SABATO 30 APRILE 2011 – “La MalaMara” di Giuseppe Triarico a Squinzano (LE)


Comune di Squinzano
LUPO EDITORE

SABATO 30 APRILE 2011 – ORE 19:30
VILLA CLEOPAZZO – SALA CENACOLO

Presentazione del romanzo "La MalaMara"
di Giuseppe Triarico (Lupo Editore)

Interverranno il Sindaco Dott. Gianni Marra
L’Assessore alla Cultura Dott. Claudio Taurino

Sarà presente l’autore, GIUSEPPE TRIARICO
Modererà Luciano Pagano, scrittore

“La MalaMara” è la storia di “quelli del Paisiello”, narrata in chiave di contrappunto tra passato e presente, quasi in una corsa che ha la rapidità degli anni e l’intensità del vivere. Fausto e Rocco, Sandro e Antonia – legati da un’amicizia esclusiva e totalizzante – vivono, gioiscono e soffrono insieme, in una dimensione che credono inattaccabile ma che non li risparmia dalla solitudine, dall’irrequietezza e dal tormento.
L’insidia della MalaMara, quel misto di felicità e dolore, quel chiedere sempre qualcosa in più che in vario modo si insinua nella loro formazione, finisce col vincolarli ad un eterno presente, rendendoli adulti incapaci di confrontarsi con la realtà a viso aperto e vittime di una logica che – per eccesso di amore – si manifesta devastante.
Una storia ambientata nel Salento, ma che può essersi svolta ovunque coinvolgendo una stessa generazione e toccando gli stessi tasti, per questo intrigante quanto basta a suscitare riflessione e ad accogliere il monito rivolto a chi di quella generazione è erede.

Giuseppe Triarico, nato nel 1977 a Noci, ma è cresciuto a San Donaci. Architetto, si divide per lavoro tra il Salento e le sue terre natìe. Ama i film di Fellini e quelli con Marlon Brando. Suona la batteria in una cover band di amici. Spesso accusato di affabulazione illecita dalla prima persona a cui è dedicato questo romanzo; sottovalutato nelle abilità calcistiche dalle altre due.

Info: www.lupoeditore.com

TRENT’ANNI DI SGUARDI, DI VERSI: venerdì 29 aprile ore 21 alla Biblioteca Civica di Cornate D’Adda con i poeti AGLIECO, SACARABELLI, LORETO, VOLPE


POESIAPRESENTE 2011
Quinta stagione di poesia contemporanea

TRENT’ANNI DI SGUARDI, DI VERSI
CORNATE D’ADDA, BIBLIOTECA CIVICA
Via A. Manzoni 2 – tel. 039.6885004 – Fraz. COLNAGO

Venerdì 29 aprile ore 21.00

Corrono tra i poeti Sebastiano Aglieco (1961) e Federica Volpe (1991) trent’anni di sguardi, di versi, per imparare a guardare il mondo con gli occhi della poesia. In mezzo al mare di questo trentennio c’è la generazione dei poeti nati negl’anni Settanta; generazione, qui ben rappresentata da Rosella Scarabelli (1970) e Antonio Loreto (1975), che più delle altre ha cambiato rotta, aprendo a 360° lo spettro delle direzioni di ricerca.
Sebastiano Aglieco, vincitore nel 2004 del Premio “Montale Europa”, siciliano di nascita e da trent’anni abitante a Monza prima dell’arrivo di PoesiaPresente nel 2006 non aveva mai letto nella propria città di residenza, nonostante i molti riconoscimenti ottenuti, nonostante l’assidua attività teatrale e nonostante fosse ed è considerato uno dei poeti/blogger più attenti sul piano critico. Nella storia, (Aìsara 2009) è il suo ultimo libro; da qui riprendiamo con l’autore i fili di questo secondo approfondimento della sua opera.

