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“Col mitra scarico di sogni” di Francesco Aprile e Teresa Lutri


Francesco Aprile – Teresa Lutri
2011/01/12

Col mitra scarico dei sogni

Uno. Due. Tre. Dieci. E ancora Uno. Due. Tre. Cento. Mille. Pensavano alla frase. All’uscita. Poi. Oggi il mare è diverso. Oggi ha il colore di niente. Si avvolge come onda.
Per strada_ dai finestrini dell’auto_ scorrevano il paesaggio come riflessi, ciglia macchiate della storia. Ancora. Oggi il mare è diverso.
– Io non vedo mare – disse uno di loro.
Era il figlio prediletto della storia. Cacciato allontanato. Dimenticato. Il figlio prediletto della storia. Eletto al rango di storia dimenticata.
– Io non vedo mare – disse ancora.
– Io non vedo che urla_ muoversi. Ho pestato ancora le mie mani.

“Io non vedo che urla_ non sento che mare. Non vedo mare/sento mare. Diverso mare. Diviso mare. Separato dal fievole anelito del mio ego. Quasi battuto. Con questo corpo quasi dissolto. Che possa straripare tutto questo mare. Che possano liberarsi queste_ intime onde di me. Di dentro. Questo sbattere all’impazzata_ aspetto_ saponificazione sacra_ di tutto ciò che non serve. Gli occhi continuavano_ a fissare urla nella testa”.

Ore 13. Aperitivo. Colazione distillata.
Ore 14. Nient’altro da urlare.
Ore 15. Approssimazioni.
Ore 16. _ _ _ _ _ _ _ _____ _ _ _ .
Trasmissioni interrotte. Bip.

Lo trovarono dismesso sotto il nero incancrenito di una carta d’identità. Il figlio prediletto della storia. Assunto morto. Contabile_Cristo_Cazzo_Cristo. Di nuvole.

– A fare i conti con la storia_ ci tocca il passo più lungo della gamba. – Apostrofò uno.
– È che siamo così.
– Non dire stronzate.
– Aleph ha solo bisogno di morire. Lasciatelo fare.

Ma stavano ancora dicendo stronzate_ mentre il treno che passava se lo portò via. E le colline, prossime al sole. E le colline_ rosse spremute di papavero_ rosse spille negli occhi. Rosse colline di schizzi di sangue_ rosse colline rosse_ di sole al tramonto_ di vita_ di fiore_ di cuore_ di colline. Rosse spremute di papavero|
sullo sfondo degli istanti – acerbi – del passare del treno. Che. Appena nati. Appena morti.

Corsero verso i binari. Corsero due. Corsero tre. Corsero ancora. Di Aleph. Niente. Tracce zero. Di vita annusata al km 120.470. Corsero via. Direzione opposta. Bar. In uno al bar. In due al bar. In tre al bar. Sulla sedia elettrica delle coscienze.

D i s a t t i v a t a .

“E proprio Aleph si rivelò_ in forma di sedia elettrica disattivata. Tacita ferraglia di coscienze_ tutte ancora da accogliere. In seduta/trauma. In frenata_ di corsa cieca. Silenzio di ferraglia/terrore_ intimidatrice di ritmi. Sostenitrice di pause. Obbligatorio fermarsi. Ci vuole responsabilità. Nel camminare e nel fermarsi. Nel portare proprio questa faccia. Nel fare la puttana o l’imbianchino. Nel dissolversi_ in una fabbrica. Nella fiamma rossa_ d’una qualunque rivoluzione. Responsabilità ci vuole_ a non vedere il mare_ a disattivarsi. Attesa di culi responsabili_ su seduta silenziosa consapevole di responsabilità. In uno a tentennare. In due a tentennare. In tre a tentennare. Fermata obbligatoria. Aleph non parla. Aleph/frenata”.

