione della presentazione della nuova collezione di moda di Massimo Osti.

Le sue foto sono state pubblicate da diversi giornali di prestigio del panorama internazionale, tra cui New York Times,

Newsweek e Paris Match, diverse esposizioni sono state realizzate a San Paolo del Brasile, Amsterdam, Madrid e NewYork. Nel 2007 con Wim Wenders ha presentato una mostra di foto inedite su Michelangelo Antonioni al Festival del Cinema Internazionale di Yerevan in Armenia, e nel 2009 il lavoro viene rivisitato e arricchito in occasione del Festival del Cinema Europeo di Lecce. Nel 2011 ripropone in due diverse occasioni la performance “La Camera Chiara” sulla guerra in Afghanistan, a Roma presso lo spazio delle Officine Farneto a favore di Emergency e in seguito, nella suggestiva cornice di Muro Leccese durante la rassegna di stampa fotografica The Darkroom Projet curata da Luciano Corvaglia.

Per info:

Mob. 3289683018 (Alessandro)

http://www.pieromarsililibelli.com/

http://www.mediterraneofotofestival.it/

25 Novembre 2011 a Manfredonia – “Io sono bellissima” di Loredana De Vitis, per la prima volta in Puglia


per la GIORNATA MONDIALE contro la VIOLENZA sulle DONNE

Venerdì 25 NOVEMBRE Alle ore 18.00

Auditorium di Palazzo Celestini
Manfredonia (Foggia) – Corso Manfredi 22

Loredana De Vitis presenterà
per la prima volta in Puglia
la narrazione in mostra intitolata

“IO SONO BELLISSIMA”

Venerdì 25 Novembre 2011 in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, Loredana De Vitis sarà a Manfredonia (Foggia), per presentare “Io sono bellissima”, presso l’Auditorium di Palazzo Celestini (Corso Manfredi 22). Si tratta della prima volta che questa narrazione in mostra viene presentata in Puglia. Il progetto di Loredana De Vitis è stato presentato a Roma nel settembre scorso, nell’ambito della “Scuola politica UDI 2011”. L’occasione offerta dalla Giornata Mondiale contro la Violenza sull Donne offrirà uno spunto di riflessione sulla condizione del corpo femminile, centrale in questo lavoro di Loredana De Vitis, infatti la “narrazione in mostra” dal titolo “Io sono bellissima” intende porre lo spettatore/lettore faccia a faccia con i paradossi della comunicazione e della valutazione estetica del corpo femminile all’interno della società contemporanea.

Una serie di pannelli fotografici di grande dimensione realizzati con la tecnica del collage digitale presentano il concept attraverso considerazioni narrative, filosofiche e estetiche, utilizzando questa ibridazione visivo-letteraria per condurre a una riflessione che, per questo lavoro, Loredana De Vitis ha scelto di rivolgere sul corpo femminile a partire dal proprio corpo. Viene operata così un’identificazione tra autrice e opera che sollecita un personale confronto, innanzitutto delle donne, con tematiche urgenti quali la considerazione della donna nella nostra società e l’estetica di massa. Gli sviluppi del progetto potranno essere seguiti sul sito internet www.iosonobellissima.it. L’arte diviene in questa mostra anche un mezzo per riflettere nei confronti di quella forma di violenza altrettanto subdola e capace di provocare danni fisici e psicologici, che è la violenza che si fa sul corpo femminile quando lo si considera soltanto dal punto di vista ‘esteriore’.

Un percorso affascinante che verrà presentato per la prima volta in Puglia a Manfredonia (Foggia) Venerdì 25 Novembre alle ore 18.00 presso Palazzo Celestini. Interessante anche la forma di finanziamento lanciata da Loredana De Vitis per realizzare “Io sono bellissima”, un’azione di “crowd funding”, ovvero sia un processo di finanziamento dal basso che mobilita persone e risorse al fine di sostenere eventi o azioni di tipo non solo culturale. Grazie a questa iniziativa Loredana De Vitis è riuscita a raccogliere i fondi necessari per la realizzazione materiale e organizzativa del progetto, mettendo in compartecipazione (e conoscenza ‘in progress’) tutti coloro che, anche con piccole somme, hanno reso possibile questo vero e proprio ’viaggio’ nelle aporie dell’immagine contemporanea del corpo femminile.

“Io sono bellissima” si trasforma così in una mostra narrativa, in un’opera dal taglio politico e fortemente evocativo: è stato realizzato, insieme a altri oggetti, ad esempio, un adesivo che simboleggia la fierezza femminile del poter dire “io sono bellissima”, al di sopra, al di là e oltre tutti gli sguardi viziati dalle deformazioni dell’estetica. L’appuntamento con “Io sono bellissima”, è a Manfredonia il 25 Novembre, prosegue in tutta Italia, chiunque sia interessato al progetto può trovare ulteriori informazioni sul sito dell’autrice e all’indirizzo www.iosonobellissima.it

Info:
iosonobellissima
www.iosonobellissima.it

Dal 29 Novembre al 2 Dicembre 2011 “TRIESTE POESIA”. Ecco tutti gli eventi.


TRIESTE POESIA

Martedì 29 novembre
Libreria Lovat – viale XX Settembre 20, c/o stabile Oviesse, terzo piano

17,00 Quale presente per le nuove generazioni e la poesia?

Quattro poeti, nati tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80, che si sono trovati ad elaborare modelli diversi, in un contesto di cambiamenti sociali e politici simili. Nonostante essi vivano in una città dimenticata dai grandi sistemi culturali ed editoriali, vantano esperienze di festival, collaborazioni con riviste e blog di letteratura. Se a questi poeti non è stato consegnato un futuro, se lo sono costruito giorno per giorno. Ospiti della serata Gaetano Longo, Christian Sinicco, Mary B. Tolusso e Luigi Nacci.
L’incontro, moderato dal poeta Matteo Danieli, promette una nuova attualità per la poesia, proprio a partire da Trieste, dai suoi nuovi attori.

A seguire
Presentazione di Vanità della mente di Gian Mario Villalta.
A cura di Edoardo Kanzian. In collaborazione con la rivista letteraria FAREPOESIA.
Letture a cura di Agnese Ermacora.

Un’altra voce della generazione sopra citata è ospite della libreria per presentare il suo ultimo libro Vanità della mente (Mondadori) vincitore del Premio Viareggio – Rèpaci 2011 per la poesia. Oltre che autore riconosciuto Gian Mario Villalta è noto per la sua abilità nell’orchestrare «lo scambio di esperienze, i legami profondi ed estesi che esistono fra poeti nel Triveneto, così come a livello nazionale e internazionale», talento ben espresso nel festival pordenonelegge che dirige dal 2000.

