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inedito ungarettiano


ungaretti.jpg

ringrazio Gianfranco Recchia per avermi segnalato la presenza, sul suo sito, di un inedito del poeta Giuseppe Ungaretti, lo trovate qui, si tratta di “Una poesia inedita di Giuseppe Ungaretti, del 1916, dal fronte (Dolina dei Pidocchi). Inviata a questo sito da Maurizio Casalena.”

no blog for oil


photo by Kockas

Tam-tam

Ogni giorno ricordo il mio tempo.
Sembra ieri la scomparsa del mio vecchio.
E poi riprendo la solita metro,
alle 8 precise dopo il bacio frettoloso.
Viene voglia di uscire con gli occhi,
la prossima fermata è uguale alla successiva
e il frastuono dei passi tormenta la superficie dell’asfalto.
Sotto gli odori ti riconducono all’origine
e il chiuso non è poi così male.
Quella telecamera continua a fissarmi,
mi rimprovera perché vivo, Vivo?,
il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,
fuoriescono esili dalle ante scrostate,
luride dagli sputi dello scempio,
spoglie dal soffio che fugge.
Così ricordo il mio tempo.


Marco Saya
è nato a Buenos Aires il 3 aprile 1953 dove ha trascorso i suoi primi tre anni per poi trasferirsi a Rio de Janeiro per circa 7 anni. Dal 63′ risiede a Milano. a questo indirizzo il suo blog Fuori dal coro

[photo by Kockas]

Vale tanto oro (in) quanto p(o)es(i)a


Questa sera sarò al FondoVerri, a Lecce per presentare il libro e discutere di poesia a partire dall’ultima raccolta di Enzo Mansueto, Ultracorpi [edizioni d’if].
Who is Enzo Mansueto? Enzo oltre ad essere un valentissimo giornalista è anche bravo poeta e profondo conoscitore della musica e della poesia contemporanee. Chi ancora non lo conosce può leggerlo periodicamente e sul Corriere della sera – Corriere del Mezzogiorno, oltre che sul suo blog personale. La prima volta che ho letto di Enzo Mansueto è stato su Poesia ’95, si trattava della recensione del suo primo libro di versi [Descrizione di una battaglia, Scheiwiller ed.]. Sono passati undici anni. Enzo è anche stato maestro di cerimonie al Poetry Slam dell’anno scorso, tenutosi a Campi Salentina in occasione della Fiera del Libro del 2004, concorso al quale sono arrivato settimo o ottavo o non ricordo. Last but not least Enzo Mansueto è la prima persona non-redattore non-collaboratore di Musicaos.it ad aver utilizzato in pubblico l’aggettivo musicaotico (“In Salento alcuni “ragazzi” si stanno dando un gran da fare. Non solo pizzica, non solo lu regghe, ma nuove estreme musicaotiche escursioni letterarie.”), insomma poeti, fatevi avanti!

Giovedì 29 giugno 2006, dalle ore 20.00
Enzo Mansueto presenta e legge da Ultracorpi [edizioni d’if]

Giocando sul topos abusato de l’invasione degli ultracorpi, Enzo Mansueto apparecchia un paesaggio poetico inquietante e rovinosamente allegorico. Il “programma”, che sia quello televisivo o un softtware o la parola stessa ritornellata, entra dentro di noi, sostituendoci a mano a mano. Il metro trito si piega infine allo spasmo galvanico delle nostre esistenze.
Scrive di Ultracorpi Antonio Prete: “…un equilibrio misuratissimo e sapiente di musica e ironia, di allucinata rappresentazione postumana. Corpo che mirabilmente diventa corpo poetico: anch’esso postlirico, inclusivo però di un gioco delle rime e di uso abilissimo dell’endecasillabo che disloca la poesia in un punto neutro (contemporaneo?) consapevole della sua storia e tradizione diventata detrito, citazione, maniera, fossile.

PaginaZero-Letterature di frontiera


rivistapaginazero9.jpgÈ uscito il 9° numero della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera” – Quadrimestrale di letteratura, arte e cultura (www.rivistapaginazero.net).

Il numero ha come tematica quella della “migrazione delle culture”: scrittori, poeti e artisti si interrogano su questa problematica dal punto di vista sociale, civile e letterario. In allegato potete leggere l’editoriale di Mauro Daltin che apre il numero e introduce la tematica.

Se vuoi sapere chi sono se vuoi che ti insegni ciò che so

cessa momentaneamente di essere ciò che sei e dimentica ciò che sai

Bakar Salif (Mali)

L’Editoriale di Mauro Daltin introduce la tematica del numero, la migrazione delle culture, con l’analisi del fenomeno delle letterature prodotte dagli scrittori migranti. Nella sezione Saggi Persida Lazarevic´ Di Giacomo ci parla del connubio tra l’arte tipografica veneziana e la letteratura serba tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800; mentre Marinko Lazzarich compie un’analisi dell’influenza dei rapporti italo-croati nella letteratura italiana. Nella rubrica Storie Paolo Fichera e Mauro Daltin riportano le loro impressioni nate durante il soggiorno a Sarajevo nei giorni del Festival internazionale di poesia 2004. Federico Federici nelle pagine di Poesia presenta la poetessa russa Nika Georgievna Turbina, talento precoce e prematuramente scomparso, con la pubblicazione di molti testi in un’inedita traduzione, oltre a un’ampia scheda bio-bibliografica della poetessa bambina. Paolo Galvagni, che cura il Forum, ci parla di poesia russofona in Uzbekistan con la presentazione della scuola di Fergana in un interessante dialogo con gli autori Šamsad Abdullaev e Chamdam Zakirov oltre alla pubblicazione di molti loro testi inediti in Italia. Infine la rubrica Letture è dedicata alle recensioni di Massimo Orgiazzi, Katia Paoletti, Vincenzo Della Mea, Luciano Pagano.

Editoriale
“La migrazione delle culture” di Mauro Daltin

Saggi
“La letteratura serba in “esilio” a Venezia fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800″ di Persida Lazarevic Di Giacomo
“La frontiera letteraria: rapporti al di qua e al di là del confine” di Marinko Lazzarich

Storie
“Goodbye Sarajevo” di Paolo Fichera e Mauro Daltin

Poesia
“Poesia senza eroe? Nika Georgievna Turbina” di Federico Federici – Francesco Marotta (da: Hairesis, 2005/06;XV) – Simone Giorgino (poesie tratte dalla raccolta Venenum)

Forum
“Šamsam Abdullaev e Chamdam Zakirov: poesia russofona in Uzbekistan” a cura di Paolo Galvagni con testi inediti dei due poeti
“Dialogo fra Paolo Galvagni e Šamsam Abdullaev”
“Dialogo fra Paolo Galvagni e Chamdam Zakirov”

Letture. Libri e autori

Recensioni di Massimo Orgiazzi, Katia Paoletti, Vincenzo Della Mea, Luciano Pagano

Un saluto e buona lettura,
Ilaria Prati (direttore responsabile); Mauro Daltin (direttore); Paolo Fichera (co-direttore); Maurizio Mattiuzza – Paolo Patui – Angelo Floramo – Giorgia Kapatsoris – Pietro Spirito – Pedrag Matvejevic – Melita Richter – Barbara Ronca – Bozidar Stanisic (redazione).

“Canto Blues alla Deriva”, presto nelle librerie


cbd_cover.jpgL’idea di un poema collettivo, di per sé, è dissonante dalle idee cui ci abitua la collaborazione in rete, già è difficile scrivere un articolo, elaborare un progetto comune, difficile o semplice che sia, figuriamoci un poema. Partire con un presupposto del genere potrebbe significare essere destinati ad un rapido arenamento, il rischio è di finire in una secca facile, credere di possedere l’equipaggio adatto e accorgersi di non disporre di un’imbarcazione adeguata ad affrontare tempeste e tempi avversi. Poi ci capita di scoprire, in certi documentari notturni, che egizi e fenici solcavano l’Oceano Atlantico su imbarcazioni mosse dal vento, costruite con giunchi, canne, fibre, papiri. Immaginare che lo stesso materiale con il quale è stata resa più facile la prima diffusione della scrittura individuale sia anche il materiale che facilitava la navigazione rende una delle idee centrali e implicite nel “Canto Blues alla Deriva”: partire da un’idea semplice, leggera, per costruire qualcosa di composito. Andare alla deriva, come nel discorrere lento di chi parla, ma come fanno i marinai a passare le giornate, e la razza di quelli che restano a terra, quelli che tessono reti? Il “Canto Blues alla Deriva” è stata una jam session di poesia on-line che ha coinvolto dodoci scrittori, da marzo all’ottobre del 2005, su Musicaos.it.
Il punto di partenza è stato il frammento di Francesco Sasso, lettore critico, attento, umorale di tutto il materiale che si è susseguito. L’idea di una jam session di poesia, dove una voce prosegue ciò che la voce precedente ha scritto, replica del procedimento dei cantastorie, dei cunti popolari, dove su un ritmo si improvvisano strofe differenti, un quadrumano gorilla digitale. Un ritmo in levare, quello del Canto Blues alla Deriva, che è riuscito a distendersi nel tempo che chiede la poesia, quello del silenzio e dell’attesa. Il Canto Blues alla Deriva si è sedimentato in quattro fasi, una iniziale, preparatoria, dove io e Francesco abbiamo discusso confrontandoci sul ‘come’, tecnico-pratico e poetico, sulla dinamica da scegliere, sull’accordatura degli strumenti, almeno di due degli autori coinvolti. Dopodiché si sono succedute due fasi (marzo-luglio, settembre-novembre 2005) di stesura e completamento. Dall’inizio della prima stesura del Canto Blues alla Deriva e per tutta la durata della scrittura, fino a settembre, è stata disponibile online la pagina per l’inserimento dei frammenti, che era libero e aperto a tutti, purché venisse rispettato l’impegno di leggere ciò che gli altri avevano scritto prima di proseguire. L’ultima sezione è stata scritta invitando gli autori a partecipare con il loro ‘ultimo’ frammento. La chiusura del “Canto Blues alla Deriva” è stata scritta da Irene Leo, giovane autrice esordiente. Buon ascolto.

dalla nota al testo di Luciano Pagano

Canto Blues alla Deriva
con una nota introduttiva di Vittorino Curci
a cura di Francesco Sasso e Luciano Pagano
ISBN 88-497-0391-0 – Prezzo: euro 5,00 – Pagine: 80 – Besa Editrice
presto in libreria
con testi di (Francesco Sasso, Luciano Pagano, Vito Antonio Conte, Irene Leo, Gioia Perrone, Matteo Chiarello, Stefano Donno, Rossano Astremo, Davide D’Elia, Angelo Ciciriello, Tiziano Serra, Paolo Simoncini)

“La gru”, crescita di una rivista.


Ho conosciuto Davide Nota qualche mese prima della pubblicazione del suo esordio poetico, "Battesimo", con Lietocolle. Tramite la sua conoscenza ho avuto modo di apprezzare "La gru", il sito e la rivista della quale lui, insieme ad altri validi redattori, si occupa. Attualmente oltre allo stesso Davide ci sono Daniele De Angelis, Riccardo Fabiani, Loris Ferri, Gianluca Pulsoni e Stefano Sanchini. Il fatto che qualche tempo fa Giulio Mozzi, abbia addirittura lanciato un'asta 'elettronica' di libri per pagare i costi di gestione di VibrisseBollettino, è indicativo di come oltre alla gratuita passione molte altre opere e giorni restino gratuiti – a tutti i livelli – dalla realtà di una fanzine al sito o rivista organizzati in redazione. Ne faccio esperienza quotidiana da due anni con Musicaos.it, i cui costi di gestione sono autosupportati al 98%, oltre il tempo, è naturale. La premessa è lunga e il messaggio finale sollecito, diamo una mano, chi può e chi vuole, alla redazione de "La gru" per fare crescere la loro rivista. Potete accorgervi della qualità del loro percorso da soli, leggendo gli interventi postati qui.
Io qui di seguito incollo la lettera che accompagna il loro ultimo numero.

Lettera allegata alla versione cartacea del n.3 de "La Gru", maggio 2006

Cari amici,
con questo numero si conclude il primo anno di lavoro de "La gru".
Abbiamo tentato di dare vita ad un foglio di poesia, consultabile in rete e distribuito gratuitamente per librerie ed università, in cui la ricerca artistica individuale mantenesse un legame con il materiale visivo, linguistico, storico e reale.
Partendo da un'esigenza espressiva frustrata dalle estetiche dominanti il panorama letterario italiano, abbiamo avanzato ipotesi e intuizioni dialoganti, proponendo sin dal primo numero di questo ciclo una poesia che sperimentasse il parlato senza inventariarlo con freddezza programmatica.
Nonostante gli scarsissimi fondi ricevuti dalle istituzioni locali, e nonostante l'isolamento geografico di una realtà come quella della città di Ascoli Piceno, questa esperienza ha coinvolto e raccolto a sé parecchi autori e studiosi, molti dei quali giovani nati tra gli anni '70 ed '80.
Ora siamo ad un punto di svolta: la trasformazione de "La gru" da foglio di intuizione e provocazione a vera e propria rivista di studio ed approfondimento.
La redazione si è allargata e continuerà a farlo. Dal prossimo numero cambierà il formato stesso della rivista.
Crediamo sia essenziale mantenere in vita questo luogo di diversità estetica e teorica, che possa dare voce a tutti quei nuovi autori che altrimenti rimarrebbero schiacciati tra una scuola e un'altra.
Noi non ci proponiamo di formare un gruppo letterario omogeneo ma di unire a sé i singoli poeti che sentono la necessità di superare definitivamente le griglie estetiche intimiste o anticomunicative, in nome di una sperimentazione espressiva che condivida con il mondo gli stessi materiali.
Per fare tutto questo abbiamo bisogno del vostro aiuto.
I fondi dalle istituzioni tardano, e temiamo non bastino per portare a termine il nostro progetto.

Vi chiediamo quindi un libero contributo effettuando una ricarica

sul conto Postepay n° 4023 6004 2511 4552 intestato a Daniele De Angelis.

Sperando in un vostro cordiale gesto di solidarietà,
vi ringraziamo per l'attenzione

I redattori de "La Gru"
Daniele De Angelis, Riccardo Fabiani, Loris Ferri, Davide Nota, Gianluca Pulsoni, Stefano Sanchini

su “Dies Irae” di Giuseppe Genna


Nel lancio di “Dies Irae” è contenuto un riferimento ad Underworld, romanzo al quale l’opera di Giuseppe Genna si ispira per un modo di osservare i fatti e la storia del nostro paese e, come doppio di uno stesso binario, l’evoluzione dell’attore principale della vicenda, in questo caso lo stesso Giuseppe Genna. Potremmo scrivere di quest’opera come di un romanzo che prende con tutto uno sguardo la nostra storia recente, per restituirci un giudizio amaro e cinico, in tempi oscuri come questi si tratterebbe quasi di una luce, anche flebile, di cui necessita il lettore che si sente di appartenere ad una comunità civile. La tensione iniziale di “Dies Irae” è tutta qui, in questo compito così alto che l’autore, Giuseppe Genna, assume alla scrittura dell’opera. Se ne accorge subito il lettore, che nell’incipit rinviene il cadavere doppiamente vilipeso di una Repubblica che giunge in diretta dai versi di un’altra coscienza poetica, quella di Mario Luzi, che scrisse nel 1977 con riferimento agli anni di piombo “muore ignominiosamente la repubblica/Ignominiosamente la spiano/i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti/[…] E l’udienza è tolta.”. Qui tuttavia non si parla degli anni di piombo, il colore che qui predomina non è né il rosso acceso né il cupo nero, bensì il grigio, il grigio di un’atmosfera greve, una cappa che preme sui diaframmi, il griogio nel quale i colori si mescolano senza nitidezza, la zona grigia dell’oblio dove l’intellettuale perde la facoltà di parola, smarrita da non avere nessun ascoltatore: “Lo scrittore, non l’intellettuale, poiché da anni non si accenna minimamente a questa figura vetusta e generalista che fu l’intellettuale”. Eppure è testimone, l’autore, proprio di una trasformazione sociale di questa figura, per parlare di certe cose e scrivere, appunto, bisogna essere scrittori, il che suona come un’ultima chance e concessione, mi vengono in mente stralci della trasmissione di Carlo Lucarelli sui misteri d’Italia, l’orazione civile e l’invettiva ci sono tutti, in questo modo di mettere in sequenza le cose, con la lucida e autoironica consapevolezza (ma solo verso il finale del romanzo) che tutto ciò che resta da narrare non sia fiction, ma faction, quel che le persone desiderano, la realtà non è reale se non viene filtrata da un obiettivo. Somigliante al Lunar Park di Bret Easton Ellis nei tratti in cui il cinismo e la crudezza fanno emergere il personaggio Giuseppe Genna, in un paragrafo dove alla velocità della luce enumera un pantheon di scrittori dello scetticismo contemporaneo (DeLillo, Lobo Antunes, Saramago) e proprio in una ‘scena’ girata in un bagno, con la cocaina sul lavabo che ha il sapore di una citazione. Il bagno in questione è a casa di Monica. Suo marito lavora all’ideazione di format televisivi. Il format terribile e rivoluzionario al quale sta lavorando in questo momento avrà conseguenze politiche, il materiale a disposizione farà tremare, il titolo della nuova trasmissione è “Dies Irae”, avviene qui uno slittamento dal quale un poco alla volta scopriamo che tutti i personaggi coinvolti nel romanzo sono strettamente legati da un filo, un urlo silenzioso proveniente da un pozzo profondo sessanta centimetri e largo trenta, come in Underworld il gruppo di artisti resta sconvolto dalla visione del video di Zapruder dove si assiste all’uccisione di JFK qui, in “Dies Irae” la morte del piccolo Alfredino diviene un avvenimento centrale che travalica il tempo e la storia, dei personaggi, di un paese, di un pianeta. Un esempio di letteratura in cerca di riflessi continui, specchi di rimandi, un’opera scritta della quale Genna poco prima ha ribadito l’”affidabilità” sulla lunga durata, rispetto all’opera filmica, che qui diviene pretesto e appoggio.
La vita e i ricordi personali dell’autore sono l’altro filo che seguiamo nell’evoluzione della vicenda. Le riflessioni sullo statuto della stessa scrittura sono molteplici. E’ interessante notare che dette riflessioni non vengono presentate come elucubrazioni stilistiche nelle quali viene studiato il rapporto tra autore e lettore (e c’è anche questo) oppure tra autore e mercato; le riflessioni di Giuseppe Genna sono radicali e originarie del rapporto tra scrittore e società. L’Italia, il paese che ha vissuto l’ignominia di questi ultimi 25 anni, merita una Storia, e se sì, essa viene scritta da ognuno di noi? C’è luce in tutto questo, può esserci scrittura a ridosso di questa catastrofe dove ognuno ha giocato la sua partita di comodo per fuggire in tempo da una nave che affondava? “Gli archivi sono corrotti”. Massimo e Giuseppe hanno qualcosa in comune, entrambi elaborano a modo loro la risoluzione di equazioni delicatissime conoscendo un dieci, massimo undici percento delle variabili in gioco, i format, il romanzo. “La scena evolve rapidamente, è una scena notturna, viene estratto dal cunicolo il corpo in stato cadaverico del bambino”. Giuseppe da bambino scriveva già, la prima cosa che scrisse era un dossier finto-scientifico, così come lo poteva raccogliere un bambino lavorando d’invenzione e copiando notizie da libri e sussidiari, il dossier descriveva il piano di colonizzazione di Marte da parte dell’uomo. Questo elemento diventerà un elemento narrativo, il dossier DIES IRAE, relativo allo sbarco su Marte e in seguito e numerose missioni di esplorazione intergalattica conterrà inquietanti collegamenti alla vicenda di Alfredino e alla vita personale di Giuseppe Genna. Paola, invece, attraverserà la Storia, dalla Berlino dell’89, la città dove mescolerà droga e sesso fino al suo limite di sopportazione, per poi finire ad Amsterdam, dove ripercorrerà esattamente lo stesso percorso, per poi liberarsi definitivamente ed essere pronta, a Milano e a distanza di anni, a liberare un’altra persona bisognosa di aiuto, una mente sovrumana e ossessiva chiusa in un corpo limitante. Fanno parte del paesaggio, in tutta la prima parte, gli anni ’80, in descrizioni e particolari che non hanno nulla di nostalgico. Non c’è innocenza nel “Dies Irae” di Giuseppe Genna, c’è redenzione, è il romanzo dove ogni nodo temporale si trasforma nel travaso di bile del corpo-romanzo, tragedia psichiatrica, tragedia del suicidio, tragedia del complotto politico, a tratti una eco delle narrazioni semivisionarie e realissime di Giampaolo Pansa (L’intrigo, Il regime), dove ogni politico era attore di una farsa con il suo nomignolo. C’è un’altra caratteristica, lovecraftiana, di aderenza del mito al particolare di alcuni personaggi, il bambino nel pozzo, il puer, il bambino cosmico che ricongiunge la storia del pianeta a distanza di milioni di anni incalcolabili. Il ritmo è sostenuto fino all’ultimo, finché non matura nel lettore la consapevolezza che il tutto sta per colmare in una fine dal risvolto incredibile, degna dell’anno del contatto. C’è redenzione in tutto questo. A me sembra di si.

per leggerne ancora Giuseppe Genna Centraal Station

La pace di(s)sentire


e allora apparecchiammo i nostri carri
Zeus stesso diede ordine i cui capelli

marroni crespi non hanno che una
spiga bianca ma è nascosta e nel terzo libro

dicemmo degli eserciti e le navi e i valorosi che con noi
si accompagnarono per l’esattezza

centoquarantamila uomini e donne
come mai si erano vedute

guerrieri rivestiti di oro tra il più fine
e corazze di goretex, e insieme a loro duecento elicotteri apache

conducemmo l’assedio per dieci anni, o non fossi mai nato
o per lo meno fossi morto senza nozze, così diceva

mentre pelle epidermidi e carmi
si scioglievano

in feritoie di proiettili ben vestiti di neutroni
io camminavo

ed il cielo pioveva barili di fumo
io camminavo

ed i cadaveri di quelli non si potevano contare
il mio vice portava in tasca una foto, suo figlio

mai nato, un bel feto ricordava
l’infinità del generare così l’aggiunsi al seguito

e il vice divenne il capo, mio figlio e mio fratello
ramsey ogni sera alle ventitrè in punto

faceva una doccia
indossava un abito di seta finemente lavorato

duemila marchi
o duemila cinquecento

in ginocchio di fronte ad un altare di vetro
– tu dici così, ma io non possiedo altari –

il libro aperto e leggeva prima di dormire,
“ogni notte una morte ogni giorno un risveglio”

fu così che inventammo uno stratagemma
appena uscirà dalla mercedes-benz avrà

il progetto per erigere una torre fino al cielo
e lui specificava – non il cielo/paradiso, ma quello appena sotto, quello blu –

su questa torre discuteremo insieme
no ramsey, ho inventato un fucile, ho scoperto

un nuovo modo di sparare nascosti
le mie frecce traversano il petto

con avida furia, i nemici crollano bocconi,
all’inizio il nemico era grande poi divenne uno dei nostri

infine come una lucertola era seduto al nostro tavolo
dov’è il nemico?

e ancora le nostre navi che tra di noi
chiamavamo legni, i nostri legni

saldati all’acciaio, ricolmi di locuste
per loro che attendevano e greggio

che noi attendevamo, 25 a barile,
poi 28 poi 36 e 25 fino a 40,

la misura è colma ci accampammo al limitare dei deserti
senza limite, sabbia soltanto

e il re fece costruire il suo palazzo per l’occasione
ed ogni mattonella recava il suo nome “re boato, re fuga,

re sosia” ma il nome più bello era “trucida figli
contro voi che ammazzerete i vostri”

e sotto un segnale “macelleria pace”
nel decimo anno fu avviato un proficuo

ricambio di carne del padre col figlio
le donne dalle lunghe braccia bianche

attesero invano ricoperte di veli
finché tutte le opinioni non furono sazie

ed alcune ripetevano sto aspettando la metropolitana,
ci vorrà poco, un minuto, suo marito,

suo marito si è unito ai soldati? Il mio non c’è più
tra un attimo sarò con lui, vede? Mio figlio

è piccolo, serve già la causa si chiama Jeoushua-Bomb
conosce arabo ed inglese, lingue nate apposta per la poesia, ne vuole un pezzo?

Abbiamo utilizzato ogni mezzo, per ridurvi
alla pace, ogni mezzo se si eccettua la persuasione

tombe e ovvii scambi di carni
nelle carceri andavano ben lavati

e così fecero lavando con sifoni e coltelli analizzando
tutti i lombi del problema reso in piedi

Wall Street chiude a ribasso ogni sera
meno uno, meno uno e mezzo,

e questi sono gli amici, lasciatemeli salutare questi amici
dalla pancia panciuta delle mia nava di latta

vedo il carro del sole
e un albergo inquadrato nel mirino

una pellicola cucita nei miei sandali
porta impresse le prove, quelle di domani

il figlio, il figlio/padre ripeteva continuamente
domani avrete la certezza a domani rimandiamo le prove

nel frattempo tracciando
una linea da washington a d.c. passando per l’equatore

non ci sarebbe stato un punto nel quale
il tumore della pace si fosse estinto

ma va bene, capita, costruiamo affinché
il morbo pestifero sia estinto

o quanto meno venga assolto
o ricoperto di opinione.

Nella serie degli assedi c’è chi eresse un muro
a dimostrazione

che i buoni risultati di un secolo scorso
il nuovo li migliora di una tacca.