Rosella Scarabellidi Cornate D’Adda e Antonio Loretodi Monza, entrambi antologizzati in “Mappa Giovane” (a cura di PoesiaPresente, Le Voci della Luna, 2010), seppur distanti per formazione e scrittura, si sono già distinti su scala nazionale per la qualità della loro ricerca poetica. La Scarabelli si è forgiata sulla poesia classica e moderna, i suoi versi richiamano alla responsabilità di pronunciare il mistero della parola, Loreto è invece partito dal seminato di Balestrini e Sanguineti per approdare anche a sperimentazioni di videopoesia.

Federica Volpe, di Carate Brianza, nonostante la sua giovane età, ha già visto i suoi versi -che vanno contromano rispetto al convenzionale senso di marcia- antologizzati in “Quattro Giovin/Astri” (Kolibris, 2010). Svolge un’intensa attività come poeta/blogger perché come lei stessa dice: “ha trovato nella poesia una buona ragione per vivere”.

(Sebastiano Aglieco nella foto di Marco Zanirato)

Brevi biobibliografie
Sebastiano Aglieco
è nato a Sortino (SR), il 29 gennaio 1961. Vive a Monza e insegna a Milano nella scuola elementare.
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Minime, Lalli 1984; Grandi Frammenti, Tracce 1995; Le colonne d’Ercole, Firenze Libri 1996; La tua voce, Polena 1997, con una nota di Milo De Angelis; Giornata, La Vita Felice 2003, presentazione di Milo De Angelis, premio Montale Europa 2004; Dolore della casa, Il Ponte del Sale 2006; Nella storia, Aìsara 2009. Tutto il lavoro critico svolto in questi anni è ora raccolto in Radici delle isole, i libri in forma di racconto, La vita felice 2009 Il suo blog è Compitu re vivi (miolive.wordpress.com)
Rosella Scarabelli è nata nel 1970 a Vimercate. Vive e lavora tra Milano e la Brianza. Tra le sue pubblicazioni: L’afasico poter dire (Edizioni Pulcinoelefante, Osnago 2003), Le ragioni muliebri (Edizioni "Seregn de la memoria", Seregno 2005), Una pronuncia (pM* tipografo di poesia, Verano Brianza 2005), Sono stata via settecento anni (La Vita Felice, Milano 2007), Barricades Mysterieuses (Edizioni "Seregn de la memoria", Seregno 2007). Ha tradotto T. S. Eliot, E. Pound, J. Donne, P. Valèry, S. Mallarmé, R. M. Rilke, G. Trakl, L. de Góngora, L. Labé, M. Scève, F. Pessoa, A. Machado, R. Alberti.
Antonio Loreto è nato a Tricarico, piccolo borgo lucano, nel 1975. Vive e lavora tra Monza e Milano. Si occupa di letteratura del Novecento, e ha pubblicato saggi intorno all’opera di Amelia Rosselli, Nanni Balestrini, Luciano Bianciardi, Paolo Valera, oltre che a problemi di critica e teoria dell’avanguardia. Collabora attualmente con la rivista “Il verri”. Scrive e interpreta opere videopoetiche. Sulla sua ideale carta d’identità afferma di non essere un poeta.
Federica Volpe nasce a Carate Brianza, dove tuttora vive, il 17 maggio 1991. Ha creato il blog Semplicementepoesia (http://federicavolpe-poetry.blogspot.com/ <http://federicavolpe-poetry.blogspot.com/> ) e fondato, in collaborazione con Barbara Bracci, il sito Vir-us poesia (http://www.vir-uspoesia.beepworld.it/ <http://www.vir-uspoesia.beepworld.it/> ). Ha pubblicato con Onirica Edizioni la raccolta poetica Lembi (2010) e con Kolibris La gola del cappio, silloge presente nell’antologia Quattro giovin/astri.

