Lucio Toma recensisce «Le maschere dell’ombra» di Mario Matera Frassese


Quando ci si accosta alla lettura di un testo poetico è inevitabile porre attenzioni al titolo del libro o della silloge in questione. In poesia ogni parola conta, è segno che evoca, ma il titolo è condensato inequivocabile di una direttrice di senso, un viatico al pensiero dell’autore. E per questo che mi soffermo sempre sui titoli dei libri, perché sono il sunto massimo di ciò che si cela tra le pagine, nelle poesie, lungo la poetica dell’autore. Non sfuggono a questa mia attenzione neppure “Le maschere dell’ombra” di Mario Matera Frassese pubblicato nel 2021 da Musicaos Editore.

Se poi penso a quel mirabile padre putativo che è stato il mio insegnante di lettere alle superiori, per cui l’opera già a partire dal titolo fonda l’autore e ce lo sviscera fin nella sua biografia, è presto detto quanto siano chiari in questo caso i rimandi culturali, le reminiscenze colte per esempio a Pirandello e al teatro delle maschere di cui siamo primi attori sul proscenio della vita. E le Maschere dell’Ombra che si muovono tra Spazio e Tempo, maiuscole categorie fisse nell’immaginario poetico del nostro poeta, siamo noi: «Noi siamo ombre/citate, appena, dal tempo della storia/Sfiliamo a stento/con in nostri sogni/sul proscenio della vita/notati appena/dagli eventi/che scorrono/tra i fiumi di un’ubriacatura/di potere/di denaro/E ci siamo abituati/così, a un ruolo di comparse/che svaniscono/tra le nebbie/delle molte, inutili parole». Bellissima presa di coscienza del poeta e dichiarazione di poetica.

Quindi, dicevamo, che se è dato per scontato la conoscenza di quegli autori in Frassese che l’hanno formato come docente di lettere e ne dettano i temi della sua poetica, non è scontato superare schemi, modelli e ombre del proprio beckground letterario. In Frassese avviene proprio questo: le maschere diventano la manifestazione delle ombre che ci portiamo dentro, dovunque e comunque, l’anima del nostro essere tra malattia e santità, nello spazio e nel tempo della nostra esistenza, fantasmi e ricordi, sogni e speranze; in altre parole di ciò che siamo.

In Frassese l’Ombra è divina, orfica, ispiratrice, ma si fa anche coro di anime «Recito/al mio pubblico di ombre/che affolla la mia stanza/i versi scritti per non so chi».

E così Frassese supera l’incomunicabilità e l’ipocrisia umana di pirandelliana memoria, in lui c’è molto di più. Le maschere si palesano per quel che sono, con le loro paure per le ombre che nascondono, ma ci sono e sono reali e dicono: «Vivono Maschere oscure nell’Ombra/non viste/eppure presenti». La “paura” è in effetti parola ricorrente nei versi di Frassese non a caso. Paura di vivere allora? No certo, piuttosto consapevolezza delle insidie della vita da smascherare appunto: «Notturne ombre e sogni ingannatori/danzate sotto gli alberi d’autunno/un sabba di parole oscene, gesti/ lividi di rabbia di contorte menti/ rinserrate nell’acquisita certezza/di antiche paure erette a vita/quotidiana dell’inesistente Sé».

Potremmo dire che le ombre di Frassese somigliano ai demoni di dostojevskiana memoria, inquietanti che aleggiano sulla sua poesia: «Si agitano nell’ombra/ i miei fantasmi» e che sfiancano perché «Erano tarli che rispondevano/alle voci di familiari Ombre». Altre volte si fanno vera e propria inquietudine, così simile a quella del poeta portoghese Fernando Pessoa: «noi cerchiamo la magia del sogno/in ogni luogo visitato/mossi dalla nostra inquietudine». Ma la grandezza del poeta, a mio avviso, si rivela tutta in una domanda (che quindi non risolve il quesito!), che sintetizza l’animo inquieto del poeta, l’anima che si interroga in cerca di una risposta: «Chi ride/delle mie ossessioni infantili/e delle fiabe narrate/alle mie ombre/sorridenti/eppur presenti/nei nostri vuoti/giorni?».