Mercoledì 30 novembre 2011
17,30
Caffè Tommaseo – piazza Tommaseo, 4/c
Presentazione di Parole all’uomo di Mario Romano a cura di Giuseppe Nava

20,30
Lettura – Stabilimento Ausonia, Riva Traiana 1
Milan Rakovac (Croazia)
Viorel Boldis (Romania)
Raquel Lima (Portogallo)
Tania van Schalkwyk (Sudafrica)
Dome Bulfaro (Italia)

Evento speciale

Concerto del cantautore Mirco Menna
In apertura, il cantautore triestino, Stefano Schiraldi

Giovedì 1 dicembre 2011
Stabilimento Ausonia, Riva Traiana 1

19.00
SELEZIONE
Enrico Colussi
Giovanni Nino Paronuzzi
Elena Delithanassis
Alessandro Canzian

Chiara Catapano
Guido Cupani
Giuseppe Nava
Sebastiano Adernò
Marco Patuzzi
Enrico Danna
Lia Simonatto
Ilenia Marin
Natalia Bondarenko
Vincenzo Russo
Alfonso Maria Petrosino
Antonella Taravella

Vilma Dolmella
Lussia di Uanis
Tommaso De Martino
Gabriele Iarusso
Monica Maria Seksich
Silvia Molesini

Giurati della selezione:
Viorel Boldis
Erica Tedeschi

ore 20.30
LETTURA DI REI BERROA
PREMIO INTERNAZIONALE TRIESTE POESIA 2011

A seguire la gara:
Duska Kovacevic (Croazia)
Tania van Schalkwyk (Sudafrica)
Raquel Lima (Portogallo)
Maddalena Bergamin
Dome Bulfaro
Alessandro Salvi

Michele Alessio
Giacomo Sandron
+ 8 POETI SELEZIONATI

EmCeeS: Matteo Danieli & Christian Sinicco

Cash Prize: 200€

In chiusura:
Concerto di Street Light Productions

Venerdì 2 dicembre 2011
Caffè Tommaseo – piazza Tommaseo, 4/c

17,00 Premiazioni
Lettura degli ospiti
Velvet Afri, Maddalena Bergamin, Renzo Maggiore, Franjo Matanovic, Cristiano Mautarelli, Annadina Mengaziol, Furio Pillan, María Sanchez Puyade

Consegna dei Premi del Festival

Rei Berroa (Repubblica Dominicana)
Premio Internazionale Trieste Poesia
Lettura a cura dell’attore Maurizio Zacchigna.

Il Comitato Promotore del 13° Premio Internazionale Trieste Poesia, che annualmente premia un poeta di fama mondiale, ha deciso di assegnare per l’anno 2011 tale riconoscimento al poeta dominicano Rei Berroa.
Autore di un’importante opera lirica, oltre che di una vasta produzione critica e antologica, il poeta dominicano, attraverso la sua opera a tratti irriverente e trasgressiva, riesce a fare una ricostruzione immaginaria dell’essere umano che dialoga con la propria morale fatta di ipocrisie, credenze, trionfi e sconfitte. La sua poesia, con un linguaggio elegante e diretto, è anche una parodia dei dogmi e degli obblighi che circondano la vita dell’uomo.

Jolka Milič
Premio Gerald Parks alla Traduzione
Un altro punto fondamentale che quest’anno verrà consegnato a Jolka Milič per il suo grande contributo offerto alla diffusione della letteratura italiana e slovena. Si deve a lei la conoscenza in Italia di poeti quali Srečko Kosovel, Edvard Kocbek, Kajetan Kovič, Dane Zajc, Josip Osti, ma imponente è anche la sua opera di traduzione dall’italiano allo sloveno, che conta Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Dacia Maraini, Cesare Pavese, Danilo Dolci e Primo Levi.

Milan Rakovac
Premio Anthares Un poeta per la pace
Il Comitato nomina vincitore dell’ottava edizione il poeta croato Milan Rakovac per la sua capacità di far entrare in relazionare intellettuali e artisti che abitano e operano nell’area di confine, ben consolidata nel progetto del Forum Tomizza, non dimenticando un’opera che continua a ricevere riconoscimenti come l’importante Premio Drago Gervais per la sua ultima raccolta Besida priletuća («Parola volante»).

XXX
Premio Trieste International Poetry Slam
da assegnare giovedì 1 dicembre

Il Festival Internazionale della Poesia è promosso e organizzato dall’associazione culturale Club Anthares

Direttore artistico del Premio Internazionale Trieste Poesia: Gaetano Longo
Ufficio Stampa e Segreteria Organizzativa: FrancoPuzzoEditore
Segreteria Artistica: Christian Sinicco
Ufficio stampa: Daniela Sartogo

Contributi: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trieste, Comune di Trieste, Comunità Croata di Trieste, Edil Porfidi Trientina, Cervesi&Cervesi, Residence Sara
Patrocini: Comune di Trieste, Camera Commercio di Trieste, Commissario del Governo nella Regione Friuli Venezia Giulia Prefetto di Trieste, Unesco di Trieste, Il Piccolo
In collaborazione con: L’Ausonia, Lovat, Anforah

Trieste Poesia, grazie all’impegno di Club Anthares.
Si ringraziano Mario Alessio e Daniela Sartogo per le preziose collaborazioni.

Ai poeti della selezione e ai tifosi che vogliono seguire lo slam
Residence Sara offre:

camera singola €40/notte
camera matrimoniale €50/notte
camera tripla €75/notte
in appartamento per 4 persone €100/notte

Tutte le sistemazioni offerte
sono con bagno privato
lenzuola e asciuagamani inclusi
e si può usufruire della colazione a buffet
presso il bar del Residence al costo di €5/persona/giorno.

“Mezzogiorno dell’animo”, un corso cristologico tra retaggi del mito nell’ultimo libro di Enrico Pietrangeli


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Un corso cristologico tra retaggi del mito per un “Mezzogiorno dell’animo”

Quella di Mezzogiorno dell’animo è l’ultima raccolta in versi del poeta romano Enrico Pietrangeli, un libro di cento pagine edito dalla CLEUP, dove il titolo ben esplicita sia una condizione dell’anima che il coraggio ad esprimerla. Diverse sono le tematiche affrontate, ma il filo conduttore, espresso in una narrazione indiretta e utilizzando una forma perlopiù lirica, si sviluppa attraverso la circostanza amorosa.

