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Dickipedia


Dickipedia. Su “Philip K. Dick, la macchina della paranoia, enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo
di Luciano Pagano

Philip K. Dick è uno degli scrittori più importanti del secolo scorso. È probabile che si tratti dell’autore che più rappresenta il passaggio e il transito tra due epoche. Da una parte c’è la science fiction ipo-tecnologica, a basso profilo, dove l’idea di condurre i nostri corpi sani e salvi su Marte o sulla Luna rappresenta il massimo del sondabile e dove le ansie dell’uomo di massa sono esplorate, ad esempio, da un Rod Sterling, in quella “Twilight Zone” dove nessuno augurerebbe l’ingresso nemmeno al suo peggiore nemico. Dall’altra c’è l’indagine delle ansie e incubi politici del totalitarismo, dell’uomo disumanizzato e reso alieno in un corpo sociale disgregante, con anticipazione e intuizioni ancora oggi attuali, quasi precognitive.
Nelle opere di Philip K. Dick c’è la compresenza di diversi elementi che rende possibile l’evasione dal genere. Antonio Caronia e Domenico Gallo, sono autori e coordinatori di questa monografia intitolata “Philip K. Dick, la macchina della paranoia” (Agenzia X, 2006), dal sottotitolo programmatico di “enciclopedia dickiana”, nella quale al lettore viene offerta una chiave d’accesso puntuale all’universo dell’autore americano, vero e proprio pioniere in territori che soltanto oggi, a distanza di cinquanta anni, cominciano a divenire luoghi dell’immaginario presente.
La prima parte del libro presenta una biografia dettagliata e puntuale della vita di Philip K. Dick, l’intenzione, non resa in modo esplicito, tuttavia apprezzata, è quella di mostrare al lettore che nell’opera dell’autore c’è sempre stato un vivo interesse nei confronti della società del suo tempo, in relazione alle vicende contemporanee, con prese di posizione ‘politiche’ nello sviluppo delle opere. Quella di Dick è stata una forma di engagement politico sui generis, che dimostra quanto fosse difficile per lui conciliare la scrittura e lo scrittore in un America dove il rispetto dei diritti civili presso alcune fasce della popolazione non era ancora garantito.
Questa monografia sarebbe stata già un libro di autentico valore grazie alla presentazione, insieme alla biografia, di tutta la bibliografia di Philip. K. Dick, ogni sua opera (tutti i romanzi e una scelta ragionata dei racconti) è descritta in una scheda. Ciò che rende questo lavoro esaustivo è di sicuro la parte centrale, un vero e proprio glossario dove sono raccolti tutti i termini salienti dell’universo dickiano, nelle descrizioni non mancano riferimenti incrociati alle opere scritte e a quelle cinematografiche che, a partire dal 1981 con Blade Runner, sono state ispirate dalle opere dell’autore. “Philip K. Dick, la macchina della paranoia” si configura è accessibile come vero e proprio ipertesto, un’opera aperta che va a affiancare le opere dell’autore, edite in Italia da Fanucci. Spiccano tra queste alcune ‘voci’ riassuntive (realtà/illusione, potere, religione, genealogie, merce) dove il lettore può rintracciare i riferimenti teorici e i ‘furti’ dello scrittore. I curatori di questa monografia, facendo i conti con uno scrittore che, ad esempio, tra il 1953 e il 1968 ha scritto ventinove romanzi di fantascienza (senza contare quelli mainstream), sono consapevoli che non tutti i romanzi e i racconti in questione sono capolavori, la scrittura di alcuni è stata certo dettata dalla necessità. Questo libro è testimone di un lavoro critico trentennale condotto sull’opera di Philip K. Dick, e ha visto da parte degli autori il coordinamento di un gruppo di studiosi, che vale la pena di citare (Domenico Gallo, Antonio Caronia, Gianni Canova, Umberto Rossi, Claudio Asciuti). “La macchina della paranoia” è un testo che grazie alla sua completezza, resa con leggerezza di stile e alta fruibilità, riesce a far dimenticare al lettore, più di una volta, di trovarsi faccia a faccia con una completa monografia di critica ed esegesi letteraria.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

Pangrammi dell’esistenza


Pangrammi dell’esistenza.
Su “La mania per l’alfabeto” di Marco Candida

Luciano Pagano

The quick brown fox jumps over the lazy dog“, questa frase viene utilizzata nei test per le macchine da scrivere in un ambito analogico che sembra così lontano e che invece fa ancora parte del presente, o ancora quando c’è da testare la bellezza e la versatilità di un nuovo font nei programmi di grafica e videoscrittura. Cosa c’entra questa frase con il romanzo d’esordio di Marco Candida, “La mania per l’alfabeto” (Sironi Editore, collana indicativo presente, €14)? La particolarità di questa frase di senso compiuto – dove una volpe marrone si beffa di un cane pigro – sta nel fatto che in essa sono contenute tutte e ventisei le lettere dell’alfabeto, una frase simile viene definita come pangramma. Nel romanzo di Marco Candida secondo me avviene qualcosa di simile, si cerca una risposta ad un quesito filosofico e allo stesso tempo narrativo, quello di dare un ordine al mondo attraverso il linguaggio senza perdersi in quest’ordine che nel frattempo si è anche concretizzato come ricerca di sistemazione/risoluzione della vita del protagonista.
Nel cercare quest’ordine vengono dispiegate con maestria tutte le emozioni, tutti i generi, tutti i percorsi letterari percorribili, il che non deve far credere che La Mania sia un’opera enciclopedica, anzi è la gamma degli stimoli che offre la lettura di questo testo che appare sotto la cifra dell’infinità. Michele è un giovane alle prese da anni con la scrittura, emerge qui un primo elemento, non si tratta della scrittura del capolavoro o dell’opera a cui sta lavorando, la scrittura per Michele assume il carattere della scrittura tout court, la scrittura per la scrittura, una scrittura che soltanto inizialmente crediamo essere affidataria di un’interpretazione del mondo per poi scoprire il suo ruolo centrale, quello di unico strumento per attingere alla Verità. Una scrittura che si dissemina in miriadi di altre scritture, tutte a loro modo giustificate dall’assunto di fondo: essere descrizione di quella vera realtà rispetto alla quale il resto delle descrizioni che ci vengono propinate altro non sono che ‘notizie’, ‘velo di maya’, ‘rappresentazioni di ombre sulle pareti della caverna’. Questa, tuttavia, è una falsa interpretazione. La scrittura diviene in questo romanzo un oggetto malleabile e riparatore, Michele è ossessionato dalla scrittura a tal punto da perdere il contatto con la realtà. Ci sono due realtà, Savemi (la sua ragazza) e il Lavoro, che cercano di assisterlo, la prima con una certa tolleranza e la seconda con il pragmatismo scellerato e disperato imposto dal lavoro, con le consuetudini e il delicato bilanciamento dei rapporti tra colleghi; entrambe le realtà dovranno espellere da sé Michele se vorranno continuare a insistere nelle loro certezze.
Al termine del romanzo si raggiungerà un punto di mezzo, quieto come l’occhio del ciclone. “La mania per l’alfabeto” è una room-novel, un romanzo che racconta gli spazi chiusi e angusti, la scatola cranica, i pensieri, i racconti – le carabattole – che amplificano l’immaginario della paranoia su soglie altissime, alcuni di quelli che sono seminati nel romanzo fanno da controparte teorica di ciò che sta accadendo al protagonista, sviscerando uno stato d’animo in particolare.