Ma noi questo assedio Zeus ce lo impone
non mammona, neppure conosciamo

questi re che li lasciarono all’asciutto
duemila anni all’asciutto

Zeus allora impose agli dei di non portarci
alcun soccorso

”Iraki bepol” sosteneva Ammar
su questa moneta è già scritta ogni cosa,

guarda questa moneta nascondeva la moneta in tasca
e dava un sorso di birra tedesca in un luogo all’aperto

al riparo da ogni pace molesta ‘guarda questa moneta’
con questa puoi comprare del pane al prezzo conveniente di una battaglia

io nascondevo una lancia lui riportava fedelmente la demagogia dei miei discorsi
al suo creatore, mi disse, ‘sai abbiamo tutti un creatore differente’

‘conosceremo i rispettivi quando sarà il momento’
fu quello che risposi

nel frattempo su un altro canale tra i mille
a disposizione Nettuno ripeteva che era buono

offrendo oro contro oro a peso d’oro
pagando cadaveri di guerrieri offeso

perché utilizzava il medesimo fornitore
“macelleria pace”

dietro la sua tenda due dei nostri
gettavano i dadi per terra, uno solo può vincere o nessuno

e finalmente giunse il mese in cui
confondemmo l’assedio alla rocca per una

passeggiata, tanti davvero schierati su due linee
con gli dei dappresso e gli schermi

fluorescenti alle spalle nessun segno di parte nessun tuono.
La pace finalmente debellata, salvi siamo

tutti quanti, la mia armatura
per terra al suo fianco un fax con le prove

“sei luglio duemila uno”, siamo nell’occhio del ciclone
agire tempestivamente.

maggio 2004, inedito letto domenica 23 maggio in occasione del GRAN BAZAR 2004, ex-convento dei Teatini, Lecce
ora in "Poesie del Sol Levante" (I quaderni di Vertigine, 2004)

“La ballata dell’uomo morto” di Mario Riviello


Mario Riviello è nato nel 1962, e con “La ballata dell’uomo morto” è alla sua seconda prova narrativa, un noir atipico incentrato sull’idea molto accattivante che la realtà non è mai quella che sembra. Giuliano De Santis lavora per una compagnia di assicurazioni, in particolare si occupa – grazie alle sue competenze – di scoprire eventuali truffe o addirittura cavilli legali che in sede di pagamento dei premi assicurativi permettano alla suddetta compagnia di pagare il meno possibile, o addirittura di procrastinare i pagamenti dei premi assicurativi al più lungo possibile. Giuliano è sposato a Marta, conducono una vita tranquilla, apparentemente e nel corso delle primissime pagine il lettore potrebbe dire che ai due non manca nulla. Entrambi sono cresciuti insieme, sposandosi e andando a vivere insieme da subito, in una casa modesta e confortevole che sono riusciti a comperare. Ad un certo momento della sua vita, tuttavia, Giuliano vive un’impennata improvvisa nella sua carriera, dovuta alla vicinanza di un faccendiere, Romani, che entra a far parte della dirigenza della compagnia e, quasi per una sottile legge transitiva, entra anche nella vita quotidiana di De Santis, per via della conoscenza e affinità che legherà le rispettive mogli. Più passa il tempo e più le cose da nascondere crescono, il mestiere di Giuliano, quello di scoprire gli imbrogli di chi vuole riscuotere i premi di assicurazione, diventa invece un mestiere inconsapevole teso al nascondimento di ciò che intende celare Romani, un delitto alla base di tutta l’immensa fortuna che ha cambiato rotta. Giuliano De Santis si trova ad essere testimone e burattino inconsapevole in una recita che volge al termine con una successione di colpi di scena narrativi, fino al colpo di scena finale che anche il lettore smaliziato difficilmente può prevedere. Mario Riviello, con il suo modo di trasmettere il più profondo cinismo che anima tutti i protagonisti all’infuori di De Santis, porta il lettore fino alle estreme conseguenze di una tragedia che esige una catarsi irredimibile. “La ballata dell’uomo morto” è un romanzo animato da un profondo senso di giustizia, un thriller che si interroga in maniera ossessiva e allo stesso tempo con leggerezza di tocco, su quanto sia impossibile condurre una vita incessantemente all’ombra di qualcun altro, quasi rimpiazzati dall’autorevolezza di chi ha condotto il protagonista davanti alla ribalta della sua vita professionale, fino al disprezzo della stessa stima di chi lo circonda. Il protagonista cercherà di coltivare un sentimento sincero nei confronti di una donna-ragazza molto più giovan edi lui, cercando di riuscire a rivivere le stesse emozioni che viveva assieme alla moglie, prima che tutti e due cominciassero a intraprendere una brillante carriera, anche questa parentesi, tuttavia, prenderà un corso imprevedibile. Un centinaio di pagine, queste, nelle quali vengono messe a dura prova tutte le nostre certezze. Fin dall’inizio, infatti, abbiamo il sentore che verrà messo a dura prova il nostro principio di realtà e il conseguente accordo di veridicità che diamo alle cose, non solo come lettori chiusi nelle pagine di un buon esempio di fiction, ma anche come abitanti di un paese dove l’arte del nascondimento e della dissimulazione vengono praticate alla luce del sole, allo stesso modo di come alcuni e pochi scrivono per svelare un segreto.

“La ballata dell’uomo morto” di Mario Riviello
pp. 103, Costellazione 85, € 10,00

Allunaggio di un immigrato innamorato – Mihai Mircea Butcovan


butcovanUn esercizio che il lettore (e soprattutto l’aspirante scrittore) dovrebbe essere in grado di condurre a piacimento senza il timore di fare la figura dell’acrobata che cammina sospeso ad un palmo da terra dovrebbe essere l’esercizio più ovvio, quello di mettersi nei panni di qualcun altro, cambiare identità, vedere la realtà con occhi differenti, riuscire ad osservare ciò che è consueto e cade sotto i nostri occhi, come se d’improvviso si rivelasse inconsueto; una pratica che richiede esercizio per l’appunto, ed esige la fuga da quelle che non sono abitudini di lettura, quanto piuttosto preferenze e punti di vista abusati. Prendiamo ad esempio Milano, la città fulcro, simbolo dell’economia, così come attecchisce nell’immaginario del lettore. Per fare un esempio di quanto la nostra terra sia stata nel decennio scorso il punto di passaggio degli immigrati, basti pensare che questo transito era labile a tal punto che per incontrare i nuovi immigrati bisognava spingersi al nord. Vedere oggi l’Italia e Milano con gli occhi di Mihai, immigrato rumeno, ci fa cogliere uno sguardo inedito, di cui non possiamo che avere bisogno, per meglio comprendere i paradossi e alcune nostre contraddizioni. Fatta questa premessa, ecco ottenuto il permesso per addentrarci nel racconto spassoso, disilluso e ironico della storia d’amore tra l’”immigrato innamorato” del titolo e una giovane ragazza milanese, padana come ripete il protagonista. Mihai Mircea Butcovan è in realtà un rumeno italianizzato, giunto in Italia all’età di ventidue anni. Non c’è punto migliore per descrivere l’ambientazione nella lingua da parte di Butcovan dei brani rap presenti nel contest di una delle scene che si approssimano alla fine del romanzo, l’autore è infatti anche un bravo poeta nella nostra lingua. La scrittura si assesta da subito su un tono ironico, ai margini del sarcasmo, si presenta come ottimo documento per copgliere quell’immagine di “Padanìa” che negli anni novanta sembrava quasi aver fornito supporti teorici alle ansie e irrazionali paure di una parte di popolazione che vedeva nell’immigrazione un pericolo, anziché una risorsa, presupposti che lasciavano il tempo che trovavano. L’”Allunaggio di un immigrato innamorato” a scanso di equivoci, pur nella descrizione delle situazioni e dei paradossi è una storia spassosa, fin dall’inizio Mihai, appena allunato, è compiacente di fronte a questo nuovo inesplorato satellite. Mihai frequenta il Moon, l’unico locale dove si è sentito subito a casa sua, forse perché nessuno gli ha fatto la radiografia appena entrato, è lì che lavora Daisy, la ragazza della quale si innamorerà. Il romanzo contiene gli stralci di una piccola storia d’amore e allo stesso tempo il seme del suo fallimento. Sono molteplici le contraddizioni, non solo italiane, che vengono evidenziate, ci sono gli immigrati che vogliono esprimere un’immagine di avvenuta realizzazione e successo, lo fanno nel modo più semplice, cioè quello di esteriorizzare. Mihai e Daisy preferiscono parlare d’altro, l’interesse di lei nei suoi confronti però è superficiale, si preoccupa della figura che potrà fare la prima volta che lo porterà a pranzo in casa sua
In sintesi: cena padana nella Grande Famiglia Padana, madre padana, padre padano, figlia padana, figlio maggiore padano, figlio minore padano, zio padano, zia padana e nipote padano, nonno padano e nonna padana. “Papà padano, esco con la mia fidanzata padana, mi dai le chiavi padane della macchina padana e la mancia padana?”
C’è la passione per la musica e la scrittura, Mihai parla di un altro Mircea, Eliade, e poi di Eugene Ionesco di cui il brano citato altri non è se non un rifacimento calato nell’assurdo contemporaneo, reale, e quindi ancora più sfacciatamente assurdo. Sarà proprio la sottile di questo effetto straniato/stralunato a rendere la cifra costante di questo romanzo, la cui postfazione è affidata a Mia Lecomte, che è anche curatrice di Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano (Firenze, 2006).

“Allunaggio di un immigrato innamorato” di Mihai Mircea Butcovan
Lune Nuove 121, pp. 109, €10,00

About that New Thing


Notte di un giorno che si approssima al Natale. Macchine in strada per fare compere all’impazzata, suoni di clacson, trombe. New Thing è nelle librerie da mesi. Divorare libri e pensarci continuamente, ritornare alla struttura dell’opera, pensare di scriverci sopra qualcosa che somigli ad una recensione, un’impresa (se così posso chiamarla) che posso affrontare a distanza non più ravvicinata dall’uscita del libro di Wu Ming 1, in una notte che mi vede in casa, sul letto, quasi sul punto di prendere sonno. In televisione stanno dando Android, un film con Klaus Kinski, di certo non uno dei film che preferisco, ma preferisco dei film in particolare?

Il film comincia con l’inquadratura di un foglio da disegno, un progetto o forse l’architettura di un’astronave, no, si tratta di un progetto, il progetto “Cassandra”, lo scienziato è nei paraggi della soluzione, siamo nel 2036, il picchiettare senza sosta delle dita sul tavolo ricorda quello delle dita sulle corde di un contrabbasso. In quell’anno (2036) i personaggi di New Thing non esistono più, forse. Osservando l’inizio di questo film, tassello della carriera superbamente senza coordinazione di Klaus Kinski mi accorgo che a volte apprezzo meglio i libri che leggo, quando li paragono a quelli che non mi piacciono, non è il caso. Klaus, e mi viene in mente KK, e poi KKK, un film che mi fecero vedere ad un’assemblea di istituto, Mississipi Burning. Ma perché mi vengono in mente dei film? Questo romanzo, ad un film, ci somiglia. Se allora avessi veduto la versione in lingua del film in questione avrei sentito pronunciare più volte la parola “nigger”. Da bambino “negro” non si diceva, mia madre mi aveva detto così. Non ne avevo mai visti, soltanto in televisione, oppure d’estate al mare, ma anche quando li incontravo sotto la pineta per me erano quelli da cui compravo orologi con le suonerie, che poi puntualmente scassavo, oggi non porto più l’orologio.
Nei “titoli di coda”, sezione che compare sempre nei romanzi di Wu Ming, c’è un appunto a riguardo. Si pensa che i titoli di coda non abbiano importanza, che siano giusto una forma di saluto, invece leggendoli si capiscono le ragioni che hanno portato ad affrontare un tema seguendo la direzione che ci siamo voluti dare. Per parlare di un nero oggi si dice “una persona di colore”, però mi accorgo che quando mio padre che è in pensione dice questa parola non lo fa con cattiveria, perché nella sua mente non ancora in pensione il politically correct non ha fatto in tempo ad attecchire. Quindi se voglio sentirla pronunciare da qualcuno come se fosse “nigger”, devo necessariamente fare fede a mio padre. Ciò mi fa trarre una conclusione da New Thing, ovvero che si tratta di un romanzo in cui l’impianto da documentario si esplica con mezzi che trascendono l’utilizzo che se ne fa normalmente, e che la scrittura di quest’opera racchiude una sfida, cerca di fare i conti con un pensiero che è anche un pensiero sulla lingua. Scrivere significa produrre narrazione e far fare un passo avanti alla sperimentazione e all’utilizzo dei vocaboli, o un passo indietro, come nel caso della traduzione di “nigger”. Mi viene in mente un articolo sull’utilizzo della locuzione “valore simbolico”. C’è bisogno di fare chiarezza sulle parole, c’è bisogno di narrazioni come il romanzo di cui sto scrivendo, opere che mettano in discussione gli epicentri della narrazione. Si può scrivere sperimentando un linguaggio che parli di diversità senza il rischio di non narrare scorrevolmente e tenendo la tensione a mille. La presenza della tensione è un merito dei romanzi e dei “momenti” della scrittura di Wu Ming, che rintraccio anche negli articoli, nei racconti, nei saggi che questo gruppo di narratori mette in condivisione. Quanto più ci avviciniamo alla fine della lettura, quanto più i nodi vengono al pettine, ci accorgiamo della presenza di una persona che è dietro all’esecuzione degli omicidi, senza averne la memoria. La “cosa” del tempo futuro fa posto alla “cosa” del tempo passato, il tempo presente languisce sotto i colpi di una pistola, entrando nell’oblio e appoggiandosi come polvere sui mobili. La musica e l’arte diventano ragioni di riscatto sociale possibile, dopo la battaglia questa lotta si sposta altrove.
Forse perché questa notte non riesco a prendere sonno, si avvicina la fine del 2004, sono a letto e non riesco a crollare, cambio canale, RaiTre, repertorio, un’orchestra sta suonando, Cappella degli Scrovegni, Padova, sotto il mio appartamento comincio a sentire un rumore, sembra quasi di ascoltare un tamburo percosso da una bacchetta, è colpa del muro che attutisce i rumori, il ritmo aumenta sempre di più, oggi non dormirò, scrivo, è meglio così, il regista del concerto è niente di meno che Olmi, si sprecano le inquadrature, il direttore d’orchestra, particolari di strumenti, le dita sulla tastiera del pianoforte, immagini che si spezzettano per ricomporsi sugli affreschi, lo stridere di un flauto che fa il controcanto ad un’immagine piuttosto che ad un viso, non c’era movimento che non provenisse dalle pitture di Giotto che affollano l’edificio; il dinamismo è quello delle due dimensioni che diventano tre grazie al colore blu, lo spazio e lo spessore erompono dal suono della musica, come accade in New Thing, dove le parti del romanzo sono costruite per frammenti, scene, sezioni, percorsi che evolvono in parallelo e poi si ricongiungono attraversando più tempi. Le scene sono lì, l’edificio nel quale si trovano queste pitture è un pretesto perché si esprima la maturità di Giotto. Allo stesso modo in cui anche New York è un pretesto. La pittura di Giotto era la narrazione di allora, parte che si connettava ad un discorso sull’architettura e l’edificio che la conteneva.
La narrazione di oggi riuscirà a rendere l’unità dal frammento, dalla testimonianza su nastro, dai ricordi di musicisti che adesso hanno qualche anno in più? Secondo me sì. Entrando in New Thing ci accorgiamo subito di come Wu Ming 1 disponga frammento per frammento una vicenda che altrimenti sarebbe senza soluzione, con un linguaggio cui questo romanzo fa da stele di Rosetta nell’interpretazione delle vicende di Sonia Langmut, e, insieme a lei, dei personaggi.
La cosa che mi ho in mente di più, alla fine della lettura del libro, è lo swing. Mesi fa lessi un articolo sulle “Pantere Nere”, andai a visitare il sito (dove si parlava, ad esempio, della forma di assistenza sviluppata tra gli abitanti del quartiere), ci arrivai tramite link da wumingfoundation, materiali di lavorazione, bibliografia in corso d’opera, dopo il romanzo, resta, il melodiare di Coltrane, il rap nella sala di un barbiere, un suono, un riverbero, un sapore, questo romanzo non appartiene ad un genere. La batteria comincia subito a suonare, dall’inizio, in realtà lo strumento che suona è la voce, sottoforma di canto. Una chiave di lettura per il romanzo potrebbe essere: lo scontro del passato con il presente. Nella categoria del passato possiamo infilarci senza sbagliare: la musica e la comunicazione. La sregolatezza che espande i limiti, (e mi viene in mente A Love Supreme), ed il sassofono portato all’estremo delle potenzialità e degli hertz, mi viene in mente il registratore di Sonia Langmut, la polizia che ha dei dubbi sul da farsi per risolvere i casi di uccisione che si presentano nel corso della narrazione, i testimoni parlano ma non vengono ascoltati e nel frattempo c’è questa ragazzina che raccoglie “testimonianze” da una fetta di mondo che sta cambiando.
Il rumore sotto la camera da letto dove vorrei dormire intanto aumenta di ritmo, adesso mi sembra di ascoltare una grancassa, qualcuno ha deciso di festeggiare l’approssimarsi del natale, nella notte, facendo l’amore. Non me ne sarei mai accorto se non avessi spento il televisore e non fossi rimasto a leggere. In New Thing accade qualcosa che mi ricorda la situazione di stasera, soltanto che nella scena nel romanzo l’uomo dei fantasmi è alle prese con il frastuono di un aspirapolvere che come risultato darà pulizia, mentre qui sotto al limite come risultato otterranno la produzione di secrezioni bianchicce, qualcosa che somiglierà per aspetto allo zibetto, meno profumato del muscone e avvolto da un odore che ricorderà il lattice.
Hanno finito. Forse no. Forse stanno continuando a fare l’amore però adesso i movimenti dei corpi qui sotto imitano il mantice che si utilizza per ravvivare il fuoco, gli scricchiolii del letto prima ricordavano lo stridere di un violino mentre adesso siamo tornati alla norma, posso alzare il volume del televisore, fine di Ermanno Olmi, inizio di Alberto Sordi, “gorilla k2 della international security ai comandi prego”…, stasera proprio no, suona il gong, ora posso dormire.

pubblicato su Carmilla

Ritratto dell’artista da giovane. Artista e intellettuale nella società temporanea.


[1] Nell’affrontare un tema così vasto bisogna avere presenti diversi piani e mescolarli tra loro ammettendo onestamente l’impossibilità di raccogliere in poco spazio un’incredibile collezione di pensieri a riguardo di quest’argomento. Quanto maggiore è l’ampiezza di campo della traccia tanto maggiore e proporzionale è il desiderio di ascrivere il discorso alla mia esperienza personale.
Un discorso infatti che rimanesse legato ai tre concetti di ruolo, intellettuale e società, può darsi solo in un tempo ed un luogo storicamente dati, nell’ambito di un excursus storico, che comunque, per quanto ‘passato’, apparterrebbe ad una ‘contemporaneità’ altra. Quale, ad esempio, il ruolo dell’intellettuale e artista ebreo nella società viennese tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento?

[2] Non si dà intellettuale senza contemporaneità. Non si danno costruzioni dell’intelletto che non siano ancorate ben salde alle loro origini pulsanti, i nervi, il cervello, la vita di ogni giorno nelle costruzioni che prima di essere pensiero sono vita.

[3] Ecco perché in questo intervento non potrò scindere il mio vissuto personale di aspirante scrittore in Salento. Gli ultimi anni, qui in Puglia, hanno veduto una crescita di tutti i movimenti che sono legati sotto ogni aspetto alla scrittura. Una critica di superficie (non superficiale) desume questo fenomeno da un’accresciuta visibilità nazionale che hanno ricevuto questi luoghi. Questo processo sarebbe quindi figlio di una deriva mediatica e la letteratura raccoglierebbe le briciole di un banchetto al cui tavolo hanno già abbondantemente mangiato altri attori sociali di ruolo.

[4] La figura dell’intellettuale, avulsa dalla vita reale e gettata nel circo dei media rischia di essere confusa con quella del tuttologo. Un nome che deve comparire/apparire e comparendo si accompagna ad una qualifica, rende vano ogni tentativo di fuga dalle catalogazioni. Il tuttologo non può essere sfuggente. Tuttavia, ancora oggi, sembra che la categoria dell’intellettuale sia una metacategoria, nella quale lo scrittore, il filosofo e il poeta cadono in modo quasi ovvio. Il problema sorge quando in questa categoria, per fare numero e sopperire ad una momentanea carenza di tuttologi, viene archiviato chi ‘fa’ lo scrittore, ‘fa’ il poeta, ‘fa’ il filosofo.

[5] L’intellettuale deve esprimere la sua opinione anche quando non è richiesta.

[6] Gli ostacoli che si frappongono tra l’intellettuale e la società sono differenti e si moltiplicano se l’intellettuale è giovane. Lavoro, occupazione, arte, difficilmente riescono ad essere in accordo.

[7] Oppure, situazione ancora più confusa, si può essere scambiati per intellettuali solo per aver scelto di occuparsi di un determinato numero di argomenti con la scrittura. La forza di un intellettuale, nei confronti della società, dovrebbe essere mutuata da un carattere sporadico, dal riuscire a non affezionarsi troppo ad un modo, ad un veicolo, ad un apparato di metodi e metodologie. Il che non significa che l’intellettuale artista debba costantemente mutare le proprie idee, sono le sue strategie che devono continuamente adattarsi al mutamento come condizione.

[8] L’intellettuale, così, potrà essere un disadattato; ogni suo adattamento ad una condizione segna il momentaneo arresto della sua maturazione di ruolo, il suo ruolo di intellettuale scade in funzionalità cerebrale.

[9] Condizione essenziale affinché l’intelletto possa esprimere e filtrare la conoscenza per poi creare nuovi tasselli di conoscenza è la libertà. La libertà di espressione non è però da intendersi come libertà di parola su un tema piuttosto che un altro quanto nella sicurezza di poter disporre e vivere nelle migliori condizioni in cui la libertà possa essere esercitata. L’intellettuale che fa i conti con la società fa inevitabilmente i conti con l’economia. Il passaggio da un’economia della sopravvivenza ad un’economia dell’esistenza possibile è necessario, fondamentale. Per il momento mi considero intellettuale e artista nella misura in cui tento, attraverso la scrittura, di comunicare delle idee, e quindi di ricambiare con idee le idee che ricevo ogni giorno, vivendo la contemporaneità della mia contingenza. Mi piacerebbe essere di supporto e aiuto a chi magari le idee le possiede ugualmente ma non vive nelle condizioni di esprimerle.

[10] Negli input per la stesura di questo articolo c’era la posizione di J. P. Sartre dove si accennava alla figura dell’artista come parassita della società, è inevitabile che questo rimanga uno spunto. Per cominciare, è chiaro che una posizione antitetica a quella sartriana presuppone che la presenza di intellettuali costituisca un patrimonio comune. Di recente si è riaperto il dibattito sulla possibilità della scrittura dal fronte ‘meridionale’. A questo proposito mi sembra interessante segnalare i due interventi che aprono l’antologia Best Off, edita da Minimumfax, e curata da Antonio Pascale. Gli interventi/racconti/reportage di Maurizio Braucci e di Roberto Saviano toccano argomenti di spinosa attualità in modo dettagliato, e, senza mezzi termini, affrontano una delle tante realtà del sud Italia, quella di Napoli. Quello di cui si ha l’impressione è che non si possa parlare, per grandi linee, di problematica della scrittura su questi argomenti, quanto di problematiche delle scritture. Lo scrittore, l’artista, dovrebbe essere in grado di ricevere gli stimoli dal territorio in cui opera, riuscendo ad individuare un veicolo che sia il più diretto possibile per l’espressione di questi stimoli. È difficile parlare di un sud perché di sud ne esistono tanti. La città in cui vivo, Lecce, grazie alla sua università, è divenuta un polo di attrazione non indifferente. Una recente statistica diffusa da tutti i quotidiani, dimostrava come la percentuale dei laureati effettivi sul numero degli iscritti sia comunque bassa. Deve necessariamente esistere un anello della catena in cui alcune premesse non vengono mantenute. Il centro della città diviene una cittadella universitaria, vengono costruite nuove sedi, periodicamente per alcune facoltà si presenta il problema della mancanza di aule, le sedi vengono diffuse sul territorio. In sostanza si crea un indotto economico che coinvolge la città, per la costruzione di nuove strade, l’adeguamento delle infrastrutture e degli appartamenti, l’università che è un cantiere aperto trecentosessantacinque giorni all’anno. Tutto ciò non ha una ricaduta diretta sulla formazione delle ‘risorse umane’. L’economia riesce a risucchiare la vita per poi espellerla. Se l’economia funziona allora non sembrano esserci problemi, gli investimenti vengono fatti fruttare, i fondi stanziati vengono messi in circolazione, il numero dei laureati non aumenta in modo vertiginoso. “Una società che crede nel futuro delle proprie risorse intellettuali non può non investire concretamente in esse” questo aforisma sarà passato sulla bocca di diversi esponenti della società, della cultura, dell’economia e della politica.
Le risorse intellettuali sono persone. Il giovane intellettuale e artista deve maturare in assoluta libertà di mezzi. Gli intellettuali e gli artisti che ho modo di frequentare quotidianamente appartengono alla categoria degli intellettuali della società temporanea, la loro formazione è prevalentemente umanistica, la laurea, se c’è, è ottenuta con i massimi voti, lo sbocco sul mercato del lavoro è difficilissimo. Ne consegue che riuscire a studiare, scrivere e intervenire con azioni in un dibattito che ambisca ad ottenere un riconoscimento del dialogo continuo con l’esterno, diviene una lotta quotidiana. C’è un’altra categoria, cui appartiene una schiera di scrittori, tra i trenta e cinquanta anni sempre in Salento, e cioè la categoria degli intellettuali e artisti insegnanti. La loro condizione è apparentemente più felice perché meno afflitta da problemi economici e il tempo libero di cui dispongono permetterebbe loro di dedicarsi di più alla scrittura e alle attività di operatori culturali, cosa che in parte accade. In effetti è impossibile ridurre un fenomeno così complesso a due semplici categorie. Esistono operatori culturali che organizzano eventi culturali con un minimo dispendio economico e un massimo dispendio di energie, inizialmente senza il supporto delle amministrazioni, che giungono a patrocinare economicamente un’iniziativa quando questa è già divenuta un evento culturale. Esistono situazioni di confine, compagnie che vanno a fare teatro e veicolano discorsi nelle scuole di periferia. A volte il sostegno economico che un’amministrazione può fornire è così basso da risultare quasi imbarazzante e, naturalmente, tra gli artisti e gli intellettuali si crea un cortocircuito che fa perdere di vista ogni nobile ragione intellettuale e fa pensare unicamente in termini di concorrenza sul territorio.