Un amore espresso con dignità e compostezza, portato avanti senza censure, ma, soprattutto, senza inganno alcuno (“non ho mai illuso e non ero / di malato inguaribile specie”), percependolo e comunicandolo lentamente nel tempo (“polline mai sopito / infingardo fiorisce / d’affetto il flusso / nel tempo complice stratificato”), senza ipocrisie e scevro di nefaste passioni, fino al suo esplodere in un esilio che non conosce proporzioni e limiti, l’equità di un corrispettivo atteggiamento dall’altra parte. Probabile contrappasso in onestà d’intenti generato da protratta sofferenza oppure inconscia rivalsa. Un confino generante indeterminata attesa, incapace tanto di chiudere quanto di riaprire un rapporto (“resta una scure / appesa e dondolante / sul pulsante di fine”).

Quel che ne emerge, in sostanza, è la capacità di affrontare e attraversare il dolore nella concreta e mai allusa scelta di donarsi all’altro senza riserve, in un traslato cristologico con retaggi della grande figura di Pasolini esplicitati per mezzo di un’autenticità religiosa e in polemica con una borghesia che, fin dai tempi, era già emergente ovunque (“di fronte al martirio / si deve saper morire, / offrirsi per l’altro / fino in fondo, tutto. / Senza mai riserve / s’abbraccia la fede. / Cristo lo ha fatto, / ha fatto la rivoluzione. / Se prive di slanci, / le vie di mezzo / non salvano, / generano mediocri, / pasoliniani mostri, / vinti assoggettati, / vili conformisti”). Un traslato dove il morire per l’altro è un rinascere migliore e salvifico, capace di condividere gli esiti della rispettiva esperienza “con chi, nell’attesa, l’opera / accoglie preservando amore”.

Diversi sono pure i ricorsi a retaggi mitologici, emblematico, forse più di altri, quello della poesia Eros e Psiche. Ma è una concezione ciclica, dell’eterno ritorno che, nella civiltà greca come quella romana, progredisce in un divenire che sedimenta la storia sul mito, la costante strutturante il costrutto poetico. Un tempo che, tanto nell’incipit (“con ciclo inverso e diverso, / altra ruota girerà sul verso”) quanto nell’epilogo (“compiuto è un ciclo e attendo, / di virtù nel senno, altri frutti”) ritorna riconducendo a CicloInVersoRoMagna 2011, la scorsa manifestazione estiva che, per il secondo consecutivo, ha visto l’autore operare a fianco di Gloria Scarperia insieme ad altri alternatisi.

"Mezzogiorno dell’animo", Enrico Pietrangeli, CLEUP, 2011, 9788861297753, 100, €12

§

da "Mezzogiorno dell’animo"
Disinfettami l’anima

Disinfettami l’anima,
se è quel che vuoi, sterilizzami.
Fallo piano, con tutto il bene
di un semestre terapeutico,
bombardando anticorpi
sopra inermi popolazioni.
La mia fede giungerà
donandoti Amore,
sacrificio mai invano.
Di fronte al martirio
si deve saper morire,
offrirsi per l’altro
fino in fondo, tutto.
Senza mai riserve
s’abbraccia la fede.
Cristo lo ha fatto,
ha fatto la rivoluzione.
Se prive di slanci,
le vie di mezzo
non salvano,
generano mediocri,
pasoliniani mostri,
vinti assoggettati,
vili conformisti.
Cristo è infinito,
incondizionato amore,
lo slancio più alto: il dono!
Predilige la sincerità
e dà forza e coraggio
che liberano il cuore
dai vincoli del nulla.
Ama i peccatori
che tornano, i ravveduti!
Disinfettami l’anima,
se è quel che vuoi, purificami.
Fallo piano, con tutto il bene
e la pietà nel dolore. Giungerà
la mia fede donandoti Amore,
quel sacrificio mai scorso invano.

[tratto da Mezzogiorno dell’animo – diritti depositati – CLEUP – Enrico Pietrangeli – 2011]

Nota biografica:

Enrico Pietrangeli, autore della raccolta di poesie Di amore, di morte, pubblicata in versione cartacea (Teseo editore – 2000) e in elettronica (Kult Virtual Press – 2002), collabora con giornali e riviste da diversi anni ed è giornalista pubblicista. Presente sulla scena romana della poesia sin dagli anni Ottanta, ha curato anche rassegne e spettacoli come Poesia da Bruciare, Sicilia Poetry Bike, CicloPoEtica 2010, Nettuno Fiera di Poesia 2010 e CicloInVersoRoMagna 2011. Attraverso la traduzione poetica, si è dedicato all’opera di alcuni autori poco conosciuti. Ha ripubblicato il suo romanzo d’esordio In un tempo andato con biglietto di ritorno (Proposte Editoriali – 2005) con una seconda edizione in elettronica (Kult Virtual Press – 2007) e un’ulteriore silloge poetica dal titolo Ad Istanbul, tra pubbliche intimità (Il Foglio – 2007).

NeXT 16: Maps / Il nuovo numero del bollettino “connettivista” di Kipple


Esce NeXT 16: Maps

Next è il bollettino "connettivista" che lo scorsa primavera si è aggiudicato l’importante riconoscimento del Premio Italia (l’Oscar per il genere Fantastico) nell’ambito della miglior Rivista non Professionale – award vinto a Milano nell’ambito dei Delos Days 2011.

Next 16: Maps


Maps. Ovvero mappe. Ovvero una contrazione che ricorda le mappe terrestri e non solo, quelle di Google, quelle che fanno da base per qualsiasi esperimento di Realtà Aumentata, la tecnica di arricchimento informativo che tanto si sta affermando nel mondo digitale.

Mappe più estese, quindi, cerebralmente parlando. Mappe che disegnano le direttive neurali in cui ci muoviamo in questi mesi, anni, periodo storico; mappe del Connettivismo, in dilatazione sempre più accentuata, che passano per il riconoscimento del Premio Italia dato a NeXT (l’Oscar per il genere Fantastico) nell’ambito della miglior Rivista non Professionale, award vinto a Milano nell’ambito dei Delos Days 2011. Sono tutte mappe, come in una storia di Urban Fantasy.

È quindi questo un numero celebrativo, in qualche modo; è un’iterazione che tira un po’ tutte le fila dei numeri precedenti ampliando, approfondendo, diramando ancora più gli argomenti cari al Movimento, rendendoli punti di sviluppo, basi di partenza per il futuro e non un mero punto d’arrivo.

Ed è quindi per questo motivo che troverete una nuova rubrica, AVANT-GARDE, curata dal valente Galessio, che esplorerà ogni volta le istanze dell’Arte contemporanea raffrontandola al Connettivismo; nell’iterazione 16 abbiamo anche però, e ovviamente, la consueta ricerca a tutto campo, la sperimentazione allostatica in ogni branca della Cultura e della Conoscenza connettiva che ha portato NeXT allo stato editoriale attuale: FRAME, un susseguirsi di snapshot del presente in chiave futura curato, da questo numero, da 7di9, che segue anche la rubrica INTERAZIONI, dove si traccia la storia del Connettivismo nei mesi successivi all’uscita dell’iterazione del precedente NeXT; BIT_MOOD, dove Kremo ci conduce in una ricerca olosensoriale applicata alla musica moderna (non quella pop, ovviamente) dove lo scontato non appare mai, nemmeno in un momento; NUVOLE DI PIXEL, in cui Manex approfondisce il discorso dei fumetti digitali, argomento ormai imprescindibile dalla rivoluzione digitale che venti anni fa ha colpito prima la musica, ora la letteratura.