“Michele, pensa, si ritrova inscatolato in tante stanze, proprio come tutti, e compie le sequenze di azioni di tutti, ha le emozioni di tutti, le stesse relazioni di tutti – le stesse relazioni, o meglio, di chi non sa tenere relazioni – e non può che raccontare storie che potrebbe raccontare chiunque: nessun mondo diversissimo, solo mondi ugualissimi su esperienze ugualissime. Soltanto la percezione del mondo e delle esperienze sono diverse, infettate dalla scrittura”

Quando il protagonista si trova alle prese con la sua casa e la sua famiglia le cose non cambiano, la sua è un’esistenza appartata, un tentativo di riprendersi dagli sconvolgimenti che sono avvenuti nella sua vita recente. Un particolare episodio (lo smarrimento di un libro), riporterà Michele ad un contatto con le cose, mitigando le sue ossessioni. Fino a quel momento Michele è scrittura, Michele è nei libri che legge, come se gli oggetti-libri fossero riusciti ad annichilirlo, interessante la considerazione a proposito del lettore-forte, che sarebbe il lettore che compra libri ogni giorno per poi leggerne tre o quattro in un anno. A mio avviso le pagine più belle sono proprio quelle contenenti le considerazioni sulla percezione che abbiamo del mondo, filtrata com’è dall’informazione giornalistica e mediatica. Marco Candida, giovane autore nato nel 1978, ha avuto un coraggio raro, quello di scrivere un libro che mette a nudo se stesso e nello stesso tempo la scrittura come pratica individuale, un’analisi sulla scrittura così come poteva essere intesa nel Medioevo, con la filtrazione di filosofia e psicoanalisi, laddove invece un pensiero osmotico potrebbe rintracciare assonanze con i romanzi di Albert Camus, per il riferimento al senso di claustrofobia morale oppure alle riflessioni filosofiche sulla scrittura di Carlo Sini, cui si aggiunge un vago senso di delirio che a volte emerge da alcuni passi per effetto dell’esattezza e dell’accumulazione di immagini. Marco Candida dispone di una tavolozza incredibilmente varia che si è concretizzata in un ottimo esordio.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

La decostruzione dell’odio. Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny


La decostruzione dell’odio.
Su “Il legame” di Fabio Omar El Ariny

Cantiere delle Twin TowersFinalmente svelato il legame tra l’incidente aereo di Linate, avvenuto nell’ottobre del 2001 e il presunto attacco del WTC, avvenuto l’11 settembre dello stesso anno“, un titolo di giornale al quale potrebbe essere attribuita una veridicità quasi assoluta dopo la lettura de “Il legame”, romanzo d’esordio di Fabio Omar El Ariny, giovane scrittore egiziano che vive e lavora a Milano, uscito per i tipi della Besa Editrice. Adel Kadry è un giovane uomo d’affari, figlio di un egiziano che è riuscito ad espandere il suo commercio partendo dalle spezie e arrivando a costruire un impero che, grazie anche all’abilità del figlio, è approdato negli USA, dove la corporation egiziana a capo dei Kadry è entrata in possesso di diverse società americane. Quale legame c’è, quindi, tra la vita del giovane rampollo e la catastrofe mediatica e terroristica delle Torri Gemelle? Adel, la mattina dell’11 settembre, deve prendere lo stesso aereo della United Airlines da Boston a Los Angeles, quello che dopo il dirottamento si è schiantato a Stony Creek Township, in Pennsylvania. La sua riunione di lavoro a Los Angeles, tuttavia, è stata annullata. Il suo nome compare già nella lista di arabi ‘designati’ come morti sull’aereo, che figureranno come potenziali terroristi nelle cronache del giorno dopo. La ragazza di Adel, Sonia, abita a Milano. Jean De Tennais è un giornalista di “Le monde” che in passato ha avuto a che fare con il padre di Adel, e che dopo aver appreso che il giovane è ritenuto uno degli attentatori si mette sulle tracce del genitore per cercare di farsi rilasciare un’intervista ‘a caldo’. Gli avvenimenti si succederanno in rapida sequenza, dimostrando la maestria dell’autore nel saper dosare gli elementi della narrazione, dalla quale spiccano le descrizioni dei luoghi e dei caratteri di ognuno dei personaggi. Un romanzo, “Il legame”, che pur partendo dal genere thriller riesce a contenere una storia piacevole, la cui lettura può essere consigliata anche a chi non è appassionato del genere. Nella vicenda vengono spesso descritti gli scenari politici internazionali, in particolare la situazione del Medio Oriente, la cui storia recente viene ripercorsa senza che si senta la volontà apologetica nel voler a tutti i costi dare una verità sui fatti. Un esperimento narrativo unico nel suo genere anche perché l’autore è un trentaduenne egiziano che scrive nella nostra lingua e decide di attingere ad un episodio storico che oramai è divenuto un mito della contemporaneità, non sono ancora molti gli scrittori che hanno affrontato il tema dell’11 settembre come fatto già storico; non soltanto un evento mediatico, ma probabilmente uno degli eventi che nei prossimi anni si rivelerà più latore di effetti mitopoietici, l’Attacco alla civiltà par excellence, indipendentemente dal fatto che suddetto attacco sia stato un attacco reale oppure il frutto della più grande messa in scena del XXI secolo, quella che non solo secondo le ipotesi contenute nel romanzo di Fabio Omar El Ariny, è avvenuta sui cieli e la terra degli USA alle 9 di mattina di un giorno di settembre.
Al termine della lettura resta l’impressione di un romanzo davvero piacevole, insieme ad un messaggio di speranza nei confronti di un dialogo possibile tra mondi diversi, quello arabo e quello occidentale, che l’autore è riuscito a trascendere dalla propria esperienza personale per rendere partecipe il lettore di una storia che colpisce per il bilanciamento della lingua e per la rapidità di esecuzione, in certi punti a metà tra una novel di Ellroy e la pellicola di Edward Zwick “Attacco al potere”.

anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”

Distruggi il male, vai!


Distruggi il male, vai!
Su “Actarus. La vera storia di un pilota di robot” di Claudio Morici