Sullo spettro delle inquietudini. Scesero in tre. Spazio. Spazio. Lasciate loro spazio. Si gridava attorno la folla del bar. Presto. Fate presto. Ne giunsero altri con loro. Attorno. Tutto attorno. Spazio. Fate spazio. Ne giunsero altri con loro.
Mentre urla. Contornavano il viso.
Mentre attorno. Lacrime e desiderio.
Mentre attorno. Il re ha perso la regina.
Mentre attorno. Ospiti si autoinvitavano al banchetto.
Mente attorno. Mentre urla mentre. Attorno. Crepe sui muri lasciavano spazio al vento.
Mentre attorno. Gridava il vento_ sono libero di fischiare.
Mentre attorno. Non grida l’uomo che ha morso il serpente.
Mentre attorno. Non grida l’uomo che lascia cadere la mela.
Mentre attorno. Grida l’asfalto forato ché s’è fatto tempo.
Mentre attorno. Non dorme l’occasione. E si svuotano bianche lastre di case. Di tufo. Di pane. Di bianca cera_ crema di luna.

“Crema di luna. Ora bianca di calce_ di case di sogni. Proiettati in alto_ stagliati in cielo. In cerca di_ un quarto di luna da colonizzare. Che le distanze partoriscono funi. Che le distanze partoriscono_ liane di desiderio. E giù_ in picchiata. Urla. Stonate di vuoti. Urla stonate di pieni. Luci e ombre disegnano. Dei tre_ silhouette di pensieri_ danzanti come fiammelle acide. Alla luna giunge. Un bavaglio d’urlo distratto. E rotola_ in crateri. Di non/tempo. Non avverte_ alcuna forza. Di gravità. Fisica”.

E rotola giù dalla fune il desiderio.
E rotola_ via dagli anni il tempo.
Hanno addossato tutto alle pareti. Spazio fate spazio. Dategli spazio. Gravide urla di terrore al bar. Gridavano gli uomini. Spazio. Sia fatto spazio. E intanto_ addossavano tutto alle pareti. Loro. Che erano nel tempo. Nel tempo restavano. My guitar wants to kill your mama. Gridava uno che nel tempo c’era morto. My. My. My my my my…loop…giro di loop loop disco incantato. My my my. My guitar wa…wa…wants.
E grida il nesso che ne toglie la vita.
E moriva il grido che al nesso dava vita.

E lui. Il figlio prediletto della storia. Ritornò uomo. Ma il tempo gli si sfaldò fra la testa e la schiena. Ruppe l’ultimo scafandro temporale. Se ne liberò_ con appena una scrollata di sensi_ tutti intonati_ ad evacuare. Il corpo evacuato. La testa calibrata. L’essenza in volo. Celebrò ciascuna morte fisica. Ciascuna accensione interna. Dal collo ai piedi tutto rotolò. Come urlo imbavagliato. E con lui. Ogni desiderio. Che a vivere. Basta
liberarsi.
Ciascuna liberazione/librarsi. Questo videro. Al chiaro di luna. Volare l’essenza A/Temporale. L’orologio a impazzire.

La condizione preliminare.
L’assenza. La cercavano. Nel passo di danza. Tra la folla stranita del bar. Spazio fate spazio. Hanno bisogno di spazio. Siano fatti loro spazio e tempo. Addossavano ancora tutto alle pareti. La condizione preliminare dell’assenza. Ritrovata mentre frugavano fra le carte, le astruse mezze misure di mezzucci farabutti. Mentre giravano, frugavano, inondavano ogni cosa di urla di fate spazio spazio spazio. Uno dei tre, in uno, si allontanò. Due dei tre, in due, si allontanò. Il terzo non seguì che il terzo. E continuò liscio il suo spazio. Frugava frugava frugava.
Mentre ancora. Moriva il colosso di carta nel cervello.
Mentre ancora. Spendeva la giornata il vuoto scarto della storia.
Mentre ancora. Splendeva d’oro grido di dimenticanza.
Mentre ancora. Si moriva della distanza.
Mentre ancora. Sollecitava l’eco la rimembranza.
Ch’era scettro perso. La costola fratturata. La selva stella d’argento.
Ch’era strumento idolatrato. Il fusto vuoto già consumato.
Ch’era cosetta cantata. La virgola. Parola rimuginata.
Ch’era orgia. Lo spumante di natale_ il cristo morto infame.
Ch’era schiavitù morale. La chiesa_ la notte di natale.
Ch’era maggio i prati in fiore. Mentre oggi. Fumo e dolore.

