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‘Petrolio’ la bomba di Pasolini, di Gianni D’Elia


Il romanzo postumo di Pasolini, Petrolio, scritto tra il 1972 e il giorno della sua esecuzione (nella notte tra l’l e il 2 novembre del 1975), è come una bomba che non è esplosa. È stata disinnescata dal suo delitto, pubblicata diciassette anni dopo, quasi sicuramente monca, con un intero “paragrafo” che è volato via ed è stato fatto brillare altrove, dove i Lampi sull’Eni non hanno fatto rumore, né vera luce.

La bomba di Pasolini era la verità, la sua ricerca del filo nero che dalla morte per attentato di Enrico Mattei conduce alla strategia delle stragi degli anni più bui dell’Italia. Questa bomba socratica, per quanto già piazzata in parte e innescata sul massimo organo giornalistico della borghesia italiana degli anni Settanta, il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, non è mai esplosa in tutta la sua potenza, anche se il sunto del paragrafo scomparso già basta ed è bastato a tanti artificieri della letteratura e della politica, specializzati nella custodia e nel maneggio di esplosivi, per sbarazzarsene in fretta e con protervia.

Petrolio era un grande progetto d’opera, previsto in duemila pagine, di cui ci restano 522 cartelle; mettiamoci altri due o tre anni di lavoro, che uscisse nel 1978, dopo la tragedia patita da Aldo Moro. Lo apriamo, leggiamo: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (…) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione’”. Da pagina 542 a pagina 546, edizione Einaudi 1992, saltiamo all’indietro, alle pagine 117-18, dove si parla della guerra del petrolio tra Cefis (Fanfani, fisicamente) e Monti (Andreotti, fisicamente). Pubblico, privato, potere, economia politica delle stragi. E Cefis, Eugenio Cefis, viene ribattezzato nella finzione romanzesca Aldo Troya, che “sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”.

Cosa sarebbe successo nell’Italia (e nel mondo, date le immancabili traduzioni all’estero) del 1978, alla lettura di queste pagine? E perché, ancora, tanta sordità storica? Quelle prove e quegli indizi che, nel famoso articolo poi ripreso negli Scritti corsari (1975), Pasolini dice di non possedere, li sta raccogliendo nel romanzo: Io so. Da quel 14 novembre 1974, quando esce Il romanzo delle stragi (che il Corriere pubblica col titolo Che cos’è questo golpe?), una settimana dopo l’incriminazione dei vertici del Sismi, il servizio segreto militare, per il fallito golpe Borghese dell’8 dicembre 1970, Pasolini viene lasciato solo come un cane, in attesa che si chiudano i conti col suo dire.

Come in un’orazione di Cicerone o nel teatro di Shakespeare, ecco l’anafora di denuncia del sapere poetico-politico che inchioda i responsabili, gli esecutori materiali, i vertici dei potenti, del Palazzo e del Cane a sei zampe, i fascisti e i neofascisti, che hanno prodotto e gestito le varie fasi di azione e di depistaggio delle stragi in Italia, da Milano a Brescia a Bologna, dal 1969 al 1974, con la complicità dei servizi segreti italiani e stranieri e della mafia. Il testimone-giornalista si affianca all’intellettuale-detective e allo scrittore-romanziere; la sintesi tra il testimone e il romanziere è operata dall’intellettuale, che riflette sul “blocco politico economico” dello stragismo, e che agisce come un investigatore dei delitti collettivi, attestando la continuità del reato di strage: il delitto Mattei, le due fasi stragiste, anticomunista e antifascista, da addossare agli opposti estremismi, prima agli anarchici e poi ai fascisti, per disfarsene dopo averli usati. Pasolini sta continuando da solo la controinchiesta collettiva sulla “Strage di Stato” (edita da Samonà e Savelli, 1970-71).