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Che cosa ci fa una superbike da supereroe lanciata nel vuoto nietzscheano come al di sopra di un abisso? Il background di una generazione cresciuta tra fumetti e cartoni animati, prima dell’avvento del digitale e della playstation, era già entrato a pieno titolo nell’immagine letteraria e nella produzione recente, non solo italiana. Il passo in avanti avviene grazie a Claudio Morici, autore di “Actarus, La vera storia di un pilota di robot” (Meridiano Zero). Actarus è un pilota allo sbando gettato in un’epoca che lo vuole eroe a tutti i costi, lui, giovane ragazzo affetto da una insana dipendenza nei confronti della birra Peroni. Actarus è ambientato nella Tokyo del 2076. Una città del futuro che somiglia molto alla somma delle città del presente per un romanzo che sfrutta come fosse già mitica l’atmosfera fantascientifica di un futuro posticcio e stereotipato nel quale sono riusciti a scappare de-formati i giovani nati negli anni settanta, a singhiozzi di sigle anni ottanta e razzi missili. Una fantascienza che ammicca a quella più classica quando che sfrutta il futuro per descrivere senza pregiudizio tutto lo sbando e l’orrore della condizione presente. Il lettore intuisce fin dalle prime pagine che in questo futuro rintraccerà molte cose di sé in comune con i personaggi, l’ambiente e il mondo in cui è ambientata la vicenda di Actarus. Le intuizioni felici sono molte, alcune partono da veri e proprio cortocircuiti lessicali che ci restituiscono l’ossessione di un ambiente dove ogni cosa è ‘tarata’ sul raggiungimento ottuso degli obiettivi sciorinati dal Dottore nei suoi sermoni/prediche ai limiti dell’induzione al suicidio, oppure la frase “Vai, distruggi il male vai!”, che fa da intercalare insieme alle altre citazioni che Claudio Morici utilizza al giusto momento, con maestria. Actarus è l’esempio di come la narrativa, fantasticando sul futuro immaginato raggiunge potenzialità di descrizione senza pari, le utopie negative (“1984”, “Fahreneit 451”) hanno fatto scuola. C’è il richiamo continuo del Dottore all’essere UNITI, a cercare l’UNITÀ, nel quale troviamo l’eco di altri e recenti ‘discorsi alla nazione’, il pianeta Terra, infatti, viene trattato con metafore che ricordano con sottile ironia gli Stati Uniti, che proiettati nel futuro divengono parabola di un antiassolutismo tout-court; se il lettore in questo gioco fosse disposto ad accettare una lettura del genere allora il divertimento diventerebbe doppio, basti pensare ai possibili paragoni sul trattamento dei prigionieri da parte degli abitanti di Vega, e della corrispettiva costruzione di finte prove filmate, così simile allo spettacolo che a volte viene inscenato dai mass-media che raccontano i retroscena dell’odierno terrorismo.
Come si svolge la giornata del guerriero? Actarus fa i conti con le narrazioni degli sfoghi di appetiti sessuali che gli fa l’amica Venusia, risponde ai quesiti dei giornalisti che lo interrogano sulla sua vita in fattoria, tra una puntata e l’altra, incalzando, immerso in una vita che esaspera l’impianto del reality-show. Claudio Morici fa suoi i codici linguistici e comportamentali del fumetto e del cinema, mescolandoli con quelli del romanzo americano, i continui stacchi tra una puntata e l’altra con gli interrogazioni su ciò che fanno i personaggi nei ‘neri’ tra una puntata e l’altra ricordano molto Glamorama, con un’ansia da prestazione del supereroe che può essere mitigata soltanto dal consumo spasmodico di birra, in un 2076 che somiglia tanto al 2006, per non parlare del M.A.L.E., prima simile alla megastazione orbitante, arma da guerra totale e finale da Starwars, e poi non definibile, una sorta di depressione virale pronta per l’uso. La visuale che Claudio Morici ha scelto per narrare la contemporaneità gli permette di affrontare anche temi scottanti, basti pensare al suddetto militarismo, oppure alle chat-dipendenze degli impiegati della fattoria.
All’interno della narrazione però, c’è una svolta. Actarus comincia a riflettere sul suo ruolo, sull’ipotesi di una fuga con ritorno a Fleed, il suo pianeta di origine. L’unica persona che all’inizio può dar retta ai suoi discorsi è Alcor (ti sei mai chiesto perché mi chiamano Alcol?), pilota di robot e ex-alcolista. C’è qualcosa che non va nella Fattoria, tutte le battaglie sembrano infinite ripetizioni dell’uguale, eterni ritorni di sconfitte in plastica che preludono a vittorie effimere e momentanee. Finché un giorno, Actarus, non incontrerà Roberta, bella, anoressica, solidale. Tutto quello che accadrà tra quest’incontro e la risoluzione della vicenda costituisce la seconda parte di questo romanzo, una storia avvincente il cui finale sorprende e ci lascia, piacevolmente, a bocca aperta.

anticipazione da Musicaos.it, Anno 4, Numero 26

L’amore ai tempi della techno. Su “Il non potere” di Davide Nota


Davide Nota ha ventisei anni, “Il non potere” è il titolo del suo secondo libro di versi, edito dalla Editrice Zona e corredato da una nota introduttiva scritta da Luigi-Alberto Sanchi. Gli elementi presenti già nel suo “Battesimo” (Lietocolle) trovano qui felice conferma, quella di Nota è una poesia nella quale finalmente si scopre l’insegna di un nuovo impegno civile, che si conferma nelle parole di una delle voci più interessanti di questa generazione, quella successiva ai poeti nati negli anni settanta, a partire da un attaccamento alle radici del paesaggio, che sono testimoni dell’inizio di un’esperienza, la propria, “Le mattine gelide sulle panchine gelide”, “la corsa dietro al pullman, la ressa/per salire, tenersi in equilibrio, scendere.” (Adolescenza), vissuta ad Ascoli Piceno.
Il fiume diventa l’immagine del tempo, nel quale si riflette, col passare dei secoli, la civiltà, in esso si specchiano gli uomini per riflettersi, così è anche il poeta di oggi, davanti al Tronto, il lamento del poeta che da uno spunto ungarettiano si risolve in un esito che ricorda più Pasolini, “Le ceneri di Gramsci”: “non fiume/ma rivolo di sangue, sterco, muco/che scende, non sorgente ma rifiuto,/scarico urbano che la vita abiura.” (Il fiume) con riprese “Si addormono negli angoli del centro/traendo nei piumini neri” (I cadaveri), “Ce ne torneremo nei boschi nativi/dove tutto è cambiato e alle ruspe/daremo un saluto bagnato dal pianto.” (Accettura); la bravura è una ascesa dal rigore stilistico misurato, nella presentazione del protagonista di questa poesia, “su un masso/dove stente s’incagliano le rive/un grasso laureando scrive/le sue orribili poesie,/stirando/le fibre smagliate del ventre… già,/l’estate è rovi, copertoni e batterie/sul bordo sfiancato del niente, Ivan.” (Il fiume).
Nella comprensione di questi versi è escluso il moto di rivolta che a volte si impone ad un esordio, con inflessioni che risulterebbero retoriche “lo squarcio sei terribile del viso,” se non risolte nella misura dell’endecasillabo conclusivo “lo sguardo depravato di chi muore.” (Hollywood).
C’è partecipazione in questi versi? Il poeta non è affatto un fustigatore dei costumi, non ne ha la forza, se non critica, perché non può demolire una realtà che è già realtà in rovina, maceria contemporanea, discarica, dimissione da se stessi, dove il corpo di un uomo resta un oggetto tra gli oggetti “tra i cosi lì del parco, un nuovo coso”, non c’è redenzione, resta la rassegnazione di fronte alle cose, dove si rassegna perfino Dio, il cui sacrificio resta inutile se non salva e non impedisce che altri sacrifici, altri voli avvengano. L’umanità di questi versi si è arresa nel rivolo di sangue del tossico che muore sulla panchina, oppure della noglobalina che viene trascinata, come un burattino rotto, da due gendarmi. La contrapposizione è quindi, su due piani, tra il poeta come descrittore dall’interno di questa realtà offesa, e il poeta come critico di una poesia “didascalica”, dove la verità di contrappone alla “didascalia” della stessa. Eravamo nati per qualcos’altro, qualcos’altro che non fosse il consumo disperato impostoci civilmente dal commercio, qualcos’altro che non fosse pendere da una vetrina in attesa di poter acquistare una playstation – Vinicio Capossela in “Ovunque Proteggi” scrive “affanculo questa serietà/questa lealtà/tutta questa impresa/poi il sabato all’iper a far la spesa” (Dove siamo rimasti a terra Nutless) – forse ci attendeva un altro tipo di intrattenimento, un altro amore, la poesia allora si fa segnale che può congiungere il passato dei secoli al presente, grazie alla musica e alla bellezza, grazie all’”antichità” del ritmo “per te/fu sognata una vita più bella, o figlia/andata a male, scaduta stella.”. Altro tema è il cambiamento di paesaggio dalla periferia di una città che si presume di media grandezza ad una grande città, vissuto come transito di una giovinezza che prelude ad un inizio di maturità, la durezza del distacco dalla famiglia, non resta nulla “nell’incavo dei cuscini e la mano/tra il telecomando e il mondo” (Dopo la doccia). Quel che viene proposto è una fuga, bisognerebbe andarsene via, cambiare luoghi, ricominciare da un’altra parte dove tutto ciò abbia un senso, come è scritto nella poesia che fa da chiave di volta della raccolta, “Ma l’utile è volgare, ed anche il bene/del mondo, no, non ci appartiene.” (Il passaggio).
“Questo è l’amore ai tempi della techno”, scrive Davide Nota, in un lampo improvviso che accende un canto, i suoi “guarda” suonano come accompagnamenti virgiliani di un Dante smarrito per le strade metropolitane di un “infernuccio itagliano”, per citare un poeta, Gianni D’Elia, del quale qui vengono raccolte la lezione e la crudezza del dettato. Sono i parchi, le piazze, le strade con il filo di una pozzanghera che affiora fino al marciapiede, a fare da sfondo deserto, gli uomini sono puntini che si muovono, automi, i suicidi sono sconti sulla pena.
C’è speranza, in tutto questo? Forse l’unico rigetto di vita che non viene estinto è nell’individualità, nella chiusura del cerchio su sé (Ora che il ciclo si conclude), nel dialogo disperato con il proprio passato recente, nel contatto umano, dialogico, con la stanza, ventre materno “Come l’ultima generazione di una stirpe suicida/questo ramo non fruttifica./La storia e l’utopia non conta più/senza una fede cieca nella vita.” (La soglia). Assieme a questo desiderio resta la consapevolezza che tutto è stato visto e vissuto, soltanto l’altro può dare quella spinta ideale a fuggire e abbandonare tutto, riesce chi non smarrisce l’afflato della fuga, chi non muore per sfinimento. Le ripetizioni di alcuni elementi (la città, il fiume, i cadaveri, i suicidi) sono segnali disperati, un estremo tentativo di consegnare qualcosa che resti ad una storia personale, aliena da ogni progetto di Storia che non vuole costruirsi se non nell’imposizione di una realtà che non è mai preferibile al sogno.
Un testo, questo “Il non potere”, da cui si può partire per un’esplorazione disincantata della realtà colta attraverso lo sguardo attento e impietoso di un poeta, Davide Nota, che alla sua seconda raccolta dimostra di aver elaborato strumenti acuminati, validi dal punto di vista estetico, che non cedono spazio a cadute di tono.

