Lecce, 23 novembre 2022 – Libreria Palmieri – Due autori, due storie, una città. Incontro con Francesco Lanzo e Lorenzo Antonazzo


MERCOLEDÌ 23 NOVEMBRE 2022 – Ore 19.00
LECCE Libreria Palmieri (Via S. Trinchese, 62)

Presentazione di
“Il bene in terra” di Francesco Lanzo e “Le giravolte” di Lorenzo Antonazzo (Musicaos Editore)

Modera l’incontro: Luciano Pagano (editore)

LECCE – Mercoledì 23 novembre 2022 – Ore 19.00 Si terrà presso la storica libreria indipendente Palmieri, in via Trinchese 62 a Lecce, un incontro dedicato a due romanzi editi di recente da Musicaos Editore. Si tratta de “Il bene in terra” di Francesco Lanzo e “Le giravolte” di Lorenzo Antonazzo, accomunati, in questo dialogo “a vicinanza” letterario dal luogo attorno al quale ruotano le vicende narrate: Lecce.

Un dialogo in cui dentro e fuori, centro e periferia, antico e moderno, passato e presente, “restare”, “andarsene”, “tornare”, diventano argomenti per discutere di due storie attuali. 

Un viaggio nelle realtà e contraddizioni della città di Lecce che allo stesso tempo è un viaggio nelle storie è nelle narrazioni di due autori Francesco Lanzo e Lorenzo Antonazzo.

L’incontro si svolgerà presso la Libreria Palmieri, posta sulla “linea” di via Trinchese, che dal centro storico conduce alla periferia della città.

Francesco Lanzo nato nel 1980, vive a Lecce dove si è laureato. Insegna lettere in un liceo. Ha esordito nel 2004 con il romanzo «I lanzilotti». 

Lorenzo Antonazzo è nato nel 1984 a Lecce, dove vive e legge. Laureato in Lettere, insegnante, ritiene che il silenzio sia d’obbligo in una biblioteca per ascoltare i libri che parlano fra di loro.

IL BENE IN TERRA – Francesco Lanzo – Tabita, Pietro, Rico e Debora vivono nei quartieri periferici di una Lecce assolata dove i giorni fanno deflagrare storie che si tengono a distanza dalle vetrine e dai colori di un centro che non viene neppure nominato. Vite alle quali nessuno fa sconti, né regali, in una terra dove le speranze e i sogni sono minuscoli passi per cercare di rubare alla vita una tranquillità che non arriva mai. C’è chi ha una laurea in economia, e lavora dietro al bancone di un bar che è un po’ rifugio e un po’ buco nero di un universo in continua implosione. C’è chi cerca di sbarcare il lunario con lavoretti saltuari, chi ha un passato di contrabbando e chi insegue il colpo che può dare una svolta dal nulla, e c’è anche chi ha cercato a modo suo di ripulirsi. Poi ci sono quelli che poggiano sulla sicurezza del loro denaro e cercano un po’ di sollievo in una vita effimera, anche loro protagonisti in un mondo di ultimi che non sempre finisce nelle pagine dei romanzi. E c’è chi è scomparso senza fare ritorno. Francesco Lanzo con la maestria di un narratore esperto, sguardo disilluso e ironicamente cinico, tiene il lettore incollato alla pagina alla ricerca di un bene di cui ignoravamo l’esistenza.

LE GIRAVOLTE – Lorenzo Antonazzo – Un romanzo corale, sospeso tra incanti e disillusioni, tra velleità letterarie e sogni di gloria artistica, precariato di amore e di rapporti, con protagonisti che crescono ripensando sé stessi, fino a cercare la radice del proprio passato nella terra di origine. Lorenzo Antonazzo ci racconta Lecce e una generazione, quella che dai trenta anni si avvicina oppure ha appena sorpassato i quaranta, crescendo tra due millenni, a volte girando il mondo in cerca di paradisi non rinvenibili tra le mura domestiche, a volte tornando a casa per cercare di costruire qualcosa di importante, tessendo nuove relazioni e reinventando amori. La bellezza si mescola sempre alla vita grazie ai versi che tra una vicenda e l’altra vanno a costituire il controcanto delle vite raccontate. Così le giravolte dei vicoli in cui le strade e le esistenze potrebbero smarrirsi divengono il simbolo di un romanzo ricco di suggestioni letterarie e musicali, dove il gruppo è un personaggio senziente, che tiene unite con un filo invisibile e indivisibile le storie dei protagonisti.

