“Straniero sarai tu. Quando il semaforo non basta”. Un racconto


Straniero sarai tu.
Quando il semaforo non basta.
Un racconto

“Io sono il numero zero
facce diffidenti quando passa lo straniero”
Sangue Misto

Caro lettore, mi preme rassicurarti, prima ancora che tu prosegua nella lettura di questo racconto, che qui non si parlerà di viabilità, di domeniche in bicicletta, di filobus e/o eventuale procrastinazione del servizio di trasporto pubblico, e argomenti simili. Il semaforo, in questo caso, è inteso come luogo di concentrazione del ‘lavoro diffuso’, elemento reso stabile da una precarietà oramai storicizzata e soprattutto denigrata dalle stesse parole del Premier e dalle sue recenti affermazioni sul Decreto Sviluppo. Silvio Berlusconi, in più di un’intervista concessa alle sue reti personali, ovvero sia “Rete 4” e “Rai Uno”, ha ribadito i risultati ‘forti’ del suo governo, che poi sono quelli di facciata più visibili dal punto di vista mediatico ma smentiti nell’attimo stesso in cui ne viene data notizia. Il leit-motiv che ci ha accompagnato nel periodo delle elezioni nei Comuni sarà lo stesso tormentone che ci accompagnerà fino alle prossime Politiche, ovvero sia il trittico “Spazzatura” – “Terremoto” – “Come Siamo Usciti a Testa Alta dalla Crisi”.
È per questo motivo, caro Lettore, che mi sembrava giusto riportare una testimonianza, qualcosa di piccolo di fronte a tanto dispiegamento di mezzi informativi, e lo farò a partire dal semaforo. Il semaforo in questione è quello davanti al quale ho modo di passare ogni giorno, per più di una volta al giorno.

C’è un rumeno, sempre lo stesso da almeno cinque anni, che chiede i soldi in cambio di una lavata di vetro. Un giorno, passando vicino a una cabina del telefono, mi sento chiamare “Amico, amico!”, quando un rumeno ti chiama ‘amico’ è come se un uomo di colore, nell’Harlem degli anni sessanta, ti chiamasse ‘fratello’, stesso effetto semantico, “vieni, ci serve un favore”. Mi avvicino alla cabina rispondendomi nella testa alla domanda “ma chi può utilizzare, nel duemila, una cabina telefonica?”, uno che deve fare un numero verde in mezzo alla strada, ecco chi. Pietro (questo il nome tradotto in salentino) mi mostra la ricevuta di un bonifico estero effettuato con un corriere espresso. In pratica gli hanno invertito il nome con il cognome e quindi, la persona dall’altra parte del globo, in Romania, non può riscuotere la cifra. Pietro mi chiede di fare il numero verde, ascoltare, seguire le istruzioni e segnalare il problema all’Ufficio Clienti. La mia esperienza nei call-center mi fa subito capire che Pietro si trova alle prese con un problema degno dei tempi moderni, ovvero sia l’incomunicabilità tra uomo e operatore. Prendo il telefono, faccio tre tentativi (una buona media per essere un presupposto esperto), riesco finalmente a parlare con una signorina, risolvo il problema. Da qualche parte in Romania la sorella di Pietro, oggi, riceverà 100 euro. Caro Lettore, devi immaginare che quando stavo chiuso dentro la cabina, lì fuori, insieme a Pietro, c’erano altri due suoi amici; se fossi stato più suggestionabile avrei creduto che non mi avrebbero fatto uscire senza una soluzione, se tu stesso li avessi incontrati da soli magari avresti potuto credere che non erano tipi raccomandabili, ma questo è l’effetto che ti fa vedere alcuni telegiornali, quelli che dipingono l’altro come nemico; io non l’ho pensato, anche se uno dei due aveva la chiostra dei denti completamente d’oro. Da quel giorno sono amico di Pietro. Gli ho risolto un problema senza mandarlo a quel paese temendo chissà cosa, l’ho trattato come una persona e non come un lavavetri, quindi ha deciso che siamo amici. Quando arrivo con la macchina davanti al semaforo lui mi dice sempre ‘ciao amico, ti saluto e ti stringo la mano’, a Pasqua mi ha fatto gli auguri.