[11] La cultura, in Salento, è resistente. Si producevano interventi e dibattiti venti anni fa, dopo che la stagione poetica dei Comi, Bodini e Pagano si era conclusa, in luoghi e occasioni che non erano ancora collocati in un immaginario collettivo. Il fenomeno più interessante, a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta, è forse costituito dal fatto che buona parte della produzione intellettuale e forse alcuni degli stimoli più interessanti, sono provenuti da persone che non lavoravano nell’Università, il che vuol dire che è possibile avviare discorsi dotati di senso anche al di fuori dell’ambito accademico, magari (come succede di recente nell’organizzazione di convegni) riuscendo ad affiancare questi due modelli e questi ambiti differenti (e persone) di provenienza. La cultura oltre che ad essere resistente non è cultura del sottosuolo, importante in proposito dovrebbe essere un processo di apertura degli archivi, catalogazione delle carte, approfondimento storico di quanto è accaduto in letteratura, opposto ad un processo di costruzione degli altari ed estenuazione di nomi sempre identici, il che vuol dire, in una parola, aprire gli innumerevoli ‘fondi’ prima che se ne smarriscano le chiavi.

[12] Al termine della stesura di questi appunti è come se avessi dimenticato qualcosa, mi sento come se non fossi riuscito ad esprimere nella totalità quello che avevo in mente. Ne approfitto per suggerire la lettura di un articolo, che ho scritto nello scorso mese di marzo e ho pubblicato sulla nostra rivista (trova qui), ne approfitto semplicemente perché il sottotitolo di quell’intervento era “Le ragioni del lavoro intellettuale” e mi sembra che alcuni temi che non ho affrontato in questa sede, non sono stati affrontati per non dare una replica degli stessi. Era impossibile, lo sapevo, parlare di intellettuale e società, un argomento davvero ampio. Da questi frammenti traggo un possibile bilancio; difficilmente l’intellettuale o l’artista potranno essere solo intellettuali o solo artisti, il mondo in cui viviamo non ci permette di occupare lo spazio come ipostasi o epifanie; altrettanto difficile è pensare che il percorso formativo possa essere racchiuso all’interno dell’università e dei corsi di specializzazione. Questo soggetto così difficilmente proponibile, così evanescente come l’intellettuale, deve essere in grado di comprendere ed agire nel mondo, anche nel mondo del lavoro, per non esserne fagocitato o assommato a scrittore di contenuti, non più attore sociale, utile solo a riempire delle caselle rimaste vuote.

pubblicato in “Ulisse n.4

Luci e ombre da una vita che è sogno. Su “L’oratorio della peste” di Raffaele Gorgoni


“L’oratorio della peste.” è il secondo romanzo di Raffaele Gorgoni, pubblicato dopo poco meno di due anni dal suo esordio, “Lo scriba di Casole” (sempre per i tipi di Besa Editrice). In questo nuovo romanzo, il cui sottotitolo è “Il segreto di Lecce”, la visuale si sposta, rispetto al precedente, sulla città di Lecce, che diviene il fulcro dell’intero “oratorio”, come rimarca lo stesso autore, Lecce non aveva ancora un suo romanzo, che, nelle intenzioni di Gorgoni, potrebbe essere questo. Cosa intende l’autore con questa affermazione? L’esistenza di un ‘immaginario’ letterario che va sempre più addensandosi attorno questa terra – il Salento – senza rendere conto dell’origine, se c’è stata, di un mito. Ecco quindi Raffaele Gorgoni partire da un momento ben preciso – l’anno 1656 – anno in cui la peste, dopo aver imperversato nella penisola, giunge fino alle soglie della città, che non ne viene colpita. I diversi capitoli, disposti come ‘atti’, ‘quadri’ e ‘corali’ di un ‘oratorio’, nascono per l’appunto come momenti di un dialogo corale e teatrale senza musica – così vorrebbe l’ascendenza con il genere musicale – per divenire narrazione in cui musica, suoni, colori, sono dati dalla materia linguistica assai ricca utilizzata dall’autore, in questa prova con più maestria di dosaggio rispetto al romanzo precedente. Perché la peste? La peste come regolatore sociale motivo di ripopolamento a ridosso del secolo in esame, a causa delle innumerevoli morti subite dalla popolazione nei secoli immediatamente precedenti (si contavano allora in Europa circa centomilioni di abitanti contro gli 80 del 1500). Per chi abbia letto “Lo scriba di Casole”, dove la ricerca storica e la lingua, erano fuse in un unico, che (in alcune dettagliatissime descrizioni) si sbilanciava sul prospetto del documento, ebbene, per chi abbia avuto un’impressione simile ecco che il risultato dell’Oratorio, dal punto di vista della lingua è ancora più felice, il romanzo, dopo un prologo storico nel quale l’autore apparecchia la scena del gran teatro storico, filosofico ed economico, da il seguito ad un primo capitolo dove i colori, i suoni e i sapori irrompono prepotentemente, in una tavolozza che non è dispiegata per ‘colpire’, dato che la troveremo in ogni pagina, con densità e numero di sfaccettature impressionante; non solo tramite la ricostruzione storica, ma anche grazie a questi elementi, Raffaele Gorgoni ricostruisce un’epoca. Quando la peste si arresta alle soglie della Terra d’Otranto la popolazione grida al miracolo. Ma la storia non ha oltrepassato nemmeno una cinquantina di pagine, cosa ci attende? Cosa lega le vicende di Lecce a quelle del resto d’Europa?
I personaggi di Diego, Angelina, Don Lorenzo, Don Ottavio, Don Palma, Monsignor Pappacoda, si stagliano con autonomia, soprattutto Diego, per vastità d’esperienza, oltre per il fatto di essere attore pieno e anche interprete più attento e consapevole di ciò che stiamo leggendo. Aleggia sulla narrazione l’attesa per la riunione dell’Oratorio, scena corale che muoverà e regolerà i destini dei protagonisti. C’è poi Amelia, femme savante che conosce la scherma e Cartesio, e discorre dell’horror vacui dei devoti nei confronti della rivoluzione scientifica che si sta per apparecchiare (Galileo, Torricelli, Pascal) che prima ancora è rivoluzione dei rapporti di potere.
Las Meninas – Velasquez – 1656. Il secondo atto è proprio dedicato a Diego e ai suoi viaggi e conoscenze in Europa, tra il 1647 e il 1656, Diego, “un leccese mezzo spagnolo e mezzo ebreo allevato da una vecchia cinese e da tre femmine, una francese, una tedesca e una spagnola e, per sopramercato, un vescovo. Bel futuro!”. Lo stesso protagonista, per sua ammissione, è crogiolo di razze ed estrazioni, simbolo di quel crogiolo che da secoli è stato ed è il Salento, dove è bandita, dirà un altro personaggio, ogni limpieza de sangre. In questo atto, come nel suo romanzo precedente, Raffaele Gorgoni approfitta di un itinerario nello spazio per fare compiere al lettore un viaggio nel tempo delle opere d’arte, della letteratura, dei retroscena di episodi storici cruciali, come le trattative in corso nella città di Münster. I tumulti che in quegli anni hanno visto il sollevamento del popolo, guidato da Masaniello, non arriveranno a Lecce, verranno sedati dal buon senno del Pappacoda, buon senno che ricorre come caratteristica mediatrice di questo personaggio, associabile forse a quella di un Mazzarino un po’ benevolo che tiene più alla stabilità politica di una città che alla sua ricchezza, o quanto meno che il fasto si accordi alla quiete.
Prima ancora della diffusione di una letterarietà salentina, ecco un romanzo che ne elabora una visione sistemica che non è cartolina, né immagine cristallizzata e scollegata dalla storia, a partire dalla decostruzione di miti, come quello del Barocco, che in Puglia e in Italia, parlando di Lecce, rasentano l’uso di concetti da guida turistica, e quelli soltanto. Le descrizioni della peste, così come provengono dal nord della penisola, dimostrano l’utilizzo delle fonti letterarie dirette, oltre che storie, come ad esempio il Manzoni. Il genere di partenza, quello del romanzo storico, diviene strumento per analizzare la realtà dell’oggi, sfrondandola di false sovrapposizioni, miti infondati, dicerie, turismi dell’essere, che dalla Terra d’Otranto hanno fin troppo spesso attecchito (basti pensare a quel “Castle of Otranto” di Walpole che, pur non ispirato a Otranto è libro da sempre vendutissimo in quella località), fino a quello più autorevole, quello del Barocco, nel quale l’autore riesce a trovare – con acuta osservazione su ciò che pertiene all’opera di scalpellini nel prospetto di Santa Croce – una buona dose di oscurità e tenebra che bilanciano la presenza, in questi luoghi, di così tanta luce, ben oltre alle vicende che portarono Sant’Oronzo a ‘spodestare’ Sant’Irene e divenire patrono della città. Un momento colto con maestria di narrazione, l’ultimo in cui tutta la città, insieme ai protagonisti del romanzo, al popolo e alla storia sono riusciti a specchiarsi e guardare se stessi, un’unica e un’ultima volta, come lo sguardo di Velasquez che si cattura ne Las meninas (dipinta proprio in quel 1656), che non a caso, per la sua unicità, è stato scelto da Foucault per descrivere un momento storico di transizione epistemica. Nota finale e scelta importante, quella di Raffaele Gorgoni, di dotare di un prologo ‘storico’ che consenta a chiunque di assorbire l’importanza di un anno, e di lasciare invece alle sonorità onomatopeiche di alcuni termini della lingua leccese – e non ad un glossario sterile di lemmi in ordine alfabetico – la pittura dei suoi ambienti multicolore, motivo che fa di questo romanzo il documento di un’attitudine, quella per cui si può trasmettere un dettato senza tradirlo.
Quel che ci lascia questa lettura, sta qui il merito, è la visione di un mondo, l’era è quella in cui l’Io irrompe sulla scena filosofica, questo quid composto da umori intangibili e appena accennati, sensazioni non meglio localizzate (ancora non storicamente o filologicamente localizzate) nelle opere di filosofi che aspirano alla libertà, anche religiosa degli individui. Tema che attecchisce nel racconto di quel periodo della storia di Lecce, percorsa da tutte le confessioni in quasi tutte le declinazioni che l’età moderna offriva, dall’asceta al secolare, teatini, olivetani, francescani, chiese ortodosse e bizantine, monasteri, nomi che compongono ancora oggi la storia e la geografia di una Città, qui anticipata.

I “Diecimila e cento giorni” di Claudio Martini


Claudio Martini, con “Diecimila e cento giorni” è al suo esordio di respiro, con un romanzo la cui storia abbraccia un arco di tempo di ventisette anni – i diecimila e cento giorni cui fa riferimento il titolo del romanzo – snodandosi tra l’Italia (Bologna) e il Perù, la Bolivia e poi il Nicaragua e il Kosovo. Martini aveva pubblicato (oltre ai testi inerenti il suo lavoro di psicologo) un libro di racconti e diari di viaggio, intitolato Sguardi (raggioverde edizioni, 2004); già in quella prova aveva dimostrato un’acutezza rara nel riuscire a descrivere emozioni e situazioni germinali, in maniera analitica, scrupolosa, senza risultare ridondante, una chiarezza di stile, la sua, che il lettore percepisce fin dalle prime pagine, i suoi ‘sguardi’ sono spaccati di situazioni, carati sull’oggetto, i rapporti tra uomini e donne, le storie che si incrociano e cercano di uscire dall’ambiguità per far ritorno ad una limpidezza di vita presunta o quantomeno sognata. L’esatto, nell’indagine del razionale e irrazionale, è il limite di Claudio Martini, il confine che l’autore percorre con prosa asciutt. In questo suo primo romanzo le storie si intrecciano in parallelo, un botta risposta essenziale in cui la narrazione è lo specchio dei tempi, lo scenario è la mutazione politica e sociale del nostro paese, dagli anni ’70 a oggi, con un inedito punto di vista esterno, dall’America Latina, dove la vitalità dei protagonisti ‘impegnati’ in quella zona stride con l’abulia di Riccardo, il primo personaggio che fa comparsa sulla scena del romanzo, bulimico, in piedi su una bilancia elettronica. Si badi bene, non siamo alle prese con un romanzo che approfitta di piccole storie individuali per riflettere il mutamento, la freschezza (nonostante tutto verrebbe da dire) di personaggi come Consuelo o Fatima, denotano un interesse identico per i caratteri e per il contesto. E’ difficile non immedesimarsi nei personaggi. La prima scena, come accennato, vede Riccardo, insoddisfatto della routine, pesarsi: la bilancia è implacabile, 112.4kg, metafora che certifica la pesantezza di un’esistenza che raggiungerà il suo culmine negativo a Napoli, nella stanza di un hotel di lusso, con un tentativo di suicidio ridicolo per gli esiti ma altrettanto denso di significato per gli esiti in termini di svolta esistenziale. Al termine della prima parte, dove Riccardo e Fatima saranno in osmosi, ognuno avrà fatto entrare un po’ di luce nella vita dell’altro, lei non riconosce subito l’amore, perché non sa che cosa sia, mentre lui, alleggerito, avverte al lavoro che “farà un po’ di ritardo”. Brevi scatti su storie che evolvono, cercando di mitigare l’impatto dei sentimenti e dei desideri sulla vita. Diversi gli spunti interessanti che provengono dalla professione e gli interessi di Claudio Martini, che trasfonde in uno dei personaggi (l’unico che parla in prima persona) elementi autobiografici (l’interesse per l’emancipazione politica ed economica di zone potenzialmente ricche di risorse in America Latina, l’EZLN). Emersione, Immersione, Navigazione, Approdo, i titoli delle quattro sezioni del romanzo, infine, rimandano ad una costante, quella di un ‘viaggio’ che tutti i personaggi coinvolti nella narrazione sperimenteranno su sé stessi, fino al capodanno del 1994, giorno nel quale ognuno di loro verrà colto, nel bene o nel male, in un momento di vita nel quale la scelta personale è divenuta un punto fermo, contro l’incertezza e l’instabilità della vita vissuta in precedenza.

Angelo Petrelli: farsi di un’elegia esordio.


Angelo Petrelli, dopo essere approdato nel 2003 sulle pagine di Vertigine, il periodico di letteratura curato da Rossano Astremo, ha esordito nel gennaio del 2004 su musicaos.it. Archi di tempo che potrebbero sembrare brevi come potrebbero, invece, fornire il tempo ragionevole per la riflessione sulla maturazione di un pensiero poetico, su un esordio di un poeta poco più che ventenne. Questo breve scritto raccoglie spunti di lettura, brevi annotazioni sulla densità dei testi poetici contenuti in Elegia, esordio importante dal punto di vista della produzione di Angelo Petrelli, che nel frattempo ha avuto modo di riflettere anch’egli su questi testi e meditare altre direzioni, alcune simili ai testi contenuti in questo libro, altre totalmente differenti. L’esordio di una voce reclama il suo status con prepotenza, irruzione, frattura. Nell’esordio di un poeta finiscono le poesie che hanno chiuso, a giudizio dell’autore, la fase di apprendistato necessario alla scrittura di versi. L’esordio in tal senso costituisce uno iato sul piano delle scritture possibili. Angelo Petrelli è di sicuro un (giovane) poeta. Del giovane poeta possiede una delle caratteristiche fondanti, l’incoscienza, quel sentimento che si mescola all’irruenza che i giovani coltivano al margine delle estenuanti letture, e che si concretizza nel possedere un’idea certa, un pensiero manifesto di ciò che comporta scrivere, anzi, di ciò che è la propria scrittura. E’ come se in assenza di maturità ogni giovane poeta se ne costruisse una propria da sé, e in questa si specchiasse per trovare i motivi della propria scrittura. Le poesie di Elegia dimostrano come questa prima maturità sia stata costruita e raggiunta.
Costruzione di situazioni ed ambienti che riescono ad essere delineati e sfocati insieme, delineati nella presentazione del verso, localizzati, compatti, e sfocati nell’intenzione del resoconto, fumosi, sfuggenti. C’è una tendenza, diffusa in questi versi, nell’assumere su sé i contorni dei paesaggi notturni, del tempo in cui ci si svolge come pensiero (“quando ancora buio disperavo”, “quel tempo ero da poco immaginario”). Questi modi presuppongono un estraniamento, voluto, del poeta da sé come oggetto del canto e del poeta dai suoi stessi versi. In sostanza, Angelo Petrelli, tra le varie condizioni che va via via costruendo come proprie, instaura un rapporto di supervisione del reale, supervisione che, certamente, è portatrice di un giudizio. Ciò ci fa intuire, a lato, la genesi di un carattere. Allo stesso modo l’esperienza del vissuto, amoroso elegiaco diviene oggetto di continua riflessione, dominata da costante amarezza.
Il poeta muove i suoi passi all’interno di una città, Lecce, “sonora/di dozzine di piccole orchestre/all’aperto[…]” e nella ripetizione di..di si sente il distacco nei confronti di questi luoghi, della “gente fottuta”, nell’”insidia sull’oscura/pietra”. Una città dominata dalla propria ansia di mettersi in scena, all’interno della quale si consuma il dramma del poeta, insofferente ad ogni convenzione.
Tema ricorrente è la morte, il distacco, vissuto per lo più come terrore del distacco dalla persona amata che si traduce in amara considerazione di irreparabile perdita, a prescindere che questa sia reale o puro appoggio di finzione. L’amore è questa cosa su cui si è costruito l’episodio, l’antecedente, che si risolve nei versi di Angelo Petrelli come assoluzione (“che tutta la fatica risarcirai/…/la mia soluzione”). Continuo il richiamo ad un ‘non morire’ presunto, culmine negativo di un amore epico, se con questo aggettivo traduce il sovraccarico tensionale del quale il poeta investe ogni situazione raccontata. La vita e la morte sembrano volersi scontrare in questi versi, lente di ingrandimento voltata all’indietro, sulla coscienza del poeta, che ingigantisce ogni piccolo avvenimento, fino a farlo divenire un appuntamento con il nulla, una partita di scacchi con la morte (“you are to kill me today -/(,…)/as though me drowning/within your last play”), trasformandosi da lente di ingrandimento in specchio ustorio. Questa vena sotterranea, figlia dei crepuscolari e del D’Annunzio di Alcyone affiora poche volte, ma è presente, anche tenuto conto del fatto che i riferimenti più vicini di Angelo Petrelli giungono fino alle soglie della poesia del novecento, senza sconfinare nella contemporaneità più dichiarata e qui è necessaria una precisazione: lo stile della propria poesia, la scelta di seguire alcuni suggerimenti e alcune letture, tutte queste sono le componenti che fanno un esordio differente rispetto ad un altro, e qui potremmo inserire, senza timore di inferire ai versi del Petrelli soluzioni non sue, autori come Pavese o Rilke. Sono i versi questi, dove si riconoscerà l’ordito delle letture, l’utilizzo di soluzioni culturalmente mediate, di sicuro effetto, nonostante siano esse esenti da ogni ricercatezza (“dove dolgono le mani suonare, m’è morta tutta/intorno la risposta”, “noi tale fu la voglia che un’invenzione, et forma d’una fredda”). E’ nell’apparente tortuosità di certe soluzioni che vanno rinvenute le tracce di influenze letterarie. A proposito dell’idea di soluzione, va aggiunto che proprio in contrapposizione di questo discorso poetico, la cui dominante cromatica è il nero, nel testo che da il titolo a tutta quanta la raccolta è contenuta la soluzione, il perché di una luce assente a questi versi.
In questi versi si delinea la forma di una religiosità aliena da ogni divino, se non come simulacro di parole (“nel nome del suo nome”, “da Dio stesso capirò la storia ridicola/della genesi[..]”,”la breve croce”), non v’è alcun conflitto con il divino, che non si pone in alcun modo come alter nel discorso poetico di Angelo Petrelli, chiuso tra il sé del poeta, con se stesso, e la donna alimento d’elegia.
Rien Nul è la silloge, all’interno di Elegia, nella quale si ritaglia lo spazio di un breve canzoniere, il cui pretesto è dato da una relazione d’amore interrotta. Va notato che Angelo Petrelli riesce a non incappare in un errore comune agli esordienti, quello cioè di riempire con filosofemi le proprie poesie. Il suo non può certo dirsi un dialogo a due voci. Il poeta prende spunto da quanto accaduto con la sua (reale e distante) interlocutrice, per ri-versare in poesia l’astio nei confronti delle convenzioni sociali e dell’amore concluso. Queste poesie sono dense del rimpianto di ciò che è stato, al punto che per brevi attimi l’aderenza tra l’immagine di sé che il poeta ha costruito in altri luoghi della raccolta cede il passo all’immagine reale, all’autore in carne ed ossa, carico del suo vissuto sentimentale ed emotivo. Certo, la bravura dell’autore consiste nel non cedere il passo ad alcun sentimentalismo, nonostante uno scarto linguistico evidente. La realtà diviene esploso dell’intimità (“[…] come/alla finestra ansiosa, pronta”), fino a tendersi in forme volutamente piane (“giocavamo all’amore senza/fuggire – e sincero ti chiesi/puerile d’amarmi per sempre,…”). Se in questo verso non ci fosse stato quel “puerile” difficilmente avremmo potuto considerare seriamente come poesia il resto della costruzione. Qui si riconnette, semplicemente, la condizione biografica da cui la silloge è scaturita, il poeta, almeno in ciò che gli compete, i versi, cerca di recuperare lo scarto sulla vita vissuta, terreno sul quale l’interlocutrice (assente) si è dimostrata sicuramente più abile.
Il tempo, in Rien Nul è luogo della disfatta, nel quale si consuma l’amarezza del vivere il leit motiv del “ho ingoiato” come quello delle ripetute negazioni: “[…] tutto l’amaro/che non importa deve essere una/via del cuore”, “[…] il tempo/feroce che non finisce” e ancora “[…] del giorno che pensai/un domani e l’avevo già visto”
Il poeta si assesta nel mezzo del tempo con forme di completa di negazione, “non posso più credere” diviene, in sostanza, la formula di queste poesie. Il poeta non può “morire tra le tue braccia”. La silloge si chiude, nuovamente come si era aperta, su quell’”amaro”, altra chiave di questa sezione di versi.
Si è parlato dello specchio che viene costruito utilizzando i richiami ad esperienze poetiche complete (Thomas, Celan), in alcuni luoghi il poeta sembra disporre di mezzi inaspettati, basti leggere questa strofa, una delle più riuscite e che vale la pena di riportare:

Mi lamento per ogni grazia ricevuta
perché la breve croce sotto muta – la donna
che sembra disciolta nel mio seme
è donna perché mi cresca come radice
assai più profonda del mio cancro
di questo Dio dal cuore troppo inesauribile.

Ma c’è un altro elemento che affiora da questi versi, sia che esso voglia solversi in un estetismo reiterato e onirico, con l’utilizzo di immagini prese dalla poesia macabra, con riferimenti chiari a Baudelaire, dove il macabro è inteso come autocompiacimento nell’osservazione del male, della cattività generata dal distacco e dalla perdita, miste ad un’ammirazione della propria, crescente, angoscia. Questa influenza, che può ascriversi a buona parte della raccolta, costituisce un elemento dal quale, il lento distacco è già presente nell’ultima produzione di Angelo Petrelli. Avere posto il proprio io e la propria esperienza al centro di tutte le tematiche di questa raccolta è il motivo per cui Elegia, nell’equilibrio degli elementi fin qui esposti, si presenta come esordio notevole. La città, le persone, Dio, sono figure lontane, fanno da sfondo; la morte, il distacco, l’amore, anche se a volte tradito da un amore di sé più spiccato, sono tutte sfaccettature di un unico piano.
Cosa resta dunque, al termine della lettura di questa raccolta? La prima domanda, legittima, è quella relativa al titolo/genere scelto dall’autore per il suo esordio, un’indicazione chiara. Elegia, se intesa come ‘lamento funebre’ in senso lato, non sostiene nel caso di Angelo Petrelli una poesia che centra il proprio fulcro sul tema della morte. Rifiuto dell’eros d’essere elegia può forse voler significare il contrario, l’eros, in tal senso, può salvarsi, può essere la variabile che non dipende da tutto quanto detto riguardo l’angoscia, il desiderio di non morire, l’amarezza dell’esistenza. E’ proprio l’ansia di elegia, “questa mia sete d’angoscia t’ha fatto morire”.
Angelo Petrelli riesce, riesce nel tentativo di non affrontare le tematiche dell’amore e del distacco senza essere scontato, si pensi ad esempio alla breve sezione intitolata Death and love song, il cui titolo potrebbe essere tranquillamente posto come sottotitolo ad Elegia.
Riesce, nonostante la giovanissima età, a non essere affetto da giovanilismo del verso, e quindi a poter interloquire con la materia che si è scelta senza soccombere ad essa.
Quello che adesso necessitano, le poesie qui contenute è il dialogo con i lettori.
Certo, è presto per cogliere tutte le coordinate di questo esordio. Una nuova silloge, già in lavorazione racchiude ulteriori soluzioni a questi quesiti e questa introduzione sarebbe capziosa ed ingannevole se non fosse riuscita a racchiudere, anche marginalmente, quanto c’è di Angelo Petrelli in Elegia.

