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“Amori senza ipocrisie”, Patrizia Danzè recensisce “È tutto normale” su Stilos


Amori senza ipocrisie

Ama la poesia ed è un eccellente cultore di musica, ma la sua vera passione è la scrittura, alla quale dopo le prime prove di racconti pubblicati su riviste e antologie letterarie, ha dedicato tutti i suoi interessi. Ma Luciano Pagano, nato a Novara nel 1975, e leccese d’origine, ha anche una laurea in filosofia, uno strumento in più per guardare le cose o cercare in modo più complesso ciò che pensiamo di possedere naturalmente. La filosofia, come la scrittura, è per Pagano quel pensiero profondo che si ostina a dare un senso con la parola a ciò che è umano, per amore della conoscenza. Indaga infatti nell’esperienza umana, nel brulicare dei sentimenti difficili come un enigma, il secondo romanzo di Pagano “E’ tutto normale” (Lupo editore, pp. 300, euro 15), una storia “normale” di ingombrante attualità scritta con pacato- a tratti quasi svagato- disincanto. Una storia d’amore e di amori che pone fine al gioco delle ipocrisie mettendo in scena una coppia di omosessuali salentini che sfidando il comune senso del pudore riafferma paradossalmente il valore della famiglia. Una famiglia tutta borghese in cui Ludovico, figlio di un notaio, e Carlo, antropologo ed erede di una importante azienda casearia, superata da tempo la tempesta dello scandalo che ha travolto le loro vite, si ritrovano a fare i conti con il figlio, Marco, nato dalle nozze di Carlo con Eleonora, morta per una malattia incurabile dopo la nascita del bambino. Ne è passato del tempo e Carlo e Ludovico ora trepidano perché sono in attesa di una visita del figlio appena laureatosi in architettura e sanno che il giovane non sarà solo, bensì verrà accompagnato da Kris, una ragazza o forse, chissà, un ragazzo. L’attesa estenuante di sapere come stanno le cose dà al romanzo, peraltro veloce, una tensione funzionale alla sua essenza che la trama intessuta di flashback chiarisce, schiudendosi su un vissuto in cui, se pure lontani dai concetti di Dio e di peccato, ci troviamo in presenza di un mondo complicato dalla presenza di nuove immagini dell’amore che coesistono con conformismi e doveri di famiglia anch’essi vulnerabili e presuntuosi nella loro zelante “onestà”. Pagano scende così negli insospettati abissi dell’infanzia e dell’adolescenza in cui spirito e sensi si smarriscono nei labirinti di desideri ed istinti che dovranno poi rapprendersi in abitudini, costumi, sentimenti, comportamenti, educazione, principi e ancora egoismi, costrizioni, buoni e cattivi pensieri, sacrifici, altruismi. C’è tutto questo, quanto è più normale appunto, nel romanzo di Pagano, che appare meno cerebrale e più maturo di Re Kappa (Besa editrice), con il quale ha esordito; e l’attualità, e la scabrosità, pur interessante della materia finiscono così per costituire solo un dettaglio nel gran mare dell’umanità.

leggi qui la recensione di Patrizia Danzè

“Re Kappa” su Stilos


“Ci sono pure casi di vampirismo letterario”
di Patrizia Danzè

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Un romanzo sull’impossibilità di scrivere un romanzo, sull’impossibilità della finzione ideale, dove non può entrarci la «vita sbracata» attuale, ma neanche l’epopea di storie passate, ormai démodée.
È un metaromanzo, Re Kappa, dell’esordiente Luciano Pagano, giovane scrittore pugliese che dirige dal 2004 la rivista elettronica “Musicaos.it” dove pubblica racconti e interventi di critica letteraria, con attenzione alle scritture nuove ed emergenti.
Dunque, il protagonista di Re Kappa, che è anche la voce narrante del racconto, è un giovane dottore in filosofia, che dopo aver rinunciato con largo anticipo ad una carriera «sicura» di insegnante, si tuffa nella scrittura, affetto com’è da tossicomania letteraria, ma anche per camuffare una condizione da precario in cui galleggia a Lecce, una città straniata in un Salento senz’anima arroventato da un sole opprimente.
C’è, in verità, un editore, un po’ megalomane, un po’ rompiscatole, che lo chiama nel cuore della notte di una stagione difficile (a ridosso di una primavera senza speranze e con i conti in rosso) e lo esorta, a cinque anni da una disanima «bloomiana» di un suo scritto, a scrivere un «romanzo contemporaneo», dandogli dei consigli pratici per il suo difficile viaggio-passaggio nell’inserimento nel mondo del lavoro. Magari provando a raccontare le sue recenti esperienze, poche invero, anche se Lecce è una miniera d’oro.
Ma sulla strada del giovane c’è Michel Benoit, sedicente critico franco-pugliese, più che un’ombra paralizzante nel difficile processo della finzione letteraria. Uno scrittore fallito anche lui, che non ha mai pubblicato il suo primo e unico romanzo, pur continuando a spacciarsi per autore quando a malapena è qualcosina in più che un mezzo critico.
Però Benoit, che è un caso di vampirismo letterario, possiede, non si sa come, una vera reliquia letteraria, la “Volontè du Roi Krogold”, del grande scrittore francese Louis Ferdinand Destouches, in arte Céline. Il «re Kappa», infatti, altri non è che il «re Krogold», la cui Leggenda apre il suo secondo grande romanzo, “Mort à crédit”, ed è proposta dall’autore francese come una difesa dei diritti del lirismo, una romanza che rivendica, nello sporco mondo in cui sguazza il narratore, la poesia e la fantasia.
«C’est la vie!» ripete spesso Céline nel suo capolavoro, anch’esso un viaggio al termine della notte, e perciò prega l’amico Gustin di tornare alla poesia, di «fare un salterello di cuore e di minchia alla lettura di un’epopea tragica, certo, ma nobile…sfavillante!» ed essere disposto ad ascoltare qualcosa del suo scartafaccio.
«C’est la vie!» sembra ripetere anche il protagonista di Re Kappa, che, annichilito dal caldo, dalle bollette da pagare e dall’impossibilità di terminare il suo romanzaccio, pensa di sottrarre a Benoit il manoscritto del re Krogold, per tentare di guadagnarci qualche soldo, piuttosto che mettersi davanti al computer in mutande per correggere ciò che ha scritto.
Se lo sogna di notte, Céline, che gli chiede di recuperare il manoscritto.
A meno che anche il possesso del Krogold da parte dello squinternato Benoit non sia l’estrema propaggine della leggenda stessa del manoscritto celiniano, una grande bufala sulla quale quasi verrebbe da scriverci su una storia, se solo riuscisse a sciogliere il nodo che lo lega al dottor Destouches.
Pagano cortocircuita storia letteraria e invenzione letteraria e il risultato è originale. Occorre attenderlo alla seconda prova per un giudizio di durata.

pubblicato su Stilos, 1 Maggio 2007, Anno IX, Numero 9