E proprio in quel famoso articolo, dove dice di sapere i nomi, ma di non avere né prove né indizi (forse anche per mettere le mani avanti e proteggersi in qualche modo dall’isolamento intellettuale e politico che sente e che patisce), ecco la pazzesca allusione sottotraccia all’opera che sta facendo, da romanziere della verità: “Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio progetto di romanzo sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti”. Progetto di romanzo, fatti e persone reali, sta parlando di Petrolio, del suo cantiere del vero e del desiderio imploso, che nel novembre del 1974 è già in stato avanzato; tanto è vero che l’articolo scritto per il Corriere pesca nel romanzo i suoi materiali, correggendo subito nella prosa d’intervento qualche errore, come ho mostrato nel mio libello Il Petrolio delle stragi (Effigie, 2006): le prime bombe sono attribuite agli anarchici, e non ai fascisti, “per creare in concreto la tensione anticomunista”; e la “verginità” che la “cricca dei politici” si devono ricostruire non sarà certo quella “fascista”, ma quella “antifascista”, “per tamponare il disastro del referendum” (sul divorzio, 12 maggio 1974). E lo studio dell’intertesto dimostra la cura dello straordinario giornalista che fu Pasolini.

Pasolini sta addosso alla prima P2, e l’articolo più famoso pesca proprio dal sunto del capitolo scomparso, Lampi sull’Eni, che egli aveva certamente già scritto, come risulta a pagina 97 di Petrolio, nonostante tutte le negazioni degli eredi e dei curatori: “ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria”. Era la battaglia di Laura Betti, la nostra. Dunque, chi ha sottratto questo capitolo, ora annunciato e passato per le mani della mammola Marcello Dell’Utri? Ancora un lupo palermitano, condannato per mafia e amico di piduisti al governo, sulla strada dello scrittore assassinato; quasi una nemesi al contrario della bibliofilia. Gira voce che un antiquario abbia visto il dattiloscritto di questo capitolo sparito dalla sua sede, dopo il delitto di Pasolini, ma che non sia disposto a confermarlo in pubblico; per la Mostra del Libro Antico, che si è chiusa a Milano il 14 marzo, ora Dell’Utri ha parlato di una cassa di un istituto in cui sarebbe stato conservato; e c’è un’altra voce, raccolta da un giovane ricercatore, sempre di un antiquario o consimile, che risale però al 1980, che confermerebbe di avere visto Lampi sull’Eni nella cassaforte di una banca.

Lì si raccontava la storia mista e ambigua della Resistenza bianca e repubblicana, di Mattei e di Cefis che erano nella stessa formazione in Val d’Ossola, che Pasolini sposta in Brianza (che profezia del futuro!), dei contatti di Cefis con gli americani, di soldi e di armi, della sua carriera e del suo scandalo, e infine del delitto di Mattei, sostituito alla guida dell’Eni proprio da Cefis, un anno dopo il suo allontanamento dall’ente petrolifero nazionale, dopo l’attentato del 27 ottobre 1962.

Il giudice Vincenzo Calia, dopo dieci anni di indagini, ha archiviato il caso il 20 febbraio 2003 presso il Tribunale di Pavia, provando l’attentato ma dichiarando il muro del segreto politico italiano. Come il giornalista De Mauro e il giudice Scaglione, l’uno sparito per sempre il 16 settembre 1970 e l’altro ucciso per strada a Palermo il 5 maggio 1971, Pasolini indagava su Mattei, attirato anche lui dalla calamita delle rivelazioni di Graziano Verzotto, ex uomo dell’Eni di Mattei in Sicilia ed ex capo democristiano, senatore e segretario regionale, nemico di Cefis.

Calia ha svelato per primo l’altra fonte scritta di Petrolio, il libro al veleno di Giorgio Steimetz (alias Corrado Ragozzino): Questo è Cefis, l’altra faccia dell’onorato presidente, pubblicato dalla Agenzia Milano informazioni nel 1972, finanziata da Verzotto, già presidente dell’Ente minerario siciliano in guerra con l’Eni di Cefis. Pasolini aveva letto questo libro, introvabile e fatto subito sparire dal terribile Eugenio, ricevendolo in fotocopia da Elvio Fachinelli, che aveva pubblicato alcuni discorsi di Cefis sulla sua rivista L’Erba Voglio.

