“PER SEMPRE CARNIVORI…” una lettura forse diversa… (di Angela Ferilli)


“PER SEMPRE CARNIVORI…” una lettura forse diversa… (di Angela Ferilli)
Musicaos.it

Bisognerebbe centellinare le pagine e le frasi e le parole per assorbirne l’essenza, per digerirne la crudezza, per coglierne il senso celato. E invece la lettura va veloce, avida, martoriata.
Quanto più Argentina affonda il coltello nelle viscere, tanto più sembra, al lettore, di avere fra le mani qualcosa di vivo, come una di quelle anguille paragonate ai rapporti amorosi del protagonista con le donne.
Le donne!

La lettura di queste centonovanta pagine, per una donna, è desolante. Il linguaggio è così tanto verosimile, che sembra non ci sia alcuno spazio per interpretazioni altre. Leone Polonia, io narrante di questa storia “nud’e cruda”, descrive le donne che attraversano la sua vita e quella dei suoi due compari – Mako e dentuso – come se non fossero altro che corpi da ammirare, sedurre, utilizzare e lasciarsi indietro, talora anche in malo modo. Eppure, alla seconda pagina, c’era la promessa di raccontare una storia che “forse fra trent’anni, qualcuno nel valutare il caso dirà che si trattò solo d’amore”.

Argentina scrive come incalzato da un demone interiore che detta parole, situazioni e ritmi. E scrive ”di vittime e carnefici”, descrivendone abilmente i comportamenti, le espressioni verbali di chiusura o di scherno, la capacità di ricevere o infliggere punizioni fisiche e psicologiche, non ponendosi troppo il problema di scavare nel profondo alla ricerca di motivazioni alla loro esistenza o le cause recondite del loro agire. Quasi sempre i soggetti descritti riescono a torturare qualcuno, con le parole, con i gesti, con le intenzioni, con le azioni. Però la scrittura ha un potenziale che emerge, sconosciuto, nel corso della stesura. La revisione obbliga a fare i conti con quel potenziale che, man mano, è diventato qualcosa “in atto”. Ed ecco che, in quella seconda pagina, la storia annunciata diventa, non solo una storia di vittime e carnefici, “ma forse anche di amore e passione”.

Ogni carnefice è anche vittima. Ogni sopruso inflitto è frutto di un sopruso ingurgitato. Le donne sono massacrate perchè dalla scena è stata spazzata via la più importante, la madre di Leone, e con lei il rifugio, il calore, l’amore senza condizioni, che rende Leone incapace di specchiarsi in quel tipo d’amore e di riproporlo nella propria vita. Nino, il padre, arriva a sbrindellare a colpi di mazza, ferrata da filo spinato, un malcapitato topo d’appartamento, facendogli scontare di aver perduto moglie, sicurezza e dignità in un colpo solo. Mako – uno dei compagnucci di merende, descritto nei suoi centocinquanta chili di stazza e altrettanti di oscenità verbali e comportamentali – è un perseguitato dalla presenza di una madre piccola e volitiva quanto lui è enorme e incapace di autodeterminazione. Il dentuso – l’altro compagnuccio – viene continuamente irriso e zittito per avere il padre ballerino, aspirazioni artistiche e incapacità di mettere fine ad un rapporto amoroso stantio.

Leone si accompagna a questi due amici-colleghi, che dilatano il suo senso di inadeguatezza. Ma, fatta eccezione per le notti brave trascorse con loro, i suoi comportamenti esteriori contrastano con la percezione interna dei propri sentimenti in rapporto agli altri. C’è la consapevolezza di una rabbia furente contro tutti – uomini adulti con i quali è costretto a rapportarsi quotidianamente, donne pericolose proprio perchè attraenti, alunni per i quali non lo studio ma la potenza economica delle famiglie decreterà le inevitabili promozioni – che perde la forza originaria e diluisce fino alla formulazione di risposte esattamente contrarie al proprio flusso di pensieri.

È una storia di dolore dell’anima. Il cuore diventa duro e la ragione impietosa. Ed ecco che le pagine si susseguono ad un ritmo incalzante di bevute alcooliche e vomiti e scorazzate in macchina e ore piccole e carognate grandi e scopate folli e sentimenti acerbi mai approfonditi se non a posteriori. Una storia che si articola come la scalata, inevitabile anche se inconsapevole, all’autodistruzione.

Un’immagine svetta su tutte, pura, ineguagliata, come una promessa d’amore. E’ quella della ragazza della torre che legge Nietzsche e ha occhi di lacrime e un sorriso che Leone non riesce a dimenticare nemmeno quando sta “fottuto” sulla spiaggia, immobile, con qualcosa che gli formicola nella spina dorsale. Un unico pensiero dolorosamente felice, proveniente da un cielo ingeneroso che non sa fare sconti.

E a conferma del senso “di amore e di passione” di questo romanzo, sicuramente forte e impietoso, un’immagine tenera e generosa: la maglia della squadra dell’Argentina indossata da Nino. Una firma.

“Per sempre carnivori” – Cosimo Argentina
Minimum Fax

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