Extraterrestre, vattene via (da Los Angeles)


Extraterrestre, vattene via (da Los Angeles).
Quando gli alieni non decidono più

“12 Agosto 2011. Abbiamo un’unica certezza. Il mondo è in guerra.” Basta questo per riportare indietro le lancette dell’orologio a una data mitica nell’epoca delle narrazioni contemporanee, mi riferisco a quel 30 ottobre 1938, giorno in cui un uomo di nome Orson Welles, davanti a un microfono, incominciò a leggere “La guerra dei mondi”, romanzo del suo quasi omonimo H. G. Wells, gettando nel panico quei radio-ascoltatori che credettero di stare ascoltando un radiogiornale.
Da quel momento il modo migliore di presentare l’invasione aliena agli occhi e alle orecchie stupite degli spettatori è stato farlo nel modo più semplice, ovvero sia scegliendo la via del realismo.

È quello che si evince fin dalle prime immagini di “World Invasion: Battle Los Angeles” (diretto da Jonathan Liebesman), film che con questo titolo fa già immaginare una serie di film dedicati alla resistenza contro gli alieni ambientata nelle diverse città degli Stati Uniti d’America.
Lo stratagemma narrativo dell’incipit utilizzato da “World Invasion” è lo stesso del recente “Skyline”, altra pellicola nella quale si narra dell’invasione della terra e del tentativo di sterminio del genere umano da parte degli alieni. Si inizia entrando ‘in medias res’ presentando la situazione di catastrofe già in corso, e dopo qualche minuto si riporta il contatore indietro di ventiquattro ore, facendo vivere allo spettatore ciò che è successo il giorno prima dell’attacco. È una regola non scritta dei nuovi film apocalittici e di azione, quella per cui lo spettatore, una volta al suo posto, vuole subito prendere parte alla catastrofe per poi capire come ci si è arrivati. Questo forse accade perché a causa delle molte distrazioni domestiche, quali possono essere libri, partite a scacchi, riunioni di circoli ricreativi dove si commentano i classici della letteratura latina e affini, lo spettatore esige di essere risarcito subito di quanto ha pagato al botteghino. È un principio che i registi di questo tipo di pellicole conoscono bene.

Ci sono i soldati che giunti al termine del loro percorso di addestramento vivono pensando che da un momento all’altro potranno essere impiegati in quale missione speciale, Iraq, Afghanistan, Medio Oriente, Libia. C’è il soldato che si congeda un giorno prima dell’attacco, giunto al termine della sua carriera, dopo avere sacrificato all’arma tutta una vita. I marinai in questione festeggiano di sera, lanciando palline da golf in un campo deserto, con la musica di sottofondo, in compagnia di belle ragazze, anche esse pericolose appartenenti all’arma dei marines. Ci troviamo di fronte alla classica scena da fine-corso-college-nel-tipico-campus-USA, per intenderci quella che precede di poco l’evento cardine della vicenda. Il Sergente Nantz nasconde un’ombra nel suo passato. Il tempo stringe, le notizie dei telegiornali si accavallano, i cieli nello spazio sono solcati da strani oggetti. Un fenomeno che normalmente si sarebbe dovuto verificare in diversi mesi avviene rapidamente, uno sciame di meteoriti si avvicina al nostro pianeta.

La scena in cui tutto si svolge è il campo di addestramento di Pendelton, dove i marines devono prepararsi all’evacuazione della costa ovest per l’arrivo dei primi meteoriti su Los Angeles. Il Sergente Nantz ha deciso di abbandonare l’arma proprio nel giorno che precede lo scoppio dell’emergenza, circondato da una brutta fama che gli deriva dal fatto che i suoi compagni sono morti nella sua ultima missione, forse per causa sua, così dicono le voci che girano sul suo conto. Alla partenza della missione è subito chiaro che non si tratta di meteoriti, ciò che sta attraversando i cieli di tutto il mondo per atterrare nell’acqua della West Coast sono astronavi aliene. È iniziato il conto alla rovescia per l’invasione del mondo.