Pubblico in questo post l’introduzione scritta per i versi di Elegia, l’esordio di Angelo Petrelli; il volume, edito da Besa Editrice nella collana Poet Bar, diretta da Mauro Marino, contiene inoltre interventi di Michelangelo Zizzi, Giuliana Coppola e Serena Mauro.

Elegia, Angelo Petrelli, euro 5,00, pp. 48.

Gli “Sguardi” di Claudio Martini


Claudio Martini compirà cinquanta anni tra tre settimane, gestisce i progetti di valutazione della qualità dei servizi tossicodipendenze presso la ASL n°3 di Torino, nella nota riportata qui sopra potrete leggere altre informazioni biografiche sulla sua (densità) di vita. Claudio Martini è uno scrittore, la sua scrittura e le sue modalità di espressione artistica non sono disgiunte dalla sua presenza sulla rete, il suo sito personale ospita racconti, spunti e riflessioni; lo pseudo-nimo che ha scelto è writer, dove con write si deve intende chi scrive sui muri.
Il suo ultimo libro ‘Sguardi’ è uscito con Raggio Verde, la casa editrice leccese legata all’omonima associazione artistico-culturale, dalla quale sono emersi alcuni dei talenti della scena nazionale e salentina, un luogo dove si sono organizzati centinaia di eventi.
Cominciamo parlando di ‘Solitudine’, uno dei racconti contenuti nella seconda parte del libro, intitolata ‘Ordinarie Patologie’. Un vecchio professore di filosofia accarezza il sogno di (ri)scrivere in un libro (al massimo di mille pagine) la storia del mondo, una storia apocrifa che parta da Atlantide e arrivi ai giorni nostri. La scrittura dovrà essere fantasiosa ma realistica, supportata da valide (seppure inventate) documentazioni; la riscrittura della storia si arresta non appena il professore giunge alle soglie della modernità, all’invenzione della stampa e al 1476. Claudio Martini costruisce e annienta nel giro di poche pagine un mondo compiuto. Il suo personaggio si ripega su se stesso, il mondo cui vorrebbe dare una nuova storia non gli piace, sprofonda in una solitudine che gli da un breve sollievo, “anche le energie investite (che noi chiamiamo impropriamente emozioni o affetti) sono rette da leggi idraucliche, da una meccanica di apertura e chiusura simile a quella di un rubinetto che regola il volume dell’acqua […] Se io aiuto qualcuno, lo faccio in base ad un calcolo preciso, ad un’equazione matematica. Assecondare le sue richieste è meno faticoso, che negarle”.
Nella scrittura di Martini si avverte un senso profondo del cinismo, un ciniscmo dettato da constatazioni minuziose e realistiche della vita quotidiana. Nella seconda ‘patologia’ Martini scrive il discorso di uno scrittore che è in procinto di ritirare il Nobel per la letteratura, creando un distacco e una sorpresa tra quello che c’è prima (ferree considerazioni morali sulla necessità del mantenimento di un ordine costituito), e il dopo (scoprire che queste considerazioni sono il frutto di una mente che in teoria dovrebbe essere illuminata da un pluralismo culturale), al di là di ogni paragone, per rendere più facile l’esempio, sembra di ascoltare Celine mentre sta per andare a ritirare l’ambito riconoscimento.
Questo è uno dei modi utilizzati da Martini per creare disagio e sorpresa nel lettore, presentare meticolosamente una situazione, per poi farci crollare addosso il suo esatto opposto.
La prosa di “Sguardi” è limpida, senza pesantezze né compiacimenti, scorre veloce e al termine di ogni racconto ci lascia una domanda, vaga, terrificante; se le prime due storie possono essere frutto di fantasia su cui si innestano pensieri reali, in “Flame Sperimentale” siamo a contatto con la più cruda realtà, una chat erotica, pretesto per un rapporto a tre, una lei e due lui, il protagonista diviene succube psicologico del suo ‘maestro’ di giochi, i tre si perdono di vista, lo ‘sguardo’ dell’autore è vigile, l’incontro del protagonista con il suo ‘maestro’: “Cammina insieme ad una ragazza alta e bella, parlano con tranquillità ed indolenza”.
Questi “Sguardi” sono l’esatto contrario, il ciniscmo è dettato dalla partecipazione e non dall’indifferenza. Il racconto è costruito in due movimenti, nella conclusione del secondo Flame viene approfondita la vicenda del ‘gioco’, naturalmente con finale a sorpresa. Uno dei temi che affiorano più spesso è l’attrito tra l’uomo e la città, descritto con spietatezza, il ritmo che va mantenuto per affrontare la giornata, le mille contraddizioni che nascono nella mente, perché i protagonisti di Martini è come se non agissero, bensì ‘svolgessere’, secondo un principio morale dettato dall’ineluttabilità di una vita che non piace. Questa sezione del testo si contrappone alla prima, dove l’Autore fa un resoconto di luoghi (Lisbona, Praga, Edimburgo, Torino, Fez, L’Avana, Stann Creek, Città del Messico), viaggi, incontri ed esperienze. La vividezza dei suoi incontri fa da contrappeso alla spietatezza del mondo descritta nelle due parti seguenti.
C’è un racconto, ‘L’odio’, che racchiude gli atteggiamenti del personaggio nei confronti della realtà. Lo stesso accade nella terza ed ultima sezione, intitolata “Frammenti”, dove Martini conduce una disamina delle ‘repulsioni’. Un gioco ed una narrazione che risulterebbero sfiancanti se non condotti, come fa l’Autore, con precisione nella ingua e misura nel dosaggio degli effetti, la prosa di Martini non è mai superflua, si gioca sullo spiazzamento, sulla presentazione di ‘orrendi’ luoghi comuni, nei quali irrompe uno scarto ‘sorprendente’, un deragliamento finale. In ciò alcuni momenti di ‘Sguardi’ ricordano la prosa dell’esistenzialismo colto nei suoi esperimenti meno noti e più cerebrali (vedi “Il solitario” di Ionesco o i primi romanzi di Gombrowicz).

Claudio Martini nasce a Taranto il 28 Gennaio del 1954. La sua famiglia si trasferisce a Torino nel 1956. Si laurea in Psicologia Clinica, presso l’Università “La Sapienza” di Roma nel 1976, con 110/110 e lode.
Tra il 1978 ed il 1979 lavora come psicologo nel servizio socio-psico-pedagogico rivolti ai minori disabili presso l’Unità Sanitaria del Casentino (Arezzo).
A 26 anni si trasferisce in America Latina dove, tra il 1981 ed il 1984, assume il ruolo di coordinatore della ricerca e docente ordinario di Psicologia dello Sviluppo, Consulenza Educativa e Metodologia della Ricerca Psicologica nella Facoltà di Psicologia della Università di Guanajuato (Messico). Tra il 1984 ed il 1986 entra nella Direzione Generale del Ministero della Pubblica Istruzione del Messico, come ricercatore nel campo della psico-matematica.
Nel 1986 rientra in Italia e fino al 1993 svolge attività di ricerca, formazione e supervisione con una pluralità di organizzazioni ed istituzioni, tra le quali occorre menzionare il Comune di Torino, le cooperative di servizio alla persona di Torino e Collegno, la Asl 24 di Collegno, i C.E.M.E.A di Torino, il Centro per l’Educazione di Torino. Nel 1999 ottiene il Master in “Metodologie Epidemiologiche applicate alle Tossicodipendenze” presso l’Osservatorio Epidemiologico della Regione Lazio.

Claudio Martini – Sguardi – Il Raggio Verde Edizioni – Aprile 2004, pp. 120, prezzo € 10,00, raggioverde_lecce@hotmail.com, clicca qui per il sito

Neuropa, Gillioz, orbis tertius.


All’inizio il nulla. Prima che la pagina sia aperta. Neuropa. Poi la genesi, la genesi di IO, tramite indizi, ricordi, citazioni. Ma IO può permettersi di essere tale? La nascita della coscienza, non più solo DIO, pneuma che soffia il comando alla mente, ma IO. A colloquio con il padre, con il prete. Ricordi. Da subito la scrittura di Neuropa si crea come la ‘lingua’ di Neuropa. IO tenta di compiere buone azioni, non importa che siano geocentristi o eliocentristi, l’importante è ricordarsi di essere buoni…una parola! Più facile a dirsi. Neuropa è un romanzo inedito, definito dal suo autore, Gillioz (Gianluca Gigliozzi) ‘poema epicomico in prosa’, dalla lettura risulterà essere, anche, un romanzo filosofico. Un lavoro estenuante condotto sulla coscienza e sulla lingua, passando attraverso il pensiero filosofico e i dilemmi della storia, tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo, a cavallo di Francia, Spagna, Germania, Italia e Inghilterra. Il tempo impiegato è sicuramente giustificato dal lavorio condotto sulla lingua, estenuato con leggerezza in ogni pagina di quest’opera. Ecco perché, forse, Neuropa merita di essere chiamato poema, nonostante durante la lettura venga in mente un richiamo costante al teatro del mondo, le scene/paragrafi infatti vengono presentati come quadri, situazioni, ai quali si aggiungono i resoconti, i documenti, le lettere che IO semina attraverso i secoli. IO si trova rinchiuso nella ‘montagna’ della Bastiglia, a dividere lo spazio della cella insieme al marchese (Sade), la lingua si fa genetica dello spazio e del tempo, altri indizi, altri luoghi, Sade che gli propone di diventare l’Attore delle sue opere. La confidenza tra i due, malgrado lo scorno di Sade che non vede in IO un interprete consono, è amichevole, IO propone a Sade di raccontare una trama nuova, la sua storia, dove c’è tutto ‘dettagli, teogonie, domande, visioni’. Un’opera, questa, che si costruisce con un susseguirsi spontaneo di genesi, prima la genesi dell’IO, in seguito una genesi dell’opera, che nasce dall’abisso del terrore storico ‘perché dal vuoto si possa ripartire’; questo percorso di genesi va al passo con la descrizione della scena, bisogna che la lingua, una volta riacquisita la propria verginità di accordo con le cose cominci a raccontare, proprio dall’inizio, dalla ‘creazione’.
Obiettivo di questa narrazione, dare ‘senso, spessore, corposità’ alla parola LIBERTA’ ed alla coscienza, un compito così alto e nobile da richiedere l’intervento del Divino (Marchese) e non solo. L’autore decide di cominciare, dopo questo prologo, a narrare le vicende a partire dal 1671, Anno del Signore, Spagna. IO viene allontanato dalla Facoltà di Teologia di Tolosa, in Francia, ed inviato in pellegrinaggio riparatore a Santiago de Compostela. Dopodichè davanti ai nostri occhi scorrono le persone, i secoli, i pensieri e le vicende che hanno tormentato il vecchio continente. Il pellegrinare di IO continuerà a svolgersi attraverso due linee discontinue, quella spaziale e quella temporale, per tutto il corso della vicenda.
Nella narrazione la presenza costante della natura, sottoforma di tassonomia vegetale che viene dispiegata riconducendo così IO al mondo, il soggetto al circostante. Le dispute religiose, i mondi possibili, Leibniz l’unno vs. Pascal il gesuita, e poi Newton, Marat, Danton.
La scrittura filosofica costruisce i suoi oggetti tramite le parole, scrivere un romanzo filosofico imponme quindi un rigore ed uno stile sempre ‘veglianti’. Ai limiti della veglia sta il delirio e, un romanzo filosofico non è detto che conservi lo stesso rigore di un libro di filosofia. Non è il caso di Neuropa, scritto in uno stato di veglia autoriale impressionante, la presenza di IO vigila con cura sulla narrazione, ciò che ne deriva è una lettura solo apparentemente frammentata, il monologo di Isaac Newton, ad esempio, o la descrizione della vita cortigiana di Leibniz.
Gillioz-Gianluca-Gigliozzi crea una sospensione, e ciò avviene nelle prime pagine del romanzo, grazie alle quali il lettore si crea il dubbio sulla veridicità dei personaggi, sarà il vero Sade, a parlare, il vero Newton, l’invenzione narrativa eccede la ricostruzione storica ‘fedele’? Non sembra, tutto ricalca gli avvenimenti, dimostrando la presenza di una cospicua e sotterranea bibliografia(filia?) del testo.
Neuropa è un poema, per quanto riguarda l’utilizzo della lingua e un romanzo per la vicenda, un “poema di carne in libero affiorare e imporsi agli spazi” per utilizzare le parole con il quale l’autore descrive una popolana. Nel romanzo storico, l’autore fa agire sulla scena i personaggi, presi dal loro contesto e ai quali vengono assegnate nuove parti, dentro le cui vite ci si intrufola addensandole di nuovi episodi. In Neuropa vengono messe a confronto, oltre alle vite, le vite delle opere filosofiche, i dubbi sollevati dai temi della libertà, della giustizia, del libero corso di ricerca di una scienza nuova. IO, il mondo e dio rimangono i tre interlocutori sotterranei, laddove il mondo è, a tratti, sostituito con ‘ìl gran libro del mondo’, cioè con la somma delle versioni fisico-filosofiche e scientifiche che del mondo sono state fornite attraverso due secoli dell’era moderna.
Esempi sparsi di questo ‘modo’, nella narrazione, sono, oltre a Sade, le opere di Leibniz, quelle di Newton (arricchite nelle conversazioni con i suoi assistenti) e di un Galilei rivisitato (del Dialogo).
La struttura del poema di Gillioz ricorda quella del Jacques di Diderot, esempio che non tardiamo a rinvenire più in avanti sotto forma di citazione/situazione.
Gli autori menzionati, sono colti nel vivo della loro opera e accostati a furfanti, finti medici, truffatori o semplici contadini, con sapienza e dosaggio di momenti. La bravura dell’autore consiste, su questo versante, nel non appesantire in modo didascalico questo complesso apparato di continue citazioni, rimandi e incontri illustri, anche perché sembra essere una delle intenzioni quella di comunicare che il pensiero dei filosofi contenesse in nuce il pensiero del secolo e non il contrario (vedi parallelo tra Sade/assenza di morale nei ricercatori-dissezionatori-torturatori).
Neuropa è un testo godibile, un teatro costruito, un pluriverso di concezioni. Il linguaggio è sempre ‘alto’, cioè sostenuto, cangiante a seconda dell’epoca e della ‘voce’ che entra sulla scena, il tutto giustificato dal presupposto dichiarato che Neuropa sia (anche) un poema. Esistono infatti diversi piani dai quali può essere affrontata la materia di romanzo storico. Qui ne vengono presentati, in successione, decine e decine di diversi (la nascita del linguaggio simbolico? il mito del buon selvaggio? la nascita della scienza? il diritto? la repubblica? gli infinitesimali? l’atomo? gli studi sulla circolazione sanguigna? le vecchie concezioni? il flogisto e l’etere?).
Neuropa è un’opera enciclopedicamente barocca che riesce a non essere manierista o retorica, rendendo la successione di fasi del pensiero storico e filosofico durante le quali si sono posti i limiti di demarcazione fra IO e DIO E MONDO, limiti ancora avvolti da una foschia che tende a diradarsi con la stessa velocità con la quale le teste dei regnanti vengono mozzate ed il capitale comincia ad affacciarsi sulla scena. Neuropa è un romanzo pervaso dal cambiamento e dalle vicende del percorso tortuoso che la ragione compie per affermarsi tra il XVII e il XVIII secolo.
Sul finire della narrazione, quasi a chiusura di un discorso iniziale, l’Autore torna ad ‘inquadrare’ Sade, che muove i suoi passi a Parigi, una volta libero dalla prigionia della Bastiglia, “non ho più voglia di scrivere né di domandarmi perché tutto questo sia successo”. Il romanzo inizia e si chiude dialetticamente sul cortocircuito dell’idea di Soggetto, vi è una parte di esso, la “Ciclopaedia Singolaris”, dedicata all’esplicazione dei concetti/figure/persone notevoli (tutti e tre si equivalgono nella narrazione), come ogni pensiero fondante, anche Neuropa racchiude un (breve) lessico, ammiccante dello spirito enciclopedico.
Quest’opera ha i piedi affondati nella terra, nel sangue e nella filosofia di quei secoli, che riesce ad evocare, ed è debitrice solvente di Calvino e Borges e Sade (per quanto riguarda la ragione fantastica dell’inventarsi) anche se queste suggestioni possono rimanere suggestioni personali, data la compiutezza sistematica di Neuropa.
Dove può dirigersi l’occulto di una narrazione così serrata? L’enigma è svelato dall’Autore: “IO scelgo – IO determino – IO penso – IO voglio […] IO eleggo l’odio come fulcro della mia testa”. IO diviene individuale/singolare, smarrisce la sua terza persona, il sentimento non è presente nell’accezione cui siamo abituato dal linguaggio comune ma solo in termini di sentire e non di patire. Tutto ciò che accade è riflesso dell’IO, l’intera realtà, per esistere, diviene materia cerebrale, finché non esplode in una autoaffermazione di sé, sempre altra da sé, distante dal proprio baricentro, ‘scentrata’.

NEUROPA è opera di Gillioz (Gianluca Gigliozzi),
nato a L’Aquila, adesso a Milano, scritta tra il 1996 e il 2001,
riveduta nel 2003 e tuttora, ad eccezione di alcuni frammenti, inedita.

Dicembre 2004

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la lingua della rete. “La notte dei Blogger” a cura di Loredana Lipperini


Per parlarvi di questo libro salterò velocemente tutti i preamboli rimandandovi alla rete, rimandandovi dunque al sito ufficiale del libro, dove troverete tutte quante le notizie che cercate su chi ha preso parte a quest’antologia “la prima dei nuovi narratori della rete” e dove troverete le foto delle presentazioni e delle blog-fest. Ho avuto il piacere di presentare questo libro insieme a Loredana Lipperini e a Princess Proserpina (manilabenedetto) quindi racconterò un po’ delle mie impressioni, aggiungendo qualche impressione di lettura, dico ‘qualche’ perché quando leggo un’antologia vado a salti, non sono metodico e ci torno a tratti, a distanza di settimane o mesi. Partiamo da lontano e cioè dal sopratitolo “la prima antologia”, in effetti ci voleva, il tempo era maturo, molti degli autori presenti nel volume anche, quindi perchè non fotografare un attimo come questo? In effetti ognuno può crearsi la sua biblioteca virtuale navigando su internet, ognuno può leggere racconti di scrittori esordienti e affermati, una delle possibilità più belle offerte dalla rete è proprio questa, Loredana Lipperini in questo senso è un’esperta, conosce e visita centinaia di blog, e come tutte le esperte in qualche materia ha appena aperto un blog proprio, suppongo, dopo che le sarà stata rivolta un milione di volte una domanda simile “ma com’è che proprio tu non ne tieni uno?”.

lanottedeibloggerLa prima cosa interessante di questo libro è proprio lo spirito con il quale sono stati scritti i racconti, questi infatti non sono post ripubblicati su carta, questa non è un’antologia di materiali già comparsi sulla rete, bensì un libro ‘a tema’ – la notte – dove gli autori compaiono con un inedito confrontandosi con la scrittura “classica”. E già per parlare di un libro del genere sorge un problema semantico, legato forse alla considerazione che la scrittura di un post sia differente dalla scrittura di un racconto. Ciò è vero in parte. Il blogger può parlare dei fatti suoi, può essere un giornalista che parla solo di un determinato argomento, oppure può essere un appassionato di subbuteo. Ciò che differenzia chi scrive post su un blog da chi scrive racconti è proprio il linguaggio, l’utilizzo di una forma nuova e ibrida di comunicazione. Questo libro si situa nel mezzo. I giovani autori di questi racconti, grazie alla loro costante palestra di scrittura costituita dal blog, sono smaliziati e per nulla pesanti, come capita invece con certi autori esordienti, ed in più riescono a trattare la quotidianità con una dose costante di autoironia e cinismo. Leggendo alcuni di questi racconti si nota la provenienza da questa palestra elettronica, per quanto riguarda l’utilizzo del linguaggio è diffuso l’utilizzo di un tono di autoconfessione, l’autore, o meglio, il personaggio inscenato dall’autore nel racconto, parla di sè e di ciò che fa come se stesse parlando, per l’appunto, ad un diario e non alla propria coscienza. Questo, però, è un effetto voluto. L’altro punto a favore di questa antologia è costituito dalla serie di descrizioni della realtà che vengono restituite, realtà urbane, notturne e non, fitte di comunicazioni cellulari “di quel cazzo di telefonino che non riesce a prendere la linea perchè i ponti sono occupati”.
loredanalipperinimanilabenedettolucianopagano_fondoverri“La notte dei blogger” è un libro trasversale dove si mescolano generi differenti, dal pulp al fumetto, dal noir all’horror fantasy, oltre ad essere un’antologia di autori si cimentano con un nuovo media, la carta, dopo essersi continuamente applicati nella costruzione del proprio personaggio digitale. Infatti è proprio su questo argomento che si giocano le possibili, e diverse, interpretazioni di questo testo. Molti pensano che la scrittura di un blog apra possibilità sconociute alla letteratura, come la crezione di personaggi aleatori e sconosciuti, personaggi/maschera dietro cui si nasconde l’autore. Cose di questo tipo avvengono quotidianamente nel mondo della carta stampata, le critiche o anche gli elogi che nascono su questo terreno sono destinati a durare poco perchè non rendono merito alla dedizione e al tempo del blog. Io visito molti blog, ve ne sono di molto interessanti, riviste elettroniche, miniere di spunti e creatività. Loredana Lipperini nella sua introduzione cita Luther Blissett, a proposito dell’utilizzo del concetto di con-dividuo. Il blog è indizio leggibile e confrontabile di identità diffuse che divengono rizomaticamente fruibili. Il blog è un incrocio di esistenze virtuali e reali allo stesso tempo. Sarà interessante rileggere questo libro tra qualche mese, utilizzarlo come punto di partenza per visitare i vari blog degli autori in esso presenti e attendere un’altra prova (individuale o condividuale) di scrittura, per confermare gli ottimi spunti che quest’antologia ci regala.

Brevi considerazioni sull’editoria salentina (lo stato dell’arte). (2004)


