Dickipedia. Su “Philip K. Dick, la macchina della paranoia, enciclopedia dickiana” di Antonio Caronia e Domenico Gallo
di Luciano Pagano
Philip K. Dick è uno degli scrittori più importanti del secolo scorso. È probabile che si tratti dell’autore che più rappresenta il passaggio e il transito tra due epoche. Da una parte c’è la science fiction ipo-tecnologica, a basso profilo, dove l’idea di condurre i nostri corpi sani e salvi su Marte o sulla Luna rappresenta il massimo del sondabile e dove le ansie dell’uomo di massa sono esplorate, ad esempio, da un Rod Sterling, in quella “Twilight Zone” dove nessuno augurerebbe l’ingresso nemmeno al suo peggiore nemico. Dall’altra c’è l’indagine delle ansie e incubi politici del totalitarismo, dell’uomo disumanizzato e reso alieno in un corpo sociale disgregante, con anticipazione e intuizioni ancora oggi attuali, quasi precognitive.
Nelle opere di Philip K. Dick c’è la compresenza di diversi elementi che rende possibile l’evasione dal genere. Antonio Caronia e Domenico Gallo, sono autori e coordinatori di questa monografia intitolata “Philip K. Dick, la macchina della paranoia” (Agenzia X, 2006), dal sottotitolo programmatico di “enciclopedia dickiana”, nella quale al lettore viene offerta una chiave d’accesso puntuale all’universo dell’autore americano, vero e proprio pioniere in territori che soltanto oggi, a distanza di cinquanta anni, cominciano a divenire luoghi dell’immaginario presente.
La prima parte del libro presenta una biografia dettagliata e puntuale della vita di Philip K. Dick, l’intenzione, non resa in modo esplicito, tuttavia apprezzata, è quella di mostrare al lettore che nell’opera dell’autore c’è sempre stato un vivo interesse nei confronti della società del suo tempo, in relazione alle vicende contemporanee, con prese di posizione ‘politiche’ nello sviluppo delle opere. Quella di Dick è stata una forma di engagement politico sui generis, che dimostra quanto fosse difficile per lui conciliare la scrittura e lo scrittore in un America dove il rispetto dei diritti civili presso alcune fasce della popolazione non era ancora garantito.
Questa monografia sarebbe stata già un libro di autentico valore grazie alla presentazione, insieme alla biografia, di tutta la bibliografia di Philip. K. Dick, ogni sua opera (tutti i romanzi e una scelta ragionata dei racconti) è descritta in una scheda. Ciò che rende questo lavoro esaustivo è di sicuro la parte centrale, un vero e proprio glossario dove sono raccolti tutti i termini salienti dell’universo dickiano, nelle descrizioni non mancano riferimenti incrociati alle opere scritte e a quelle cinematografiche che, a partire dal 1981 con Blade Runner, sono state ispirate dalle opere dell’autore. “Philip K. Dick, la macchina della paranoia” si configura è accessibile come vero e proprio ipertesto, un’opera aperta che va a affiancare le opere dell’autore, edite in Italia da Fanucci. Spiccano tra queste alcune ‘voci’ riassuntive (realtà/illusione, potere, religione, genealogie, merce) dove il lettore può rintracciare i riferimenti teorici e i ‘furti’ dello scrittore. I curatori di questa monografia, facendo i conti con uno scrittore che, ad esempio, tra il 1953 e il 1968 ha scritto ventinove romanzi di fantascienza (senza contare quelli mainstream), sono consapevoli che non tutti i romanzi e i racconti in questione sono capolavori, la scrittura di alcuni è stata certo dettata dalla necessità. Questo libro è testimone di un lavoro critico trentennale condotto sull’opera di Philip K. Dick, e ha visto da parte degli autori il coordinamento di un gruppo di studiosi, che vale la pena di citare (Domenico Gallo, Antonio Caronia, Gianni Canova, Umberto Rossi, Claudio Asciuti). “La macchina della paranoia” è un testo che grazie alla sua completezza, resa con leggerezza di stile e alta fruibilità, riesce a far dimenticare al lettore, più di una volta, di trovarsi faccia a faccia con una completa monografia di critica ed esegesi letteraria.
anticipazione da Musicaos.it – Anno IV Numero 26, “Anelli deboli”
Due Notizie.
Giovedì 12 Luglio
E’ stato pubblicato, per i tipi di Besa Editrice, “Asilo di mendicità“, seconda raccolta poetica di 
E’ il 16 giugno, una data che mi è cara per due motivi, il primo è che mi ricorda l’Ulisse di Joyce, e il secondo è che mi ricorda il 16 giugno del 2005, una data simbolo nella quale ho trascritto un racconto in ‘presa diretta’, intitolato “Il giorno della fioritura”, ovvero Bloom’s Day. A distanza di due anni festeggio in modo ideale grazie a Claudio Martini, che pubblica oggi sul suo blog Altre Latitudini
Assieme a Marco Archetti (l’autore di “Vent’anni che non dormo” e dell’ultimo “Maggio splendeva”, in foto) e al professore Carlo Alberto Augieri ho avuto il piacere di fare il giurato del NuArt Festival, organizzato presso l’Ateneo leccese nel mese scorso, un’occasione unica per conoscere Marco, uno scrittore dal volto umano e per (ri)conoscere le due autrici, Margherita Macrì e Francesca Maruccia, rispettivamente vincitrici per la sezione poesia e narrativa. A 







Scrivere di un esordio letterario, del proprio esordio, è come scrivere della propria nascita. Dell’evento in sé il protagonista non sa nulla – se non attraverso i ricordi di altri, o le leggende rivedute dal desiderio di eroismo e rivalsa di vecchie madri stanche – eppure si porta addosso, con caparbia insipienza, tutte le tracce di quell’immane fatica. Scrivere della propria nascita è, quindi, atto pericoloso, difficile, oltre che avventato, perché non vi è momento più doloroso, straniante e misterioso di questo nell’esistenza di un individuo.