Anticipazione da Musicaos.it – Anno 4 Numero 25 Febbraio/Marzo 2007 in uscita a marzo

Davide Nota , IL NON POTERE
ZONA 2007 Euro 10 pp. 62, ISBN 978 88 89702 76 5, Con una lettera di Luigi-Alberto Sanchi

Musicaos.it Anno 4 Numero 24


è online

Musicaos.it Anno 4 – Numero 24 Speciale – Gennaio 2007 “La cattiva strada”. Il numero dedicato ai tre anni di Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura. Il numero contiene i racconti inediti e le poesie di Michele Lupo – Grand Dessert Capitta, Elisabetta Liguori – L’uomo che sedeva alla mia scrivania, Massimiliano Zambetta – Apulian jet society, Christian Sinicco – Ballate di Lagosta, Mauro Daltin – Latitanze, Luigi Nacci – Storia del quaderno ritrovato in treno, Osvaldo Piliego – Moonlight Serenade, Luciano Pagano – Harakiri, Euro Carello – Viaggiare la vita leggeri, Maurizio Cotrona – per Londra, Stefano Donno – O.D., ORODè – La tarantola, Marco Montanaro – Una serie di fortuite circostanze, Irene Leo – Senza tempo, Gianluca Parravicini – Puzza di fumo tra Andrea Camilleri e Paolo Conte, Beatrice Protino – Di quando le vacche inondarono di vernici spray, Domenico Cipriano – Invito al viaggio, Filomena V. E. Matarrese (pentesilea) – Ireland as a shamrock, Agata Spinelli – Las Vegas.

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Auguri a Bianca!


Pubblico volentieri questa email per fare i miei auguri a Bianca Madeccia.

Il Progetto Culture Factory della Fondazione Eni Enrico Mattei bandisce, per il 2006, la 2° Edizione di “CULTUREXPRESS”, un concorso letterario di narrativa a sezione unica dal titolo: “Albergo Europa: camere comunicanti.

“Cara Redazione, proprio ora mi è giunta comunicazione della vincita del concorso letterario per racconti brevi con tema il viaggio bandito dalla Fondazione Eni Enrico Mattei ancora grazie a voi per aver pubblicato miei microracconti e poesie

Bianca Madeccia”

musicaos su best off 2007


Potete leggere qui, la prefazione a “Voi siete qui”, a cura di Mario Desiati. Il volume conterrà il racconto di Flavia Piccinni “Manco un po’”, pubblicato sul numero 23 di Musicaos.it Ottobre/Novembre 2006. Dopo discussioni, tentativi, progetti (uno si chiamava addirittura SRL, Smaltimento Rifiuti Letterari – ci proponevamo di leggere i manoscritti per le case editrici) Musicaos.it è alla sua ventiquattresima uscita e all’inizio del suo quarto anno di attività. Lo speciale di Musicaos.it per festeggiare questo anniversario si intitola “La cattiva strada” e uscirà la settimana prossima. A questo indirizzo trovate i nomi di tutti quelli che hanno collaborato con noi, fino ad oggi; altre notizie nell’editoriale dello speciale.

Segnalazione – Voi siete qui, book party



Segnalo a Roma il 28 gennaio:

“Il primo book party di minimum fax per festeggiare insieme l’uscita della nostra antologia di esordienti!”
VOI SIETE QUI: Sedici esordi narrativi
di e con:
Tiziana Battisti, Duccio Battistrada, Axel Braun, Cristiano De Majo, Barbara Di Gregorio, Marco Di Marco, Maura Gancitano, Tommaso Giagni, Giacomo Giubilini, Babsi Jones, Giancarlo Liviano, Flavia Piccinni, Francesca Ramos, Piero Sorrentino, Giorgio Vasta, Fabio Viola.

Sedici esordienti italiani del 2006, «pescati» nel gigantesco mare delle pubblicazioni cartacee e on-line, vengono proposti in quest’antologia da Mario Desiati come un’ipotesi, una scommessa sul potenziale panorama delle nuove scritture nei prossimi anni, con l’intento di coprire uno spettro, il più possibile ampio, di stili e attitudini. Voi siete qui è l’istantanea di una scena letteraria in movimento, la cartografia provvisoria per orientarsi oggi nei percorsi narrativi di domani.

Rialto Santambrogio
via S. Ambrogio, 4 • Roma

alle 19,30 aperitivo con gli autori
dalle 21,30 dj set Oleg e Mamed
10 euro ingresso, libro* e consumazione
*prezzo di copertina in libreria 12,50 euro

www.minimumfax.com
info@minimumfax.com

Che fine ha fatto terry grisedu?