Lo spunto di questo intervento è dato dalla serata del 28 ottobre scorso, trascorsa a Galatina, dove si sono dati appuntamento per discutere di giovane editoria e giovane scrittura G. Morozzi, D. Goffredo (Coolclub), Mauro Marino (FondoVerri, Tabula Rasa), Livio Romano, G. Greco (Manni Editori) Rossano Astremo (Vertigine, Tabula Rasa) ed Elio Coriano. Queste considerazioni spontanee raccolgono i pensieri che mi sono venuti in mente ascoltando i diversi interventi e mettendoli in relazione a quel che faccio e vedo giorno per giorno.
Il primo punto che è emerso, mi sembra, è che ogni esperienza autoriale ed editoriale è differente e significativa. Ognuno di noi ha avuto le sue esperienze nel campo della scrittura e dell’editoria. Esperienze simili divergono su pochi punti; avere pubblicato o meno un’opera d’esordio con il tale editore, avere frequentato o frequentare abitualmente le pianure dell’underground salentino, conoscere diversi autori ed essersi relazionato con altre situazioni di scrittura, diverse dalle mie. Quando mi confronto con l’editoria il campo, parlando di Salento, si restringe. Senza parlare, per il momento, di ambiti regionali o nazionali, gli editori cui un autore può rivolgersi per pubblicare un’opera, qui in Salento, sono diversi. Concentro la mia attenzione su tre di essi, due dei quali, Besa Editrice e Manni Editori, vantano molti più anni e catalogo, ‘Storia’, rispetto all’editore più recente (se parliamo di narrativa e poesia) e cioè Luca Pensa Editore. Da questo mio inizio di analisi lascio momentaneamente fuori Raggio Verde Edizioni per un motivo puramente personale, non ho avuto mai (ancora?) rapporti di tipo editoriale con le edizioni collegate all’associazione Raggio Verde, ne conosco i pregi e ne leggo i prodotti ma, almeno per il momento, il mio discorso ha a che fare con altre dinamiche, lo stesso vale per Kurumuny, d’altronde queste considerazioni perderebbero il loro valore se intendessi abbracciare, con esse, tutto ciò che accade; il limite del mio ragionamento intende renderne i risultati meno confusi, ragiono ad alta voce.
La qualità del rapporto con l’editoria, credo, dipende dalla misura in cui gli editori interpellati si comportino o meno come editori, rispettando l’immagine che un autore maturo ha dell’editoria, sottolineo maturo. Un autore maturo sa benissimo che il presupposto di una pubblicazione non consiste (solamente) nella bontà della propria opera. Sia Besa che Manni, nei confronti di un autore esordiente, applicano normalmente una politica del tutto trasparente di proposta editoriale a pagamento. A differenza di Manni, l’editore Besa, ha una finestra aperta, almeno per quanto riguarda la poesia, sulla produzione editoriale di esordienti e non, mi riferisco al PoetBar. Questo contenitore permette ad un esordiente di essere tale con una spesa che, in termini editoriali, può dirsi irrisoria. Il resto è affidato all’autore, alla sua capacità di autopromozione, organizzazione e relazione, supportato dalla redazione. Se dalla poesia passiamo alla narrativa gli spazi di esordio svaniscono, Besa dispone di Tabula Rasa, rivista semestrale, mentre Manni de L’Immaginazione, rivista ventennale, dove compaiono estratti e anticipazioni e critiche su quanto la Casa Editrice è in procinto di pubblicare o ha appena pubblicato.
Qui faccio una breve digressione, accogliendo uno spunto da un intervento di Giulio Mozzi che nel suo blog (www.giuliomozzi.com) ha definito quelle che gli sembrano essere le attuali linee di tendenza (produzione manoscritti) della letteratura italiana che-non-è-ancora e quindi, ipoteticamente, di-là-da-venire. Di quell’intervento, cui rimando la lettura, accolgo questo altro spunto: posto che debba essere deciso se l’attuale produzione di manoscritti sia influenzata da ciò che viene pubblicato, oppure, al contrario, posto che il pubblicato rispecchi una tendenza reale o una tendenza imposta su di un tavolo editoriale (quindi anche economico, quindi anche basato su ciò che fa tendenza), quanto l’editoria salentina, o nicchie di essa, rispecchiano l’attuale produzione letteraria del nostro territorio? E, in seconda istanza, quanto c’è di non ancora pubblicato/espresso che merita/non merita di essere portato a conoscenza di un pubblico più ampio, dall’underground in su? Oppure, ancora, quante opere possono essere affiancate a opere inedite di identico valore? La delineazione di questi tre quesiti è utile, fra le altre cose, perché potrebbe fornire un indice dell’allineamento attuale tra quanta e quale scrittura si produce e quanto di essa emerge, tra la qualità degli autori e la qualità degli editori. La qualità di un autore si misura, anche, con la qualità delle sue posizioni, negli interventi che egli produce. Una delle impressioni che ho avuto, dall’intervento del 28 ottobre, è che il collegamento tra i seguenti settori della produzione letteraria salentina, collegamento cruciale, è imminente come può essere imminente un accordo di pace tra popoli che lottano fianco a fianco da anni, clandestinamente, e che in questi anni di lotta abbiano raggiunto un unico risultato: le loro armi (la scrittura, lo stile) sono quasi rodate alla perfezione e, tuttavia, sono dirette contro un cielo vuoto. Il bene, o un bene, della letteratura salentina (categoria discutibile a torto o a ragione) può essere stato, fino ad oggi, proprio il collegamento/scollegamento la connessione/sconnesione allegra e consapevole tra produzione, accademia, editoria, autoproduzione,critica e pubblico, ufficiale e ufficioso, tradizione orale e tradizione scritta.
Il direttore editoriale sostiene che l’editore, quando è doveroso, interviene sostenendo un’opera che merita di essere pubblicata. Una professoressa interviene sostenendo che i lettori sono stanchi di eterni dibattiti, loro vogliono la ‘voce dei poeti, loro stessi’. Mi chiedo a che cosa siano serviti appuntamenti, reading, spettacoli e pubblicazioni, dove erano i professor, quelli che in teoria trasmettono (come è successo a me) la passione per la scrittura. E dire che queste occasioni di incontro non avvengono in scantinati bui cui bisogna accedere tramite lasciapassare, ma in luoghi aperti, accessibili, ad ogni ora della giornata, molto spesso nei fine settimana (in ragione della condizione, per molti, di autore-lavoratore). Il corpo docente è estraneo al corpo letterario, l’estraneità è paradossale se si pensa che di lì ad un quarto d’ora ci sarebbe stata proprio una lettura di versi con elettronica musicazione. Questo è un appunto al volo, esistendo diversi scrittori professori in Salento a partire proprio da Elio Coriano o Livio Romano.
Torniamo a noi. Durante la serata sono tornati ad affacciarsi i fantasmi della letteratura, i malanni che affliggono l’editoria, tra questi fantasmi ve ne sono due che ricorrono in tutti gli incubi:
1. In Italia si pubblicano troppi libri, più di quanti possono essere smaltiti e dal mercato e dai lettori,
2. In Italia se ogni autore leggesse=acquistasse un libro il mercato sarebbe in costante espansione.
A questi due fantasmi vengono spesso affiancate le esangui tirature/vendite, specie dei libri di poesia.
Intanto mi preoccuperei se vivessi sul suolo di uno dei paesi più ricchi del mondo e venissero pubblicati in questo paese un migliaio di libri all’anno. Il secondo fantasma, anche, è reale fino ad un certo punto, in Italia ci sono poche persone che acquistano libri? Perché allora le grandi librerie diventano sempre più grandi? Forse perché i forti lettori si chiudono tutti lì dentro a fare trincea contro una quarantina di milioni di analfabeti? E i supermercati?
Ecco un suggerimento agli editori locali, mettete i vostri libri nei supermercati, se c’è un modo, cercate convenzioni, offrite denaro, stipulate contratti di favore, investiteci e perdeteci del vostro, tanto se è per una buona causa siete pronti, sono convinto che ne sareste capaci. Se è vero che chi acquista un romanzo in un supermercato nella maggior parte dei casi non è un critico letterario ma una persona che vuole leggere e basta, per svagarsi e basta, scegliendo tra quel (poco) che trova e basta, allora è proprio sul terreno puro della merce che i vostri discorsi su come ottimizzare la resa merceologica di un libro possono avere riscontro. Esempio pratico: se mi consigliate di modificare il titolo troppo fumoso di un romanzo, se coi vostri suggerimenti e col supporto dei vostri uffici riuniti i nostri libri sono più appetitosi allora è vero che, messi in un supermercato, nel regno indistinto della merce, i nostri romanzi esordienti saranno armi pari con autori già conosciuti e, anche voi, editori medi, sarete alla pari con Feltrinelli ed Einaudi.
Se l’editore è saggio nel produrre buoni packaging di sé allora un lettore non abituale non s’accorgerà di nulla, prescinderà dalla Storia dell’Editoria e dall’Economia Editoriale per acquistare.
Svaniti i fantasmi, parliamo d’altro continuando a parlare di noi, autori o presunti tali. Sono sempre stato critico con me stesso. Ad eccezione dei grandi editori dai quali non ho ricevuto risposte positive, mi sono state fatte proposte di pubblicazione. Quando non ho accettato queste proposte mi sono sempre chiesto ‘e se la mia opera fosse stata migliore? Tale da indurre l’editore in tentazione, magari così andava bene, era buona, ma di cose buone in giro ce ne sono davvero tante, se fosse stata migliore forse per l’editore non ci sarebbero stati aut aut, mi avrebbe pubblicato di suo, ma allora sono io, sì, ora ne sono convinto, è ancora presto, scriverò meglio, così da indurre nell’editore una crisi di coscienza’.
L’impressione era questa, la risposta sta nel fatto che per uno scrittore che smette di accanirsi e dedicarsi alla propria scrittura ce ne sono altri al suo posto, l’editore è salvo.
In ogni caso bisogna applicarsi per superare se stessi.
E qui entra in gioco Elio Coriano, con il candore che gli è proprio, ‘come solo lui sa fare’. Interviene dicendo ‘io se volessi potrei stampare cinquemila volumi di poesie, e tutti eccellenti, sotto ogni punto di vista ma…è proprio necessario pubblicare?’. Quando la realtà (dell’editoria) risulta essere paradossale soltanto la forza del paradosso riporta i piedi per terra e connota i limiti del reale.
Elio Coriano ha ragione. Da un lato abbiamo autori ansiosi, dall’altro editori che non tastano il territorio. Da un lato abbiamo autori che non tastano il polso dell’editoria nel proporsi e dall’altro editori ansiosi di non fare buchi nell’acqua pubblicando autori privi di spessore, semplicemente autori in cerca di un libro, non di opere. Mauro Marino accenna una soluzione. La rete è alla portata di tutti, costituisce un’opportunità ed un’apertura al dialogo entusiasmanti. Se un’opera è inconsistente lo è tanto sulla carta che sulla rete. Se un’operatività è consistente lo è tanto sulla carta che sulla rete.
Attualmente, in Salento, esistono circa una quarantina di autori emergenti, chi con pubblicazioni e autoproduzioni, chi con performance, riviste letterarie, chi con commistioni di generi, stili e supporti. E’ possibile tirare le somme di questo coacervo di manifestazioni? Il Salento è un continuum laboratoriale a cielo aperto dove le autoproduzioni stanno accanto alle edizioni, dove la rete dà supporto alla circolazione delle idee, senza passare per le problematiche dell’edizione, dove tutto può dirsi, tranne che mancano autori e scritture. Sarebbe bello che l’età di un ‘autore giovane’ non fosse superiore ai trent’anni, sarebbe bello definire cosa vuol dire giovane e cosa vuol dire esordiente. Sarebbe bello che gli editori potessero permettersi di sbagliare senza rischiare ogni giorno la pelle, così come spiegano agli autori, che a loro volta investono in se stessi il tutto per tutto. Sarebbe bello, allo stesso modo, che la critica non fosse solo patrimonio orale ma divenisse circolo di scrittura, circolo virtuoso.

Manuale per principianti. su “Occidente per principianti” di Nicola Lagioia


A scanso di ogni equivoco chiarisco da subito il senso del titolo di questa recensione, secondo me, da un buon libro si può sempre imparare qualcosa, ci si può confrontare con la realtà e con la scrittura di un’altra persona, si apprende e si critica, in questo senso l’ultimo romanzo di Nicola Lagioia, “Occidente per Principianti”, è un ottimo esempio di scrittura, un ottimo esempio di come si possano mescolare più generi, dal punto di vista dello stile e dell’intreccio, e, infine, di come si possa descrivere il conflitto tra invididuo e realtà, nella fattispecie il grande circo che ruota attorno all’informazione. Difatti, insieme ai personaggi sembrano essere protagonisti di questo romanzo le “situazioni”, ovvero i nuovi stereotipi del quotidiano contemporaneo, la redazione fluttuante di un giornale, che in realtà non viene nemmeno nominata dato che il mondo del giornalismo viene spaccato in due, e una parte di esso, quella che noi vediamo, è in realtà il risultato di molteplici attriti che di nascosto fanno in modo che gli eventi accadano (l’informazione crea l’evento) , mentre nel frattempo alcune persone, di nascosto, danno vita alla materia grezza dell’evento, agli pseudo-fatti e alle parole. Il grande studio di avvocati a Milano, dove allo stesso modo con cui si fabbricano gli eventi/notizie si fabbricano le leggi/escamotage, la professoressa di Cinema, il famosissimo latitante che si scioglie come un bambino al ricordo del suo passato da avanspettacolo, il tutto nel torrido luglio del duemila uno. Il mondo della scrittura (anche di quella filmica) diviene ciò che è, per l’appunto un crocevia di distorsioni, affollato di profittatori e ricattatori, dove i pochi puri (Materia, forse) vengono colti costantemente da pensieri paranoici. Lo scrittore, questa volta come artigiano, malgrado sia un ghost writer sembra per una volta appassionarsi all’evento che deve creare, da un indizio all’altro sembra davvero interessato a scoprire il passato di Rodolfo Valentino, forse vorrebbe somigliare a quest’attore, quanto meno vorrebbe come lui sfondare quella linea di demarcazione tra l’anonimato e lo spettacolo, così come il latitante per l’appunto sta rinchiuso in un bunker a masterizzare cd&dvd e viene presentato anche lui come uno che fa gesti d’attore, per poi rivelarsi davvero un ex-cabarettista. Tutto si gioca sulla metafora dello spettacolo, ed il reale è reale nella misura in cui più di una persona, ma forse basterebbe l’articolo di un giornale, lo certificano, e quindi è probabile che ti rifilino un chilo di pesce puzzolente spacciandolo per elisir di giovinezza, purchè lo facciano nel retro bottega del laboratorio di una maga fattucchiera cocotte. Il tutto, nel romanzo, avviene con una leggerezza ed una scrittura che scorrono in un soffio, la storia è divisa in due parti, nella prima il protagonista si prepara al suo viaggio sulle tracce di Rodolfo Valentino, nella seconda questo viaggio prende il suo corso. La forza della prima parte è proprio nella descrizione di Roma che ne fa Nicola Lagioia, più che altro nella descrizione di questa cultura supermarket dove ognuno sceglie da se quali sono le sue bussole per orientarsi nella discussioni da cocktail, Foucault? Foucault. Camus? Camus; per poi dare spazio ad una delle sensazioni che più sono presenti in questa parte del romanzo, la malinconia, da Fitzgerald a Celine (“C’è un’inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza”). Il mondo nel frattempo scorre velocemente, luglio, Genova, le notizie si inseguono come veline mentre i protagonisti inseguono una velina che deve divenire fatto concreto. I linguaggi si mescolano, il fumetto, il film, la comunicazione ossessiva degli sms di Zelda e quella delle telefonate oltreoceano, l’oltreoceano viene presentato quasi come un anomalo e distante paradiso in telefonate gracchianti. In parallelo si sviluppa la vicenda di Materia, il cineasta che il cinema ha redento ed espulso come una particella di antimateria intento nella produzione del capolavoro intitolato “Occidente per principianti”, con cineprese e pellicole d’annata (se Kubrick fosse ancora vivo sceglierebbe sicuramente Materia come direttore della fotografia) e tagli e montaggi computerizzati, in fuga, forse semplicemente in ricerca costante della compagnia di un amico. Il finale? Il finale è a sorpresa, ne vale la pena. Nel frattempo è finita l’estate, è arrivato il settembre del duemilauno, senza un grammo di retorica l’autore si allontana dalla scena per finire in un ristorante, non è più un fantasma come recita la quarta di copertina, non lo sono più nemmeno i personaggi che ha creato, soltanto che adesso tra il virtuale ed il reale si è creato un ulteriore scarto, quello dell’iperreale, ripreso, rivisto, riproposto centinaia di volte, con cui il protagonista fa i conti per non soccombere. Mi viene in mente che per un protagonista uscito dal mondo sommerso dei ghosts, forse, da qualche parte, un altro ha preso il suo posto.

fuga dalla babele della storia. “Lo Scriba di Càsole” di Raffaele Gorgoni


raffaelegorgoni_loscribadicasole1. Il romanzo narra la vicenda di Marco, figlio di ricchi mercanti, avviato alla vita monastica del convento di Casole dai genitori, ad Otranto. L’evento del martirio di Otranto declina la vicenda facendo da spartiacque temporale ed ideale, su questo evento si concentreranno le riflessioni del protagonista, diviso tra l’amore per la cultura ed il mondo della scrittura e le lotte politiche che si avvicendano attorno ad una penisola minacciata più dall’indifferenza dei potenti che dalle forze ostili al di là del Mediterraneo. La vita di Marco, nel convento, comincia all’insegna della regola, che per lui è unione di lavoro manuale e studio sui testi, pratica della scrittura, decifrazione. Otranto, è in quel tempo un’isola greca, un’isola felice il concento di Casole, almeno così sembra a Marco. Nella prima parte del romanzo assistiamo alla presentazione di una serie di ‘condizione antropologiche’ necessarie a trasmetterci la cultura di quel tempo, condizioni che ancora oggi si possono rintracciare nei racconti ancora vivi, racconti di macarie e tarantate, visti con il filtro dell’epoca in cui si svolge il romanzo e quindi carichi di significati magici, connessi anche al loro essere contrapposti alla religiosità ufficiale. In questa parte della narrazione si concentra l’apprendistato che trasformerà Marco da novizio a uomo. Grazie alla sua cultura il protagonista ha modo di mettersi in luce di fronte a Bessarione, un cardinale. Comincia qui il suo periodo di viaggi attraverso l’Italia e l’Europa. Le considerazioni sulla cultura e sulla lingua, le disquisizioni sulla ‘babele delle lingue’ e sulla ‘babele religiosa’ cedono il passo all’inferno delle babele politica. Marco ha fino a questo momento assorbito il meglio delle culture del suo tempo, ebraica e araba, cristiana e greca. Adesso deve fare i conti con la politica, fatta di sottili equilibri, dove l’operazione di trascrizione dei manoscritti e di trasmissione della cultura diventa anche esso un fattore di rischio per la vita del Monastero.
Un modo di affrontare un mito senza farsene risucchiare è cartesiano, scomporre il mito in ogni sua parte, presentarne tutte le sfaccettature fino a renderlo vicino alla nostra comprensione, analizzando i fattori, presentando le condizioni nelle quali il mito si è svolto, spiegarne gli antecedenti, infine giungere ad una descrizione, in una pagina, di quel che è accaduto e ricomporlo. In questo modo il mito del martirio viene presentato come risultante dell’attrito tra cultura araba e cultura cristiana, come abbandono al loro destino dei martiri da parte delle autorità. In questo romanzo il mito viene vissuto sulla propria pelle dal protagonista che si sente ‘portatore di una memoria’ cioè testimone del mito . In alcuni passaggi viene descritto l’arrivo dei Turchi a Otranto, i soldati cominciano ad accamparsi, e costruiscono il loro assedio nella tranquillità più completa, tanto da credere che gli ‘otrantini’ stiano preparando un’imboscata. Poi il passaggio alla fase dell’assedio vero e proprio e breve, e le lame delle spade turche escono vittoriose. Marco si salva da un agguato, fugge nella boscaglia, per poi tornare al suo convento, che troverà rogo, in serata; sarà costretto a dare il suo addio a Otranto.

“La distruzione di Càsole fu generata da una ben calcolata macchinazione politica e così la strage dei miei confratelli. Per gli otrantini che morirono in battaglia non resta che la gloria e l’onore, ma per tutti quelli che si fecero massacrare sul Colle della Minerva porto ancopra oggi nel cuore il peso di un mistero, il piombo di una sorta di follia”

Di fronte alle componenti puramente storiche dell’accaduto restiamo in sospeso, il protagonista non è voce d’autore onnisciente, e prende posizione contro ogni guerra, ogni eccidio.
Da qui in poi la vicenda prende un altro respiro, Marco continua a ribadire a se stesso e al mondo che la vicenda non può essere ‘solo’ una vicenda politica, egli viaggia per l’Italia ed ha modo di conoscere il fior fiore della cultura di quel periodo, sulle prime battute ha già un ricordo di una sua visita nella bottega dei Bellini, in seguito alloggerà presso i Medici, presso le scuole neoplatiniche, con Marsilio Ficino e Niccolò, che diventerà suo segretario prima di divenire in seguito Niccolo Machiavelli, senza dimenticare che il romanzo, prima di prendere il largo della vicenda, ha il suo prestesto iniziale in una lettera che il protagonista scrive ad Aldo Manuzio. In questo modo la scrittura acquista valore non tanto per il fatto che alcuni protagonisti siano persone importanti del tempo, quanto per il fatto di rendere ‘moderno’ il mito, di metterlo in dialogo con le idee di allora e di oggi, forse per questo motivo l’esperimento mi sembra riuscito, perché non risulta affettato. Le tematiche presenti nel romanzo sono diverse, c’è ad esempio il conflitto tra mondo arabo e mondo cristiano. L’autore sostiene l’idea secondo cui dietro le guerre mosse da principi religiosi esistono sempre motivazioni politiche, e che di fronte all’amore per la scrittura tutti sono uguali. Quest’idea, calata sulla vicenda di Otranto si carica di contemporaneità.

“Empietà dell’Islam? Empietà dell’Islam, dite, messer Marco? Forse avete dimenticato le pagine delle Gesta Dei per Francos, gli orrori narrati da Fulcherio:stupri, omicidi, stragi, saccheggi […]

“Tutti furono spinti sulla radura alla sommità del Colle della Minerva dove su un palco, circondato dalle sue guardie, c’era Ahmed Pascià e un altro che mi parve abbigliato come un ulema. Quest’ultimo parlava e parlava ma la distanza era troppa perché potessi capire le parole […] Un tappeto di corpi si stendeva ai piedi del palco, intorno a una pietra che brillava rossa di sangue ancora fresco”

2. Cosa resta dopo la lettura di questo romanzo? “Lo Scriba di Càsole” è un esempio di romanzo storico nel quale la materia non è appesantita e la narrazione scorrevole. Chi cerchi però nella lettura di questo romanzo un spunto per chiarire storicamente le vicende di Otranto devia dal bersaglio dell’Autore, che, a mio parere, non è stato quello di proporre l’ennesima ‘versione dei fatti’, anzi, questo romanzo si rivela, alla fine della lettura, interessante, proprio perché il sottotitolo ‘Il segreto di Otranto’, sembra essere più una chiarificazione redazionale, mi si passi il termine; nel senso che le parti più coinvolgenti ed anche portanti, sono proprio quelle relative alle macchinazioni politiche, agli incontri diplomatici, allo scambio di pareri sulla cultura e la vita del tempo. Del segreto di Otranto, resta forse svelato come la città idruntina fosse stata passibile di un dramma simile senza alcuna resistenza. Ed anche in questo caso è meglio affidarsi alla narrazione che riesce a dipingere bene delle scene come quella che si svolge nella Cattedrale, dove tutti i fedeli, di ogni confessione contraria alla turca, ebrei, greci, cristiani romani, preferiscono attendere la morte raccogliendosi in preghiera. La Cattedrale è oggetto di descrizione, immancabile, del mosaico sul quale il protagonista bambino gioca. L’equilibrio è sottile, questo romanzo riesce a staccarsi dai clichè di cui è intriso l’immaginario collettivo idruntino gravitando il centro dell’attenzione altrove, nel momento giusto, facendoci intuire altri possibili sviluppi, dicendoci in sostanza che questo non è un romanzo su Otranto ma una metafora storica dei rapporti/conflitti tra culture, tra classico (la scrittura amanuense, la gerarchia dei saperi, i libri proibiti) e moderno (le opere consultabili, le biblioteche che si accrescono, la stampa a caratteri mobili) chiusa in una vicenda ben narrata, tanto è vero che leggendo questo romanzo restano insolute alcune domande, che il protagonista porta via con sé.

Lo Scriba di Càsole – Besa Editrice
Giugno 04 – Euro 13,00 – ISBN 88-497-0248-5

Webook 2004


1. 0 Prologo

Libro, rete, libriamo. Questo intervento contiene sommarie considerazioni sul rapporto tra libro, rete, autore ed editore. Il tutto all’insegna delle feritoie dentro le quali un pensiero poetico può essere veicolato al giorno d’oggi per (r)esistere.
2. 0 Internet, autoproduzioni, editori, autori.

Sono cambiati i rapporti tra autore e libro, autore ed editore, libro ed editore, con la rete?
La diffusione dell’editoria è capillare, il numero degli editori nel nostro paese supera il migliaio. I volumi pubblicati ogni anno tendono all’infinito. La maggior parte dei piccoli/medi editori che si occupano di narrativa e poesia sono editori a pagamento. Questi editori decidono di pubblicare un manoscritto, nella migliore delle ipotesi, proponendo l’acquisto di un numero di copie del libro all’autore. Alcuni di essi si occupano in seguito di tutto ciò che concerne la diffusione e la distribuzione del libro, altri non seguono il libro dopo la stampa ed affidano all’autore la promozione di se stesso. Gli autori che non possono permettersi di pubblicare (per svariati motivi) il proprio libro da un editore hanno due alternative. Una si chiama autoproduzione, l’altra si chiama sconforto. All’autore spetta tutto il lavoro che normalmente sbriga un editore, cioè la cura dell’edizione, la sua diffusione, la sua presentazione.
La nascita dell’e-commerce ha naturalmente dato una spinta all’editoria, nella misura in cui il libro è merce. Sono nati diversi tipi di siti dedicati all’editoria e alla scrittura. Ci sono i siti ufficiali degli editori. Alcuni di questi sono semplici vetrine online, potrete trovarci anticipazioni, interviste agli autori, pagine dedicate a questi ultimi. Esistono siti che offrono facilitazioni agli scrittori esordienti, ad esempio la possibilità di pubblicare i propri racconti e di farli votare ai lettori, i vincitori possono finire eventualmente in un libro. Esistono opere disponibili sulla rete, opere classiche e opere nuove. Alcune opere trovano spazio soltanto sulla rete. Quindi, per un certo tipo di editori, la rete ha rappresentato semplicemente un ulteriore mezzo di trasmissione dei propri prodotti. Alcune ospitano dei forum, sui quali si discute di letteratura. La rete accomuna e mette sullo stesso piano i lettori, gli scrittori e gli editori. Il mestiere dell’editore non avrebbe senso se non ci fossero nuovi autori da proporre ed esordienti che inviano nuovo materiale. Il libro sarebbe defunto con l’avvento della rete se non avesse mantenuto le sue caratteristiche di ‘oggetto del desiderio’ anche da parte dell’autore. La passione della scrittura diventa concreta quando dispone dei suoi tangibili risultati.

Grazie ad internet i libri possono essere venduti in tutto il mondo, possono raggiungere ogni paese ed ogni latitudine. I libri pubblicati possono essere ordinati, pagati e ricevuti grazie alla rete. Ma succede così per tutti i libri. Evidentemente ciò accade soltanto per i libri pubblicati presso case editrici. Per fare in modo che ciò accada anche con i testi autoprodotti bisogna compiere un passo ulteriore. Bisogna trovare il modo di distribuire testi, utilizzando la normale posta, senza incappare nei problemi organizzativi dovuti alla protezione dei diritti d’autore e simili.

Alcune domande —> Il concetto di autoproduzione delle idee è evoluto, o semplicemente si è spostato (anche) su un altro mezzo di comunicazione? Internet aiuta l’autore o lo soffoca? Sulla rete succede esattamente quanto accade per gli altri mezzi di comunicazione, cioè che (soltanto) chi può permettersi uno ‘spazio’ può emettere la sua voce oppure la rete è plurale? La rete è plurale? È più semplice stampare un libro o realizzare un sito internet? Quale dei due sarà più facilmente leggibile? Da chi? I libri non verranno mai soppiantati dalla rete.