Secondo due appunti segreti del Sismi e del Sisde scoperti da Calia, Cefis aveva fondato la loggia P2 per poi passarla al duo Gelli-Ortolani, per paura, dopo lo scandalo dei petroli, tra il 1982 e il 1983. Era questa la bomba di Petrolio?

Dunque, Pasolini aveva capito forse troppe cose, non solo del delitto Mattei ma anche delle stragi di Stato, di cui quel delitto è la prima pietra, o forse la seconda, se la strage di Portella della Ginestra del 1947 è la prima, fino alla strage di Bologna del 1980 e alle stragi di mafia del 1992-93, tra azioni omicide, falsi e depistaggi abnormi. Commemorando il quarantennale della strage di Milano del 1969, recentemente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto: “Continuare a cercare ogni frammento di verità”.
Cefis è morto nel 2004, Verzotto è vivo e malato. Dopo tanti decenni, ci aspetteremmo dalla classe politica e dalle istituzioni ben altro che un invito al frammento.
Ci aspetteremmo l’insieme della verità sulle stragi e sui tanti delitti politici collegati, seguendo il rifiuto di Pasolini contro la separazione dei fenomeni:
1) togliere il segreto di Stato dal 1947 ad oggi;
2) fare una legge semplice, di un articolo: chi ha fatto parte degli elenchi segreti della P2 e ha tradito la Repubblica, sia interdetto in perpetuo e decada dagli incarichi pubblici.
Pasolini è morto nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975

“Il Merda (Visione)” da Petrolio di Pier Paolo Pasolini. Appunti da appunti.