Un paradiso di sole donne.
Su “Belle anime porche” di Francesca Ferrando

Che fine ha fatto terry grisedu? Tanto per cominciare, chi è terry? Terry è una ragazza poco ingenua e molto intelligente, che vive in una famiglia per cui questa definizione suona abbastanza azzardata. Il padre, ovvero il compagno della madre, approfitta di ogni momento per metterle le mani addosso, lo stesso dicasi per la madre, la prima scena la introduce ‘a rota’ di alcool e fumo, che entra in camera della figlia per fare rifornimenti. Il quadro dello zoo domestico (il primo che incontriamo) è completato da una sorella affetta da anoressia cronica e da un fratellastro, unico bersaglio plausibile delle attenzioni di rivalsa di terry, una sorta di messa a terra per scariche di depressione, da utilizzarsi in modo particolare quando la protagonista lo sorprende a fumare in cortile. La stanza è il mondo di partenza di terry, finché un giorno, nauseata dal modo in cui viene trattata decide di scappare nel mondo. Lo fa grazie ad uno scaricatore di porto (di quelli che mettono la ‘roba’ nei pesci). La descrizione dell’infernuccio domestico è secca, precisa, rapida, così come lo sarà la prosecuzione del romanzo, suddiviso in brevi capitoli, ognuno con un titolo che ne riassume il senso ammiccando a qualcos’altro, magari una canzone, o un’opera di letteratura; un concentrato di energia che difficilmente può essere contenuto, quello di terry grisedu, la sua fuga da casa è soltanto l’inizio delle sue avventure. La seconda fuga è dal suo Principe, la terza da Carlo, un cattolico che la ospita in casa e al quale terry ruba due milioni e una Fiat Ritmo fatiscente. Compagna di questa fuga sarà Libertà, residuo di un tempo post-hippie-punkabbestia, vuole farsi e farsi soltanto; terry si innamora di lei. Non sarà l’unica donna che avrà un ruolo importante nella formazione accidentata di terry, incontreremo anche Michelle una barbona androgina, inizialmente confusa tra un uomo e una donna, in realtà una donna, madre, sposa, Dio. Una nota poetica attraversa la scrittura di Francesco Ferrando, al suo esordio narrativo, l’autrice è abile nell’infittire il suo romanzo di citazioni sottili, che non appesantiscono la sua scrittura, rendendo un’immagine particolare, quella di una riot-girl inconsapevole e lontana dagli stereotipi. Se da una parte ciò che accade a terry somiglia ad un susseguirsi di istantanee e colpi di scena, quello di cui si accorge il lettore, alla fine del romanzo, è che i sentimenti hanno dominato le azioni della protagonista dall’inizio alla fine. Una disperata vitalità pervade questo romanzo nel quale non è tanto descritta la formazione, quando il raggiungimento della consapevolezza e della maturità da parte di terry, una ragazza cattiva che conosce già il modo per arrivare dove vuole, ma che è ancora capace di emozionarsi e innamorarsi, anzi, che proprio per via dell’amore riesce a vivere le emozioni più intense malgrado le difficoltà dell’ambiente dal quale decide di fuggire (la famiglia) o nel quale decide di gettarsi a capofitto, la droga, la sperimentazione di ogni esperienza, o il ‘porto’ il rifugio di barboni rappresentato dal piazzale della stazione di una cittadina di provincia, l’interminabile strada. Interessante è anche una lettura di questo testo come documento proveniente da una generazione, quella dei nati nei paraggi degli anni ’80, figli di genitori che hanno problemi simili a quelli dei proprio figli, legati come sono alle condizioni di una precarietà irredimibile, oppure all’aids, una malattia come tutte le altre, ineluttabile conseguenza del semplice farsi o donare il proprio corpo nella naturalezza di rapporti clandestini. Dal punto di vista della lingua questo romanzo raggiunge un equilibrio, senza eccedere nell’utilizzo del gergo, né ammiccamenti inutili o eccesso di massimalismi, la musica entra a far parte del romanzo (Vasco & altri), senza diventare una presenza ridondante, ciò che il lettore trae come risultato è nella bravura nel riuscire ad essere equilibrati nel trattare una materia che invece vuole scappare ed eruttare via da ogni parte e a velocità incredibili. La velocità e la linearità delle descrizioni resta, la materia cruda non viene sopraffatta dalla scrittura; la protagonista è sì una sedicenne nata sul finire degli anni settanta, tuttavia non esistono esatte indicazioni geografiche, tutto si svolge tra cittadine e paesotti grigi e senza identità, fino al compimento “Ormai so che posso farcela da sola. Senza principi azzurri, maritini, fidanzatone. Sicuramente non posso più vivere senza il sorriso di Michelle nel cuore, o lo sguardo acido di Libertà. Ogni mattina mi sveglierò pensando che forse quella stessa notte Libertà ha raggiunto Michelle, che con i suoi grandi occhi di pane l’ha accolta stringendola al petto. Me le immagino in un paradiso di sole donne, magari di sole streghe. Dove anch’io, appena muoio, vado e le abbraccio forte. Ma per il momento, il mio posto è qua, su ‘sta cazzo di terra. Forse.”.
Siete pronti a scoprire che fine farà terry grisedu?

Il romanzo è stampato per i tipi di Pressutopia (nata da un’idea di Francesca Ferrando e Caterina Grimaldi), ed è un romanzo copyleft con licenza creative commons, al quale si collega un altrettanto dinamico progetto artistico che potete seguire sul sito www.pressutopia.org.

Belle Anime Porche (Roman-zoo) di Francesca Ferrando, distribuzione Mimesis-PDE, ISBN 88-8483-429-5, 9788884834294, €13,00

anticipazione da Musicaos.it, Anno 4 Numero 25 (febbraio/marzo 2007), è il numero in preparazione per il quale potete inviare i vostri materiali narrativi, poetici e i vostri interventi critici, informazioni su musicaos.it.

Omissis


Su AbsolutePoetry potete leggere la mia intervista/intervento scritta per l’indagine dal titolo “La Macchia Nera”condotta da Christian Sinicco, l’intervista è qui. Uno degli aspetti interessanti di questa indagine sta nel fatto che l’autore della stessa ha inviato a tutti i partecipanti le stesse domande, un modo per cercare di partire da un terreno comune per discutere dell’operatività non solo teorica ma anche tecnica e pratica. Da parte mia un punto della situazione a tre anni dall’inizio di questa avventura. Nel frattempo ho finito di raccogliere i materiali per il numero speciale di Musicaos.it. Ringrazio tutti gli autori che hanno contribuito generosamente a questo numero, ne leggerete delle belle! In questi giorni potete (cominciare a) leggere due blog, il primo è di Simone Giorgino, il secondo di Marco Montanaro.

Niente da ridere


“We insist”, comincia il nuovo anno. Questi giorni di vacanza sono stati utili per: 1. terminare il lavoro sul numero speciale di Musicaos.it, che uscirà in gennaio, un numero per i tre anni della rivista che conterrà gli interventi inediti a tema (il viaggio) e fuori tema di alcune formidabili menti. 2. dare una mano di html su tutto il sito, 3. varie ed eventuali, tra cui la preparazione dell’uscita di “Re Kappa”, il mio romanzo.

Ho 38 anni e vivo a Nardò in provincia di Lecce. Insegno inglese in una scuola elementare, e scrivo da sempre. Oltre a collaborazioni per giornali riviste radio teatro cinema -mi piace in particolare fare reportage e pezzi di costume- ho pubblicato una racconto in Disertori (Einaudi), tre racconti in Sporco al sole (Besa-Books Brothers), i romanzi Mistandivò (Einaudi 2001) e Porto di mare (Sironi, 2002), il lungo reportage dalla Bosnia “Dove non suonano più i fucili” (Big sur, 2005). Ho curato “Gli uomini dalla testa di girasole” per la serie Cento lire a Rai Radio 3. Miei racconti sono apparsi in numerose antologie e testate, fra cui “Mica male il tuo libro” (Aliberti), “Narrative invaders” curata da Renato Barilli, Linus, L’Unita, Ulisse. Insegno scrittura creativa in scuole d’ogni ordine, associazioni, università.

La scheda di anticipazione del libro qui

Il blog “Niente da ridere” di Livio Romano qui.


Le tribù dei blog


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1 Dicembre 2006 – Foggia
Ore 17.00 – Auditorium Biblioteca Provinciale di Foggia “ – La Magna Capitana ” – Foggia.
Ore 22.00 Circolo culturale “Bellamì” – Cena, musica e reading.

La rete dei desideri che si incrociano


La rete dei desideri che si incrociano

tratto da Tabula Rasa, numero 4, (Besa Editrice, Novembre 2005),
informazioni su Besa Editrice, iQuindici, Musicaos.