Queste sono le prime domande che mi sono venute in mente pensando di scrivere su questi argomenti. Alcune di esse troveranno abbozzi di risposte, altre rimarranno in sospeso. L’idea di scrivere questo testo mi è venuta pensando alla mia esperienza personale di scrittore/non scrittore. Nella definizione di scrittore/non scrittore intendo coniugare un artista che crede fortemente nella passione che lo anima, la scrittura, e che non si scoraggia delle difficoltà che essa comporta, in termini di organizzazione dei tempi, delle spese e dei risultati che desidero ottenere. I risultati. Il primo risultato è quello di scrivere bene. Il secondo risultato è quello di essere letto da sconosciuti. Il terzo di riuscire a scrivere sempre meglio, di opera in opera. Il quarto è che attraverso ciò che scrivo emerga, anche soltanto per un barlume di attimo, ciò che sono o che credo di essere. Poste queste premesse è chiaro che l’autoproduzione è stato il mio primo incontro sulla strada della scrittura. L’evoluzione dei mezzi tecnici ha accompagnato il miglioramento di presentazione delle cose che scrivevo e che proponevo. Con esclusione della macchina da scrivere, che non ho mai esattamente ‘congedato’, ho sempre cercato di dare una forma tangibile e riproducibile alle cose che scrivevo. Ciò mi ha portato ad elaborare bozze sempre più perfette dei miei libri, manoscritti che non avevano nulla da invidiare, nella composizione tipografica, ad un libro, se si eccettuava la loro forma esterna. Finché non feci visita a qualche editore e, di conseguenza, finché non feci il giro di alcune tipografie. Ho scritto queste ultime considerazioni per un motivo. Ritengo che sia importante, anche se per me è stata inizialmente una forzatura, che uno scrittore conosca i procedimenti che portano alla nascita di un libro. Uno scrittore non può ignorare queste cose. Magari può essere esente da ogni comprensione di discorsi intorno alla quadricromia, alla composizione di una pellicola o alla filatura, alla legatura e simili. Può non conoscere l’esatta tecnica di tutti i procedimenti necessari affinché nasca l’oggetto libro. Tuttavia non può non sapere che cosa c’è dietro. Perché è importante? È importante, all’interno di questo discorso, per una serie di conseguenze che comporta all’interno dei rapporti tra editore e autore. Rapporti mutati dopo l’avvento della rete. L’editore pone su un piatto della bilancia tutti i costi che vanno sostenuti perché non muoia la letteratura. L’autore crede di dover accettare questi compromessi perché altrimenti è difficile avere un posto nella letteratura. L’autore che si autoproduce demanda al tempo ogni discorso sulla letteratura e si preoccupa di cercare lettori. Gli editori assicurano ad un libro una durata di vita media che può andare da qualche settimana a qualche secolo, a seconda della distribuzione e del marketing, così intuisce l’autore.

3.0 Scrittore non scrittore.

La prima volta che ho pubblicato una poesia su un libro è stato a diciotto anni. Scrivevo da diversi anni ma soltanto a quell’età credevo di stare scrivendo qualcosa che valeva la pena far uscire da camera mia. Lessi su un quotidiano nazionale l’annuncio di una casa editrice che intendeva pubblicare raccolte di autori esordienti. Spedii i miei lavori e ricevetti, dopo un mese, un contratto di edizione. Dovevo pagare centoquarantamila lire per assicurarmi due copie del libro sul quale sarei comparso. In quegli anni con settantamila lira si poteva tranquillamente acquistare un Meridiano (è per rendere l’idea del rapporto costo/edizione). Dopo altri due mesi mi arrivarono a casa due volumi mal impaginati, rilegati a colla e con copertina in carta 120grammi. Ogni autore una poesia, in ordine alfabetico. Coincidenza la mia pagina era l’unica impaginata male del libro, a sinistra pagina 200 e a destra pagina 199. Lasciamo stare. Sono stato senza scrivere diversi anni finché non ho ricominciato, a metà degli anni novanta. La prima opera che considerai compiuta in quel periodo aveva un titolo strano LACOSA. Era un rotolo di carta esteso dodici metri ottenuto tramite incollaggio in serie di fogli A4 scritti o disegnati a mano. Impubblicabile e per lo stile e per la forma. Tuttavia era possibile fare delle scansioni di quelle pagine e, ad esempio, riversarle su internet in un sito gratuito. Feci così. LaCosa era ospitato gratuitamente su member.xoom.it/sosia (oggi scomparso). Ero così a digiuno di qualunque tecnica informatica circa i siti internet che introdussi i fogli differenti, in formato jpeg e con una risoluzione un po’ troppo alta. Per caricare una pagina ci volevano secoli, a volte nemmeno i secoli erano sufficienti. Morale della favola, mezzi giusti, tempi errati. Dopodiché cominciai a capire come funzionavano gli editori medi (i grandi mandavano lettere prestampate dopo due anni di silenzio) e dopo un altro po’ come funzionavano le tipografie. Ho autoprodotto tre libri fino al giorno d’oggi, spendendo quanto un editore mi avrebbe chiesto per stamparne uno.

4.0 Internet

La possibilità di accelerare il contatto tra singolo e singolo e tra singolo e più persone è la chiave dell’utilizzo di internet nel mantenimento dei contatti con i propri lettori. Un autore ha la possibilità di fare conoscere velocemente le proprie idee ad un numero elevato di persone e allo stesso tempo può mantenere la possibilità di rispondere singolarmente ai suoi conoscenti, lettori e autori. Ciò è essenziale in quanto l’(auto)autore può contare unicamente su se stesso nella diffusione delle sue opere. Questo nell’ipotesi peggiore. L’autore comprende di far parte anche esso di una rete di contatti e relazioni trasvrsali che vanno dalla stampa all’università, dai lettori presenti a quelli veri, per finire con l’editore. Persino per un editore è difficile tenere tutto sotto controllo. Chi sceglie poi di dotarsi di un sito internet deve mettere in conto di affiancare ad una redazione un’altra redazione. La manutenzione del sito di una casa editrice richiede lo stesso lavoro di redazione presente in un giornale o in una casa editrice tradizionale, un flusso di informazioni viene raccolto, filtrato, organizzato e proposto. La differenza dei costi sta nel fatto che quando il sito è online il lavoro è (apparentemente) concluso, saranno gli utenti collegarsi e cercare spontaneamente informazioni.
Un libro deve poter contare su una buona distribuzione, possono essere veicoli per incrementarne la diffusione i comunicati stampa, le recensioni, le critiche, la pubblicità ed il passaparola, tuttavia se un libro non è disponibile (in libreria o su internet) come ‘merce’, difficilmente potrà essere acquistato da qualcuno. Un sito internet funziona in modo differente. Intanto non è necessario ricercare un sito perché accada di visitarlo. Può succedere di chiedere un elenco di siti ad un motore di ricerca e, se un sito è affine a ciò che cerchiamo per contenuti, avremo l’indirizzo in un elenco di diversi siti e lo visiteremo. Inoltre se conosciamo l’indirizzo di un sito che ci interessa lo possiamo visitare da dovunque sia disponibile una connessione ed un computer. Le opere e le idee che vengono veicolate in questo modo non hanno bisogno di spese ulteriori (se non si considerano siti a pagamento) oltre a quelle della connessione. Il problema è che un libro, oltre ad essere un veicolo per le idee dell’autore, rappresenta anche una fonte di guadagno per il medesimo e per tutte le persone che ruotano attorno all’editoria. Un altro motivo per il quale difficilmente la conversione o l’eventuale passaggio all’elettronica da parte del mondo del libro potrà avvenire in termini brevi.

5.0 Il tempo dell’uomo, il tempo della rete.

Il vantaggio costituito dalla disponibilità di estreme quantità di informazioni online è innegabile. Possiamo navigare e trovare letterature complete in più traduzioni, bibliografie, cataloghi, immagini, opere d’arte. In un’ora di navigazione potremmo avere accumulato abbastanza materiale da leggere in diversi mesi. Il tempo è la variabile in gioco quando parliamo di internet. Potrei, per fare un esempio, connettermi alla rete e scaricare tutti i classici che riuscirei a trovare scegliendo nella letteratura italiana dal duecento al quattrocento. Se sono uno scrittore o un appassionato questo è sicuramente un innegabile vantaggio offertomi dalla rete. Con calma posso stampare i testi che mi interessano per leggerli dove desidero, nel tempo che voglio. Io penso che la tendenza sia un’altra. Credo che la tendenza sia quella di considerare il materiale disponibile sulla rete come ‘sempre presente’. Non avrò mai il tempo, in un mese, di leggere cinquanta libri, quindi quando voglio leggerne uno mi collego al sito che lo contiene e lo leggo. Quando ho finito o devo scollegarmi interrompo la lettura per poi continuarla quando ne avrò voglia. Ecco il problema del tempo. Se la lettura e l’utilizzo di certi testi viene inderogabilmente collegata all’accesso sulla rete può accadere, col passare del tempo, che la rete divenga il riferimento per certe letture. Ecco perché il libro potrà difficilmente scomparire o essere relegato a fratello minore degli e-book. Anche quando i costi della rete saranno abbattuti, anche quando l’elettricità necessaria per accendere i computer, ai server e collegarsi ad internet sarà fornita da fonti energetiche rinnovabili e disponibili il libro non potrà essere rimpiazzato dall’e-book. Ci sarà sempre un servizio il cui accesso prevede un pagamento. Guattari in anticipo sulla diffusione della rete pensò un futuro ricco di password che aprono e password che chiudono, rubriche digitali dense di pin e numeri di accesso. Il tempo della lettura ed il tempo della scrittura, il tempo dell’ascolto e il tempo della ricezione. Il tempo è la misura dentro cui si iscrive la ricezione di un testo. Immettere contenuti, sia su internet che nell’editoria, in modo sempre più facile e veloce, dovrebbe responsabilizzare maggiormente chi questi contenuti gestisce. Le pagine su internet e le pagine di carta stampata sono miliardi. Come trovare la qualità? La qualità di una scelta, di una selezione, di un filtro, con l’avvento di internet hanno raggiunto lo stesso grado di importanza della qualità del testo stesso. E torniamo al punto di partenza. Le differenze tra internet e libro sono puramente tecniche. In sostanza i due mezzi seguono gli stessi percorsi di funzionamento. Sui manuali di html-design è consigliato di dare molta importanza ai contenuti nello sviluppo dei propri siti. Un sito può essere strabiliante dal punto di vista grafico della presentazione, tuttavia il motivo che ci fa tornare a visitare quel sito è il fatto che lì troviamo quel che ci serve. Lo stesso accade nei libri. Il libro dovrebbe essere l’oggetto par excellence orientato ai contenuti.

6.0 Il futuro

Esistono due testi importanti, due letture cruciali quando si parla di ‘utopia negativa’ e degenerazione possibile dei sistemi politico sociali nel futuro: 1984, di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. In entrambe queste opere il libro e la trasmissione della scrittura giocano un ruolo importante. 1984 si apre con la scena del protagonista che, finalmente, riesce a raggiungere un angolo del suo appartamento dove non è osservato da alcuna telecamera, estrae di tasca un quaderno e (ri)comincia a scrivere. Scrive un diario, è disabituato, quasi quasi non sa come scrivere. In appendice al romanzo i principi della neolingua. Il linguaggio e la trasmissione del pensiero attraverso lo scritto sono elementi di riconoscimento della libertà di un individuo nelle società di tutti i tempi. In Fahrenheit la situazione è ai limiti del paradosso. I libri sono vietati e chi cerca di fare in modo che non scompaiono può affidarsi unicamente alla memoria. In questo romanzo il libro è contrabbando puro. Mi ha sempre affascinato questo aspetto di queste ‘utopie negative’. Il libro deve essere tutelato, come zona di nessuno, come residua zona in cui il pensiero è salvo, scrivere è liberta, la scrittura è vita. Esiste un modo di diffondere le idee sulla rete, che la pone su un di una avanguardia totale sugli eventi, sulla capacità di aggiornare velocemente le notizie, senza i problemi che possono nascere nella redazione di un giornale (i tempi, le persone, i modi) o in un consiglio di amministrazione di una rete televisiva. La rete è un’arma a doppio taglio con la quale possono essere messe in giro false notizie, sta alla professionalità di un eventuale giornalista capire se qualcosa è vero o no. Qualora il nostro pianeta diventasse inospitale come Marte, agli occhi di un visitatore esterno una serie di compact disc potrebbe apparire come una serie di dischi ornamentali. O no?

7.0 Quel che resta del libro

Quando ogni collegamento viene interrotto, quando il computer è scollegato, quando siamo soli davanti ad una pagina bianca con una penna in mano, quando leggiamo un libro sul treno, in una parola, dopo il black-out il libro. Il libro è un oggetto ed allo stesso tempo un’azione. Il libro è un evento. Come azione è ricca di conseguenze materiali ed immateriali. Il libro può appoggiarsi alla rete e sfruttare tutto ciò che essa può offrire in termini di rapidità, velocità di aggiornamento dei contenuti, facilità di connessione ad un gran numero di persone. Casualità della rete come possibile reperimento di informazioni anche quando esse non sono direttamente l’oggetto della nostra ricerca. All’interno di questo percorso l’autore è libero di ritagliare il suo spazio, di creare una sua specialità che rimane strettamente connessa con le sue esperienze offwire. Il sovraccarico informativo, il corto circuito dei testi su internet è lo stesso ed è speculare al corto circuito editoriale. La differenza consiste nel fatto che su internet è più facile riversare contenuti, al contrario di quanto avviene con i libri. I risultati, sul lungo termine, sono identici. Le riviste di letteratura o gli spazi dedicati presenti su internet tendono a ricercare i contenuti ‘migliori’, più quotati, a parlare dei testi più importanti, restando in stretto contatto con le case editrici che si confermano prima linea nella diffusione delle idee. Avviene che alcuni fenomeni sulla rete siano così importanti da richiedere un supporto da parte della carta stampata (libri e giornali), è un fenomeno simile a quanto è accaduto, a livello di produzione cinematografica, con videogiochi che si sono trasformati in produzioni cinematografiche. Ed è accaduto che siti internet abbiano fatto da volano per la diffusione di fenomeni poi approdati al cinema. Da internet può partire ed arrivare qualunque cosa, data la sua permeabilità, la stessa anche di libri e cinema.

8.0 Presa di coscienza degli editori

Esistono diversi modi attraverso i quali l’editoria si è accorta e ha trovato nella rete un bacino da cui attingere più che una nemico da temere. Tanto per cominciare, da sempre, esistono case editrici specializzate che pubblicano manuali e testi di informatica. Chiusa parentesi su questo mondo che in questo scritto non ci interessa, dato che il punto di vista è presentato da uno scrittore che si occupa di poesia e narrativa. Vengono pubblicati libri che riportano blog presenti su internet. La sequenza è semplice, il blog in genere, e qualcuno in particolare, divengono interessanti, tutti ne parlano, il fenomeno diviene fenomeno di costume e reportage, il libro e l’editoria si nutrono di fenomeni (in senso lato, non negativo), quindi viene pubblicato un libro contenente un blog. Ciò va tenuto in conto per un motivo: la diffusione della rete è capillare nei paesi industrializzati, anche in questi non tutte le persone hanno accesso alla rete, la rete come un quotidiano, in alcune circostante è considerata e visitata labilmente, senza riflettere. C’è un modo di navigare che replica lo zapping televisivo o la visione di un film, c’è un modo di navigare che simula l’ingresso in una biblioteca. I modi cui siamo abituati per avere accesso alle informazioni sono la televisione, la radio, il giornale. Tutti e tre sono agevolmente trasmigrati sulla rete, tuttavia le televisioni continuano ad essere vendute. Alle offerte di televisione via satellite si affiancano le offerte del digitale terrestre, anche qui c’è qualcuno che ha pensato che la televisione prima di tirare le cuoia dovrà e potrà passare attraverso varie (ri)trasformazioni. Ciò a quanto pare non accade negli stessi termini al libro. Testi privi del diritto d’autore e pubblicati da un editore costituiscono un precedente epocale. L’editore ha avuto l’intelligenza e i lettori/acquirenti hanno colto la sfida. Il libro è un oggetto che piace. Non ci sono regole, un libro è disponibile su internet, chiunque può leggerlo, stamparlo, regalarlo, impaginarlo a suo piacimento. Lo stesso libro viene venduto a poco più di quattro euro in edicola dopo essere passato attraverso ll distribuzione in libreria. Il libro vince. È chiaro che non è bastato scrivere un libro interessante. Gli autori di questi libri non sono persone che passano il loro tempo chiuse in una cantina a scrivere, le idee sono ‘connesse’ a persone, la rete è sempre è un luogo.

9.0 Catalogo

Soltanto siti di una certa rilevanza, o siti su cui lavorano un gruppo di persone determinate, possono permettersi il lusso di dare continuità alla propria presenza sulla rete. Non si può quindi redigere un catalogo dei siti che non sia un catalogo del provvisorio. Mi ricordo di quando si cominciavano ad utilizzare, nella redazione di tesi di laurea, articoli o citazioni presi dalla rete. È probabile, per molti di questi articoli, che a distanza di due mesi o di un anno, sulla rete non ne esista più traccia. Come è probabile che ci siano. Le pagine sono miliardi, molti siti vengono smantellati senza alcun preavviso o, semplicemente, scadono e nessuno più se ne occupa. Questo è ancora un punto di forza del libro sulla rete, l’aspetto della storicità dell’evento. I libri vengono conservati, messi in circolazione sul mercato, catalogati. Difficilmente (forse non si può mai dire) si potrà dire di un oggetto che non è mai esistito.

Maurizio Leo e “I Quaderni del Bardo”


Maurizio Leo è nato nel 1959, ho visto uno dei suoi primi libri circa tre anni fa, nella biblioteca del FondoVerri di Lecce, rimasi incuriosito da questo oggetto, pagine nere con caratteri bianchi, veste tipografica ineccepibile, troppo difficile che fosse un’autoproduzione e se lo era, era fatta proprio bene. Il libro si intitolava Fobia, un testo pubblicato in veste simile nel 1984, quando l’autore aveva ventiquattro anni. Presumo quindi che Fobia sia una delle sue prime opere. Presumo perché l’autore è sfuggente, è una persona di poche parole cui non piace perdersi in chiacchere su come vanno le cose con gli editori. La mia prima impressione, ripeto, è stata quella di avere tra le mani un’edizione molto curata. Passa il tempo e de ‘I Quaderni del Bardo’ riesco a reperire qualche copia nei modi più disparati. I volumi sono in tiratura limitata, tra i duecento ed i cinquecento esemplari. Questo limite non è tale, è una scelta rigorosa dettata dall’intenzione di dare ‘valore’ aggiunto alla propria operazione culturale. Infatti i titoli usciti, in questi ultimi anni sono 14, un numero elevato se si considera il lavoro che sta dietro ad ogni volume, la tessitura delle relazioni che fanno di ogni uscita un ‘rapporto umano’ tra Maurizio Leo e gli autori. Maurizio Leo rappresenta un esempio atipico di produzione culturale, un esempio di tenacia e pazienza. Gli autori di cui si sente eco negli scritti di Maurizio appartengono alla Beat Generation, passando per Breton o Lautréamont. La sua è una sperimentazione che investe la lingua, le sue poesie seguono un ritmo sincopato, che soltanto alla vista ricordano i refrain di Mexico City Blues, una volta lette lasciano l’amaro in bocca. La sperimentazione della prosa è verticale, soprattutto in Fobia, un testo da cui si esce senza fiato per respirare. E’ tuttavia riduttivo parlare di lui attraverso le sue opere, che semmai vanno (ri)cercate e lette. L’autore è anche redattore da tredici anni della rivista il ‘Bardo’, distribuita capillarmente e gratuitamente sul territorio, in librerie ed edicole, a Copertino, Lecce, Maglie, Galatina, Nardò, Gallipoli e Leverano. Inserisco l’elenco de ‘I Quaderni del Bardo’ per dare modo a chi fosse interessato di mettersi in moto. Nella sezione testi di questo sito troverete qualcosa di suo da leggere.

1 M. LEO, Dogmaginazione, 1992, 2 V. ZACCHINO Religiosità e Tradizione nelle poesie di S. Giuseppe da Copertino, 1993, 3 M. LEO, L’albergo di latta, 1994, 4 M. LEO, Fobia, 1995, 5 A. GIORGI, Le pantee grigie, 1996, 6 E.A. BUONGIORNO, Varvara, 1996, 7 C. TUNDO, Nequizia, 1996, 8 M. LEO non suona più il jukebox nell’appartamento di allen, 1998, 9 P. VALESIO, Anniversari, 1999, 10 S. DONNO, Monologo – +, 2000, 11 AA.VV. Absentia, 2000, 12 M. LEO il bazar delle parole scomposte, 2002, 13 V. FIORE Nicola a Copertino, 2003, 14 G. COSI Sette lustri di vita lequilese, 2003.

9 Domande x Oronzo Liuzzi


Caro Oronzo, abbiamo avuto modo di conoscere ed apprezzare la tua produzione poetica, sappiamo che sei anche pittore e che la tua attività di artista non è limitata a questi due campi di espressione, ci hai parlato ad esempio di mail-art. Quale senso assume questa ‘multimedialità’ espressiva nel rapporto con la rete?

Il mio intento è stato quello di sviluppare la creatività tout-court, attraverso l’utilizzo di linguaggi differenti tra loro, accomunati però da linee concettuali parallele. Pittura, performance, poesia, mail-art, poesia visuale, installazioni, libri oggetto, libri d’artista, hanno nel loro insieme contribuito a far in modo che potessi di tastare il terreno dell’arte. All’inizio degli anni ottanta fui animato dall’idea di lanciare in mare bottiglie contenenti poesie. Questo mio nuovo progetto prese avvio a Novoli (Le), partendo dal Laboratorio di Poesia di Enzo Miglietta, per poi continuare presso altre spiagge d’Italia, riscuotendo notevole interesse sia da parte della critica che da parte di coloro che avevano trovato le mie bottiglie. A mio avviso la creatività non ha limiti e confini: l’importante è credere fermamente in quello che si fa, seguendo non le mode bensì gli sviluppi della società.La tua produzione poetica, nel corso dell’ultimo decennio, sembra subire un incremento, hai pubblicato diversi libri, ognuno utilizzando ‘linguaggi’ a loro modo differenti. Fai costante utilizzo di impaginazioni particolari, è forse un modo per rendere comunicanti i due ambiti arte plastica e poesia?

Fin dagli inizi della mia intensa attività artistica e letteraria ho sempre sentito la necessità di sperimentare nuovi linguaggi in progress, tenendo presente la realtà della nostra epoca oltre che la mia realtà fisica e psicologica. Non mi sono mai soffermato sull’idea di “staticità” in quanto l’ho considerata un concetto di morte e non di evoluzione. La vita per me è un continuo movimento, e in movimento devono essere anche le nostre idee. Lo storico della letteratura mondiale e poeta Madison Morrison ha definito la mia poesia “giovanile” proprio perché seguo tecniche e linguaggi contemporanei.

Quali sono i tuoi rapporti con altri artisti pugliese, in Puglia o in Italia, come vivi e come ti relazioni all’ambiente, inteso sia come mondo dell’arte e sia come mondo tout court?

Sono stato sempre aperto al lavoro di gruppo, nell’intento di instaurare una positiva e autentica sinergia. Ho avuto e continuo ad avere un ottimo rapporto con gli artisti pugliesi e non solo. Sono infatti in contatto con artisti di tutto il mondo, con i quali comunico principalmente attraverso l’opera d’arte in sé, che dà la possibilità di intuire, capire e leggere il pensiero di un artista. Vivere nel Sud Italia risulta a volte difficoltoso. Giancarlo Politi ha scritto su Flash Art che gli artisti meridionali sono degli eroi: pochi eventi culturali, disinformazione, ecc. Comunque spero sempre in un grande miracolo.

All’interno della produzione (sterminata) libraria cui assistiamo ogni anno, i tuoi lavori sono riusciti a ritagliarsi uno spazio, cosa consigli a chi si avvicina alla scrittura, all’arte, in una parola, ai giovani che producono e si esprimono in versi e che intendono pubblicare?

Noto il susseguirsi di una letteratura piatta, autobiografica, decadente, ottocentesca, priva di creatività, misera nel linguaggio. Ricordo a tal proposito il contenuto di una lettera inviatami da Gio Ferri, il quale si lamentava dell’attuale realtà poetica. Un consiglio?! Lavorare, documentarsi, informarsi, cercando di proporsi con un proprio linguaggio ed una propria identità poetica, evitando così di far parte di quella grande confusione in cui si trova oggi la letteratura italiana. L’amico Luciano Caruso tenne a sottolineare, nei suoi ultimi scritti, che “l’estraneità dell’avanguardia…è garantita dall’autenticità del suo progetto, lucidamente perseguito, di messa in discussione del mondo stesso secondo il modello libertario offerto dalla pratica estetica, che sempre per sua natura cerca di vincere e superare il limite dell’esistente, attingendo non ad una improbabile egemonia, ma alla propria capacità e propensione al dispendio. Così intesa, l’avanguardia è un severo esercizio, non un ballo sotto il ciliegio o un giro turistico organizzato, e si spiega anche se emergano poche presenze disposte davvero a rischiare”. Pubblicare un libro di poesie?! La grande catena editoriale trascura completamente i giovani. Che fare? Usare la formula dell’autogestione o affidarsi a piccoli editori seri che ti diano la possibilità di far conoscere le tue opere ad un pubblico di amatori e di critici.

Abbiamo la fortuna di parlare con un artista che lavora da decenni, quali sono stati, secondo te, i mutamenti più significativi nell’espressione artistica degli ultimi venti/trent’anni?

L’arte è lo specchio della storia. Horkheimer-Adorno quando parlano di ‘capitalismo culturale’ si riferiscono esattamente allo sviluppo attuale dell’anticultura, all’annientamento della personalità, all’annullamento dei valori anche ideologici. ‘Comprare’ è diventato lo slogan del terzo millennio, l’inganno e il dio denaro principi benefici del nostro sistema sociale. L’arte visiva ha sconfinato il suo territorio scrivendo una nuova storia. La contaminazione ha assorbito gran parte delle ideologie artistiche, mentre il mercato internazionale (americano), ha dettato le sue leggi e le sue regole estetiche. Negli ultimi tempi, con la globalizzazione e con l’intreccio di varie culture antropologiche, l’artista ha rifiutato il lavoro di gruppo o il rapporto col gruppo, scegliendo di vivere sia nel nomadismo, riferendomi ad Achille Bonito Oliva, sia nell’individualismo esasperato.

Cosa ti senti di consigliare e, al contrario, cosa sconsiglieresti ad un giovane pittore?