Caro lettore, dovevo farti questa premessa per raggiungere più semplicemente la conclusione, avvenuta stamattina, quando, fermo con l’auto al semaforo, scambio il mio solito saluto con Pietro. Lui si avvicina, mi stringe la mano, gli dico “Apposto?”, lui mi risponde “facciamo finta di dire apposto! è diventato più complicato, troppe tasse da pagare, il semaforo non basta più”.
Ecco, in quel momento mi sarebbe piaciuto tanto che, a quel semaforo, facesse la sua comparsa San Silvio B., patrono delle emergenze risolte in televisione e rimaste tali nel mondo reale, con le sue rassicurazioni di avere esteso la cassa integrazione anche a fasce dei lavoratori che precedentemente non ne usufruivano; lo stesso San Silvio B. che si prepara a benedire i risultati del recente turno elettorale come un vero e proprio ‘test di governo’, mentre la Confindustria e la Marcegaglia, appoggiata da tutti i precedenti presidenti della Confindustria, continua nell’affermare che l’Italia è un paese frenato, e che il Governo è uno dei freni più forti al rilancio dell’economia. Altro che Decreto Sviluppo. Cosa ne pensa del Ministro Tremonti il nostro Pietro, lavavetri che paga le tasse e nel frattempo deve anche sorbirsi le prediche di una quindicina di commercianti limitrofi che a turno gli sparlano alle spalle recitando la litania del “e perché non torni nel tuo paese, e come fai a camparti con l’elemosina chissà cosa fai di losco, e quanti siete, e se vi contassimo a tutti i semafori, tirate su un milione di euro al giorno”. Mi chiedo, ma c’è stato qualcuno che ha mai chiesto a Pietro se pagava le tasse, prima di dirsi – nel pregiudizio – che è venuto a fregarci i soldi nell’illegalità?

Ecco, caro Lettore, quello che mi premeva dirti con questo racconto è: mentre in questi dieci anni ‘davi addosso’ allo straniero, in tutte le salse e su tutti i canali e con tutte le proposte di leggi allucinanti, le persone che fomentavano il tuo odio erano le stesse che contribuivano a impoverirti al punto da raggiungere una soglia di sussistenza minima, in un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è del 28,2% e dove ci sono fasce della popolazione che non sono MAI state assunte e quindi non hanno MAI, tecnicamente e realmente, lavorato e quindi non sapranno MAI cosa vuol dire essere tutelati. Ma noi continuiamo a dare addosso allo straniero. C’è una canzone dei Sangue Misto, il gruppo cui apparteneva Neffa, che si intitolava “Lo straniero” (1994), ascoltarla oggi e vedere che così poco è cambiato fa venire la pelle d’oca, “Io quando andavo a scuola da bambino/la gente nella classe mi chiamava marocchino,/terrone “Muto! Torna un po’ da dove sei venuto!”

Questo racconto, caro Lettore, è dedicato a Pietro che paga le tasse su quella che tu chiami elemosina, nel paese del lavoro sommerso, ma anche a tutte le famiglie del Nord Italia che alla sera cenano con latte e biscotti perché non hanno più soldi per fare la spesa. Grazie di averci preso in considerazione, Lettore, le faremo sapere al più presto.

pubblicato su “Il Paese Nuovo”
di Domenica 15 Maggio 2011

http://twitter.com/lucianopagano

Post della domenica. “Col bene che ti voglio” (2008) ripubblicazione


Da sette settimane circa, sul portale Scribd.com, sto ripubblicando episodio dopo episodio il mio secondo romanzo, “Col bene che ti voglio“. Il romanzo è stato pubblicato a puntate nel 2008 sul quotidiano “Il Paese Nuovo” (dall’8 maggio 2008 al 12 giugno 2008). Per una serie di motivi e coincidenze la pubblicazione si arrestò al sesto episodio, il che vuol dire che dal settimo episodio online il romanzo è edito, per la prima volta, in rete.

L’indirizzo per leggere tutti gli episodi è questo 
http://www.scribd.com/my_document_collections/2964163
.

Fino a oggi, la somma dei download per i primi 7 capitoli è stata di 862 scaricamenti.

Ogni sabato farò l’upload di un episodio, fino a completare l’upload dei 16 episodi.