Mentre scendeva ancora la sera. Mentre le labbra. Inumidite dalla nebbia. Serravano spezie. Rimarcate dal nero pesto della sera. Di un nero asfalto di sete. Di un nuovo dolore serrato fra le gambe. Qualcuno si avvicinava al bar. Altri ne uscivano intimoriti. Altri. Correvano a chiamare altri per continuare a fare spazio. E urla. E botti. E fottìo di gente. E la sera_ mascherava un neo stilizzato di rosso colorato. E la sera_ che scendeva come sale la nebbia fra i capelli. Fra ciocche sfibrate d’amianto. Le tue lastre. Distaccate immagini del cuore. Dell’anima. Del dolore. Sulle foto appese alle pareti. E scendeva la sera. Cara. Avevi la testa poggiata sulla mia spalla. Avevi gli occhi grandi chiusi di sonno. Avevi dolci. Linee di luce e perle e guance sferzanti. Avevi dolci. I capelli sui miei avanzi.
E scendeva la sera. Cara. Colorava la nebbia i nostri teneri sbagli.
E scendeva la sera. Cara. Ammaestrava in ultimo. Tutti i nostri ritardi.
E scendeva la sera. Cara. Filtrava la luce dei tuoi sguardi, la nebbia il gesto il suo sfiorarti.
E scendeva la sera. Cara. Dimenticava l’ora tarda il sussulto del cuore.
E scendeva la sera. Cara. Distillava gli appetiti. Consumati troppo in fretta.
E scendeva la sera. Cara. A rincuorare. Oggi. Quel che abbiamo dimenticato. Ieri. Tutto il peso. Il prezzo. Il senso. Il gusto disgusto. L’odore imbavagliato fra le gambe. Dell’ultima umida sera. Dell’umile schiena divelta, peraltro scoperta, amarezza sterile. E scendeva ancora la sera. Cara. A coprire coi suoi nei spicchi gialli sul nero. A coprire coi suoi nei. Cara. L’odore tiepido di ieri fra le gambe e poi. Waiting for. La chitarra in mano. Sigaretta fra le dita. Penguine serenade. E Amprhey. Sassiyl. Franky. Henry. L’odore del palco. La sensazione greve del suono cupo. La lontananza del mare. Il verso scarno della chitarra. Sarebbe andata così. Mentre il suono rivoltava la stanza.
Mentre il suono rivoltava il tormento cupo dei buchi sulle braccia.
Mentre il suono accendeva i fumi della pace.
Mentre il suono. Condensava l’aspro di ogni sera. In un caldo ricordo da far male.
Mentre l’attesa sbuffava sul conciliare rumore sordo del suono che tardava.
Sarebbe andata così. Sarebbe salito sul palco. Mentre il respiro gonfiava.
E rubava tempo alle immagini. Alle parole. Alle canzoni. Alle note. Alle emozioni in riverbero. Mentre il silenzio sgonfiava. I suoni dell’attesa.
Poi. Avrebbe gridato. Che è tutta colpa della poesia. Che a noi non ce ne frega niente. Che a noi non importa un cazzo. E avrebbe violentato la chitarra. Le assi del palco. Strappandole dai chiodi. Strappando i chiodi dalle assi. Le corde dalla chitarra. Sputando sull’amplificatore. Ché non amplificava se stesso. Lanciando al muro un urlo. Che nemmeno il microfono. Avrebbe immaginato. E saremmo andati via. Dopo ancora ancora ancora una sigaretta. Poche parole stonate dal suono. Rivolte agli amici. Poche