Giancarlo Politi non fa altro che incitare i giovani artisti ad emigrare a New York, per avere così maggiori possibilità di farsi conoscere, di sviluppare liberi progetti, oltre che di apprendere direttamente un’arte fuori dagli schemi accademici. Prima di tutto, però, c’è bisogno di eliminare determinate barriere mentali che frenano notevolmente la creatività. Poi bisogna informarsi e documentarsi su tutto quello che avviene nell’ambito artistico a livello internazionale, tramite riviste altamente specializzate, Internet o altro, creare scambi di idee e di lavoro con altri operatori del settore – come critici, gallerie, artisti – e non arrendersi mai.

Qual è il progetto artistico cui hai dato vita e al quale sei rimasto più affezionato?
Sono molto affezionato a tutto quello che ho realizzato, in quanto ho sempre creduto fermamente nelle mie idee. Sviluppo continuamente il concetto di autocritica prima di sottoporre le mie opere o i miei scritti al giudizio della gente, cercando di raffinarne la sintesi.

Sempre per restare in tema di ‘multimedialità’ ante litteram, c’è una lettura che ha influenzato il tuo creare visivo e, al contrario, un’immagine che ha influenzato la tua scrittura?

Prima di tutto fotografo l’essere umano nella sua interiorità sia nel bene che nel male. In secondo luogo analizzo attentamente tutte le avanguardie storiche internazionali. Terzo, sono affascinato dal mistero della vita.

Per concludere, quali sono i progetti in cantiere per il 2005?

Insieme all’architetto-artista-gallerista Franco Altobelli ho preparato una mia nuova produzione letteraria sperimentale che uscirà a breve con le Edizioni Spazioikonos di Bari dal titolo “Chat_Poesie”. Inoltre sto lavorando a due ulteriori nuove raccolte di poesie, sempre sperimentali. In riferimento alla mia attività artistica, avendo sviluppato una nuova ricerca, ho iniziato ad intraprendere contatti con alcune gallerie in vista di mostre personali, oltre ad avere progetti collettivi internazionali.

Teo e i suoi fratelli. Divagazioni da Vito Antonio Conte


1. Dopo il suo esordio poetico (Blues delle 14.30, Luca Pensa Editore), e quasi contemporaneamente alla pubblicazione di una seconda raccolta di versi intitolata ‘Polvere di sesso’, Vito Antonio Conte ha pubblicato il suo primo romanzo, intitolato ‘L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna’.
L’esordio narrativo di Conte è misurato e gli da la possibilità di delineare e raccordare meglio le sfaccettature che compongono il suo modo di scrivere, perchè un modo, l’autore, sembra averlo individuato.
Le vicende del romanzo, ad eccezione di qualche viaggio o ricordo, sono tutte ambientate nell’Ovest salentino, un Ovest mica tanto selvaggio, abulico, sospeso tra l’incertezza dell’oggi e le mille titubanze per ciò che porterà il domani.
E’ difficile definire Teo come protagonista del romanzo, è infatti protagonista chi prende parte ad un dramma e, soprattutto, rende vive le azioni. A Teo tutto ciò non accade, la storia procede tramite accensioni e successivi spegnimenti di fuochi fatui che sfociano nelle elucubrazioni mentali di Teo. E’ bello notare, tuttavia, che tranne in alcuni passi, la prosa di Conte non sia mai ridondante, né risulti in alcun modo autocmpiacente.
Nelle sue (tre) opere l’autore mette le sue carte in tavola senza timore, le letture che lo hanno influenzato e soprattutto la musica. Già, la musica. Qui la mia lettura deraglia binario e la mia recensione cambia. Perchè? La prima volta che conobbi Vito Antonio Conte fu ad una presentazione di un mio libro, dopo aver discusso per un’ora ci furono domande dai presenti. L’argomento era Celle, la domanda che mi fece Vito era attinente al fatto che nel mio testo non ci fossero suoni, né rumori, né musica; aveva ragione. Questo aneddoto rende ragione dell’importanza che la musica ricopre nella scrittura e nell’universo conoscitivo di questo autore. Questo ‘modo’ diviene evidente nella scrittura delle recensioni e degli interventi di Conte, dove raccolte poetiche e brani di album musicali assumono il medesimo status di importanza, come è giusto che sia quando il livello degli oggetti trattati è simile per qualità. Detto semplicemente, il suo è un modo ‘immediato’ di rapportarsi alla sfera della scrittura, un modo che ricorda vagamente il gioco, un modo inconsueto, avulso da ogni accademismo; ecco perchè Vito Antonio Conte piace, con tutte le riserve ascrivibili all’esordio ed al fatto che di certo, i suoi prossimi lavori, lasceranno più spazio alla storia; piace perchè nell’attuale porzione temporale e incidentale che potrebbe cader sotto al nome di ‘produzione letteraria salentina’, Vito Antonio Conte è una delle poche voci della sua generazione (è nato nel 1961) che hanno deciso di esporsi in modo così fresco, privo di retorica, disincantato.
2. Nel parlare di queste opere traggo un bilancio circoscritto (per ampiezza temporale e di catalogo) delle pubblicazioni dell’editore Luca Pensa, approfitto di questa recensione e deraglio binario una seconda volta.Insieme a Conte, infatti, esistono altri tre autori del catalogo non ancora nutrito di questo editore, sui quali mi voglio soffermare, essi sono Agostino Casciaro, Giovanni Capodicasa e Giovanni Santese. Questi quattro autori, se si ‘esclude per includere’ Antonio Errico, rappresentano un tratto d’unione non consapevole di un ‘momento’ particolare della produzione letteraria di questa provincia/regione (il Salento).
Agostino Casciaro è maestro cartapestaio, notevole la sua capacità di sintetizzare lo ‘spirito della terra’, al di là di lusinghe e armamentari retorico ideologici che gli/ci sono totalmente estranei, il suo non è un desiderio di evocare, quanto di ‘ascoltare’ in meditazione, meditazione operativa, la natura. Ha dato vita ad una serie autoprodotta di pubblicazioni, una rivista intitolata ‘Il foglio della noce marcita’. Se si eccettua il suo ‘La notte dei miracoli’, nonostante sia presente da oramai vent’anni sulla scena dell’azione espressiva di questa regione/ragione, non aveva ancora pubblicato per un editore.
Diverso sotto questo punto di vista l’excursus di un autore come Giovanni Capodicasa. Chi abbia avuto modo di leggere tutti i suoi libri può essersi reso conto della poliedricità espressiva di quest’autore. Poliedricità così spiccata da indurre il pensiero che dietro alla sua produzione non sia rintracciabile un percorso linguistico netto di ricerca netta. Ciò è vero in parte perchè una delle caratteristiche nascoste di Gianni Capodicasa, un pregio, è proprio questo carattere anche per lui di gioco e disincanto, lo stesso che trovo in Vito Antonio Conte, il quale però si fa cogliere più facilmente dalle stasi del pensiero. Interessante è anche il percorso editoriale compiuto da Capodicasa negli ultimi anni, egli ha pubblicato per i tipi di Liberars, Acustica Edizioni, Manni Editori e Luca Pensa. Raccolte di versi (Le ali di Uriel, Liebrars), di racconti, romanzi. Indice di una predisposizione dialogica nei confronti del libro più che dell’opera, degli autori/persone ed editori/persone prima che della funzione sociale nonché economica da loro svolta sul territorio. Indice ulteriore di questo interesse è la partecipazione attiva di Gianni Capodicasa nell’organizzazione dell’annuale manifestazione ‘Città del Libro’ di Campi Salentina, città dove peraltro risiede l’autore e, parallelamente, dell’istituzione dell’Accademia Letteraria Salentina, organo per nulla accademico che raggruma intorno a sé diversi autori leccesi che, vuoi per intenzione o vuoi per congiuntura, sarebbero difficilmente ascrivibili ad altri microsistemi salentini (penso, ad esempio, a Raffaele Polo), dove microsistemi va inteso nel senso di raggruppamenti di affinità.
Giovanni Santese ha invece esordito (solamente e bene) quest’anno, con la raccolta intitolata ‘Amore lavati che ti porto a ballare’ (sempre con Luca Pensa Editore). Le sue poesie sono state e vengono spesso paragonate a quelle di Charles Bukowski, per la crudezza ed il taglio, senza ragione. Senza ragione perchè le poesie di Santese offrono uno sviluppo differente ed il paragone con il grande Chinaski rischia di apparire come una scorciatoia critica, un riferimento che somiglia più ad un riflesso condizionato sul lessico udito, piuttosto che un attento e meditato paragone. Tanto è vero che certi versi di Santese sono ancora più taglienti, e che l’amarezza ed il cinismo di Santese non sono mai deplorevoli (non che lo sia Bukowski). Per non parlare del fatto che i riferimenti e le letture di Santese sono più ‘alte’, ed egli è un attento lettore della poesia altrui, caratteristica difficilmente riscontrabile in altri autori. Il fatto è che le poesie di Santese sono i suoi racconti di vita, e che la sua sensibilità è tutta salentina. Si aggiunga la giustezza del ‘dettato’, né alto (nonostante certi temi trattati) né basso (nonostante certi vocaboli utilizzati), che fa di quest’autore un elemento di raccordo necessario, con una vena ‘materiale’ del fare versi in questa terra.
3.Questi autori, insieme ad altri, rendono la misura di un fenomeno di cui qualche critico letterario dovrà sicuramente azzardare una soluzione, per quanto riguarda la funzione di aggregazione sociale che la letterature e il fare letteratura hanno avuto nel Salento degli ultimi venti anni, cruciale sarà l’analisi delle opere scritte prima ancora del colloquio diretto con gli autori delle stesse, scripta manent. Uno studio del genere potrebbe individuare, ad esempio, il momento esatto in cui il discorso antropologico ha fatto irruzione nelle narrazioni di questa terra. L’operatività letteraria e il fare (circolare) cultura, la produzione, meritano un’analisi che abbia il coraggio di non arrestarsi anche di fronte a risultati dubbi. Ecco perchè più risalto hanno (e avranno) figure di intellettuali che all’operatività sono riuscite anche ad affiiancare buone opere (A. Verri, A. Errico, F. Tolledi, C. A. Augieri, M. Nocera) insieme a coloro che non riuscirono per tempo a dotare di un sistema la propria dirompenza espressiva (C. Ruggeri, S. Toma).
A questi nomi si aggiunga un poeta come Elio Coriano, le cui performance sono (sempre) accompagnate a veri e propri consigli, quasi esortazioni, ad aprire gli occhi nei confronti dello squallore politico del quotidiano, con un consiglio particolare ai poeti, giovani e non, di ‘andare a studiare le opere di storia e i trattati di economia’, piuttosto che le antologie, perchè uno scrittore deve conoscere il mondo che lo circonda., affinchè esso non frani in un crogiuolo insignificante di parole. Torniamo a “L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna”, l’occasione è stata questa, per discutere insieme a Conte di altri suoi coetanei e colleghi. L’importanza della sua opera, in questo momento, come di quella degli altri autori summenzionati, sta anche nel fatto che, in alcuni di questi lavori è resa un’immagine diversa del Salento, un’immagine che è attuale, ancorata al vissuto cittadino, con la memoria della campagna rurale. Tuttavia, ripeto, a prescindere dai mezzi espressivi dispiegati, il passaggio dalla campagna alla città è compiuto. Da loro in poi, passando da sfumature di contrasto più tenui ed emotive (V.A. Conte, A. Casciaro) fino a culmini conflittuali (Santese, Coriano), si può scrivere in maniera differente.
Questi autori sono spesso in dialogo con la città e la realtà quotidiana, eppure mai come in alcuni di essi lo stesso relazionarsi è altro rispetto ad un agire territoriale non inerte, ben localizzato e contestualizzato. Penso alla Martignano di Elio Coriano, alla Vignacastrisi di Casciaro, alla già detta Campi di Capodicasa, o alla Badisco di verriana memoria o ancora alla Copertino di Maurizio Leo (Il bardo e i Quaderni del bardo). Il non riuscire a comprendere l”attinenza’ del luogo all’autore ha in parte limitato la ricezione di questi autori da parte dell’editoria locale, con poche eccezioni, o forse la mancanza è stata semplicemente una mancanza di perlustrazione. Fortunato, nei tempi passati, un Comi, abitante di Lucugnano. Ogni paese un poeta, solo che a Maglie c’era un Toma, a Caprarica un Verri, a Copertino un Pagano, a Lucugnano un Comi, in una provincia di cento comuni che ha fatto sfiorare alla sua produzione letteraria i vertici del lirismo contemporaneo, quanto meno nella qualità dei risultati, una provincia di micro-macrosistemi letterari e artistici.
4. Cogliendo tutte le componenti (positive e negative) in questo spaccato possibile di autori così contemporanei e così diversi tra loro, soltanto in questo modo, a mio parere, si può comprendere l’importanza di un autore come Antonio Verri, nelle cui opere trovavano ottima confluenza ed equilibrio le dicotomie di spirito/materia, contemporaneo/rurale, forma classica/sperimentazione linguistica, con un anticipo di anni rispettoi ai tempi con cui questi stessi temi, senza essere accompagnati agli stessi risultati, sono comparsi nelle opere di altri autori. Da questa forbice escludo volontariamente la generazione di chi è nato tra la fine degli anni ’60 e quella degli anni ’70, e rimando ad altro o ad altri un giudizio in merito ad esperienze come quella dell’Incantiere. E rimando ad altri una attenta considerazione dei rapporti intercorsi tra l’ambito accademico universitario attorno al quale sono gravitati certi fenomeni, e l’ambito della città, della terra, ricolma di ‘accademie’ teatrali e palestre di cultura.

“L’improbabile vera storia di un uomo chiamato Luna”, Luca Pensa Editore
pp. 112, ISBN 88-89267-28-3, prezzo 8€

Il settimo sigillo, su “L’ultima caccia di Federico Re” di Antonio Errico


Prima di intraprendere un discorso sull’ultima opera pubblicata da Antonio Errico (L’ultima caccia di Federico Re, Manni Editori), è necessario porre una premessa. Questo libro, innanzitutto, non è un romanzo. Del romanzo conserva la forma ‘visiva’, e del romanzo mantiene la promessa di impostazione, di intreccio coerente e sviluppo altrettanto coerente dell’episodio. Per ciò che concerne la scrittura, invece, quest’opera è un poema, appartiene ad un genere difficilmente percorribile e risolto da Antonio Errico in modo lieve (non leggero).
Abbiamo già scritto su “Lo scriba di Càsole” di Raffaele Gorgoni, ci troviamo ad affrontare nuovamente un romanzo storico, il paragone, almeno per la vicinanza spazio-temporale delle pubblicazioni e degli autori è interessante per scoprire il modo che entrambi hanno preferito utilizzare per trattare la materia storica.
Nel romanzo di Errico la vicenda storica di Federico costituisce il pretesto della narrazione, l’autore è interessato alla poliedrica figura di Federico, il Re colto, dedito alla lettura dei trattati sull’arte venatoria e allo studio della filosofia. Il romanzo di Gorgoni individua chiaramente il conflitto con la cultura dell’Islam, traendo le conseguenze dell’impatto dei fattori economici sulle vicende storiche, nella ‘Caccia’ di Antonio Errico, la cultura ed il rispetto della cultura altrui, trovano una proposta concreta nel ‘dialogo’, rappresentato nell’assedio di Gerusalemme. Su questo terreno troviamo le connotazioni differenti di questi due autori, una in cui prevale l’impianto narrativo-storico con intenzioni descrittive (Càsole), l’altro con un debito contratto nei confronti della materia poetica, anch’essa derivata da notizie storiche puntuali, fonti che non vengono troppo profuse se non come riferimento se non in appendice al testo.
Basta scorrere il testo dalla prima pagina per accorgersi, proseguendo la lettura, di come questo gioco di assonanze e rime interne non sia affatto costitutivo di singole parti, le quali magari lascerebbero il posto a segmenti narrativi. No, il romanzo in questione è un impasto linguistico che va goduto ad alta voce. Nel Medioevo il nobile che sentiva l’approssimarsi della sua morte si congedava da mondo intraprendendo da solo il suo viaggio. L’amarezza di alcune meditazioni di Federico è propria di quest’atmosfera “Adesso sono qui, in quest’ora. Solo. Non c’è nessuno intorno, davanti. Nessuno. Sono tutti dietro. Sono tutti distanti. Perduti. In questa battuta Federico è solo”. Siamo alla resa dei conti, cinquantacinque anni, né troppo vecchio né troppo giovane. E’ l’ultima caccia di un uomo che è stato al centro della storia. Se la storia fosse stata un’ellisse allora Federico ne avrebbe occupato uno dei fuochi, l’altro sarebbe stato occupato dalla Preda. Eppure, ripetiamo, la Storia è un pretesto di questa narrazione, un pretesto dichiarato proprio con le parole di un poeta che fece della musicalità il suo dettato, Giorgio Caproni, la strofa è una dichiarazione d’intenti “Leone o Drago che sia/il fatto poco importa./La Storia è testimonianza morta./E vale quanto una fantasia”.
Il refrain poetico torna più volte, con insistenza, dalle pagine introduttive e in maniera più presente nelle prime cinquanta pagine (dissiperò il mio regno/Non ci sarà mai pegno, ed ogni primavera/[…]quando sarà sera, inghiottirà le tracce/[…] quando le minacce, lo spavento-momento/scappare-pesare).
La scrittura di questa ‘favola’ storica procede grazie a questo ‘cuntare’ poetico che in tal senso si fa ritmo della narrazione.
Questo resoconto racchiude il lucido bilancio di ciò che è stato della vita di Federico, fatto da lui medesimo, senza possibilità di dialogo con le figure del passato, con chi accompagnò nel viaggio il Re; egli è ora solo e non ci sono testimoni che possono confermare la sua ricostruzione; la conosciamo noi, perché sono passati secoli, ma non ne è al corrente Federico, che è il protagonista. Ed è lui, adesso, a parlarci in prima persona, siamo in presenza del suo ultimo e consuntivo soliloquio. Gli esiti di questo discorrere sono a volte sconcertanti, recano il terrore moderno del guardare dentro se stessi, una volta per tutte ‘Mi sentivo rinchiuso nel nome di Federico’.
Uno dei punti fermi utili per ricostruire la psiche di questo Re narrato consiste, da parte di Errico, nell’accettazione della vacuità della vita di fronte agli abissi della coscienza, ‘vanitas vanitatum’, gli onori del comando e l’impero sono “una disperata caccia del niente”. Vanità è l’amore che il Re da giovane subisce in un pomeriggio afoso. Federico incontra S. Francesco che lo stupisce con la sua sicurezza e superbia. Il rivolgimento interiore di Federico sulla sua coscienza si risolve in epochè, con esiti che apparentemente possono sembrare discordanti, flussi interiori nei quali irrompe l’io, un io che si fa tutto contemporaneo, odierno, alle prese con i dubbi di un governare che Federico avrebbe desiderato essere un’azione salomonica e saggia. Ma come accorgersi che ciò che è stato fatto è giusto? Che cos’è la giustizia? Il disegno politico fa parte di un disegno divino? Le nostre storie sono parte di una Storia? Come può la Storia essere influenzata dalla microstoria che ognuno di noi vive, ogni giorno, dall’amore, dai turbamenti: “La sorte mi ha fottuto sul finale. Quando sembrava che avessi vinto tutto mi ha fottuto”. Gli esiti e le riflessioni divengono moderne, in questa prosa/poesia, anche nel linguaggio: “Forse siamo soltanto replicanti. Ombre esitanti sulla scena di un giorno soltanto, insignificanti comparse di una trama che nemmeno conosciamo”.
Il bosco di Federico è un luogo mentale, un momento di stasi nel quale ci si è persi, smarrita la strada, smarrito il senso. La descrizione dell’ultima caccia come di un momento cruciale, dove Federico si giocherà il tutto per tutto, un attimo sospeso che viene descritto, sviscerato: “Io sono il sovrano di me stesso, in questo bosco. Non lo sono mai stato prima d’ora, in nessun tempo, in nessun posto. Prima d’ora sono stato il servitore della statua di un sovrano in cui non mi riconoscevo”. L’esperimento di scrittura, condotto a questo modo, riesce nell’impresa di esprimere l’avvicinamento alla ‘caccia’ intesa come momento di un’ipotetica resa dei conti di Federico con tutta la sua vita. (“La caccia che è visione splendente che schiara l’oscura stagione che vivi”).
La caccia di Federico era la ricerca disperata di un senso, una spiegazione logica a tutte le emozioni e le perdite della sua vita di regnante. La sua vita si chiude nello smarrimento di sé. Ricoperto di neve e avvolto nell’oblio di un bosco.
Un miscuglio felice di prosa e poesia insieme, dove il pretesto storico diviene pura analisi del soggetto e dove narratore e narrato si fondono, lo stesso Errico fa interrogare Federico sulla possibilità di racchiudere in parole un destino, sull’ipotesi che una narrazione possa essere contemporanea all’oggetto diveniente della narrazione stessa. Per riuscire in ciò bisogna fare in modo che il tempo del romanzo in questione, storicamente localizzabile, si trasformi in tempo sospeso.
In Cosmopolis (De Lillo, Einaudi), ad esempio, la vicenda narrata è chiusa perfettamente in un arco di tempo di poche ore, ed il protagonista si trova, al termine di una giornata dalle vicende iperreali, assurde e allucinate, faccia a faccia con il proprio destino. La citazione di questo romanzo americano è funzionale per comprendere come sia difficile narrare una vicenda conclusa (la notte del bosco) e racchiusa; il mondo di Federico non esiste, non esiste più la Storia, tutto è filtrato nel sogno/visione/sospensione/racconto.
Questa scelta inusuale si regge sulla creazione di luoghi tramite ripetizione, a volte ossessiva, proprio perché dettata da scelte che si avvicinano alla poesia: “io per stanarti ti farò impazzire”, “io per stanarti incendierò la notte”, “Ora per stanarti ti cercherò col cuore”.
Gli elementi su cui fa affidamento l’Autore per elaborare il dissidio interiore di Federico in chiave contemporanea sono: il rapporto con i propri figlio e con suo padre, Enrico, rapporti nei quali il Re ha fatto prevalere più la ragione di stato che la ragione del cuore, sprofondando nell’amarezza; la passione per la cultura e per il dialogo di culture, di cui si fa argomento per l’assedio di Gerusalemme; il passaggio di consegne di una città grazie alla mediazione filosofica, piuttosto che con lo scontro diretto. Questi sono i momenti di questo romanzo dove si fa chiara l’intenzione di far trapelare un messaggio.
Federico, dopo questo monologo, è solo, la stessa morte non riesce a svelare i suoi segreti. Il lettore tuttavia può intuire di quali fuochi fosse acceso il suo animo.