La prima missione rivela fin da subito le difficoltà che avranno gli umani ad affrontare i soldati alieni sparatutto, che sembrano avere un unico punto debole, ovvero sia il fatto di muoversi a terra e su due gambe, per quanto meccaniche, ma di non essere supportati da mezzi aerei. Per quanto forti gli alieni sembrano essere vulnerabili all’attacco dei marines, se questi restano uniti in gruppo. Finché non accade che, giunti sul luogo del primo obiettivo da evacuare, i marines si imbattono nei primi alieni dotati di supporto aereo. La cosa che salta subito all’occhio è il realismo delle riprese di una città, Los Angeles, rasa completamente al suolo. Ciò che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti è una colonizzazione in prima regola, dove l’interesse alieno è impossessarsi di tutte le risorse del nostro pianeta sterminando ogni abitante. A quanto pare il pianeta terra è uno dei pochi che nell’universo dispone di risorse d’acqua allo stato liquido e l’acqua è il carburante delle astronavi aliene. Le squadre hanno 3 ore per evacuare tutta la costa prima che venga rasa al suolo dai bombardamenti a tappeto, quando arriva l’ora attesa non accade nulla. La contraerea è stata abbattuta, la base militare distrutta. Un plotone di marines capeggiato proprio dal famigerato Nantz si trova a essere l’unico fronte di resistenza. Come andrà a finire potrà saperlo soltanto chi vedrà interamente le quasi due (rapidissime) ore di questa pellicola.

“World Invasion” è di certo migliore e meglio girato rispetto al più brutto e recente Skyline, uscito da poco più di tre mesi e già dimenticato per via del messaggio distruttivo e molto poco edificante circa la sorte degli umani. Con ciò che accade nel mondo reale del non-filmico l’ultima cosa con cui mi va di fare i conti è un’umanità che non riesce a fronteggiare un attacco extraterrestre. Il Sergente Nantz è l’equivalente contemporaneo di John Wayne, l’uomo che sacrifica la sua vita intera al dovere, fino all’ultimo. Alla fine resta il motto “Ritirata? Al diavolo. Al diavolo cosa? Al diavolo la ritirata, un marine non si ritira mai”.
La cosa più triste invece, è notare che il tipo di missioni e l’addestramento che vengono rappresentati sullo schermo, malgrado siano atti a fronteggiare una minaccia aliena di proporzioni immani, cerchino di restituire il sogno che una truppa di marines, in poco meno di due giorni e mezzo, riesca in ciò dove più di centomila soldati nel deserto del Medio Oriente, e senza extraterrestri come nemici, hanno fallito.

http://twitter.com/lucianopagano

articolo pubblicato sul quotidiano “Il Paese Nuovo” di oggi

Un Papa per chi è stufo dei “Papi”


“Habemus Papam”, l’ultima pellicola del regista Nanni Moretti, da qualche giorno nelle sale, è a mio parere uno dei risultati meglio riusciti del regista. Lo dico a scanso di equivoci anteponendo le parole “a mio parere”, al giudizio della critica e a tutto ciò che già in questi giorni sta nascendo in ambito cattolico sotto forma di prime critiche nei confronti di questa pellicola. Quale il perché di questa affermazione? Tanto per cominciare prima della visione partivo dalla piccola delusione a seguito de “Il caimano” (2006), il film incentrato sulla figura del premier Silvio Berlusconi. Prima ancora che la realtà oltrepassasse la fantasia (Rubygate etc. etc.), di quel film, comunque un bel film ‘morettiano’, non mi era piaciuto l’incastro narrativo dei diversi nuclei presenti nella storia e in particolare come si passava da una fase iniziale tutta fatta di preparativi per un film ‘definitivo’ da allestire a opera del produttore Silvio Orlando in conflitto ‘costruttivo’ con la giovane regista, interpretata dalla bravissima Jasmine Trinca, a una fase in cui il finale mi sembrava troppo ‘bruciato’ date le aspettative, e nel quale il finale, seppure altamente rivelatore, lasciava con un senso di impotenza narrativa prima ancora che di impotenza descrittiva, in poche parole, amaro in bocca. In “Habemus Papam” si ha proprio ciò che ci si aspettava dalla visione de “Il Caimano”, ovvero sia vedere la realtà cambiata, stravolta, immaginata, reinventata. Ciò che Nanni Moretti non era riuscito a realizzare con una pellicola su Silvio Berlusconi (molto più difficile sarebbe girarne una ora, forse) riesce invece con un film d’invenzione che parla della breve storia di un papa eletto immediatamente dopo la morte di Giovanni Paolo II.
Il Pontefice viene assalito dai dubbi fin dal primo sentore di dovere essere lui, l’eletto. Raccontare la pellicola, dove non c’è un solo punto della sceneggiatura che sappia di scontato o nemmeno gratuito, sarebbe un peccato.