Questo è il link del post da cui, l’8 maggio 2008, segnalavo l’inizio della pubblicazione di “Col bene che ti voglio” https://lucianopagano.wordpress.com/2008/05/08/col-bene-che-ti-voglio-da-oggi-in-edicola/

Ecco la trama del romanzo.

“Col bene che ti voglio” (2008) – Luciano Pagano

4 Luglio 1998. Andrea vive a Lecce, frequenta la facoltà di Filosofia. Prossimo alla laurea, trascorre le sue giornate oziando nell’abulia, dimentico del fatto che deve terminare la stesura della sua tesi. Il giovane divide il suo appartamento con M., il suo amico che è partito da due giorni per trascorrere le vacanze in India, lasciando Andrea solo nell’appartamento, con la mansione di innaffiare le piante. Andrea una mattina riceve una visita, si tratta di Marina, un’amica del suo coinquilino che credeva di trovarlo in casa. Marina è una ragazza attraente, spigliata, disinibita, risponde all’identikit delle amiche di M., in parole povere è il tipo di ragazza con cui Andrea non ha mai legato. Sempre quel sabato mattina fa irruzione nell’appartamento Pesaro, l’ex-marito di Marina. Pesaro ha pedinato la donna, è furioso, quando entra in casa e vede la sua ex insieme a Andrea, viene preso dalla furia, fracassa lo stereo con un pugno e viene cacciato da Marina appena prima che possa fare altri danni. Marina resta a pranzo con Andrea, che resta affascinato dalla donna. La sera stessa Andrea andrà a Torre Sant’Andrea dove c’è un concerto, per cercare sollievo dal caldo opprimente e per trascorrere un sabato sera assieme agli amici. Nella pizzeria del locale incontrerà nuovamente Marina, una felice coincidenza. Andrea trascorrerà la serata insieme alla ragazza, si ubriacherà a tal punto da sentirsi male. Marina lo accompagnerà a casa in auto, trascorrendo la notte insieme a lui, i due faranno l’amore. Al mattino dopo Andrea si sveglierà nel letto da solo, nel pomeriggio camminerà senza meta nella città, indeciso se chiamare o meno Marina al telefono. Quando arriverà a casa troverà la ragazza ad attenderlo nel suo appartamento, Marina possedeva le chiavi, lasciatele da M. I due fanno nuovamente l’amore. Andrea vorrebbe restare con la ragazza che tuttavia deve tornare a casa, c’è qualcosa che la preoccupa, Andrea non le chiede nulla perché non vuole sembrare invadente, intuisce che il problema, se c’è, è dovuto al rapporto con il suo ex-marito, Pesaro.

Al mattino dopo Andrea si alza presto e decide di andare al mare, entra in un bar per fare colazione e apprende sfogliando un giornale che Marina è stata trovata morta, probabilmente uccisa, in casa sua. Da quel momento i giorni di Andrea cambiano. Tanto per cominciare fa ingresso nella sua vita la strana figura del Commissario Tini, un personaggio che non va tanto per il sottile e che lo attende al suo ritorno a casa per condurlo in Questura e interrogarlo. Ma non è tutto, a quanto pare dietro la morte di Marina c’è molto di più, Andrea scopre infatti che Marina è figlia dell’Onorevole Pilieri, un parlamentare e allo stesso tempo il proprietario a Lecce di una grossa ditta di costruzioni, che sta per candidarsi come Sindaco della città. Andrea sarà costretto suo malgrado a scoprire i segreti di Marina, grazie all’aiuto del Commissario Tini, che intende sfruttare quei due giorni che il ragazzo ha trascorso con Marina per mettere in trappola Pesaro, indiziato da subito per l’omicidio della ragazza. Tuttavia le cose non sono come sembrano, dietro l’omicidio di Marina c’è molto di più, Andrea, Pesaro e lo stesso Commissario Tini si riveleranno pedine di un gioco più grande.