“L’ultima caccia di Federico Re”, Antonio Errico, Manni Editori, 2005, p. 151, €13,00

“Le ragioni del lavoro intellettuale” sul forum dell’editoria pugliese del 12 marzo a Bari


1. Ci sono cose che ci piacerebbe sentire e cose che abbiamo già sentito. Le prime ci auguriamo di sentirle e faremo in modo che certi discorsi possano nascere, le altre le abbiamo già sentite e sarà utile confrontarci anche su esse. L’editoria è sorretta da discorsi legati strettamente all’economia. Qui ci fermiamo e per il momento non diciamo che l’economia è strettamente legata alla politica. Sappiamo che l’editoria italiana è in crisi, sappiamo che promuovere un libro è un’operazione che va equamente condivisa, negli intenti, tra editore e autore. Sulla quantità più che sulla qualità di questo spartire abbiamo qualcosa da dire, al di là dell’aspetto economico. Una volta che l’autore ha partecipato attivamente nella stampa di un libro, come può sapere quante copie ne vengono tirate, dove vanno a finire, come vengono gestite? Non ci piace sentire che l’editore farà tutto il possibile per la promozione di un volume, perché, in quanto autori di una certa età (al di sotto dei trent’anni) acquistiamo molti più libri di quanto non facciano altre fasce della popolazione e questo per due motivi, innanzitutto siamo più curiosi, siamo voraci e siamo interessati. In secondo luogo ci piace vedere cosa scrivono altre persone della nostra generazione di mezzo o più adulti di noi, per confrontarci, per vedere cosa ci accade intorno, per essere informati sull’attuale stato di evoluzione di quel fenomeno che si chiama ‘scrittura in lingua italiana’. Sappiamo già che i nostri editori fanno tutto il possibile per promuovere le loro opere, lo sappiamo perché ce lo dicono. Dov’è allora il problema? Tutti gli autori che sono intervenuti fino ad oggi in questo dibattito hanno asserito che l’editore deve essere intraprendente. Il concetto di intraprendenza, in senso lato, può essere così applicato: stampare meno titoli ma far fruttare bene i soldi investiti, ad esempio, in pubblicità sul libro, pubblicità di ogni genere, presso riviste che si occupano di cultura, presso testate giornalistiche, presso altri editori, sulla rete, in libreria. O ancora: creare uffici dinamici e interrelati dove le notizie circolino, dove soprattutto si legga anche ciò che viene detto in giro riguardo ad un testo, affidare questi compiti a persone preparate e non a persone che lavoreranno per sei mesi senza contratto per poi andare a finire a lavorare da un’altra parte dopo aver incubato in una casa editrice il loro primo step curricolare. Creare lavoro e far circolare denaro. Si, ma gli editori dicono, il libro non si vende. Eppure le tipografie sono luoghi di produzione eccellente, quando un libro esce di lì dentro, a prescindere da chi ne sia l’editore o l’autore, il libro esce proprio ben fatto, quasi quasi si potrebbe scambiare per il libro di una grossa casa editrice (una delle tre). Perché non si vende? Forse sta scritto male? Impossibile, alcuni titoli sfornati negli ultimi anni da case editrici pugliesi sono eccezionali. Forse non si fa tanto per promuovere il libro? Come è possibile dare vita ad un’economia sostenibile, anche per l’editoria? Gli autori si lamentano che devono sborsare per essere pubblicati e sono costretti a fare ciò perché l’editore non può azzardarsi di stampare duemila copie di tutti i manoscritti (anche soltanto di quelli buoni) che gli vengono inviati. Gli editori si lamentano che non vengono acquistati i libri. Esiste un punto possibile di congiunzione o, quantomeno, un punto in cui o l’autore o l’editore hanno manifestatamente torto? Le spese di produzione di un libro vanno ripartite secondo differenti voci, partiamo dalle spese di produzione. A seconda che il libro venga stampato appoggiandosi presso una tipografia oppure utilizzando macchine digitali esso può avere un costo grezzo differente, che non arriva tuttavia a superare il migliaio di euro per una tiratura di cinquecento copie, le quali a loro volta data l’asfissia congenita del mercato librario pugliese sembrano essere un congruo numero di copie, abbastanza per comprendere se un autore è una schiappa oppure se è un buon esordiente, abbastanza per capire se un investimento è andato a buon fine oppure per accorgersi che appena appena si è riusciti a far fronte alle spese senza perderci. Se poi l’editore si appoggia frequentemente ad una tipografia esterna (ma l’ideale resta avere delle macchine digitali proprie) è naturale pensare che esso possa ottenere sconti sulla produzione quantitativa, nel senso che portando in tipografia più volumi contemporaneamente si può ulteriormente contenere il costo di stampa. Anche per questo motivo le uscite editoriali vanno e sono comunemente programmate con un certo anticipo. Nel capitolo della spesa di stampa ci mettiamo quindi tutte le spese relative alla stampa del volume, alla sua rilegatura, alla stampa della copertina e al suo trattamento/abbellimento eventuale. In sostanza consideriamo chiuso il capitolo relativo al prodotto. In seguito il libro, da oggetto materiale diviene merce acquistando un carattere ideale, il valore aggiunto che da a quest’oggetto l’editore. Il valore che l’editore vuole dare a quest’oggetto è la somma di tutte le peculiarità e le professionalità che sono quotidianamente in gioco nella vita quotidiana di una casa editrice. Tecnici, addetti al settore commerciale, controllori di vendita, ragionieri, impaginatori e grafici, designer, addetti all’ufficio stampa, addetti all’area manoscritti, addetti all’area marketing, redattori, collaboratori etc. Alcune figure professionali non esistono più, i traduttori vengono pagati sul singolo libro tradotto, i correttori di bozze non esistono (e certe volte si notano i risultati della loro assenza). La vita di una casa editrice medio-piccola è fatta di persone che svolgono, se va bene, almeno due mansioni ciascuna, con evidente impossibilità di mantenersi al passo con quanto accade nel mondo esterno. Mi si potrebbe obiettare che non è così, che i collaboratori sono tutte persone serie, che fanno con passione il loro lavoro e che vengono seriamente retribuite. Tuttavia gli editori rendono ragione di un concetto “si vendono più libri -> circola più denaro -> si possono affrontare più serenamente i rischi -> addirittura si può facilmente investire”. Questo concetto che non fa una grinza dal punto di vista ideale fa acqua da tutte le parti quando si scontra con la realtà perché c’è un momento, tra la produzione materiale e quella immateriale, che non viene spesso quantificato, ovvero il ‘lavoro intellettuale’.
2. Quanto costa produrre un oggetto intellettualmente valido, coerente dal punto di vista stilistico, eccezionale come merce di scambio possibile? Un libro non è mai un punto di arrivo. Un libro è l’asintoto di tutti i discorsi che tendono e che partono da esso. C’è un momento nella catena di produzione in cui l’editore fa i conti in tasca all’autore e in tasca a se stesso dimenticandosi di aver a che fare con lavoratori come lui, se il lavoro intellettuale ha senso anche in periodi dove il cervello è un contenitore di repliche, spot e affini. E questo accade anche con chi lavora all’interno delle mediopiccole case editrici. Torniamo al nostro bel libro paragonandolo ad altre merci. Facciamo finta che ad un editore si guasti la macchina, una macchina per la quale ha speso dai nove a quindicimila euro per rimanere nell’ambito delle monovolume (soldi che guadagnerebbe un autore lavorando per un anno al sud essendo molto fortunato). L’editore va dal meccanico per farsi aggiustare la macchina ed il meccanico fa un preventivo di duemila euro. L’editore ingoia il rospo e decide di pagare quella cifra, la macchina gli serve tutti i giorni, non può farne a meno davvero. Qual’è quella persona così stupida da affidare migliaia di euro in mani di altri, oltre che ad affidare una sua opera, senza informarsi e senza chiedere quali risultati otterrà? Qual è quella persona così stupida da mettersi a scrivere e buttare dalla finestra i propri soldi senza sapere se otterrà dei risultati tangibili? Per il suo stile si intende. Perché è di stile che si parlerà a questo forum, o no? Qual è quell’autore così stupido da credere che basterà pubblicare a pagamento un libro perché quest’ultimo si legga o si venda? Eppure ce ne sono tanti, è una questione di stile o c’è o non c’è. Ci avviciniamo alle elezioni, due tornate in meno di un anno e mezzo. A questo forum si toccheranno anche argomenti legati alla politica e la politica è il luogo del conflitto, virtuoso o vizioso, delle classi sociali. Come risponderanno gli editori di fronte alla crescita della scrittura, in quantità e qualità, che non va, sempre, di pari passo con la loro conoscenza (non sempre perfetta ma perfettibile) del territorio in cui operano? Anche questa è politica. Le molte presentazioni, oltre che a far conoscere l’autore e vendere il suo libro, sono le poche occasioni in cui il lettore può chiedere chiarimenti oppure può semplicemente fruire idee in modo gratuito, posto l’assunto che non tutti si possano permettere l’acquisto di un computer con collegamento, oppure l’acquisto di una decina di libri al mese o altro. L’elevazione dello spirito passa anche da queste occasioni. Questa indicazione serve giusto per ricordare agli editori che svolgono un’azione sociale e politica, il libro resta ancora il modo più economico per confrontare le proprie idee e maturarne di nuove, insieme alla lettura dei quotidiani.
3. Tutti al forum, per parlare anche di distribuzione. Se ne sono accorti gli scrittori emergenti, se ne sono accorte le case editrici, se ne sono accorte le librerie, sparse un po’ in tutta Italia, così non si può andare avanti, ci vuole una svolta. Esperimenti alternativi e cooperativi di diffusione del libro sono già in atto. Penso ad esempio al circuito di Interno 4 (presente a Lecce con la libreria/associazione Officine Culturali Ergot), all’esempio dato da AutoriEditori, che, in Veneto, hanno stampato dieci volumi (dello stesso formato e con caratteristiche simili alle prime edizioni di StampaAlternativa, i Millelire) di autori esordienti. Il passo in avanti consiste nella possibilità di leggere online queste opere, scaricabili in formato PDF. Penso all’esperienza di LiberTAS, iniziata nel gennaio dell’anno scorso, che sta viaggiando verso la costituzione di un consorzio di piccoli e medi editori che stanno riuscendo a conquistare i propri spazi. C’è l’esperienza concreta e decennale dei Wu Ming (WuMingFoundation) a dimostrare che la circolazione non a pagamento delle opere non è affatto un’opera gratuita. Si aggiunga che il discorso portato avanti dai WuMing e dalla ‘comunità dei lettori’ è un discorso, oltre che letterario, sociale, politico e orizzontale. Il dibattito tra letteratura e società, autore e lettore è vivissimo. Mediando ciò con opportune riflessioni su autori (basti citare chi ha precorso i concetti di rete come Deleuze e F. Guattari) possiamo comprendere come i concetti di ‘rete’ e di ‘diffusione sulla rete’ siano altro che assommabili al flusso di 0 e 1 che può passare attraverso una banda in ADSL o un telefonino UMTS. La ‘rete’ è altro, la rete è possibilità di creazione di discorsi orizzontali e trasversali, rizomatici, senza mediazioni né provenienti dall’alto né provenienti dal basso. La rete, in una parola, è immagine speculare della cultura di massa, senza l’accezione negativa che può assumere questo vocabolo. La rete è cultura di massa nel momento in cui diviene strumento di interlocuzione/costruzione/scambio, e non ennesima replica di Tele-Visione di informazioni, replica dell’idea di contenuto, un’idea di rete popolare come un’idea di cultura popolare, che oggi è già possibile grazie al libro stampato e alla scrittura. Non stiamo parlando di preistoria, gli editori se ne sono accorti da tempo, se ne sono accorti anche gli scrittori, la parola forum diviene di uso comune per indicare la possibilità di sedersi ad un tavolo e discutere senza ruoli predefiniti, con qualcosa da aggiungere. E la distribuzione, cosa c’entra con tutto ciò? Tra qualche anno forse si potrà discutere ed attuare un modello di distribuzione alternativo che possa essere utilizzato (anche) dagli stessi editori per fronteggiare lo strapotere di alcune catene forti.
4. In un simile scenario potranno essere (anche) affrontati discorsi relativi, per la piccola e media editoria, ad un innalzamento della considerazione di chi svolge un lavoro intellettuale, affinché il costo di un libro, essendo derivato da queste nuove spese ‘aggiunte’ possa essere realmente distribuito e ‘spalmato’ in maniera razionale. Resta ragionevole pensare che l’investimento minimo per affrontare una pubblicazione non scenda al di sotto di una soglia di quattro/cinquemila euro? Certo, ciò è pienamente condivisibile, se l’investimento viene realmente utilizzato per l’obiettivo preposto, la diffusione delle idee, la crescita dello stile, la maturazione dell’autore.

L’abisso dello spettacolo. Andata e ritorno. su “Contro la comunicazione” di Mario Perniola


controlacomunicazioneperniolaMario Perniola inizia il suo ultimo lavoro, “Contro la comunicazione” raccontando tre brevi storielle, indicative dell’atmosfera, forse meglio dire ‘pneumosfera’, della quale si avvolge il mondo della comunicazione. Farò ugualmente anche io, raccontando un aneddoto. Sono stato iscritto alla facoltà di Filosofia di Lecce dal 1995 al 2002, anno in cui mi sono laureato. Nel 1995 i corridoi di Palazzo Parlangeli erano sempre affollati di studenti, si poteva addirittura fumare, praticamente dovunque, e una delle scene più consuete era rappresentata dallo studente/studentessa, seduto/a sui gradini delle scale a chiocciola in puro cemento armato non rivestito, a leggere un libro (Hegel, Feyerabend, Kant). Il nostro professore di Estetica, ogni tanto, si accendeva una sigaretta in aula durante la lezione, mentre quello di Teoretica non alzava lo sguardo dal testo della Gessammelte di Kant, prima leggendo in tedesco e poi traducendo a memoria. Nel 21002, anno in cui ho abbandonato quei corridoi non si poteva più fumare e, gli iscritti al corso di laurea erano una quarantina. Dov’erano finiti tutti gli altri? Forse perduti nel passaggio tra un vecchio un nuovo ed un nuovissimo ordinamento, persi alla ricerca di un metodo che potesse trasformare in lavoro una laurea. Dove si iscrivevano i nuovi diciottenni, freschi di maturità? A SdC. Ed è lì che sono confluiti, insieme ad un cngruo numero di interessati alla materia un altrettanto congruo numero di disinteressati alle facoltà scientifiche (di cui SdC conserva l’aura, per molti e poco convinti, di tecnico esoterismo). Il carattere trasversale di SdC, molto più accattivante della trasversalità di saperi offerta dalla facoltà di Filosofia, ha fatto centro. Fine dell’aneddoto, con l’indicazione che anche a Filosofia c’erano molti studenti parcheggiati. Importante per comprendere come la lettura dfi questo saggio interessi una larga parte di ‘pubblico’, per due motivi. Il più importante è forse quello che in questo testo si tenta di individuare una soluzione che va oltre la critica di uno stato delle cose. Perniola nel suo testo analizza i caratteri distintivi della comunicazione, con esiti che sono centrati :”[…] emerge una differenz rilevante con lo spettacolo: buon attore è chi sa recitare in modo coerente molte parti di una commedia, ma buon comunicatore è chi, pur non interpretandone bene nessuna, riesce sempre ad occupare la scena”. Nell’era della comunicazione il modulo in voga è quello della ‘performance’, e del tentativo consumato di eternizzare l’effimero, in ciò, la comunicazione, anche grazie ad “una catena di ingenui pronti a scrivere la storia dell’ultima idiozia”, compie la sua opera in modo egregio.
Il concetto sosstenuto da Perniola è che la comunicazione, con la scusa di presentare la superficie con tutto il suo sfavillante splendore, nasconde invece un sostrato di oscurantismo, la pretesa e scultorea eternizzazione dell’attimo, comunicazione del nulla. La comunicazione necessita di una soglia d’attenzione da mantenere sempre alta per nascondere il vuoto. Perniola affronta diversi ambiti/accezioni sotto il profilo della comunicazione, il segreto, la violenza, la new economy, ma anche la vita, i valori, la pornografia, il fascismo e altri, fino al termine ‘obliquità’.
La prima parte del testo è dedicata infatti agli aspetti della comunicazione. ne deriverebbe un quadro molto poco confortante se la seconda parte non fosse dedicata all’estetica e alle sue chance di vittoria critica sulla comunicazione. Mario Perniola insegna per l’appunto Estetica presso l’Università Tor Vergata di Roma e presso l’Università di Kyoto. Ma torniamo alla facoltà di SdC, dopo un’attenta analisi comparata di fascismo e comunicazione Perniola parla degli studenti: “Quando una massa enorme di studenti si accalca davanti alle segreterie dei corsi di comunicazione, essa offre uno spettacolo che è indubbiamente più rassicurante delle adunate fasciste, perché non vuole <<credere, obbedire, combattere>> ma sostituire il lavoro col gioco, Thanatos con Eros, la guerra con la pace universale. La mia simpatia è tuttavia piena di mestizia, perché sono destinati a essere gabbati non meno dei loro antenati fascisti”.
A conclusione della prima parte, saremo in sospeso con una domanda: dopo che l’insensatezza della comunicazione viene fatta discendere ed è affiancata all’insensatezza del pensiero occidentale, pervasiva, invasiva, livellante e distruttiva, dopo di ciò, esiste qualcosa che può contrapporsi alla comunicazione? Esiste una superficie altrettanto forte, ma dotata di un’ontologia propria, tale da prevaricare ogni paradosso e resistere allo strapotere del nulla, magari utilizzando mezzi che apparentemente, per alcuni, possono sembrare simili? La risposta sottintesa è un sì, l’affermazione di Perniola è Estetica. L’estetica dispone di tutta una serie di sfaccettature –non ultima la sua storicità, intesa come riflessione su diversi concetti filosofici – che la mettono nelle condizioni di contrapporsi allo strapotere della comunicazione massmediatica. In questo senso va intesa non una sua riscoperta, di cui questo testo non vuole tessere l’incominciamento, bensì una sua attuazione come forma di resistenza e lotta.

Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004

Dizionario anfibio. Considerazioni su “Vita felice di un pesce rosso” di Nicolangelo Barletti


1. Nicola Pagano, uno dei protagonisti di questo romanzo, viene colto nel suo momento di limpida agnizione di ciò che è stata la sua vita, e così Marco, e così Claudia. Le situazioni si presentano con ironia, senza troppi sorrisi, tutto viene visto in modo fotografico, le descrizioni sono precise e istantanee. Il computer gioca un ruolo interessante in questo romanzo, ridotto a puro elettrodomestico necessario al lavoro e al lavorio, ognuno ha a che fare con la sua tastiera, vuoi di un portatile, vuoi di un desktop oppure di una cassa all’interno di un supermercato. Le chat sono ‘noiose’, utilizzate per riempire il tempo libero sottratto alla monotonia dei giorni. Nicola ha compiuto un percorso, fino al momento della narrazione presente, che lo ha visto passare da Potere Operaio alla direzione di ‘Trend’, un ‘cesso patinato’ è l’espressione ricorrente, dove si occupa di decretare il successo o l’insuccesso di lavori teatrali tramite i suoi articoli. Nel mezzo di queste parentesi un episodico passaggio nell’Università, vissuto abulicamente e senza un reale attaccamento per la docenza. Marco è un ballerino, anzi, un danzatore, proveniente dagli ambienti della sperimentazione, dei quali un bel giorno si stufa, accettando la proposta fattagli da un politicante, il quale gli assicura una partecipazione come comprimario ad uno spettacolo con diretta su canale cinque: il rientro di un notissimo ballerino russo. A queste due vicende s’intreccia (nella vita e nella chat) la storia di Claudia, inseguita e inseguitrice, figlia di uno strozzino che ricicla il denaro per conto della mafia. I personaggi di Barletti sono colti tra Lecce, Milano, Roma, sfuggono continuamente alle loro responsabilità, chiusi in quella età di mezzo collocabile tra la fine degli studi universitari e l’ingresso nel mondo degli adulti, e finiscono ognuno con la propria insoddisfazione, anche affettiva che ad esempio in Claudia si traduce nella continua masturbazione. Sono tutti e tre in debole contrasto con una famiglia troppo presente, troppo pressante, troppo ‘salentina’, con l’attaccamento alla festa patronale, ad esempio, che viene descritta (come lo sono tutte le descrizioni di ambienti e materiali in questo romanzo) con minuzia ed esattezza dello sguardo, uno sguardo che comprende il tutto dal particolare, alternando la prima persona all’io narrante e mescolando i piani temporali in un arco che comprende una trentina d’anni.
La narrazione diviene racconto dell’impossibilità di reggere il peso delle situazioni con maturità. Ad un flashback sul passato corrisponde un episodio presente, oppure una serie di flashback ad incastro l’uno subito conseguente del successivo. Una stanza, il monitor di un computer oppure lo schermo fluorescente di un portatile, la solitudine, il silenzio della riflessione, divengono barometro dell’ansia, misura familiare che contrasta con l’abisso, nella fattispecie il saper affrontare degnamente la vita, senza vie di scampo.
2. Ma torniamo allo sguardo dell’autore, che in effetti è più protagonista dei personaggi contenuti nel romanzo. Questo sguardo infatti si sposta da una scena all’altra, spaziando tra i piani del tempo, senza fissarsi sull’inconscio o sulle situazioni degli stessi. Accade il contrario quando il personaggio di turno è faccia a faccia con lo schermo di un computer. La macchina diventa l’unico specchio riconoscibile della coscienza dei personaggi che, invece, conservano nella loro quotidianità un congruo grado di mutevolezza. La stessa disinvoltura e mutevolezza ha l’Autore nel farci passare da una situazione temporale all’altra, con brevi ‘label’ temporali poste all’inizio dei paragrafi. Bisogna tenere precisi a mente quali sono i ‘caratteri’ dei personaggi che sono stati costruiti, così soltanto li si può seguire per tutto il corso della narrazione, la narrazione viene data per ‘assaggi’, a poco a poco delineando un quadro. Rintracciando la linea della vicenda come somma dei piani che si intersecano scopriamo che il padre di Claudia nascondeva un traffico di denaro e riciclaggio, e più avanti invece scopriamo che il tutto era stato orchestrato a monte da…..Questo è soltanto uno dei percorsi che vengono tracciati da Barletti all’interno di quest’opera.
Sembrerebbe strano parlare di ‘romanzo di formazione’ per l’opera di un poco più che sessantenne autore, alla sua prima prova narrativa che allo stesso tempo è di così ampio respiro (più di trecentosessanta pagine), tuttavia l’impressione che si ha è proprio questa; per essere più precisi un romanzo di (in)formazione. Il lettore è informato di quanto è accaduto nel passato dei protagonisti tramite cenni rivelatori, i primi amori, le iniziazioni sessuali con prostitute che abitano in case di campagna dove il marito è nell’altra stanza, esperienze omosessuali preadolescenziali, l’incontro dei personaggi con i movimenti politici, la massoneria, la laurea, l’arrivismo, il turbinoso mondo del teatro, i compromessi con i politici ottenuti col desiderio di uscire dal mondo dei teatri ‘off’ per essere appagati dal plauso del pubblico e da quello del denaro. Da contrappunto fanno le vicende del padre di Claudia, la descrizione della corruzione dei politici locali che si affacciano a Roma ma che a casa loro conducono sporchi giochi, puntualmente in malora e collusi con le mafie locali; il politico non è soddisfatto del suo potere e vuole diventare massone, il ballerino non è soddisfatto della sua funzione univocamente sociale e vuole sfondare, la cassiera non è soddisfatta di come la sua vita sia giunta ad una secca sterile e priva di emozioni. I protagonisti si sfuggono persino in chat, per una lunga parte del romanzo, finché…e anche qui sono d’obbligo i puntini di sospensione, dato che anche questo è uno dei punti dove i fili della narrazione vengono stretti velocemente. Ed è proprio nelle ultime cinquanta pagine che questo libro si fa più acceso, proprio nel momento di più alta tensione dove un’ipotesi di ananke presiede allo scioglimento dalle colpe e la vendetta si compie, dopo le premesse accumulate nel corso della narrazione. Una scelta coraggiosa, quella di Nicolangelo Barletti, narrare gli ultimi trent’anni di una famiglia alto borghese, e allo stesso tempo segnare le tappe con il loro equivalente storico (anni 70 = contestazione, anni 80 = sacracorona, anni 90 = manipulite), il tutto sullo sfondo di questa linea immaginaria che collega Lecce a Roma. Un romanzo che potrebbe essere emblematico se pensiamo a quanti intellettuali o professionisti compirono negli anni sessanta lo stesso tragitto, facendo ritorno o facendo perdere per sempre le proprie tracce. Il computer è il pretesto perché i protagonisti, che per un breve periodo della propria vita vissero negli stessi luoghi, avessero un luogo comune di interazione per portare la storia a compimento; al termine della lettura la convinzione è che il titolo del romanzo si riferisca al fatto, forse, che i protagonisti sono sicuramente ’pesci fuor d’acqua’, fuori da se stessi e assenti alla loro stessa vita, tranne Irene.

Vita felice di un pesce rosso, Nicolangelo Barletti, pp. 375, Manni Editori, 2004, postfazione di Donato Valli

su “D’indolenti dipendenze” di Ilaria Seclì


E’ uscito nella collana dei Poet/Bar, diretta da Mauro Marino, l’esordio poetico di Ilaria Seclì, intitolato “D’indolenti dipendenze” e, come è successo per altri titoli di questa stessa collana (vedi Astremo, Semeraro, Benedetto, Petrelli), siamo qui a chiederci se anche questo volume mantenga le premesse di qualità, sperimentazione e ricerca che sono insite nel lavoro condotto da Mauro Marino e nella sua continua ricettività/ascolto di quanto accade attorno all’arte ed in particolare alla scrittura nella nostra regione. Ebbene quello di Ilaria è sicuramente uno dei prodotti più maturi usciti in questa collana. La maturità è data, in questo caso, dalla delineazione di sé e della sua poesia che la Seclì è riuscita a rendere visibile in questa raccolta. Fermandoci per il momento a questo risultato possiamo dire che qui sono contenute diverse e molteplici direttrici che porteranno altri buoni versi. Sarà compito dell’autrice scegliere di intraprendere una di queste direttrici come percorso, quella più interessante è sicuramente nascosta nel sottile intreccio tra la parola e il suono, la parola detta, sentita, strettamente collegata al suo significato. Mi riferisco all’intreccio di ‘corde’, ‘fiati’, ‘respiri’ cha danno densità a questi versi. L’effetto dell’opera d’arte ben riuscita è quello di provocare un effetto di ritorno. In alcuni testi della Seclì il ritorno è puramente ascrivibile all’utilizzo di alcuni vocaboli (barbari/barbarie, mongole corde, “Di odore di terra di fuoco carne e feto”), mentre in altri all’utilizzo di un ritmo ricorsivo. Dove il richiamo e l’influenza sono più manifesti l’autrice è brava nel accumulare una serie di immagini dense, che fanno sciogliere in soluzione gli elementi ascrivibili a questo effetto. Un’altra caratteristica rintracciabile in questi versi è la stretta connessione, a livello di senso, tra gesto quotidiano inteso come rito e gesto intriso di mistero della ritualità, il percorso dei mesi, il tempo che spazia attraverso il respiro (Quei mesi artigiani preparavano linde bende e resistenti di sepolcro/e le attorcigliavamo – occhi bassi e pazienti – ai tronchi delle viti.). E’ come se in certi versi – ma questa a dire il vero è una caratteristica che permea la poesia di Ilaria Seclì – ripeto, è come se in alcuni punti la parola venga masticata, venga triturata nei minimi rivoli del suono, in modo del tutto musicale, senza mai ammiccare ad un gioco puramente sonoro o privo di densità.
LODE AD ADE è una delle liriche simbolo del sapiente mescolìo che l’autrice sa condurre tra il sangue e la terra, spalmato nei miti delle teogonie (cfr anche “lo squarto di fegato titano”, in Postuma) e delle letterature, che quasi sempre rincorre e chiude in un’immagine finale degna delle migliori catastrofi: “Che lo sposo nell’utero polveroso attende/che mi asciuga il sudore e il liquido voglioso/la terra che mi succhia/e mi riprende”, così accade anche in Quei mesi artigiani : “[…] stirpe barbarica/a cavallo attraversava il paese/e se ne andava.”.
L’esordio di Ilaria Seclì è compiuto. Su più piani e più sensi, ed è compiuto. Lo è perché le tracce di influenze che affiorano in alcuni luoghi sono prontamente sopite da un carico di immagini notevole, lo stesso carico che viene dosato in un incedere ritmico, denso di rime internem proveniente dall’abitudine di leggere ad alta voce i propri versi, ripeterli come ritornelli, fletterli.
Alcune di queste poesie potrebbero essere tranquillamente cantate e ritmate, in particolare per una di queste (mi guarda di sottecchi mi ha riconosciuta) sembra quasi automatico il rintracciarne la trama e l’intelaiatura sonora. Un esordio che ha saputo coltivarsi ed attendere, buona fortuna.

D’indolenti dipendenze, Ilaria Seclì, Poet/Bar, Besa Editrice,
con un intervento di Giovanni Lindo Ferretti e postfazione di Michelangelo Zizzi