[1] Miopie e miraggi.
Di recente il poeta e critico letterario Maurizio Cucchi, in visita nelle Puglie per presentare il suo primo romanzo, ha avuto modo di essere intervistato sul “Corriere del Mezzogiorno” dal poeta e giornalista Enzo Mansueto. Maurizio Cucchi, sempre di recente ha curato/sottoscritto un volume antologico dedicato alla “Nuovissima poesia italiana” per i tipi di Mondadori. L’attenzione critica di Maurizio Cucchi nei confronti della poesia e della lingua italiana, della prima come critico e della seconda come scrittore, è pressocchè indiscutibile. La sua antologia pubblicata nella collana dei Meridiani e curata insieme a Stefano Giovanardi (Poeti italiani 1945-1995), costituisce il secondo tassello di un discorso antologico iniziato da Pier Vincenzo Mengaldo nel 1978 e, allo stesso tempo, si propone come riferimento per una generazione, non soltanto di lettori, cui appartenevano nell’anno in cui fu pubblicata l’antologia “Poeti italiani del Novecento”, bimbi ancora in fasce o addirittura non-ancora-nati; si tratta di quella generazione che comincia oggi ad essere presentata e raccolta in altri progetti editoriali. Con ciò risulta evidente, accostata alla militanza giornalistica di Cucchi, la conoscenza della materia. Ma torniamo all’intervista del Corriere. L’argomento toccato, ad un certo punto, è stato l’esplodere della nuova oralità poetica, dei reading, di movimenti legati alla poesia e alla sua espressione. L’intervistatore chiede un parere su Lello Voce. Cucchi risponde anzitutto chiarendo che questo fenomeno non è affatto recente e poi, molto brevemente, dicendo che se lasciamo la poesia in mano a persone come Voce forse è meglio che andiamo a giocare tutti a pallone.
La bellezza di (certi) giudizi critici si misura, anche, dalla commistione dello stile, della competenza, e della singolarità che i giudizi stessi vogliono racchiudere in maniera apodittica. La sottrazione dell’immagine e il rifiuto da parte dello scrittore, rifiuto programmatico messo in atto ed enunciato ad esempio dai Wu Ming (cfr. Manifesto, da home page di http://www.wumingfoundation.com), il rifiuto da parte dello scrittore di intervenire in argomenti che non gli competono minimamente, che esulano dalla sua poetica, dalla sua ricerca, da tutto ciò che non è scrittura, ebbene questo rifiuto è legittimo. E’ interessante vedere come una posizione così forte (dove la ‘forza’ è un semplice concetto che bilancia la debolezza filosofica cui ci abituano certe descrizioni postmoderne) venga da scrittori che operano (anche) in rete piuttosto che da intellettuali che migrano da uno studio all’altro, parlando di letteratura, della loro ultima fidanzata, del loro piatto preferito o di tutte e tre le cose insieme. Antitetici a queste forme di intellettualismo sono tanto Maurizio Cucchi quanto Lello Voce. Tornando all’esegesi della risposta su Voce espressa da Cucchi, sfruttiamo questo concetto dei Wu Ming, in che modo? Cercando di capire quale aspetto dell’agire culturale di Lello Voce sia passibile della critica cucchiana, che sfocia in un invito a recarci allo stadio, oppure, lama a doppio taglio, a sederci in casa ad osservare gli ottavi di finale della Champions League piuttosto che a leggere un libro o, se ci chiamiamo Lello Voce, a scrivere dei versi.
Il pretesto iniziale è utile per questo, la rete dopo diversi anni non è più il luogo par excellence dell’underground letterario, dei sentieri interrotti e delle pagine scadute, dei siti commerciali delle case editrici, dei forum chiusi, la rete è discussione e qualità, nonché possibilità concreta di far nascere e veicolare discorsi di natura ‘storico-letteraria’, questo articolo presenta alcuni spunti di riflessione in tal proposito.

[2] La prosecuzione della letteratura con altri mezzi.

Il rapporto tra i lettori di poesia e i poeti è cambiato. E’ cambiato allo stesso modo il rapporto tra i poeti e la poesia stessa. E’ questo un periodo in cui uno dei sinonimi più accattivanti dell’agire culturale sulla rete è quello di condivisione. Qualcosa che nasce per essere espresso nasce per essere condiviso. Un incremento della condivisione costruisce le basi per quell’incremento del sapere che rende possibile la conoscenza, sapere è potere. La poesia è un patrimonio letterario e culturale non esclusivamente basato sull’azione della scrittura, il fatto che sia presente sui libri o che sia presente in rete è indifferente. ‘La parola è importante’.
La costituzione di un presupposto canone critico, non sappiamo fino a quando, sarà centrata sul vaglio della produzione cartacea.
Ciò implica che la letteratura poetica, per quanto la poesia ancora dirsi appartenente ad una nicchia, è comunque legata ad un discorso di circolazione dei materiali e quindi anche economico. Un critico letterario difficilmente potrà leggere due o trecento libri al mese, come difficilmente potrà soffermarsi su non più di una decina di testi in modo chiaro e imparziale. A ciò si aggiunga il fatto che spesso la poesia è veicolata il più delle volte su mezzi di indiscutibile pregio manifatturiero, edizioni a tiratura limitata, stampe che per alcuni editori specializzati non superano le cento/duecento copie di tiratura, cinquecento nel migliore dei casi. In poche parole certe ‘zone’ della produzione letteraria poetica letteraria sono situate all’esatto opposto di ciò che la rete rappresenta in termini di capacità di raggiuntimento del lettore. Edizioni limitate si ritagliano uno spazio nella marea di libri stampati (più di centomila all’anno); ‘contenuti’ sul web convivono sullo stesso plateux orizzontale (leggi anche ‘di orizzonte’) tra miliardi di pagine in rete. Il che significa, agli antipodi, che quando un libro di versi riesce a giungere nelle mani del lettore, in Italia, si grida ancora al miracolo. Questa situazione era lucidamente descritta in un libro comparso per Pratiche Editrice nel 1981, il libro in questione era “Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole”, tra gli autori ospitati e interrogati dagli studenti delle scuole c’erano, anche, Andrea Zanzotto e Maurizio Cucchi. Era chiaro, già allora, che il numero di lettori/acquirenti della poesia non era per niente considerevole.
Lo stesso Cucchi rispondeva così alla domanda “Quante copie sono state vendute delle sue opere?”:

Il Disperso, pubblicato da Mondadori, ha avuto una tiratura di 2.000 esemplari, che poi vengono più o meno venduti, di cui 100-200 vengono distribuiti gratis a critici, amici, ecc. e gli altri che figurano venduti sono in libreria, o nelle biblioteche. In Italia si può calcolare che un libro di poesi di autore vivente pubblicato da un grosso editore venga letto – salvo gli addetti ai lavori – da 500 persone su circa 60 milioni di abitanti. Le cose sono peggiorate dal ’56 ad oggi dal momento che la tiratura media di un testo poetico rimane di 2.000 copie ed essendo aumentato il numero di abitanti è evidente che la diffusione della poesia è diminuita.
Si dice nei rotocalchi che il cantautore è un poeta; ho il massimo rispetto per i cantautori, però la poesia è un’altra cosa, richiede un altro tipo di lavoro, un altro senso della parola. La facile riproducibilità delle opere di poesia toglie al mestiere di poeta molto del prestigio sociale e della importanza economica in confronto, per esempio, a quello del pittore.” (il corsivo è mio).