La rubrica FOCUS ha un nuovo titolare: Xabaras, che insieme a Max Chiriatti esplora l’argomento della Realtà Diminuita (sì, diminuita, non aumentata) che è interessante e foriera di spunti teorici e cerebralità davvero notevoli. ZOOM, rubrica a cura di Sandro “Zoon” Battisti, esplora i confini dell’umano, del postumano e dell’inumano mentre WORK, altra neorubrica, affida a pykmil il resoconto di due particolari pubblicazioni esclusivamente connettiviste di questi ultimi mesi.

Il capolavoro di Logos si estrinseca nella sua monumentale ERMETICA ERMENEUTICA, dove esamina Mark Strand, e Peja continua la sua ricerca transarchitetturale (suMassimo Ercolani) nella rubrica POSTARCHITECTURAL RESEARCH; Black M incrementa l’immaginario connettivo analizzando i frammenti onirici di celluloide, argomento gemellato con LA MATTINATA DEI MAGHI, dove Nimiel analizza l’argomento del Sogno Lucido.

Completano il numero i versi di Zoon (che appaiono su CONNESSIONI, insieme a un mio edit di un intervento di Lady Caotica), un event performato il 29 aprile 2010 sul blog supernova express.splinder.com dai connettivisti tutti, e ben sei racconti (uno di essi particolarmente lungo) a firma di: Xabaras, Sogno di un futuro di mezza estate; Evertrip, Tetsuo mon amour; Matteo Mancini & Samuele Toccafondo, Genesi di un eroe; Mextres, Rendezvous; X, Vanisghing point (ovvero la seconda parte del racconto apparso sulla seconda antologia connettivista, Frammenti di una rosa quantica – Kipple Officina Libraria).

Le immagini a corredo dell’iterazione sono di Ynfidel (http://www.flickr.com/photos/ynfidel) mentre il logo della produzione connettivista HyperHouse, che ci accompagnerà per i prossimi NeXT e in ogni produzione connettivista da me diretta, è opera di DjMystica (www.addictvenoize.com); Matteo Poropat(www.ebookandbook.it) ha impaginato l’iterazione, stampata poi dalla Phasar (Lapo Ferrarese, emeritus, www.phasar.net).

In conclusione, sarà pur vero che la mappa non è il territorio, ma è anche vero che il territorio varia a seconda della sensibilità interiore: tracciare una propria mappa da sovrapporre al reale aiuta a modificare, a nostro piacimento, il sensorium che ci circonda.

Contatti: cybergoth.

Costo NeXT Iterazione 16: 6 euro più 2 di spese di spedizione.

Prezzi abbonamenti:

4 numeri: 25 euro (spese di spedizione incluse);
6 numeri: 35 euro (spese di spedizione incluse);
8 numeri: 45 euro (spese di spedizione incluse);

Prezzi arretrati:
* per ogni numero arretrato viene aggiunto al prezzo di copertina o di abbonamento 1 euro.

www.kipple.it
http://twitter.com/KipplePress

Due speciali di Musicaos.it, “Razionali Senza Filtro” (06) e “La cattiva strada” (07)


Musicaos.it – “Razionali Senza Filtro” (2006)



(clicca per scaricare in pdf)

con testi di Massimiliano Zambetta, Vittorino Curci, Nicola Lagioia, Carlo M. Dentali, Marina Pizzi, Manila Benedetto, Elisabetta Liguori, Oronzo Liuzzi, Maria Zimotti, Stefano Donno, Luciano Pagano

Musicaos.it – “La cattiva strada” (2007)


(clicca per scaricare in pdf)

Il numero dedicato nel 2007 ai tre anni di Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura, contiene i racconti e le poesie di Michele Lupo – Grand Dessert Capitta, Elisabetta Liguori – L’uomo che sedeva alla mia scrivania, Massimiliano Zambetta – Apulian jet society, Christian Sinicco – Ballate di Lagosta, Mauro Daltin – Latitanze, Luigi Nacci – Storia del quaderno ritrovato in treno, Osvaldo Piliego – Moonlight Serenade, Luciano Pagano – Harakiri, Euro Carello – Viaggiare la vita leggeri, Maurizio Cotrona – per Londra, Stefano Donno – O.D., ORODè – La tarantola, Marco Montanaro – Una serie di fortuite circostanze, Irene Leo – Senza tempo, Gianluca Parravicini – Puzza di fumo tra Andrea Camilleri e Paolo Conte, Beatrice Protino – Di quando le vacche inondarono di vernici spray, Domenico Cipriano – Invito al viaggio, Filomena V. E. Matarrese (pentesilea) – Ireland as a shamrock, Agata Spinelli – Las Vegas

http://www.musicaos.it

Norman Mailer, da “Un sogno americano”. L’amore non è un dono ma un voto.