parole crepe di emozioni versate. Sulle feritoie esistenziali, sulle nostre barricate emozionali, sulle nostre strenue difese da macellai. Da contabili disoccupati in calore. Da ragazzi in fila per un posto al callcenter delle speranze. Col mitra scarico dei sogni. E la pazienza_ barriera ultima da varcare. Tra fremiti intorpiditi. Di balene bianche lungo le strade. E nuvole. Nuvole nuvole. Nuvole che deragliano_ sempre_ ancora ora_ la luce del giorno. Fra le immagini smunte dei nostri palazzi in rovina. Dal finestrino dell’auto. Guardavano|
– Ma io non vedo mare.
– Ma io non vedo sole ad accarezzare cullare abbracciare gli insicuri toccati attimi di tempo sul viso.
– Ma io non vedo mare.
Di Aleph più nessuna traccia.
Stavano ancora dicendo di malinconie, di sussurri sbagliati. Lanciati senza il vento di un sospiro alle spalle. Scongelati dai peggiori incubi. Stavano ancora dicendo di un giorno che. Appena nato. Appena morto.
Che scesero. Dall’auto ad inseguire persone.
Che scesero. Dall’auto e non trovarono persone.
Che scesero dall’auto_ nel bianco stanco di uomini monocromi.
Che scesero in strada. Fra saluti seriali di genti uguali.
Che scesero. Fra la puzza di piscio. Vagabondo dietro cassonetti incendiati.
Che scesero. Fra la puzza del delirio. Di politici ladri non curanti. Iniziarono a correre. Senza meta lontano lontano lontano. Strapparono via sacchi dell’immondizia. Cacciarono via un paio di lattine. Per dei palloni improvvisati dietro le perdite_ sconfitte affisse dei loro diritti. Bruciati. Stuprati. Incatenati.
Scalcinati. Umidi tetri sospiri appassiti. Che un’auto che passava. Portò via uno di loro. Tre dico tre. Ne rimasero due. Fra il rosso sangue sulla strada. Fra il rosso sangue di auto impagliate. Fra il rosso smacco della vita. Fra il rosso sangue come di rose. E avevi ragione a dire di no. Alle nostre ferite. Lasciate sulle schegge di bicchieri vuoti, rotti.
E avevi ragione a dire di no. Al destituire dei nostri sogni_ ormai randagi, come gatti soli nello sporco delle strade.
Un’ultima sonata di violino sfiorava. Nuvole di rose_ appassite nel cielo. Da annaffiare nei vasi.
Sui nostri balconi decrepiti.
Sui nostri cieli offuscati.
Sui nostri sui nostri.
Sui nostri ormoni dilatati.
Mentre s’annuvola_ di rose, la nostra anima. Stuprata di tenebra. Scendeva la tensione del giorno. Di un sole distorto. Di un sole nascosto. Di un sole adombrato da carceri di cemento.
Sui nostri ciechi momenti non brilla che la miseria.
Sui nostri istanti mancanti_ non nasce primavera.
Dove non sorge che pianto.
Dove non sorge desiderio d’amore.
Mentre grida il verso s’è fatto spento.
Mentre smuove, l’ora, la piazza in rivolta.
Mentre neve. Sfiniva ancora la sera. Di una notte. Che idruntina volgeva al termine, imbiancava l’incavo stomaco di luna, una sagoma appesa di neve, poca luce di stelle nel cielo. Una grondaia di nuvole spessa come il fondo del mare.

