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“Lezione di Inglese” a Lecce. Lunedì 31 Maggio 2010.


Andrea Inglese a Lecce, 31 maggio 2010Lunedì 31 maggio, presso l’Edificio Codacci Pisanelli dell’Università del Salento – Aula Ferrari, I piano, inizio ore 9 e 30 – si svolgerà un seminario sulla poesia contemporanea a cura di Fabio Moliterni e con la presenza di Andrea Inglese. Sono tutti invitati a partecipare, si tratta di un incontro con un autore ‘giovane’ che ha molto da dire (e da ascoltare) sui temi centrali della cultura letteraria italiana di oggi: la responsabilità etica, o politica, o civile dello scrittore – e del lettore; lo stato di salute della poesia contemporanea, nel rapporto con l’editoria e con l’idea dominante di letteratura; le prospettive di una scrittura ‘di ricerca’, tra prosa, poesia e altre espressioni possibili.

A partire dalle 19 e 30, presso il Padiglione Chirico del Monastero degli Olivetani, l’autore terrà un workshop su “Poesia e nuove scritture”. Il workshop è a numero chiuso (max 15 persone) e in accordo con Andrea Inglese prevede un lavoro di gruppo di tipo laboratoriale su testi dell’autore e dei partecipanti, ma anche su quelli di altri scrittori contemporanei. È un’occasione per un confronto, né più né meno: nessuna lezione di scrittura creativa, invece un dialogo – un lavoro – per riflettere e fare il punto sulle possibili idee di letteratura e sulla pratica responsabile di una (possibile) scrittura di ricerca.

Andrea Inglese è nato nel 1967: filosofo di formazione, è considerato uno degli autori più significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo dal titolo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003); i libri di poesia: Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano a cura di F. Buffoni (1998), Inventari (2001), Colonne d’aveugles in edizione bilingue con traduzione (2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009); le raccolte di prose Prati nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009); e Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2010). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei fondatori del blog letterario Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com) ed è tra i redattori di http://gammm.org.

http://www.nazioneindiana.com/2006/06/16/scrittori-e-scriventi-libri-ragionamento-intorno-all%E2%80%99idea-di-ricerca-letteraria/

http://www.nazioneindiana.com/2010/02/10/per-una-critica-futura-n%C2%B0-56-editoriale/

http://www.nazioneindiana.com/2007/04/17/postumi-lo-scrittore-dopo-la-sbronza-della-fine-della-storia/

Premi letterari. Sul ruolo dell’autore.


Ho letto con interesse l’articolo che Christian Raimo ha pubblicato di recente su Nazione Indiana 2.0, quello riguardante i premi letterari. Su molte cose mi sento in accordo, se scrivo un post a riguardo è proprio per dare punti di vista sulla questione. È chiaro che i premi letterari, se considerati al di fuori di una logica editoriale, dovrebbero essere utili non tanto come punti di arrivo, quanto come punti di partenza. Un ‘premio per inediti’ dovrebbe stimolare un editore attento a porre il suo sguardo su un autore promettente, così come un ‘premio per opera edita’ dovrebbe avere il merito di attirare l’attenzione su un testo che una particolare giuria critica predilige rispetto ad altri. Non fosse per il fatto che le opere pubblicate, ogni anno, sono tantissime. La possibilità di leggere e apprezzare tutte le opere scritte è ridottissima. I critici e quelli che si occupano di scrittura in senso lato leggono le recensioni dei critici con la speranza di vedere citato e/o recensito, insieme all’ennesimo capolavoro, qualche testo che magari è sfuggito ad una prima analisi. Ecco quindi la funzione del premio letterario, quella di lente d’ingrandimento su ciò che non è molto conosciuto, o sconosciuto del tutto, questa è una mia opinione.
Racconto un aneddoto. Ultimi giorni d’estate. Ultimi frammenti di sole e spiaggia. Capito sul bagnasciuga steso sul mio asciugamano. Vicino si mette un gruppetto di cinque persone. Una ragazza sta leggendo un libro. Si tratta dei mille soli, o cento, non ricordo quanti. “Che stai leggendo?” le fa l’amica. “Guarda”, mostra la copertina senza dire il titolo. “Cosa mi consigli di leggere?”, “Ma guarda, ho letto l’ultimo di Coehlo”, “ah sì, guarda, ho letto Sulla Sponda Del Fiume etc. etc. etc., fantastico, questo è bello?”, “ma, carino, poi ne ho letto un altro, Come Dio Comanda, Ammaniti”. Secondo me la vittoria al Premio Strega di “Come dio comanda”, romanzo del quale non ho compreso il finale, costituisce un cortocircuito utile, non so ancora quanto, ma utile, nel panorama della letteratura italiana di cassetta. L’anno scorso lessi “Caos calmo”, mi piacque come costruzione anche se come ambientazione non mi colpì tantissimo. Dove voglio parare? Secondo me un premio letterario dovrebbe avere il merito di avvicinare al pubblico opere che per un motivo o per un altro non hanno avuto troppi vantaggi da parte del marketing editoriale, per una media/piccola casa editrice: strumenti per la sopravvivenza di una manciata di titoli al di là dell’oblio mensile imposto dal ritmo delle pubblicazioni, investimenti sostenuti da parte della casa editrice. Opere che hanno le caratteristiche per ‘resistere’. Mi spiego: se una casa editrice ha un catalogo così vasto da non poter dedicare attenzione a tutti i suoi titoli, e se nel corso di un anno alcuni giurati si accorgono che un libro merita di resistere al tempo, allora questo libro, oppure una cinquina di libri, meritano un ex aequo. Alt. Il premio letterario nono deve diventare un ‘ripescaggio’, resta e viene proposto ciò che merita, indipendentemente dalla copertina. Magari al posto di un premio si potrebbe istituire un “Premio Permanente” qualcosa di simile a una fondazione che segnali opere rilevanti. Le logiche sono sempre in agguato. Una giuria di lettori che sceglie quale opera fare vincere su una rosa di testi che vengono scelti dai critici. Tanti. Davvero tanti. Più sono e meglio è. L’opera non scelta da dieci giurati ma da tanti giurati. Così da evitare ogni tipo di logica, sembra impossibile, tuttavia è difficile abbandonare i pregiudizi. C’è poi un’altra questione, che va di pari passo con l’influenza dello scrittore nella società civile, nell’intervento di Raimo è scritto “Perché nessuno riconosce ai vincitori quell’autorevolezza, quella qualità, quella primarietà che dovrebbe essere la ragione del premio?”. Lo scrittore, una volta vinto il premio, nonostante il suo pubblico di affezionati (5.000, 10.000, 100.000?) torna nel suo limbo dove il contatto tra reale e scritto è labile, sottile, evanescente. Scompare. L’autorevolezza – in termini di sapersi staccare dall’anonimato del rumore di fondo imposto dai mezzi di comunicazione e dal bla bla bla – si perde. I mezzi di informazione, i rotocalchi, non danno notizia dello scrittore. Sulle pagine della cultura si accendono e si spengono polemiche infuocate. Cosa arriva al lettore? Echi distanti. L’autorevolezza del premio sarebbe dunque un riflesso dell’autorevolezza dello scrittore nella società civile?