Info:
Musicaos Editore
info@musicaos.it | www.musicaos.org | tel. 0836618232

Anna Rita Merico su «Le Maschere dell’Ombra» di Mario Matera Frassese


Anna Rita Merico su «Le Maschere dell’Ombra» di Mario Matera Frassese

«Recito
al mio pubblico di ombre                                                                       
che affolla la mia stanza
i versi scritti per non so chi.»

(da Le Maschere dell’Ombra, Musicaos, 2021)

Così i versi di Mario Matera Frassese. Da subito le ombre affollano le pagine accompagnando i segni dell’avventura del vivere.

Versi della maturità quando l’orizzonte s’affolla di bilanci leggeri intrisi di ciò che è stato, talvolta di rimpianti, di speranze ormai sopite e trasformatisi in sguardi su ciò che è. Gesti minuti come quello di stropicciare una carta stagnola su cui leggere rughe e solchi, carte che divengono paesaggi su cui andare. L’amore, nei versi di Mario Matera Frassese, è salvifico; esso consente ogni iperbolico salto sul nulla delle amarezze, sul niente di sentimenti che hanno ferito, sugli incanti rotti che svelano le linee di sentieri percorsi e abbandonati, cercati e perduti.

Oggetti minuti ricompongono la danza della memoria. Un quaderno nero sbuca da una valigia che era lì dalla pubertà, sogni restano chiusi tra le pagine, sogni ormai sfocati lasciati in una stazione quasi abbandonata, tutto gocciola  irretito dal tempo andato: le ombre sono il gioco di ciò che è andato, di ciò che offusca, di ciò che ha mutato la condizione dell’essere nel corso della propria esistenza.

Le maschere dell’ombra. L’ombra svela un lato nascosto, umbratile, l’ombra ha le sue maschere, l’ombra svela e, anche, occulta. L’ombra è l’ombra delle paure antiche, è il dirsi di un’infanzia che ha occultato timori, sono nebbie del cuore mai manifestate, nebbie lenite con odori forniti dalla natura. È natura a nord, natura fatta di cime e altezze dietro cui la clessidra del tempo della giornata ruota veloce lasciando scorrere l’ombra di fuori che s’impasta veloce con l’ombra di dentro lì dove malìe e offuscamenti sospendono il tempo senza fermarlo, trasformandolo – piuttosto – in amara gabbia. Vicoli, muti silenzi, strettoie, minuti spazi, rimbombi di dentro, appoggi stanchi è un paesaggio che narra il passaggio del tempo e il movimento di lancette toccate dal sorriso dell’amata. È di lei il tempo. È lei che sottosta ai cicli lunari e stempera l’andare con le ombre che si mostrano quando la mente rincorre ricordi, quando la mentre si annicchia in sé stessa e fa suoi sogni ingannatori.

Ma Ombra è anche la dimensione della parola quando si avvicina a voler esprimere il Sé.

«Che cosa voglio? Tu non vuoi. Io non posso.
Si è scatenato un fantasma
                   che avevo rinchiuso
                in un armadio d’acqua nera.
  Ma l’ostinato cuore
                              ha ceduto.
A mezzanotte
hanno risuonato i passi suoi
davanti alla mia porta»

(da Le Maschere dell’Ombra)

Madre delle ombre è la Morte. Delle Ombre Mario Matera Frassese declina tutte le fattezze e le forme, le qualità e le invasività. L’ombra ha a che fare con il ricordo, con il ritrovarsi, con il superare i freddi schematismi della ragione. La dimensione pirandelliana della maschera che occulta verità in Matera Frassese diviene movimento di visione della verità. È verità che mostra i propri volti nascosti, quei pensieri reconditi che costituiscono l’essenza del proprio essere. Lì dove le Maschere vivono nell’Ombra di dipana l’unico universo possibile: quello evanescente dell’errare, quello ritmico delle parole antiche, quello velato dei sogni, quello lirico della memoria.