§

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“fish&chips” di Teresa Lutri e Francesco Aprile


Francesco Aprile e Teresa Lutri appartengono alla nuova generazione degli scrittori e artisti nati negli anni ottanta che stanno diffondendo i loro ottimi frutti in rete e non solo, a partire dal Salento. Il loro frutto più recente è la collaborazione con Francesco Saverio Dodaro per il progetto New Page, che si è concretizzato in una mostra dei loro lavori inediti tenutasi presso il FondoVerri (Lecce) dal 15 ottobre al 22 ottobre, all’interno di una mostra dedicata a New Page che ha avuto inizio l’otto ottobre scorso.

“fish&chips”
un racconto di Francesco Aprile e Teresa Lutri

corri. il tempo stringe. si accorcia. l’auto sincopava il ritmo della notte. mentre luci tagliavano aria e sguardi. era tempo d’andare, cacciare via le attese, correre, soccorrere le giornate. un pazzo correva a piedi nudi accanto alla nostra auto imbottigliata nel traffico.

nudo d’attese e d’imbrogli. abbandonati_ tutti i compromessi. nudo più dei nudi. denudati tutti i pensieri. a correre e correre. forte. la schiena tesa a dire basta_ alla strada dietro_ in agguato ad allungarsi. attraverso i passi svelti.

sapeva che l’importante nella vista era l’avere una nebbia. da dissolvere prima o poi. o magari lasciarla tutta lì. come movimenti ondulatori dei pensieri. aveva la rilassatezza di uno stato dissociato della mente. e il debut di bjork ne saggiava i movimenti, areali, spostati su di un asse disintegrato_ senza più margini in riva al muoversi.

lui. pazzo per chi? pazzo per? così_ ogni cosa che fa dissonanza nello scorrere subdolo. delle cose. per aver tolto l’ultimo freno. all’incedere della mente. sugli schemi troppo rigidi_ del vivere civilmente. più vicino alla bestia. lasciava pian piano ogni umana fattezza. ogni umana ragionevolezza. per il brivido. di un abbandono. totale e disordinato.

che ero troppo concentrato su altre storie_ racconti mai rimarginati da poter stringere tutte le pretese|

a spandere come distese aperte

all’immatricolazione di storie

con appesa tutta la musica delle

esperienze accumulate. in questi

anni diroccati sul sedile di

un’auto.

che parcheggiare l’auto. non è necessario. quando è l’anima a parcheggiarsi un po’ ovunque. in ogni luogo dove il sogno sbuffa e sospira. ma vive ancora. e attira a sé tutte le arrese del “Quotidianamente vivere”. o lasciarsi vivere. prendo la vita per la coda. finalmente. che sonnecchiare basta. apro lo sportello della macchina. vomito via l’ultimo rancore di ieri. apro i polmoni. lascio che entri. la brezza. di pensieri destati. in metamorfosi_ verso l’azione.

appoggiati al muro. all’angolo della strada. nancy. andy. henry, henry squeeze. al centro di sbadigli che si prodigano nel racconto. ma dove si trasferisce, il tempo, su quel preciso istante del raccontare. henry, henry squeeze. diceva – aspettiamo frankie. di tutto è a conoscenza.

ma frankie diagnosticava la sua assenza articolando i battiti nella fessura di una finestra. dove la precisione si registrava tutta nell’entrata della luce. non sarebbe mai arrivato. nancy andy henry. soccorsero la sua assenza fantasticando sulla loro presenza. e niente luce agli angoli delle strade.

frankie! cosa sei? dove sei?

frankie mi assilli. assilla la mia testa. quest’assenza massiccia. nell’attesa che tu. giunga. finalmente giunga.

esiste il chiudersi. fuori. avido. spostando gli angoli delle strade nell’inarcarsi di un sentimento. henry raccolse tutti gli altri_nancy_andy. e l’irripetibile. sostituendo le loro immagini con l’accorciarsi gelido degli storidimenti|

annessi allo stupore.

di tutto questo. frankie era a conoscenza.

mentre affoghiamo per le strade. tinte in finta vernice di sogni, in asmatiche celebrazioni del mito. ricordiamo come siamo stati.

come il pazzo che correva accanto all’auto in una notte sbiadita. da luci artificiali a spuntare i sogni sulle cartoline dei nostri ricordi.

di tutto questo. frankie. era a conoscenza.

Una, le facce del sei!

Due.

Una!

Due.

Due e tre le facce del sei!

Quattro.

eppure. non si dimentica la ridondanza metrica del vento che ci sibila accanto.

Una, la faccia del sei!

Ora puoi ascoltare ciò che vuoi.

Due, le facce del sei!