Questo è l’elenco dei pezzi che compongono la colonna sonora del romanzo:

Luglio, Riccardo Del Turco, 1968
Pink Floyd, I wish you were here (live)
Radiohead, Paranoid Android
Bob Marley, One love
The Police – Every breathe you take
Beautiful (soap) – Main track
Rolling Stones – Paint it black
Depeche Mode – It’s not good

Vito Russo su “Bestie e dintorni” (Lietocolle) di Amos Mattio


Vito Russo su “Bestie e dintorni” (Lietocolle) di Amos Mattio

Amos Mattio è uno dei più promettenti poeti italiani della generazione dei nati negli anni Settanta. Cuneese di nascita e milanese di adozione, Mattio è segretario della Casa della Poesia di Milano, luogo in cui si anima il dibattito letterario contemporaneo nella “Capitale del Nord”, nell’affascinante cornice della Palazzina Liberty in largo Marinai d’Italia.

La sua prima raccolta di versi è “Bestie e dintorni”, edita da LietoColle.“Bestie e dintorni” è una raccolta che spiazza, per la sua delicatezza ed eleganza, per la sua originalità nel panorama poetico degli ultimi anni. Sul piano espressivo il tratto più originale si realizza nella rottura della antinomia onirico/naturalista.

Mattio apre la silloge con un bestiario e prosegue forgiando i suoi versi nei campi notturni, nella pioggia, in un treno, su una giostra, come in un lungo sogno ininterrotto. Mattio ripercorre in parte la strada tracciata da Federigo Tozzi ed Ermanno Krumm, come evidenzia Maurizio Cucchi nella puntuale prefazione, e da Giampiero Neri, per citare un altro classico contemporaneo. Tuttavia la poesia di Mattio è malinconica, oseremmo dire decadente.

L’aggettivazione è abbondante ma puntuale, pronta a rilevare anche i più minimi dettagli. Ne è sintomo l’attenzione che l’autore rivolge ad esempio ai colori: “Le ali / perse nel cobalto richiamano / tinte irreali, rubino, / screziato vermiglio, e pallori / verdi di germogli, colori / d’estate e di fuoco”.

Il tema prevalente della raccolta è quindi il descrittivo, teso ad elaborare immagini crepuscolari, atmosfere ovattate, allusive, evocative, orfiche quasi; eppure non mancano momenti riflessivi, in cui però sono gli oggetti ad essere personificati (“Lo specchio […] mi guarda / pensoso, e feroce sorride”), a fare da contraltare allo sguardo osservatore del poeta, ai suoi “occhi / resi muti dal troppo dolore”.

Mattio quindi osserva il reale nel più minimo particolare, e lo descrive con la sua personale sensibilità, ma non indica un percorso univoco, non entra a gamba tesa nella pagina, estrae anzi lentamente la sua trama e la dona all’immaginario del lettore, non vuole travolgerlo, ma renderlo partecipe, accompagnarlo nell’interpretazione delle cose, della natura, degli oggetti, degli animali. È come se Mattio facesse della parola una patina tra sé e la realtà, e invitasse il lettore a scavarla delicatamente per cogliere il cuore dell’esistenza, e interpretarla a proprio piacimento, rielaborarla con occhi propri.

Dal punto di vista strettamente formale, Mattio utilizza un lessico piuttosto semplice in una struttura tradizionale, ma si segnalano scelte sintattiche coraggiose, che Mattio può permettersi per la padronanza stilistica che dimostra: costruzioni inusuali, ardite, lontane dal linguaggio parlato (“Sonnecchiava / l’aria tra i cuscini e viva / rideva ancora attraverso / timida la soglia), il ricorso a modi verbali indefiniti e a periodi senza principale, l’utilizzo molto frequente del soggetto dopo il predicato.

Il verso di Mattio resta comunque impeccabile, ben plasmato, non una sillaba è di troppo, ad indicare che è possibile usare la parola con precisione, con dedizione, come materia delicata che, come la luna, “china lo sguardo timida e accoglie / fugace un’altra anima e arrossisce”.

Vito Russo

versi da “Bestie e dintorni” (Lietocolle) di Amos Mattio

Oh luna, dolce luna
luna palla, luna sorridente
mesta bianca, non parla, non mente

né frutti promette ma sente
l’addio sbiancato alla vita
la calce rovente che muore,
ribolle sommessa appesa a una nube
riflette un languore di menti assopite
divelte millanni, rapite, nel solco
fugace e sognante dai triti sapori.