[71e] Lingua dell’inconscio costruita sulla schisi, estetica e rivoluzione della merda. La Giustezza, l’adeguamento al primo modello, quello della ripugnanza. I due Dei renderanno Carlo ‘consapevole’ della Visione.
Gli individui aderenti al modello sono silenti, “la parola è divenuta una parola di pura presenza fisica e mimica”, gli individui siffatti sono epifanie. La Visione che coglie Carlo nei pressi del Colosseo si svolge all’incrocio tra via Tor Pignattara e la via Casilina. Muraglioni di un acquedotto lontani, case nuove in costruzione, cortili e case costruite a mano dai propri abitanti. Sfasamento nella visione, sbavatura che fa intravedere per un attimo la plebe di cenci e più si stabilizza sulla visione odierna, ‘tutti sembrano usciti da un negozio per abbigliamento’. La visione del girone Bruttezza/Ripugnanza, Blue Jeans/Maglietta “Er culo de fora”.
Nel [71f] la visione del ‘rattoppato’, finto ‘povero’, con i pantaloni a zampa e “impeccabile strettezza dei pantaloni alla vita” altrettanto “impeccabile larghezza sotto le ginocchia”. Con un gusto “anarchico e scandaloso almeno quanto legalitario e codificato”. L’elemento isolato e rappresentato in questo girone è il Conformismo. I poveri non hanno raggiunto l’uguaglianza sociale lottando, è stato loro concesso di conformarsi ai ricchi nell’apparenza.
La Visione è profetica, e strettamente attuale nel suo ripresentarsi. L’innalzamento di soglia del livello della tecnologia, nei paesi industrializzati, cresce e in proporzione aumentano i benefici che gli individui/modelli possono trarne in beneficio per vita quotidiana, tuttavia l’innalzamento della soglia di povertà e l’aumento delle famiglie e dei singoli che vivono al di sotto di questa soglia è un dato di fatto. Sono dati di fatto, oggi, l’arresto della crescita, la carenza di investimenti pubblici nella ricerca, la carenza di posti di lavoro, la crescita enorme di pensieri in qualità e densità. Il lavoro, supervisivo e globale, poteva essere inteso come una necessità, lavorare e spendere per lavorare di più e spendere di più, smarrire la propria identità e le proprie aspirazioni nella ‘ciclosi’ del lavoro. Oggi non basta lavorare perché la sottrazione del tempo dell’uomo, destinata al tempo della produzione non è più sufficiente, se n’è smarrito il senso. Il Merda e Cinzia sono “sempre strettamente allacciati”, e ancora “tenacemente abbracciati”, si tengono insieme. Si sostengono.
[71g] Nei gironi precedenti un elemento significava un modello. In questo è assente un modello di riferimento, l’unico modello al quale si può far riferimento in assenza di una storia è la salute, manca anche questo riferimento, in mancanza di un modello qualsiasi la visione è visione d’insania, malattia mentale, disperazione, apatia. Privatizzazione degli ospedali, privatizzazione della sicurezza e privatizzazione delle carceri, ma ‘riconversione delle ex strutture manicomiali”. Il matto, il folle, il nevrotico, lo schizo, sono improduttivi, sono peggiori dei malati che quanto meno alimentano un indotto farmaceutico e paramedico. La nevrosi è improduttività allo stato viscerale, non se ne può ricavare nulla, nemmeno Visione. Non c’è quindi la possibilità di essere felici del poco, il povero non può accontentarsi del nulla.
[71h] I colori della Visione decrescono in tonalità, mantenendosi accesi, in un tempo sospeso indiscernibile, la stagione è una “tarda primavera o un caldo inverno”.
“Il Merda e la sua mecca” giungono ad un semaforo, nemmeno in questo caso i due si slacciano dalla presa. Questa volta il Modello è addirittura fuori del suo tabernacolo, è una sorta di santo laico che sta predicando ai suoi apostoli. Il “Culto della sua imitazione”, il verbo dell’abiura, “certo di avere tutto il futuro dalla sua parte”.
Nella Visione si mescolano elemento religioso (fintamente reale, atteggiamento posticcio) e sessuofobia, ‘froci’, nella visione profetica Pasolini esprime una constatazione amara e rassegnata. Questi che oggi predicano il falso amore, il falso verbo, continueranno a comandare facendo piazza pulita, sostenuti dalla povertà, dalla credulità, dalla capacità affabulatrice del reale costituito. “La pietra giace sulla strada rovesciata”, il richiamo al Vangelo, alla predicazione, agli Atti come esegesi del verbo che non è il verbo, il rovesciamento del falso nel vero.