Molti si sarebbero attesi la descrizione di un pontefice-macchietta, caratterizzato dall’essere l’uomo sbagliato nel momento sbagliato. Quello che capiremo soltanto quando l’ultima scena della pellicola si sarà consumata è che forse, nel dramma umano di questa umanità, la figura impersonata da Michel Piccoli è niente meno che un uomo giusto nel momento giusto, a essere sbagliata è l’aspettativa di un mondo che non potendo più attendere né sperare in una redenzione afideistica, si affida all’elezione di un leader maximo. E se l’”Habemus Papam” di Moretti fosse una metafora filmica atta a descrivere il meccanismo dell’esigenza di leader, innescato da Silvio Berlusconi, e contagioso pure per la sinistra? E se il regista avesse scelto un soggetto, un tema, un tempo e una vicenda ‘blindati’, per parlare d’altro?

Si potrebbe quasi dire che Nanni Moretti, dopo avere previsto e descritto ne “Il caimano” i germi di tutto ciò che negli anni successivi, nonostante il Governo, avrebbe decretato il decadimento del “Papi”, sia passato a descrivere ‘criticamente’ – e senza criticare, il nucleo fondamentale della nostra cultura, ovvero sia la forte unione tra Stato e Chiesa. Proprio nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia uno dei nostri registi più apprezzati all’estero ci ricorda del nostro conflitto storico con il Cattolicesimo, la Religione e Dio, conflitto vissuto molto più interiormente di quanto non sia dato di immaginare. Si paventa quasi l’ombra di quel “Porno-Teo-Kolossal”, ultima opera alla quale lavorava Pasolini, contemporanea a ‘Petrolio’ e alle ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’. Segno che per un regista dello spessore di Moretti il confronto con il tema trattato in “Habemus Papam” rappresenta una tappa cruciale, anche perché a prescindere che si tratti di un Papa, quello della ‘successione’ è un tema ricorrente di questi tempi e importantissimo, basta fare qualche nome (Berlusconi, Fidel Castro, Gheddafi etc.) per immaginare tutte le tematiche relative alla successione e alla ‘sudditanza’ psicologica da leader, fenomeno di deriva molto psicoanalitica e molto poco democratica. Ecco perché Nanni Moretti, come ne “La stanza del figlio” e come in altre pellicole, vedi “Sogni d’oro”, torna a fare lo ‘psicoanalista’, è il personaggio che nella contemporaneità, come un tempo solo gli dei dell’Odissea, domina e allo stesso tempo fa da supervisore alle psicologie, ai caratteri e alle anime di tutti i personaggi.

C’è uno scambio di battute nella pellicola, quello in cui si descrive la posizione del Pontefice nella gerarchia ecclesiastica, laddove si dice che il Papa è il ‘primo’ fedele, ma che è anche l’ultimo. Nel rappresentare sua Santità come un uomo, con i suoi drammi e con le sue titubanze, Nanni Moretti fa un favore anche ai fedeli, innalzando loro stessi a ruolo di ‘primi’. Lo psicanalista impersonato da Moretti non è un credente, non importa, quel che importa è che la Chiesa, in questi giorni che seguono immediatamente l’inizio della proiezione, anziché scagliarsi contro una pellicola per affermare la sua primazia su ogni dubbio ‘umano’ che potrebbe investire la ‘carica’, rischia di fare un autogol. Ciò di cui dovremmo essere curiosi, come fedeli, dovrebbe essere molto di più un altro quesito, ovvero sia “Che cosa pensa, di questa pellicola, Joseph Ratzinger?”.