Me ne stavo sdraiato, soddisfatto di toccare con la punta di un dito la punta di un seno, e avevo quella sapienza che cade come la pioggia, perché capivo finalmente che l’amore non è un dono ma un voto. Soltanto i coraggiosi possono conservarlo più di un breve momento. […] All’inizio era stata una specie di circo d’avanguardia: interviste con tipi barbuti che fumavano marijuana da ventidue anni, confessioni di ex galeotti sull’omosessualità nelle prigioni, una mia conferenza su Picasso e la sua pistola (dove definivo Picasso il maestro di cerimonie dell’impulso cannibalesco dell’Europa moderna, la più difficile conferenza nella storia della televisione), una chiacchierata con una ragazza squillo, con il capo di una banda di giovinastri in motocicletta, con il capo di una banda di Harlem, con una massaia che aveva perso ottanta chili in un anno, con un prete spretato, con una mancata suicida (una ragazza che aveva tre cicatrici sul polso). All’inizio, le garantii, avevo avuto un’idea, volevo aprire una strada nella psicanalisi e nei problemi dell’assistenza sociale.
«Sei davvero in gamba» disse. E mi strappò un pezzetto di pelle dall’orecchio con un morso così aguzzo e preciso che era come se fossi stato punto da uno stuzzicadenti. «Ricordi» disse, ponendomi sull’orecchio a mo’ di balsamo una goccia di saliva «la recensione che scrisse Mac N. Ryan? “È un baccanale di cattivo gusto che infrange tutti i canoni di dignità sinora rispettati dalla televisione.”» Rise. «Sai che una volta sono uscita con Mac N. Ryan?»
«E ha infranto qualche canone?»
«Oh, avrebbe preferito non lasciarmi senza amore, ma se avessi avuto qualche malattia? E così gli fissi: “Be’, tu capisci, tesoro, la sifilide è una cosa abbastanza normale”. E questo ottenne il suo piccolo risultato. Dovetti caricarlo su un taxi.»
Risi. Quel tanto di sordamente doloroso che c’era stato nella mia prima reazione era scomparso. Povero Mac N. Ryan. Salvo questa rispettabile eccezione, i critici televisivi avevano ignorato il programma. Non facevamo che perdere finanziatori e trovarne di peggiori, la FCC ci telefonava tutti i giorni, il produttore (lo avete conosciuto) tirava avanti a tranquillanti, e io non ero abbastanza energico. Incominciammo a ospitare liberi professionisti,funzionari, professori, commercialisti, discutemmo di libri e di questioni attuali, ci riducemmo al niente ma acquistammo popolarità.
Le raccontai qualcosa di tutto questo e tentai anche di darle un’idea del mio passato (volevo davvero che sapesse qualcosa di me). Le parlai della mia carriera accademica. Ne ero orgoglioso perché, una volta abbandonata la politica, mi ero iscritto all’università nel Middle West e nel giro di cinque anni mi ero laureato ed ero diventato prima assistente e poi professore incaricato all’università. E due anni dopo, rientrato a New York, avevo avuto una cattedra. Naturalmente tutte queste cose non vennero fuori con ordine, ma un episodietto qua e un aneddoto là, i nostri umori si lasciavano trascinare con un’indolenza di barche nell’ondeggiare di un porto, scivolando lungo la spina dorsale di ogni onda.
«Mangiamo» disse lei alla fine, e scese dal letto per cucinare due piccole bistecche, spaghetti e uova strapazzate. Cenammo; mi gettai sul cibo con avidità, mi ero scordato della fame che avevo, e alla fine, al caffè e alle sigarette, sembrò che fosse venuto il suo turno di parlare. Seduto a tavola, lei la sua veste da camera color carne avvolta intorno al corpo (mentre a me era stata offerta una vestaglia che doveva essere appartenuta a Shago martin), ascoltavo Cherry parlare di sé. Era stata allevata dal fratellastro e dalla sorellastra. Questo lo sapevo già. Il fratellastro aveva diciott’anni quando i genitori di Cherry erano rimasti uccisi in un incidente d’auto, la sorella maggiore sedici, lei quattro e la sorella minore uno. Il fratello era molto ammirato dai vicini perché faceva contemporaneamente due lavori diversi. Lavorava duro e teneva pulita la famiglia.
«C’era solo un piccolo inconveniente» disse Cherry  «se la faceva con la sorelal tutte le notti.». Scosse il capo. «Quando tornavo da scuola mi sembrava di sentire mio padre e mia madre che mi dicevano: “Di’ a tuo fratello di farla finita con quelle stupidaggini”. Poi, quando avevo otto o dieci anni, scoprii che in paese la gente sapeva benissimo quel che succedeva a casa nostra, ma che questo non sembrava danneggiare la nostra piccola solida rispettabilità. Io giocavo nei giardini delle altre bambine e loro ogni tanto venivano a giocare nel mio. E mio fratello si stava facendo una buona posizione. Non aveva molta simpatia per me e per la sorellina, anzi in un certo senso gli eravamo antipatiche, ma sapeva quale impressione poteva fare a una comunità di seicento bigotti l’assumersi a diciotto anni il peso di una famiglia. Ragionava proprio così. Anche prima di quell’età, aveva già grosse mascelle e un sigaro infilato tra i denti»
«Cosa fa adesso?»
«Lo sceriffo. L’ultima volta che ho avuto sue notizie era candidato al parlamento. Ho avuto la tentazione di mandargli una mia foto con Shago»

da “Un sogno americano” di Norman Mailer, traduzione di Ettore Capriolo,
1965, An American dream, Arnoldo Mondadori Editore, 1966. 

Questo è uno dei primi romanzi scritti da un americano che io abbia mai letto, ero un adolescente e avevo appena incominciato le scuole superiori, l’incipit è ancora più bello: “Ho conosciuto Jack Kennedy nel novembre del 1946. Eravamo entrambi eroi di guerra ed eravamo stati da poco eletti al Congresso. Una sera uscimmo con due ragazze, e per me fu decisamente una serata propizia. Sedussi una fanciulla che avrebbe accolto con indifferenza un diamante grosso come il Ritz”. Norman Mailer mi è sempre piaciuto per il suo stile diretto, senza mezzi termini, capace di dire le cose come stanno in modo crudo e allo stesso tempo capace di rendere una pietà senza commiserazione nel tutto. “Il nudo e il morto”, “I duri non ballano”, il suo più recente “Il fantasma di Harlot” sono libri bellissimi, dove la storia sporca dell’America si tinge degli stessi colori che diventeranno poi mestiere in scrittori come Ellroy o DeLillo. Un articolo del Times, parlando di Mailer iniziava così “Ha vinto 2 premi Pulitzer e avuto sei mogli”, proseguendo, “una volta Woody Allen per scherzare disse che quando Mailer sarebbe morto avrebbe donato il suo ego alla scienza”.

iscrizioni aperte fino al 29 novembre – Laboratorio teatrale “attore opera viva” dal 30 Novembre 2011 al 30 maggio 2012 / Fondo Verri/Teatro Blitz, Lecce


Fondo Verri/Teatro Blitz
Laboratorio teatrale “attore opera viva”
dal 30 Novembre 2011 al 30 maggio 2012

Il TeatroBlitz/Fondo Verri riprende il percorso laboratoriale sull’arte dell’attore condotto dall’attore-regista G. Piero Rapanà
Il corso è rivolto ad un massimo di 10 partecipanti che vogliano avvicinarsi al mestiere dell’attore in un lavoro pratico sulle tecniche e i modi del fare teatrale, e in particolare sul Teatro di Parola.
Un percorso di ricerca e sviluppo delle capacità espressive , percettive e creative del proprio essere corpo/voce, per acquisire gli strumenti necessari per un lavoro di creazione del proprio essere “ autore/attore”.
Un lavoro sull’ascolto, sulla percezione e scoperta delle capacità fisiche, sensoriali, emozionali , attraverso la pratica delle tecniche essenziali del lavoro attoriale.