È una poesia che si fa memoria di se stesso e dell’altro, testimonianza dove si mostrano le maschere di luoghi, affetti, amori e dolori come punti da congiungere per intrecciare una rete di senso. Cosi troviamo il Nostro ora immerso nel paesaggio idilliaco della campagna pugliese, ora nei ricordi dell’emigrato in Piemonte e infine di nuovo tra le cittadine del suo amato sud in un percorso di crescita dell’uomo e del poeta. Una poesia quindi che si arricchisce delle luci e dei colori del sud, ma che porta anche le ombre e le nebbie del nord, una poesia al chiaroscuro, potremmo definirla, come un quadro di Rembrandt che si rivela anche nello stesso significante, nella forma metrica: i versi hanno un suono cupo e nostalgico sebbene toccati a tratti dalla luce fresca dei ricordi che ne fa vibrare un respiro distensivo, pacato. Ma l’anelito del poeta resta sospeso nei versi che slittano nei successivi con repentine enjambemant oppure campeggia su un sintagma o addirittura su un solo elemento lessicale che arricchisce il senso del suo dire

Lucio Toma, docente, poeta e giornalista, è nato nel 1971 a San Severo (FG). Nel 1999 pubblica Zigrinature (All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 A Gonfie Vene (Ianua editore con pref. di Plinio Perilli). Ha collaborato con magazine locali e quotidiani, ha presentato eventi letterari e interventi critici. Ha coodiretto per Radio Gargano la rubrica “Books & Music”. È risultato finalista e vincitore di alcuni concorsi poetici. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie antologie (“Letteratura del ‘900 in Puglia 1970-2008”, “Sotto il più largo cielo del mondo” 2016, “iPoet Lietocolle” 2017) e riviste anche on line (versanteripido, Poetarum Silva, Poesia ultracontemporanea, Tinelli poetici, L’ombra delle parole).

Anna Rita Merico su «Le giravolte» di Lorenzo Antonazzo


«Mi appuntiscono
i tuoi appunti
e le nostre discussionimi lasciano privo di forse.
Vagheggio
la tua pancia avvolta
nella stessa coperta
in cui facciamo lievitare il pane
»

Giravolte: zona del centro storico di Lecce. Giravolte: condizione esistenziale in cui ci si trova a giravoltare nella difficoltà a passare da un’adolescenza mentale all’età adulta.

Giravoltare senza un centro, giravoltare sino alla vertigine nel senso che manca. Scrittura inizialmente molto veloce. I fotogrammi girano rincorrendosi: la velocità è protagonista mentre la storia va rincorsa prima che possa iniziare a dirsi. Tutti gli ambienti sono nebbiosi non per mancanza di luce ma per mancanza di differenziazione tra personaggi. Emergono tutti dalla patina del ricordo e si posizionano immediatamente in un presente che non ha attimi né precedenti né successivi. Sono dentro una lente focale che li priva di progetto esistenziale come le loro vite tutte avvitate nell’indecisione, nell’impossibilità, nella complessità, nella giravolta di un pensiero che, dolorosamente, non si dipana in libertà.

Eppure, sono pagine che non è possibile lasciare. Per una indovinata alchimia dello scrivere le pagine di Lorenzo Antonazzo si leggono con lentezza, sono un invito alla lentezza. Scrittura veloce, lettura lenta questo il primo movimento duale tra scrittura e lettura intorno a queste pagine dense di un acuto senso dell’oggi.