Ecco un’altra affermazione su cui si può ulteriormente riflettere. Quanti hanno scoperto le opere di Villon o Edgar Lee Masters, per fare un esempio, grazie all’ascolto dei dischi di Fabrizio De André? Certo è vero, le eccezioni confermano le regole. Tuttavia, quando si parla di “prestigio sociale” mi vengono in mente una serie di immagini evocative, Dante Alighieri che passeggia e viene additato come una persona che ha realmente compiuto un viaggio nell’Oltretomba è un esempio di immagine evocativa.
Emblematico a riguardo l’atteggiamento di Mario Luzi, nei confronti di Fabrizio De André, in un intervento intitolato proprio “Fabrizio De André, la chanson come letteratura” (5 novembre 1997, ora in “Mario Luzi. Una voce dal bosco”, Nuova Iniziativa Editoriale S.p.a., 2005) esordiva così “Caro De André, sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso”, per poi riconoscere il forte valore sociale e letterario dell’opera del cantautore, nel quale riconosceva evidentemente un’identità di percorso civile, a prescindere dall’iscindibilità di testo e musica, tuttavia tentando di leggere quei testi dotati di intrinseca ritmicità. Un’esortazione, certo, rivolta da uno dei poeti più rappresentativi del secolo ad uno dei suoi cantanti più espressivi; se proprio vuol darsi una regola che scinda la musica dalla poesia ‘letteraria’ lo chansonnier de “La guerra di Piero” è certamente l’eccezione che confermerebbe quella regola.
Venti anni fa, in Italia, il paragone possibile tra cantautori e poeti. Oggi, la ritrosia, per alcuni, nel riconoscere come buoni i risultati poetici di certi movimenti che nascono e utilizzano la rete, che, a scanso di equivoci, non è ‘additivo’ della poesia, semmai veicolo possibile, non tanto perché non ci sia della qualità in certi discorsi, ma forse perché alcuni discorsi risultano scomodi e non funzionali alla letteratura della distanza (Poesia Italiana) perché troppo vicini alla vita.

[3] Nella frattura il percorso

Eppure è proprio all’interno di questa frattura (tra cantautori e poeti ieri, e tra scrittori in rete e scrittori fuori dalla rete, non semplicemente intesa come supporto) che si è delineato un percorso di continuità tra gli anni sessanta e oggi, nel mentre che è in atto una discussione sull’affrancamento/oltrepassamento del Gruppo ’63. Aldo Nove è stato curatore di un’antologia intitolata Covers, nella quale venivano presentati testi di canzoni tradotti in italiano da poeti. L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” reca come sottotitolo “album della nuova poesia italiana”. La commistione di linguaggi, già in atto, diviene una scelta programmatica. Non ‘antologia’, né tuttavia ‘collezione’ di testi. Con un rimando alla lingua inglese si dà una versione non tanto di ‘collection’, quanto di ‘compilation’ della poesia italiana di oggi, rendendo ragione di un movimento ampio di resa della poesia al pubblico. Gli stessi curatori vengono sono definiti come peejays, ‘deejay della poesia’, ‘poetry jammer’. Jamming & Slamming. Il fenomeno, al di là del suo valore documentario e letterario, può essere interpretato in duplice chiave. Una critica più superficiale potrebbe definire, questo, come un tentativo di ‘svecchiare’ la poesia, avvicinandola a quante più persone possibile. Questa interpretazione, se accettata come univoca, presupporrebbe che la poesia in genere sia un corpus agonizzante al cui capezzale si affannano nei modi più impensati medici, alchimisti e fattucchieri. Secondo me questi sono veicoli che non servono a ringiovanire, ma a confermare le origini della poesia, la poesia come canto, la poesia come narrazione lirica di ciò che accade, la poesia come tentativo difficilissimo e impervio di descrivere la realtà. Un fenomeno che è nato e si è accompagnato alla poesia dalla sua nascita a oggi. L’ermetismo di Celan non sarebbe comprensibile senza un ancoraggio alla sua condizione storica e biografica.
E’ un tentativo ben riuscito di rendere merito di un travaso oramai in atto tra “poesia e realtà” (vedi Poesie e Realtà ’45-’75, Il pane e le rose, Savelli, Roma, 1977, a cura di Giancarlo Majorino), tra azione e pensiero dell’agire poetico. In un mondo in cui non si è più capaci di ricordare la poesia deve giungere in soccorso, in un mondo dove siamo bombardati da informazioni e da miriadi di linguaggi differenti la poesia può fornire i mezzi per delineare orizzonti di silenzio nel mezzo del frastuono, se necessario con lo stesso frastuono trasmutare il silenzio che ne consegue, l’attimo infinitesimale che passa dalla fine di un verso detto e lo spegnimento del microfono. I musicisti raffinati potranno continuare a sostenere che questa non è propriamente musica, e i poeti altrettanto ortodossi potranno sostenere che non si tratta propriamente di poesia. Resta il fatto che queste produzioni rendono merito di centinaia di altre produzioni simili, in teatro, dove la poesia è disseminata e contaminata, lì anche la lingua muta.

[4] L’antologia negata. ma il cielo è sempre più blu Lello Voce/Aldo Nove

1. Uno dei concetti più interessanti che Lello Voce trasmette durante i poetry slam è il concetto di comunità. Perché veniamo ad ascoltare in un reading un poeta che dice i suoi versi? Per esserne appagati? Perché partecipiamo da spettatori ad una lettura di versi, alla presentazione di un libro, ad un poetry slam? Per essere lì? Non escluso che a volte accada anche questo, ma che cos’è che spinge il lettore all’incontro con chi scrive? Il gesto di acquistare, ricevere, scaricare e leggere un libro è un gesto intimo che presuppone il cercare e, momentaneamente, la soddisfazione del desiderio nell’aver trovato, nell’opera che abbiamo di fronte, una risposta. In inglese e informatica diremmo query, è il meccanismo che ci spinge a vagare casualmente da uno scaffale all’altro di una biblioteca in cerca della risposta ad una domanda interiore. La presentazione di un libro, con l’autore o con un critico oppure con un semplice lettore appassionato che fa da guida, è un momento in cui si crea ‘comunità’, in un reading o in uno slam si raggiungono momenti che possono viaggiare dall’emozione alla repulsione in pochi attimi. Il concetto, tuttavia, è uno: non c’è una persona che parla davanti ad una platea, lo spettatore e l’attore sono sullo stesso livello.
Questa condizione può darsi se ci limitiamo all’ambito della parola scritta, dovunque essa compaia? La risposta è sì, la poesia può, nell’intimità della lettura, divenire lettura di se stessi; eppure l’urgenza di certe situazioni non può rimanere su un foglio di carta. La poesia è una moneta che acquista valore nello scambio continuo, nel non essere più propria (dell’autore) ma altra (di tutti). Questo è uno dei tasselli che compongono l’anima del discorrere-poesia di Lello Voce. Facciamo un passo indietro, al Gruppo ’93, per rintracciare, se c’è, l’origine e la premessa di questo operare:

“Le condizioni per progettare un lavoro poetico non sembrano più date dalla dicotomia tra lingua ordinaria e lingua seconda in cui realizzare lo scarto.
La lingua ordinaria, oggi, è già in partenza estetizzata come comunicazione sociale. Il vecchio detto ‘si fanno più metafore in un giorno di mercato che in cento poesie’ all’interno di una mutazione complessiva delle situazioni e delle modalità comunicative, è diventato una realtà quanto mai pervasiva. Al rapporto norma-scarto potrebbero essere contrapposte diverse strategie di contaminazione” (“Baldus, Mariano Baino, Biagio Cepollaro, Lello Voce, Allegoria e torsione della lingua” in Gruppo ’93. La recente avventura del dibattito teorico letterario in Italia, Piero Manni,1990).

Il presupposto stesso della ricerca poetica andrebbe cercato nell’orizzontalità di un discorso sulla lingua, più che nella sua verticalità. Per quanto la poesia, nei secoli, possa aver attraversato periodi di fruizione legati essenzialmente ad ambiti elitari, perfino nelle corti doveva esservi ‘condivisione’ e, per quanto ristretta, ‘comunità’, il che tuttavia, oggi, non è più possibile. Non può darsi comunità senza dialogo tra i partecipanti e i componenti della comunità perché il dialogo è uno dei presupposti dell’idea stessa di comunità. La poesia non è soltanto una questione di scrittura e di lingua.