Tre e quattro le facce del sei.

eppure. c’era un castello di nuvole nel cuore.

e poi il dolore. e urla. e rabbia. e desideri. di vendetta. di rivalsa. di estrema intenzione. eccedere. l’eretico in riva al mare. l’ascetico in montagna. la schiuma dei giorni a bordo delle parole. sonnecchiava alla luce riflessa dalle lamiere dell’auto. uno.

due.

tre.

eeeeeeeeeeeeh. conta. come incastrare lo strepitare di tutta una folla. e c’era ancora quell’uomo a correre lungo la strada. e le mani. le nostre. sui finestrini appannati. ma era tutto viola. e spargo nuvole dal finestrino. è tutto. tutto viola intorno a me. il passeggero nella mia mente. osserva. silenzioso. meraviglia e follia. gli occhi – sgomenti – riconciliano col sereno.

alla fine. il pazzo ancora correva. nelle terapeutiche distanze delle parole.

E forse una bella dose di puntine di rose. Da spargere sul terreno ed infilzarsi i piedi. Sotto una potente spinta per giungere all’altro capo del mondo. E forse solo una bella dose acuminata di parole. Che meraviglia. Quel pazzo e il suo colore. I colori che si attorcigliavano lungo le pieghe della maglietta. Gli si stringevano attorno al collo. Aveva capito. Che con il guizzo di una nave sull’increspato delle onde si poteva andare lontano. Ma che ancora più lontano doveva portare il guizzo del cuore. Fra quelle pareti d’infinito. sporcate. Nude. Dal ramificarsi del corpo. E continuava a correre. Non conosceva fermata. Che tutto inizia dove si posano le rose. Le viole. I nostri fiori d’amore. Le parole assonnate. Mentre lo guardavamo tesi alla finestra. Aperti all’incredibile. Nancy si lasciava prendere dalla voglia di correre. E via. Tutti in strada. A saltare e rotolarci per terra. Come se fossero ancora tutti qui i fili d’erba dei prati del mai. Ricordammo_ tutti_ quel giorno all’Horizon. Un parco lontano. Stretto schiacciato. In quel preciso punto dove la vista si assottiglia e tutto sembra lontano. Impercettibile. Ed i colori si sfumano e tutto assume l’unica fattezza di una linea. Incrostata nella visuale del momento. Che è propria di chi si sporge oltre se stesso ad annaffiarsi il cuore. Con lo stesso miocardio dell’infinitesimale. Pensava al cane. Steso tra le fila dei pensieri. Pensava al regno. Tutto da salvare. Il suo regno. All’arsura delle parole. Oggi. Dilatate drogate nell’assetto. Pensava al castello, sua dimora, soffiata via dal vento. A quelle carte ora sparse, dopo anni di lavori e costruzioni. A quelle carte a mollo nel fiume. Che le emozioni non sono più biodegradabili. A tutte quelle urla gettate via, nel risucchio di altoparlanti. Di amplificazioni chimiche dei battiti. E noi raccontavamo di Horizon. Di quando quella volta non volemmo più tornare indietro. Ma il sole calante ci rassegnava all’impossibile di quell’immortalità del vivere su una linea. E consegnava lo spazio indecifrabile degli sguardi_ all’impossibile percepire di Horizon nella notte.

E il pazzo per un attimo fermo ad ascoltare. Nancy trascinata dal racconto. Non si curava di quei piccoli insetti che mordevano le labbra di tutti i passanti. Nancy_ che era nel racconto si faceva il racconto stesso e non parlava. Il pazzo prese a leggerla, scritta fitta fitta su di un muro. E tutti noi. Henry, Henry Squeeze. Assieme a Andy e l’improbabile. Ascoltavano estasiati la voce pazza che ci diceva di Nancy e di quegli insetti fermi sulle nostre labbra. Mentre con la mano sviluppava via il sudore. Ne traeva fotogrammi sterili da estendere al racconto. Arricchendo Nancy in quel suo essere il racconto. Di quella nostra notte percorribile soltanto nel brulicare degli insetti. Percorribile soltanto con la smorfia di chi coi piedi pieni. Carichi delle punture di rose. Di quelle puntine tradotte in vociferare. Al masturbare dei fiori che violentavano il terreno. Gli asfalti grezzi dell’anima. gli sviluppi tetri del vivere. Si trastullava fra insetti sulle labbra e sedie a dondolo sul ciglio di una montagna. Un castello di carte. Rosse. Una linea viola|