Fornire allo spettatore un’apertura al dubbio umano, laddove il mondo richiede certezze per essere rassicurato. Dare al lettore certezze in un campo dove il dubbio, la ricerca, l’approfondimento empirico e le leggi fisiche sovrastano la nostra capacità decisionale diventando problemi morali. Questi sono i due estremi delle riflessione che scaturiscono dalla visione di un film, “Habemus Papam” pellicola del regista Nanni Moretti in questi giorni nelle sale, e dalla lettura di “Scienza e verità” (Pensa Multimedia), libro che raccoglie le encicliche dedicate alla scienza da Giovanni Paolo II e che assume un ruolo particolare proprio in questo breve lasso di tempo che ci separa dalla fatidica data del 1° Maggio 2011, giorno in cui Giovanni Paolo II verrà beatificato. Perfino il fatto che un Pontefice venga beatificato, dovrebbe essere oggetto di riflessione da parte di credenti e non credenti, in quanto con questo contesto un uomo viene innalzato agli onori degli altari, con un processo – potremmo dire – ‘transumano’.

Mentre “Habemus Papam” ci presenta un papa dubbioso, questa raccolta di discorsi e lettere di Giovanni Paolo II ai rappresentanti delle più importanti istituzioni e accademie scientifiche del nostro tempo ci restituisce il pensiero consapevole di un pontefice che è stato ‘cardinale’ nel suo ruolo di trait d’union tra epoca moderna e epoca contemporanea. Grazie a lui infatti il dibattito sulla sul rapporto tra scienza, filosofia e morale è potuto divenire tale, e non si è fossilizzato in un’esacerbazione di posizioni a senso unico da parte della Chiesa, che ha, nel suo pontificato, ritrattato e rivisto alcune posizioni oltranziste dal punto di vista storico, basti pensare all’episodio di Galileo Galilei. Lo studio e l’approfondimento del creato da parte della scienza non vanno viste come la numerazione di una serie di cause che minerebbero l’esistenza di Dio, anzi “La scienza contemporanea, la vostra, permette di scoprire un mondo molto più meraviglioso, ed essa ci rinvia ancor più fortemente al Creatore, alla sua saggezza, alla sua potenza, al suo mistero, ed al mistero dell’uomo al quale Dio ha donato questo potere di decifrare ciò che esiste prima di lui”. Tutto rimanda alla gloria e alla potenza del Signore che si dispiega nel creato, sosteneva Giovanni Paolo II, e ben venga che l’uomo possa scoprire gli infinitesimi componenti della materia, siano essi atomi, leptoni, quark: tutto ciò non fa che ribadire la complessità e la bellazza della creazione. Lo stesso dicasi dell’atteggiamento di positività della Chiesa (cfr. “Gaudium et Spes”) nei confronti dei miglioramenti che la scienza apporta di continuo nella nostra vita quotidiana. Ecco perché questo libro “Scienza e Verità” (Pensa Multimedia,Giovanni Paolo II, introduzione a cura di Mario Castellana, in appendice scritti di Arcangelo Rossi e Demetrio Ria, Pensa Multimedia, pp.196, € 14,00, 9788882327910), curato da Mario Castellana, Docente Epistemologia e di Filosofia presso l’Università del Salento, e che si avvale delle riflessioni di Arcangelo Rossi e Demetrio Ria, presenta in un unico volume quella che potremmo definire l’”avanguardia” del pensiero della Chiesa circa il suo rapporto con la scienza e gli scienziati. Non mancano le sorprese, nella lettura, anche per chi più scetticamente crede nell’immobilità dell’istituzione cattolica.

Concludo suggerendo che la visione della pellicola “Habemus Papam”, così come la lettura di “Scienza e Verità”, sono capaci di porre lo spettatore, così come il lettore, di fronte ai limiti della propria coscienza nei confronti del sacro, elemento dal cui rapporto non possiamo prescindere nella vita di ogni giorno, a prescindere che siamo credenti oppure no.

http://twitter.com/lucianopagano

pubblicato sul quotidiano “Il Paese Nuovo” di oggi mercoledì 20 aprile 2011