“Crediamo nella funzione essenzialmente comunicativa della poesia in quanto lingua e nostro obiettivo è quello di evitare l’afasia derivante dall’enfatizzazione del lavoro sul significante per indagare, attraverso la complessità dei livelli testuali, la complessità del reale”

E prima ancora “[…] la dicotomia insistente sulla centralità del Soggetto o, al contrario, sulla sua disseminazione” verso “una pratica testuale costantemente critica nei confronti dell’io lirico”.
La differenza che viene stabilità è tra poesia per sé e poesia per gli altri, questo sembrerebbe il messaggio. A questo si aggiunge, di recente, Fastblood (i cui testi riuniti sotto il titolo L’esercizio della lingua hanno ricevuto il Premio Delfini di Poesia 2003), l’ultimo lavoro su cd di Lello Voce, dove viene messa in gioco l’idea di brand, con utilizzo degli stessi mezzi dei media per apportare idee differenti, alternative ed contrarie ad una condizione che quelle idee ha generato.

2. La poesia quindi, quando non è soltanto parola scritta, quando è anche ‘discorso’ che travalica i confini della pagina, diviene interlocutrice di alcune logiche. Una delle possibili alterità rispetto alla poesia tradizionale potrebbe consistere nella dichiarazione di queste logiche e di un tentativo di risolverle senza che tutti, il poeta, la lingua, l’azione, ne risultino schiacciati. Le antologie sono state il punto di partenza di questo discorso. I criteri, la scelta dei materiali, la stesura delle schede critiche espellono un lavoro, poi visibile sotto forma di elenco, autori, poesie scelte. Antologia equivale a comunità.
L’antologia “ma il cielo è sempre più blu” è differente, perché dell’antologia tradizionale, o meglio, di alcune cattive antologie, travarica l’impianto di catalogo per innescare il discorso, il suo filo conduttore, nell’impianto visibile dell’antologia. Il progress che ne risulta è esso stesso telaio della proposta editoriale. Perché, dunque, antologia negata?
Rimandiamo al sito di Lello Voce (www.lellovoce.it) per ogni notizia riguardante il difficile percorso editoriale di questa operazione, conclusosi nella sua diffusione dal sito stesso.
Il sottotitolo dell’opera recita “album della nuova poesia italiana”. Lello Voce ha prodotto due testi accompagnati da cd (“I segni i suoni le cose”, Manni e “Farfalle da combattimento”, Bompiani) oltre al già menzionato FastBlood. Mentre Aldo Nove ha curato nel 2001 Covers. Nelle galassie oggi come oggi (Einaudi). Di conseguenza esiste un richiamo sotteso al fatto che i poeti contenuti in questa antologia non possono essere scissi dal loro agire poetico e performativo. Tra gli altri troviamo testi del collettivo torinese Sparajurii, impegnato in laboratori di scrittura, performance di reading e produzione di cd audio, dove viene condotto l’interessante esperimento, se così potremmo definirlo, di mixing poems with music, laddove al posto di musiche originali vengono utilizzati pezzi musicali noti (dai The Doors, fino a Lou Reed, passanto per Brian Eno), con un effetto di risulta straniante, dovuto anche alle tematiche affrontate nei testi. Ma procediamo all’interno del testo.

3. Abbiamo detto che la peculiarità di questo testo è nel telaio, l’antologia è infatti un racconto. Tra una poesia e l’altra, infatti, brevi frammenti di prosa delineano un discorso. Inoltre è interessante la suddivisione tematica in sezioni (le rovine, i ruoli, il lavoro, la discoteca, il sesso, la memoria, la violenza, l’amore, le merci, la lingua, il sogno [vostro]). Le sezioni delineano un catalogo all’interno del catalogo. C’è un testo di Tiziano Scarpa, Il capitalismo straniero, che racchiude in una poesia terribile quello che da venti, forse trent’anni ci è accaduto intorno. L’ansia smodata di un paese che cerca verità e trova televisione. Perché dunque la prosecuzione della letteratura con altri mezzi? Perché la poesia deve essere critica e, attualmente, la rete fornisce il grado di libertà adatto perché la critica sia recepita in modo capillare, come è giusto che sia per tenere il passo con chi è onnipresente e onnicomunicante. E se la realtà diventa più cattiva allora anche le antologie non devono descrivere lo status quo della poesia ma devono farsi portatrici di una proposta differente. Citiamo una poesia di Luciano Erba (in Mengaldo, 1978), intitolata “Le giovani coppie”:

Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che avev portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.

La linea lombarda si assesta su un’espressione dei moduli del quotidiano in versi, in una circoscrizione del fatto reale tramite descrizioni ‘esatte’, nei suoi esiti più spontanei questa poesia traduce un nuovo-realismo (non neorealismo). Ci vorranno anni per arrivare a raggiungere la stessa cruda spietatezza (vedi Ecce Video, di Valerio Magrelli) del quotidiano che, ad esempio, si ritraccia nei versi di Gabriele Frasca antologicizzati qui da opere già pubblicate. Oggi però sembra che il tentativo più atteso sia quello di tradurre in versi il reale, con tutta la sua insensata mostruosità e, nello stesso tempo, di cercare una soluzione. Lo specchio si è infranto e l’incanto si è rotto. A distanza di cinquant’anni il reale è edulcorato, in altri contesti si cerca una poesia che colmi il divario tra il dopoguerra e l’oggi. Mi vengono in mente certe atmosfere rintracciabili in “Le luci gialle della contraerea” (Mario Desiati, LietoColle), quale forma di impegno può essere attuata, da una generazione che ha vissuto sulla sua pelle virtuale la visione di una guerra reale a distanza? Le nostre case possono essere paragonato a rifugi? Il rifugio è altrove. Alla poesia, con il tramite della rete, si chiede di aderire il più possibile alla realtà. La stessa sete di reale giunge dalle redazioni delle riviste letterarie. Sullo stesso percorso si muovono le voci poetiche dell’agire, seminate in un paese dove il verso è detto e cantato, in teatro e in musica. Aedi cui non spetta il compito di costruire dopo le rovine, ma di rendere possibile la costruzione anche nonostante le rovine.
Ho incominciato questo intervento citando un’intervista di Maurizio Cucchi. Uno dei passaggi di quell’intervista racchiudeva un pensiero scomodo, quasi in contraddizione con quanto sostenuto in precedenza nello stesso luogo.

(E. Mansueto) E che dire di internet: la rete sta erodendo la pagina scritta?
(M. Cucchi) <<Io credo che la pagina sia una casa in affitto. La poesia non è necessariamente parola scritta. Sta nel nostro cervello. Uno può comporre a memoria e ripetere oralmente. La pagina è un luogo, un supporto su cui depositare la parola. La parola è la cosa importante>>. (Corriere del Mezzogiorno, 5 febbraio 2005, supplemente de Il Corriere della Sera).

La parola è importante.

Libri, Ascolti, Visioni.

– Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole. Bertolucci Sereni Zanzotto Porta Conte Cucchi. Pratiche Editrice, Parma 1981
– “ma il cielo è sempre più blu”, album della nuova poesia italiana, a cura di Lello Voce e Aldo Nove
Sololimoni, agrumi e testi sui fatti di Genova, a cura di Giacomo Verde e Lello Voce, con “Global Horror Picture Show” di Marco Philopat, Shake Edizioni Underground, 2002
– Gabriele Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, meltemi, Roma 2005
– Mario Luzi, una voce dal bosco. a cura di Renzo Cassigoli con una introduzione di Gianni D’Elia. Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A., Aprile 2005
– Fastblood, absolutepoetry, MRF5 ed. mus, e informazioni su www.lellovoce.it
– SparajuriiLive, download da www.sparajurii.com
– Mariangela Gualtieri (Teatro della Valdoca), Michele Sambin (Tam Tam), Roberto Paci Dalò (Giardini Pensili)
– “il detto del morto orale” (CB)