Stretta fra le labbra. Come un fiore. Il pazzo riprese a correre e noi. Noi a rotolare. Schiacciare via il malumore. Raggiungemmo Nancy nel racconto. Sorvolammo il pazzo. I suoi colori stretti attorno al collo. Le nostre parole ingravidavano la notte. dove orizzonte era un sentiero di rose. Un pastrano di lische di pesce. A mollo nel mare.

il prossimo intervento che verrà pubblicato su Musicaos sarà la recensione di Daniela Gerundo al libro di Erri De Luca “Il peso della farfalla”

Daniela Gerundo recensisce “Il tempo invecchia in fretta” (Feltrinelli) di Antonio Tabucchi


Ben ponderata la scelta di una fotografia di Philippe Ramette in copertina : un uomo sui trampoli in cima ad una montagna, alla ricerca di “un punto di vista imprevisto” sul mondo, nell’intenzione del fotografo.
Un uomo con lo sguardo teso ad oltrepassare le linee di demarcazione dello spazio, i profili delle montagne cobalto, la linea blu di un orizzonte rischiarato da candide nubi sospese nel cielo azzurro, pronto a proiettarsi nella dimensione del ricordo, nell’interpretazione del lettore attento.
Si recepisce una sinestesia rassicurante che predispone alla concentrazione nella lettura di un romanzo che esige un’attenzione continuativa.
“Ogni immagine è una piccola avventura” per il Magritte della foto, sempre impegnato a sfidare la visione razionale del mondo.
Ognuno dei nove racconti che compongono il libro di Tabucchi è una storia finita che contiene in sé tutti gli elementi per costruirci su un intero romanzo.
Sono storie raccontate con un pathos così intenso e ammaliante da agire sulla sfera delle emozioni fino a distogliere l’attenzione dalla trama. Storie di personaggi emblematici tanto diversi tra loro ma accomunati dalla convergenza coscienziale dell’inarrestabilità e inafferrabilità del tempo e della profondità dei solchi che il suo scorrere lascia sulla vita delle persone.
Racconti che si snodano attraverso lo scandire del tempo, non solo del tempo personale, famigliare, della storia passata e recente ma anche del tempo dello spirito, appesantito da un carico di rimpianti e malinconie che inducono i protagonisti ad andare avanti col capo rivolto indietro, guardando al passato con l’occhio deformante della nostalgia mitizzatrice.
Storie di esistenze legate dal fil rouge della “saudade”, quella “inesplicabile sensazione di rimpianto, di malinconia e, al tempo stesso, desiderio di raggiungere l’inaccessibile”.
Storie realmente esistite, ascoltate, raccontate e disposte nel libro senza rispettare la cronologia di scrittura, precisa l’autore nella postfazione. Ma l’impatto con il primo racconto è forte: un lavoro perfetto nella forma e sorprendente nel contenuto che racchiude in se tutti gli elementi che ritroveremo nelle storie successive.
Intenso, suggestivo, quasi metafisico “Il cerchio”, racconto d’apertura che da solo giustifica l’intero romanzo. E’ il cerchio tracciato sul terreno da una mandria di cavalli che gira vorticosamente attorno alla protagonista del racconto al pari dei ricordi che affollano la sua mente. La donna, confusa dagli inganni della memoria tra ricordi e “falsi ricordi” che si susseguono senza una linearità temporale, sembra prigioniera più della dimensione claustrofobica della sua esistenza che della situazione contingente. Il cerchio evoca in lei il “sentimento di se stessa”; il cerchio, la forma più perfetta, simbolo di Dio e del cielo, figura che esprime la circolarità del tempo, di quel tempo che sembra volato via come aria, lasciando sepolte “nella sabbia della memoria” le risposte ai tanti interrogativi esistenziali che hanno scandito la sua vita.
Clof…clop…cloffete…cloppete…il tempo scandito da onomatopee differenti, ad indicare la variazione di intensità delle gocce che, cadendo, emettono un suono che segue una loro scala musicale. Gocce che scendono da una flebo che alimenta una persona amata e che implodono nel cervello del protagonista del secondo racconto facendo affiorare “ da un’eternità di tempo” personaggi e vicende confuse, avvolte da uno strato di nebbia che si dirada davanti al sorriso di una bimba malata terminale.
Registro stilistico più snello che favorisce una lettura più spedita in “Nuvole”. Una conversazione che tocca argomenti di notevole spessore culturale tra una bambina, resa adulta anzi tempo dai “dissidi esistenziali” dei genitori separati, e un militare in convalescenza dai danni provocati dall’esposizione all’uranio impoverito. Alla bimba, in cura dallo psicologo per le conseguenze di traumi che lei chiama “crisi dell’età evolutiva”, l’uomo insegna la nefelomanzia, l’arte di indovinare il futuro osservando le nuvole.
Un bilancio fallimentare della propria esistenza è quello che deve tracciare il protagonista del quarto racconto, un uomo benestante che vive una situazione di agiatezza e apparente sicurezza ma soffre di sbalzi di pressione imputabili, a detta del suo medico, a stati ansiosi immotivati. E’ un ex agente della ex Repubblica Democratica Tedesca che ha vissuto il crollo del muro di Berlino e delle ideologie dallo stesso simbolicamente sostenute. Ma il muro è crollato e dai dossier custoditi negli archivi della polizia è emersa una verità inquietante che pesa sul suo cuore come un macigno. La consapevolezza che la condivisione di un dolore con un amico può contribuire ad alleggerire il carico spinge l’uomo a recarsi al cimitero, dove riposa “nell’eternità orizzontale” la persona che per anni ha pedinato, condividendo ogni istante della sua vita e che per questo adesso sente a lui più vicino di qualsiasi altro amico: Bertold Brecht.