Benny fa capolino, veloce, imposessandosi della narrazione sin dall’inizio. Irretito tra social ed etere, a notte fonda, cerca Valentina De Luca. La cerca come girovagando in un campo di battaglia le cui trasparenze sono mortifere, voraci. Sul proscenio si mostra Gianluca, impossibile dialogo con il padre mentre si affretta nella calura che assorbe lanciandogli aulla pelle la mancanza delle zone di montagne da cui rientra. Sfilano i personaggi: ognuno con una incapacità o una goffagine legata alle dita della propria esistenza.

«E se vuoi davvero essere
una persona,
una persona originale
indossala la maschera,
non soltanto a carnevale.
»

Il tempo s’aggroviglia intorno allo spartiacque: chi ce l’ha fatta e chi no tra i compagni di liceo. Valentina, la sua (di Benny) ragazza, ai tempi. Mentre le pagine scorrono compare Holden ma, anche il bell’Antonio a dire che, la storia dell’ingresso nel mondo adulto, non conosce latitudini. Le Giravolte, come luogo, emergono come sostrato nascosto tutto da leggere, è come se la città facesse da fondo psichico alla realtà dei giovani corpi che si mostrano intenti a vivere l’immobile tempo della giornata, delle giornate accalorate. Il filo è in un continuo scambio di assimilazione tra ambiente e corpi. Ogni personaggio alberga nella propria estraneità e irto di pericoli è l’incontro verace con l’altro, tutti gira voltano nello spazio del limbo in cui adulti di riferimento sono svaniti senza lasciare senso di gratitudine, di riconoscimento. Gli adulti sono svaniti e, al loro posto, un vuoto pneumatico che sa di mancato riconoscimento di sé a sé. Le pagine sono segnate dalla mancata messa a centro del processo di riconoscimento-essere riconosciuti. È storia di attribuzione di identità e di bilanciamento tra simbiosi (fallita) e autoaffermazione (cercata). Ogni personaggio è come bocca in cerca di nutrimento-legittimazione. Bellissimo l’intreccio, in Giravolte, tra identità narrativa e la ricerca di storia da parte dei soggetti-protagonisti.
Il racconto si rivede attraverso se stesso grazie ai bellissimi inserimenti in versi che si alternano alle pagine della narrazione. Una serrata scrittura a specchio in cui personaggi, città, ritmo narrativo ed evoluzione del tempo si sostengono a vicenda rendendo la precarietà esistenziale possibile e lasciandola sbocciare in esiti dolci e lenti. È storia di generazioni raggrumate in epoca di passaggi e in una terra, quella salentina, in cui partenze e rientri sono stati, spesso, forzati da eventi e necessità.
Benny viaggia con i suoi scollamenti dalla realtà, con le sue attese, con i suoi desideri appeso al filo della propria delicata inadeguatezza mischiata alla speranza. I personaggi si alzano e si siedono sul Divano di chiara reminiscenza analitica superata da una normalità che, piatta, assorbe. La parte finale di questo racconto-clessidra è in un crescendo che lascia appesi ai rimandi, è un atto d’amore per un Sud in cui le esistenze sono sfatte dalla Storia, gli adulti compaiono con il loro carico di memoria che va dipanandosi. Le Giravolte si snodano e una calma rallenta la scrittura e gli avvenimenti riportandoli nel dentro di una dolcezza in cui gli eroi non abitano più gli empirei dei Santi di pietra delle Chiese del centro storico di Lecce ma sono, siamo tutti noi usciti dalla penna di Rina Durante e dalle note di Daniele Durante.
Giravolte… storia di tutti noi, qui, intenti a riappropriarci del nostro (cultura, tradizioni, lingua dialettale, usanze, arte) e ad imparare ad assaporarlo, non più da Servi ma da Signori.

«Crosta di pane abbarbicata alla terra
che per secoli hai stillato oro
sui nostri piatti e
luce su strade lontane,
innumerevoli tramonti la tua vecchiezza
ha vegliato per noi,
mentre con dita nodose
ricamavi un cielo
troppo vasto per non spaventarci…
»