[71i-71l] Questi due paragrafi sono dedicati al Perbenismo Borghese e alla Dignità Borghese. Il primo è ostentazione di superiorità sufficiente. La seconda è consapevolezza di superiorità. Il perbenismo può essere un atteggiamento di simulazione anche non propriamente borghese. Perché esso è finzione. La dignità, invece, passa per il rifiuto di tutto ciò che è ostentazione superficiale, è abiura della comune ostentazione, è profondità del disprezzo. Essa sfocia nella poiesi di un ‘rango’. Il rango si esprime trasfondendo la propria esistenza in esistenza militare. Con la differenza che il militare non è più il povero che viene inviato come carne da macello sul fronte ma è, per l’appunto, il borghese arricchito che deve consolidare il suo ‘rango’, molto più simile, nell’estrazione/intenzione, ad un giovane delle SS.
Ancora oggi, come negli anni ’70, la maggior parte dei giovani che decide di intraprendere una carriera militare proviene dal sud, la maggior parte di coloro che sono andati in missione prima dei vent’anni, non hanno subito (alcuni sì) grossi traumi, il termine del servizio di leva, il servizio civile. Il militare come professione responsabile e ben retribuita. Il futuro vedrà la presenza di un unico o la coesistenza di quattro o cinque eserciti, privati, guidati da interessi economici e al di fuori dell’ONU? Le aspirazioni del singolo sono smarrite, quand’anche fosse costruito un automa intelligente in grado di combattere dovrà sempre esserci un soldato al comando. Un robot, infatti, non può subire un processo delle responsabilità. Carne da macello.
[71m-71n] Il codice della vigliaccheria ed il codice della tolleranza. La tolleranza infruttuosa e senza dialogo che è tolleranza del costume, dell’ipocrisia. La vigliaccheria e l’accettazione sottomessa dell’esistente così come viene allestito giorno dopo giorno. Anche il modello della tolleranza predica il suo verbo a persone smaniose non di sapere ma ‘essere’, tollerare tutto senza darsi spiegazioni, vivere nel proprio guscio senza uscirne, adorare l’Uovo. I colori di questa visione sono più accesi, dai rossi (amaranto, scarlatto, porpora, rosato) si procede verso l’arancione. Ci stiamo avvicinando alla luce? Nell’edizione di Petrolio, nella pagina che precede l’inizio del romanzo che ‘non comincia’ è riportato un appunto preparatorio, un elenco di opere, tra cui “Dante ultimi canti del purgatorio” e “De Sade 120 giornate [progetto]”. Nietzsche, descrivendo il suo “Al di là del bene e del male” scriveva che chi avesse letto lo Zarathustra avrebbe trovato nell’opera seguente gli stessi pensieri espressi senza utilizzare i mezzi propri della poesia. Qualcosa del genere accade affiancando ‘Petrolio’ a ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’. L’utilizzo del mito nella descrizione della decadenza e dell’ipocrisia del Palazzo. Un paragone con esiti e intenzioni diverse: il Satyricon di Fellini, un’opera dalla realizzazione monumentale. Fellini, che in fatto di ‘ricostruzioni’ scenografiche onnicomprensive è stato un maestro, avrebbe secondo me filmato una resa più aderente all’immaginifico pasoliniano, più di Pasolini, che ad esempio in ‘Uccellacci e Uccellini’ o in ‘Teorema’ resta fedele ad un dettato realistico. Chi non si ricorda invece di De Filippo inseguito da un donnone gigante sul viale di un notturno romano?
“Il Merda avanza” [71o] “cammina lemme lemme”, attraverso il girone dove il modello incarnato è l’amore-libero, la sua ostentazione narcisistica, e dove il ‘pistolino’, ‘cetrioletto’, ‘zucchina’ e le palle come ‘patatine’, affiorano da pantaloni sempre troppo stretti, un contenimento. Questa forma di ostentazione è mutuata dal periodo precedente a questo, gli anni “non ancora conclusi della secolare miseria sottoproletaria”. Sottoproletariato e Interclassismo sono gli elementi che contraddistinguono la critica di Pier Paolo Pasolini al mondo che verrà, a distanza di (quasi) trenta anni dalla sua morte la crisi di quei modelli ha accelerato il volgersi della situazione nei paraggi della Visione del Merda, non più “Il Merda: (La visione)”. La distanza tra classe politica e base è acuita, trent’anni di televisione al nostro risveglio si sono rivelati essere trent’anni di propaganda, i lavoratori non vengono presi in considerazione proprio oggi che la mobilitazione di grandi masse di persone, per motivi legati all’espressione libera delle proprie opinioni, è divenuta una realtà tangibile, oggi che la cultura si traduce anche in forme non ideologiche di estrinsecazione.