Il corso avrà inizio il 30 Novembre 2011 e si concluderà il 30 Maggio 2012

Iscrizioni aperte sino al 29 Novembre 2011, tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 20,00

Per info. Tel. 3273246985 fondoverri

Giovedì 3 Novembre, Ore 20.30 – Libreria Feltrinelli Point a Lecce – Gianluca Milanese e Nicola Andrioli presentano TESSERE (Lizard CD)


Libreria la Feltrinelli Point – Lecce (Via Cavallotti 7/a)

GIANLUCA MILANESE e NICOLA ANDRIOLI
presentano GIOVEDÌ 3 ORE 20:30

“Tessere” (Lizard CD).

“Tessere” è il nuovo progetto discografico a cura del duo Nicola Andrioli (pianoforte) e Gianluca Milanese (flauto). Attivi sulla scena musicale nazionale ed internazionale da 20 anni, i due musicisti si ritrovano per dar vita ad uno spettacolo musicale incentrato sulle possibili sfumature timbriche dei loro strumenti.

Tutte le composizioni originali sono frutto del percorso musicale che ha caratterizzato la strada dei due musicisti fino ad ora: dalla musica classica al jazz, dalla popolare alla sperimentazione più radicale.

Il risultato è una vera e propria tavolozza di suoni che di volta in volta si compongono per creare paesaggi sempre nuovi. Tessere ha in realtà un doppio significato: tessere come tasselli di un mosaico variopinto e tessere come ordire una trama musicale basata sull’interplay e sulla ricerca timbrica.

Intervista a Luigi Milani, direttore di eTales, la nuova collana di Graphe.it Edizioni, con un’anticipazione


Ho il piacere di dare notizia delle ultime uscite di “eTales” (http://www.graphe.it/03-narrativa), la collana di narrativa digitale di Graphe.it Edizioni (www.graphe.it), approfittando per fare qualche domanda allo scrittore e giornalista Luigi Milani (http://www.graphe.it/milani-luigi), direttore editoriale della collana.

Come è nata l’idea di questa collana e perché la scelta di pubblicare racconti?

Da sempre appassionato di tecnologia, oltre che di letteratura, seguo da molto tempo l’epopea dell’ebook. Nel corso di questi ultimi anni si è verificata una promettente accelerazione nella diffusione di questo nuovo mezzo, una circostanza che ha convinto sia me che l’editore che forse i tempi fossero maturi per lanciare una collana interamente “digitale”, ossia in ebook.

Si è deciso di pubblicare racconti fondamentalmente per due ragioni: da un lato, perché pensiamo che la loro tipica lunghezza si sposi particolarmente bene con il tipo di apparecchi e le modalità di fruizione dei testi stessi. Dall’altro, quello che secondo alcuni è un limite dei racconti, ossia la loro presunta frammentarietà, ci sembra al contrario un punto di forza. Ad esempio ci piace molto l’idea di poter offrire testi leggibili nell’arco di uno spostamento in metropolitana o in autobus, o, perché no, nei vari tempi morti che spesso punteggiano le nostre giornate.

Francesco Verso (Premio Urania 2009) (http://www.graphe.it/verso-francesco) e Sandro Battisti (http://www.graphe.it/battisti-sandro) sono entrambi autori di racconti ambientati nel futuro sfruttato come lente per descrivere la realtà; avete in cantiere altre storie? Se sì, vi aprirete a altri generi?

Sì, abbiamo in programma parecchi altri racconti, di autori più o meno noti, e che spaziano tra i generi, dal thriller storico all’horror alla satira, senza tralasciare temi di denuncia, come è avvenuto per le prime uscite della collana, con i racconti di Valerio Varesi (http://www.graphe.it/varesi-valerio) e Andrea Franco (http://www.graphe.it/franco-andrea). Il mese prossimo invece – ti do un’anticipazione assoluta – sarà interamente al femminile, e vedrà due autrici misurarsi con storie noir e mistery. In definitiva, si può dire che l’unico discrimine è rappresentato dalla qualità della scrittura.

L’editoria digitale con l’avvento dell’ebook e il selfpublishing (youcanprint, lulu, etc.), insieme alla notizia che Amazon è diventato a tutti gli effetti un editore hanno dato più spazio agli autori togliendone agli editori, o questo secondo te potrebbe essere l’avvento di una fase ‘nuova’ in questo rapporto?

È presto per individuare le conseguenze che i fenomeni da te citati potranno riverberare sul mondo dell’editoria. In generale non credo però che rappresentino un pericolo, né per gli editori, né per gli autori. Certo, cambieranno certi equilibri, almeno per come li conosciamo oggi, e sono in molti, soprattutto tra gli editori, a temere la “potenza di fuoco” di un colosso come Amazon, ma personalmente sono ottimista. Sono anzi dell’avviso che crescerà l’offerta di titoli, offrendo nel contempo agli autori nuove possibilità di vedere pubblicata e/o diffusa la propria opera. Semmai, in questo periodo di transizione, si registra un certo nervosismo da parte degli agenti letterari, che paventano il rischio di vedersi “bypassati” nella filiera editoriale.

Per concludere, sento di poter rispondere affermativamente alla tua domanda: non solo, la “fase nuova” è già cominciata, e a breve mostrerà i suoi effetti. Non tutti i soggetti coinvolti li apprezzeranno, ma questo in fondo fa parte del gioco.

Per concludere, cosa consiglieresti a un esordiente che vuole pubblicare?

Innanzitutto, a monte di ogni mossa successiva, gli consiglierei di leggere molto, al fine di arricchire il proprio lessico, cominciare a comprendere i meccanismi narrativi e confrontarsi con gli inevitabili modelli. Quindi scrivere e… riscrivere il testo che si desidera sottoporre a eventuali editori, senza mai accontentarsi delle prime stesure. Fatto ciò, suggerirei al nostro autore di individuare quelle case editrici il cui catalogo mostri delle affinità con il testo da proporre. Tendenzialmente gli editori medio-piccoli hanno maggiore apertura o disponibilità nei confronti degli autori esordienti: è a loro che consiglio di rivolgersi. Semmai, ci sarà tempo per “crescere” in seguito.

Una lezione di stile: da “L’elemento umano” di William Somerset Maugham


“Mi guardai attorno con soddisfazione. È molto piacevole trovarsi solo in una grande città che non vi riesce del tutto nuova, e in un grande albergo vuoto. Vi dà un senso di libertà delizioso. Io mi sentii le ali dello spirito battere di gioia. M’ero fermato un dieci minuti nel bar e avevo preso un Martini secco. Ordinai una bottiglia di vino rosso, un vino molto buono. Avevo le membra stanche, ma la mia anima rispondeva in modo meraviglioso a quello che c’era da mangiare e da bere, e così una dolce leggerezza cominciò a invadermi il cuore. Mangiai la minestra e il pesce con la mente piena di piacevoli pensieri.