Le Maschere dell’Ombra: un leggero bilancio. Una scorribanda nella propria esistenza a cercarne punti fermi in un dentro da antico aedo che cerca nei fatti dell’esistenza il senso e la possibile narrazione. La domanda forte della raccolta è sul significato dell’essere al mondo nella soggettività della propria esistenza. Lo scorrere della domanda è nell’interrogare la possibilità di conoscere la realtà puntellandola con occhio attento e riflessivo. L’io poetico si nutre di una dimensione temporale frastagliata: il tempo dell’orologio  fronteggia il tempo trascorso e le fasi della vita fanno capolino rendendo il Suo poetare sempre pronto ad interfacciarsi con l’esistenza, con l’amore vissuto, con gli affetti, con la natura che spalma silenzi e odori nell’anima.

Le Maschere dell’Ombra disvelano mondo attraverso la misura della Luce. È poetica consapevole del fatto che troppa luce dissolve. Le fattezze dei corpi trovano il proprio limite e la propria individuazione grazie al cesello del tempo che intaglia le fase della vita e dell’ombra che racchiude le essenze possibili d’ogni singola esistenza. La Natura si mostra nella sua dimensione legiferante, mai – Matera Frassese – dona nulla al Caos non addomesticato. La dimensione legiferante forgia energia e passo forte alle stagioni, all’andirivieni dei colori, alla stazza delle forme. Il suo verso è un continuo flusso che fuoriesce da esercizio profondo di di disciplina e dialogo con sé.

Ciò che è transuente si raggruma senza mai svanire. Il corpo poetico di Matera Frassese è denso, compatto, non vi è spazio per la perdita di sé. Il dentro si mostra nel pieno della consapevolezza che l’altro consente evoluzione e superamento di sé. I sentimenti sfilano in una carrellata che trabocca vita e scansione di ritmo interiore, ritmo che conosce il mistero della fondazione dell’umano ma, anche, solarità di Luce che avvolge e nutre. È poesia nutrita dalla dimensione mediterranea del verso ma è, anche poesia che canta la cima, l’ombra del fianco della montagna, la pietra antica ma – anche – l’erba aromatica in grado di segnare la compagnia durante il passo solitario della salita.

Tratteggio leggero di bellezza, maschera che si erge nel tessuto della nebbia padana, esperienza dello sradicamento e della ricerca di sé oscillante tra un nord e un sud di intenti, dileguamenti e nitidezze, figure diafane di un andare tra presente e passato, tra tempo e memoria, tra ciclicità e natura orante. Questo il mistero tutto racchiuso nei versi di Matera Frassese in cui disinganno e forza vitale aprono il sipario sul teatro della Vita, irrorandolo di una Luce che conosce misura per mostrarsi e Ombra per dirsi.

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Anna Rita Merico, «Elio Coriano: per una poetica del materialismo storico»


«Abbiamo sempre pensato alla letteratura working class come pagina narrante la classe operaia il cui salario è legato all’industria. Madre della letteratura working class è stato quanto si è mosso in Gran Bretagna nel corso del XIX sec. In Italia abbiamo “superato” il problema non nominandolo, invisibilizzandolo e, doppia invisibilizzazione, non ci siamo dati l’opportunità di dirne molto se non in talune pagine di letteratura meridionalistica o di settore, pagine storicizzate ossia, pagine tenute nello spazio del tempo andato trasformato in tempo sospeso. Intellettuali hanno detto di operai, lo hanno fatto con uno sguardo
esterno e hanno lavorato, nei fatti, con tutti noi quando, dalle nostre case, ci liberavamo felici di una stampa di Sant’Antonio o di una credenza appena sghemba che era lì da mezzo lustro. Intellettuali che hanno detto dei contadini a Sud sono un’altra pagina. Scrivere dei contadini a Sud ha significato dire di ritardi legati a domini, a durate lunghe del periodo feudale, all’analfabetismo. Queste concause hanno mostrato, spesso, un Sud guardato e rappresentato. Con la poesia di Elio Coriano questo Sud si dice in prima persona, l’io poetico diviene radice di testo che indica fibre sfatte dalla fatica. L’occhio, in questi versi, è catapultato dentro il significato del farsi dei corpi e dei pensieri soggiogati dal lavoro.»

Potete proseguire la lettura dell’intervento di Anna Rita Merico, riflessione sulla scrittura di Elio Coriano, scaricando il file, in formato PDF a questo link.

Per approfondimenti:

Elio Coriano – A nuda voce. Canto per le tabacchine
Elio Coriano – Pane lavoro e sangue
Anna Rita Merico – Fenomenologia del silenzio
Anna Rita Merico – Era un raggio… entrò da Est