[71p] Pier Paolo Pasolini era consapevole del fatto che il potere si esprime attraverso una lingua (conscia, inconscia o subliminale) che è la lingua del potere, attraversando le parole, immagini, segni. Nel XIII Paragrafo della Visione fanno la loro comparsa le donne e, concomitante ma non in relazione causale, scompaiono gli elementi di bruttezza e ripugnanza. Le donne sono in blue-jeans, “quelle che non hanno i blue-jeans hanno una gonna così corta (i due Dei hanno il pudore linguistico di non nominarla col suo nome corrente […]”.
L’omologazione, l’annientamento e la conseguente adesione passano attraverso le parole, come il potere attraverso i corpi (saint Michel). L’omologazione è solo uno degli indici della mentalità moderna.
[71q, 71r, 71s] Le ragazze spigliate “non sono più di chiesa”, “l’ignoranza del Vaticano è stata per secoli il modello dell’ignoranza del popolo”, un’ignoranza fatta di praticità, oltre il pragmatismo americano, “ebbene, finito il Vaticano, è rimasta la sua ignoranza, in cui, a causa del suo praticismo totalmente irreligioso, è facile per il modello dello Spirito Laico, dal suo tabernacolo, insinuare il verbo dell’edonismo e del materialismo di carattere americano o comunque tipico dell’intera nuova civiltà”.
Il distacco dallo spirito del Vaticano, nella famiglia, viene salutato come segno del benessere e sua ostentazione, laddove la morale di un tempo predicava una certa accondiscendenza/esaltazione dell’afflizione nella miseria, il matrimonio laico invece esprime socialmente il benessere. Incombe tuttavia un’immagine del passato, le case con gli orticelli, Pasolini trasfigura il paesaggio romano Fuori Porta, caratteristico per gli stravolgimenti subiti in quegli anni.
[71t][71u][71v] Il Merda non tradisce la fatica che prova nel sostenere Cinzia con il braccio, si è deterso il sudore e finge sorrisi, quella stretta è irrinunciabile. E’ la volta del Modello del Conformismo, per la seconda volta Pasolini sottolinea l’impermeabilità del sesso femminile nell’accezione dei Modelli, il maschio è disordinato, la donna sistema e recepisce facilmente, per un insito pragmatismo, i modelli. La donna è vas d’elezione.
[71z][72a][72b][72c][72d][72e] Xx xxxxxxx xxxx’xxxxx Xx Xxxx Xxxxx xx xXXxx XxxxXXxxx X XX x XX xxxxx Xx X X xxxxxxxx xxx xxxxxxxxx x xx, xxxxx xxxx xx xx xxx xxx X xxxx xxx xxx xxx x Bolgie xxxxxx! X x x xx x-x-x forse non sarà domani xxxx Xxx xx x Xxxxxx xvedrai vedraixxx xxxX xx XX xxx xxx xxxxxx xxxx x xx xxxxxx non so dirti come e quando xxxxx xxx x x x xxxx Sono una cosa Sola con due Facce xxxxxxxx xxxxxx xx? Xx xxxxxxx! x xx’xxxx x ‘Ricce!’ xxxxxxx x, xxx, xxx? Xxxxx x’xx xxx’x, xxxxxXxxx,xxx!
[72f][72g][73][74] “Ai politici non gliene importa niente dei poveri; agli intellettuali non gliene importa niente dei giovani”. Questa verità è terrificante. E quest’altra lo è ancora di più, il mondo è totalmente parlabile, tutta la realtà potrebbe essere oggetto di un eloquio costante, e le parole che sono emesse attraverso la mediazione di modelli sono “applicazione meccanica di una verbalità”. “L’illusione è quella di conoscere, e quindi parlare, tutto il mondo”.
Il mondo vero divenne favola, il dialetto pure ne è investito: “grigio e puramente informativo, rimodellato sulla lingua”.
Il Merda crolla, i richiami alla Commedia di Dante, dalla nota di passaggio gironi/bolgie, si fanno più evidenti, è il momento di una turbinosa ascensione di Carlo, durante la quale pensa la sua visione e vive tre agnizioni fondamentali. Il carro sul quale è stato trasportato fin dall’inizio raggiunge lo Zenit della sua ascensione, in un punto dal quale può abbracciare tutta Roma con lo sguardo, “la sua forma era quella – anch’essa inequivocabile – di un’immensa Croce Uncinata”.
Carlo tornerà in sé, si avvierà verso casa per imbattersi nella scena finale della Visione, un simulacro recante una ‘misteriosa’ iscrizione, possibile ‘epigrafe di tutta intera la presente opera (‘monumentum’ per eccellenza). Petrolio. L’opera va letta con urgenza, la stessa nella quale venne meditata. Imbocchiamo via C. Colombo e partendo dall’Euresi giungiamo ad Ostia.

Luciano Pagano

pubblicato nel marzo del 2005 sul numero 5 “Merda d’autore” di Vertigine. Periodico di letteratura a cura di Rossano Astremo.