“Fra generali” molte “congetture” e una certezza: se la guerra non li avesse divisi, due uomini di grande spessore sarebbero potuti diventare grandi amici uniti dalle stesse grandi passioni.
“Yo me enamoré del aire”, il potere evocativo di una canzone, la sensazione di straniamento provocata da quelle note in un uomo che continua a sentirla dentro di sé come un’eco che lo proietta “verso una lontananza che non sapeva dove”.
Un viaggio nella storia contemporanea negli ultimi racconti, occasioni di feroce critica ai regimi totalitari, al reato di pensare in modo diverso dallo Stato, ai processi farsa le cui sentenze sono già scritte prima della seduta, alle leggi razziali, alle illusioni create dalla “pappina dell’eterna giovinezza della falsa scienziata”, ai lager, ai campi di rieducazione, ai manicomi giudiziari, alla pretesa di “lustrare la memoria per farla funzionare come vogliono loro”.
Un viaggio in aereo “Controtempo” che allontana un uomo dalla destinazione reale per proiettarlo in una dimensione borderline tra sogno e realtà, evocando un déjà vu liberatorio “come quando finalmente capiamo qualcosa che sapevamo da sempre e non volevamo sapere”, a chiusura del viaggio tra passato remoto e passato prossimo nel quale siamo stati condotti da Tabucchi attraverso la sua scrittura.
Una scrittura a volte fluida ed accattivante a volte complessa ed articolata, mai banale nella preferenza della parola, singolare nella scelta di abolire la virgolettatura dei dialoghi a vantaggio di una lettura più fluida ma di una comprensione meno immediata, perfetta nella forma quasi al limite del compiacimento manieristico, ricca di contenuti, citazioni e personaggi che offrono numerosi gli spunti di approfondimento anche a rischio di far prevalere l’uomo di cultura sullo scrittore.
Didascalico, nell’accezione più positiva del termine, il messaggio che recepiamo sin dalla copertina: servono trampoli altissimi per guardare oltre l’orizzonte visibile, per valicare i limitati confini di una quotidianità resa asfittica da condizionamenti di varia natura e aprirsi ad uno sguardo di più ampio respiro, pregno di comprensione, indulgenza, umanità, con la consapevolezza che “ non c’è futuro senza memoria”.

il prossimo racconto che verrà pubblicato su Musicaos.it sarà un racconto scritto a quattro mani da Francesco Aprile e Teresa Lutri

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