Dalle tavole occupate mi giungevano brani di dialogo e fantasticai intorno ai personaggi di un romanzo che stavo scrivendo. Qualche battuta che pensai per quel romanzo mi diede al palato un sapore più buono di quello del vino. Cominciai a riflettere sulla difficoltà di descrivere l’aspetto della gente come uno la vede nella realtà. È stata sempre, per me, la difficoltà più grande. Che cosa riesce a vedere il lettore quando uno descrive una faccia lineamento per lineamento? Credo che non riesce a vedere nulla. Ma il metodo che qualche scrittore usa di rilevare una caratteristica saliente, la furberia degli occhi, l’inclinazione di un sorriso, e di esagerarla, è un metodo, per quanto efficace, che evita non risolte il problema.

Io mi guardai attorno e mi domandai come avrei fatto a descrivere le persone che sedevano alle tavole vicine. C’era un uomo che sedeva solo a me di faccia e, per cominciare, mi domandai come avrei trattato lui. Era un tipo magro e alto, dinoccolato. Indossava una giacca da pranzo e una camicia inamidata. Aveva la faccia lunga e gli occhi chiari: i capelli biondi e ondulati, ma piuttosto radi, con un principio di calvizie alle tempio che gli dava una cert’aria di nobiltà. I suoi lineamenti erano comuni; la bocca e il naso come tutte le bocche e i nasi di questo mondo, le guance perfettamente rase, la pelle chiara per natura ma in quel momento abbronzata dal sole. Sembrava un intellettuale, ma in un modo molto comune; avrebbe potuto essere un avvocato o anche un nobiluomo che sapeva giocare abbastanza bene a golf. Pensai che doveva avere molto buon gusto, doveva leggere molto e che insomma sarebbe stato un ospite piacevole a una ricca tavola di Chelsea. Ma coma dar di lui in poche righe un ritratto vivo, interessante e preciso insieme non sapevo proprio immaginare. Forse sarebbe stato meglio insistere sull’aria di stanca distinzione ch’era sua caratteristica e lasciar perdere tutto il resto.

L’osservavo soprapensiero, e d’un tratto egli, muovendosi sulla seggiola, mi fece, rigido ma cortese, un piccolo inchino. Io, cosa piuttosto ridicola, non posso impedirmi di arrossire quando mi trovo preso alla sprovvista, e allora mi sentii le guance calde. Ero rimasto scombussolato. L’avevo guardato con insistenza per diversi minuti come se egli fosse un oggetto inanimato. E naturalmente lui aveva dovuto giudicarmi un villano.

Risposi all’inchino con imbarazzo e portai gli occhi altrove. Per fortuna in quel momento arrivò il cameriere a servirmi un altro piatto. Io ero sicuro di non aver mai visto prima l’uomo che mi sedeva di faccia. E mi domandai se il suo inchino fosse dovuto all’insistenza indiscreta con la quale lo avevo guardato, e per la quale aveva potuto credere che cercavo di ricordarmi dove lo avessi visto altre volte, o se davvero lo avessi incontrato, conosciuto e poi completamente dimenticato. Non sono un buon fisionomista, e poi, nel caso particolare, ho la scusa ch’egli aveva un aspetto comune a tantissima altra gente. Se ne vedono a dozzine di uomini come lui, nelle partite di golf intorno a Londra. Egli terminò il suo pranzo prima di me. Si alzò, ma invece di uscire di fermò davanti alla mia tavola. Mi tese la mano.”

§

Il brano è tratto dal racconto “L’elemento umano” di William Somerset Maugham, in “Ritratto di un’attrice”, Mondadori, Medusa, 1958, traduzione di Elio Vittorini; il racconto è tratto dal volume “Altogether”.

Marco Simoncelli


Necessità del respiro


[…] Necessità del respiro, la necessità di respiro d’ogni creatura, lo aveva spinto fin qui, ma in pari tempo era stata una necessità non corporea, una nostalgia del visibile, della visibilità del mondo, del respiro nella certezza dell’universo visibile. Stordito dall’affanno egli stava alla finestra, sostenuto dalla mano che lo stringeva fortissima, e non sapeva quanto tempo egli fosse già stato lì in piedi, se ore o alcuni istanti soltanto; la coscienza del tempo riaffluiva in lui soltanto incompiuta e frammentaria, soltanto a frammenti, a grandi tratti nascosto dalla paura e dall’angoscia di soffocare, il mondo tornava a ricomporsi e la coscienza ridiventava coscienza, e soltanto a poco a poco si rese conto di ciò che era accaduto e comprese che il problema non riguardava soltanto l’Eneide, ma qualcosa che egli doveva ancora scoprire.

Il mondo era adesso lì innanzi a lui, immerso nel silenzio e dopo tutto il frastuono trascorso era un silenzio quasi incredibile, probabilmente era già notte inoltrata; le stelle ardevano grandi nel loro grande cammino, forti e rassicuranti irraggiavano quiete, perché infondeva quiete il riconoscerle, anche se nonostante la chiarezza del cielo restavano come velate da un’inquietante foschia, quasi che tra il loro spazio e quello del mondo sottostante si fosse interposta una volta di torbido cristallo, dura e impenetrabile e appena aperta allo sguardo, e quasi gli pareva che la demoniaca dissociazione a cui egli era stato sottoposto in precedenza insieme col suo corpo quando giacendo ascoltava e ascoltando giaceva, si fosse proiettata nel mondo esterno, che anzi questa frattura fosse divenuta qui così netta e così misurata, come egli mai aveva sperimentato per se medesimo. Lo spazio terrestre era in tal modo chiuso e inarcato contro lo spazio stellare, che nulla si avvertiva dell’agognato alito dell’infinito, nemmeno era saziata la sua fame di aria, né poteva essere lenita quella sua pena, poiché il vapore, da cui prima la città era stata avvolta, ora, nonostante la brezza della sera, non si era dissolto, ma, a mala pena disperso, si era invece mutato in una specie di febbrile trasparenza, e quasi sotto la pressione […] che si rispecchiano l’una nell’altro e sono in tal modo visibili,
catene infinite delle immagini
che circondano il tempo e l’immagine eterna
senza cogliere interamente né l’uno né l’altra e tuttavia
sempre più eterne,
finché nell’ultima eco del loro accordo,
in un ultimo simbolo,
l’immagine della morte si unisce con quella di tutta la vita,
la realtà-simbolo dell’anima,
la sua dimora, il suo eterno presente e perciò
la legge che in lei si attua,
la sua necessità.