Cangianti ricordi
notturni terrazzi d’estate,
sulle corde tese verso il mare
volavano più foschi i desideri:
salpare senza sosta… oh luna,
leggera, mormorii soffusi
incantano la sera, mesti

tra le nubi intrecciano un sospiro
a un sogno, a un presentimento.
Sofferente luna imporporata
che ascolta l’amante, del mare
le urla, chi sogna e vaneggia,
risale leggera, rispecchia
vermiglia un altro viaggio verso il cielo,

china lo sguardo timida e accoglie
fugace un’altra anima e arrossisce.

Come un ritratto

Cala sul sereno un sogno e prende
la via del mare, grigio
offusca la mente ed i ricordi
carezzano le foglie

cadute a terra grigie
di terra e di nebbia; e lontano
si aggiunge la pioggia alla pioggia,
turbina il verde di mille
voci confuse, muta
in giallo intenso e in rosso,
poi luce accecante che vola
sul velo di nebbia e sottile

si insinua nel solco di un vecchio
ferroso ricordo rimasto
freddo e insepolto, poi buio
nel fondo del gorgo. La mente
è tutta annegata dall’acqua
grumosa di sole e di sabbia.

OGGI – ore 20.30 “LA SVOLTA – Donne contro l’Ilva” un documentario di Valentina D’Amico – CINEMA ELIO Calimera (LE) Ingresso Libero


PRESSO CINEMA ELIO CALIMERA
ORGANIZZATO DA COOP. KAMA

MARTEDI’ 10 maggio 2011 – ore 20.30 ingresso libero
LA SVOLTA – donne contro l’Ilva
un documentario di Valentina D’Amico

Montaggio: Ivan Verardo; Operatori di ripresa: Ivan Verardo, Valentina D’Amico; Fotografo di scena: Salvatore Bello; Tecnico del Suono e Speaker: Vittorio Amodio

A Taranto ci sono donne combattive (mogli, madri, lavoratrici) che vogliono spezzare il bastone dell’illegalità e dell’arroganza. Vogliono
mettere fine all’impunità che mortifica la propria dignità, uccide i propri mariti e i propri figli, mina la propria salute. Donne che si ribellano, oggi, contro quella che a Taranto e per Taranto è stata da sempre considerata una salvezza, da qualche tempo il peggiore dei mali.
L’Ilva. L’Ilva è la più grande acciaieria d’Europa che, insieme all’aumento annuale dei profitti, detiene il primato nazionale di morti sul lavoro (180 dalla prima apertura dei cancelli) e
d’inquinamento dell’ambiente (il 92 % della diossina nazionale). Il documentario “La Svolta. Donne contro l’Ilva” racconta la battaglia di sei donne in particolare: Francesca e Patrizia, mogli di operai morti all’Ilva; Vita, mamma di un giovane operaio finito ammazzato sotto una gru nello stabilimento; Margherita, ex dipendete sottoposta a soprusi, mobbizzata, licenziata; Anna, finita sulla sedia a rotelle, e Caterina, mamma di un bambino autistico: malattie diverse, entrambe probabili conseguenze dell’inquinamento. In primo piano la loro storia umana, di lavoro, di sofferenza. La loro voglia e necessità di riscatto per sé e per gli altri: nelle aule dei tribunali, nelle manifestazioni di piazza, nelle denunce senza veli alle massime cariche dello Stato. Sullo sfondo, al centro, sempre la fabbrica. Il lavoro degli operai raccontato da dipendenti ed ex dipendenti, e svelato attraverso la vicenda di Antonino, morto nello stabilimento. La sua storia, narrata nel testo “La Svolta” scritto dalla moglie Francesca, nel video è interpretata da un attore. L’ingresso all’Ilva, il lavoro all’Ilva, la morte all’Ilva. Da qui si dipanano le esperienze personali delle sei donne, e con loro si ripercorrono decenni di sconvolgimenti socio-economici e ambientali di una città che forse oggi ha trovato il coraggio di reagire contro la fabbrica. Quella fabbrica che è amica se dà lavoro (oltre 20mila occupati fino agli anni 90, neanche 13mila oggi), ma che è nemica perché disprezza l’uomo e mortifica l’ambiente. Con la complicità delle istituzioni, dei sindacati, dei cittadini-lavoratori (per necessità, per paura).

Partecipano:
Giovanni Chiriatti (Kurumuny, editore)
Fulvio Colucci e Giuse Alemanno (autori del libro “Invisibili” – Kurumuny)