E nella necessità si era tutto compiuto, necessaria era stata persino la via di una conoscenza che dissolveva il didentro e il diguori nell’immensità inconoscibile, separandoli e dividendoli fino alla complessa estraneità. Eppure in questa assoluta, ineluttabile necessità, non è racchiusa anche la speranza di un ritorno all’armonia dell’essere, la speranza della non-vanità di ciò che accade e di ciò che è accaduto? nella necessità sono emerse le immagini e nella necessità esse conducono sempre più vicino alla realtà! Oh, vicinanza dell’immagine eterna, vicinanza della realtà eterna, nel cui atrio egli stava, – si spezzerà ora la cristallina volta dei segreti celesti? svelerà ora la notte il suo ultimo simbolo a lui, i cui occhi sono destinati a spegnersi, quando essa apre i suoi occhi? egli fissava le stelle, il cui corso, determinato dal destino, determinava il destino, e che doveva presto compiersi dopo migliaia di anni, ciascuna stella seguendo il destino per la propria via e insieme spingendo avanti il destino di padre in figlio nelal schiatta dei tempi; e lo salutava il presente del cielo che si stendeva dal visibile all’invisibile per compiere il ciclo del ridonato sapere, lo salutava di là, al margine sud-occidentale, familiare e inquietante, il segno dello Scorpione, dal corpo minacciosamente ricurvo, immerso nella mite corrente della Via Lattea; Andromeda posava il capo sull’alata spalla di Pegaso, ciò che non può mai svanire irradiava […] sospesa al di sopra della cecità dell’uomo;
perché egli è immerso nel perpetuo presente della domanda,
nel perpetuo presente di un sapere insciente, divina prescienza dell’uomo che non sa, poiché domanda e deve domandare,
che sa poiché precede ogni domanda,
divina per l’uomo e soltanto all’uomo concessa fin dal
principio
come sua intima, umana necessità,
per amor della quale egli
deve interrogare sempre la conoscenza e
sempre venirne interrogato,
ansioso di risposta l’uomo, ansiosa di risposta la conoscenza,
legato alla conoscenza l’uomo, legata all’umanità la conoscenza,
entrambi legati l’uno all’altra, entrambi ansiosi di risposta,
sopraffatti dalla realtà divina della prescienza
dall’immensità della sciente domanda, che
a nessuna risposta terrena, a nessuna verità di conoscenza
terrena
è mai dato raggiungere e che tuttavia
solo qui sulla terra può avere e deve avere risposta,
realizzata sulla terra
come gioco alterno della doppia configurazione del mondo,
realtà trasformata in verità, verità trasformata in realtà,
secondo il comando a cui l’anima è sottoposta,
la sua necessità […]

da “La morte di Virgilio”, Hermann Broch, 1962, Feltrinelli
traduzione di Aurelio Ciacchi, Der Tod Des Virgil, 1958

Questo frammento dell’opera di Hermann Broch, più conosciuto per questo romanzo “La morte di Virgilio” che per la bellissima trilogia “I sonnambuli” (Einaudi), è soltanto l’inizio di una delle parti più trascinanti di questo libro, un testo ‘misterico’ nel quale troviamo all’opera una lingua densa e oscura, allo stesso tempo chiarificatrice, appunto, del mistero che si nasconde nel trasumanare la propria vicenda esistentiva e della storia che ci circonda, in storia narrata. Hermann Broch, “chiuso in una cella delle prigioni naziste”, come ricorda nell’ottima introduzione un maestro come Ladislao Mittner, ripensa alla sua vita e alle sue opere, segnate dal non aver narrato, secondo lui, il significato più profondo dell’animo. Allo stesso modo di Virgilio, che consegna all’umanità un poema destinato alla distruzione del fuoco. Questo è uno dei libri in cui mi rifugio quando non riesco a leggere qualcosa di innovativo che mi sappia ‘commuovere’ più di un libro del 1958.

“Pensiero a mezzodì” – José Pascal


Il faro bianco veglia sul mare quieto,
impassibili fichi d’india,
il vento muove energia,
fra gli specchi si riflette il sole,
una barca taglia il confine.

Muretti a secco custodiscono rigogliosi ulivi,
resistono i templi megalitici,
delicate distese di grano,
la vigna matura,
il popolo di formiche lavora e spera.

Estratto dalla “scatola di latta”
(dipinto di Nicola Ricchiuto, su gentile concessione dell’autore) 

Danza


Marco Giovenale, un testo inedito.


Marco Giovenale
[un testo inedito]

«…intreccio fatale del tempo con lo spazio» (Foucault)
– ma guarda.

La busta con i panni
sudici – nel tiretto.
Lo stay si risolve in 24
ore da adesso.

Deve lasciare in poco tempo questo=quel
poco spazio. Resto fondato sul resto.

Di niente ha seconda copia, tranne che delle chiavi –
parlate

§

[Su gentile concessione dell’autore, Marco Giovenale, pubblico su Musicaos.it questo suo testo inedito. Qui di seguito posto l’inizio della sua bio/biblio-grafia della quale potete proseguire la lettura sul suo blog SLOW FORWARD, dal 2006 un punto di riferimento per chi si occupa di poesia di ricerca e parola ‘viva’ nel nostro paese]

Marco Giovenale è nato nel 1969 a Roma, dove vive e lavora come editor e traduttore; collabora alla BiGLLI, Bibliografia Generale della Lingua e Letteratura Italiana, pubblicata dalla casa editrice Salerno. È stato organizzatore di mostre. Ha vissuto per un breve periodo a Firenze. Tesi sulla poesia recente di Roberto Roversi. Sito: Slowforward (ora su WordPress; il periodo 2003-2006 è su Splinder). Cura la lettera-dono bina (che ha fondato nel 2003), e il fascicolo irregolare lettere grosse (nato nell’ottobre 2009). Nel 2010 ha inventato l’”echoing blog” du-champ, per una mappatura di blog e siti di scrittura di ricerca e poesia visiva e asemantica (e cfr. anche http://groups.google.it/group/asemic). È inoltre redattore di: GAMMM, IEPI (International Exchange for Poetic Invention), Flux e The flux I share, Surrism/notitle, wee image, compostxt, recognitiones, Nothing and insight, Flux Usa, Fluxlist Europe, hotel stendhal, Poetry Kessel-lo, Exp-net, exixtere, «Argo», «Sud». Nel 2010 ha ideato e fondato, con altri, il sito Punto critico. È redattore “at large” (!) del semestrale statunitense di letteratura «OR». Collabora al Centro culturale La camera verde (di Giovanni Andrea Semerano), per le cui edizioni dirige Felix, collana di plaquettes di poesia sperimentale e serie di letture. Fa parte del comitato di consulenza della rivista «La clessidra», e del gruppo di lettura della collana Nuova Poetica, delle edizioni Transeuropa.