Anna Rita Merico su «Le giravolte» di Lorenzo Antonazzo


«Mi appuntiscono
i tuoi appunti
e le nostre discussionimi lasciano privo di forse.
Vagheggio
la tua pancia avvolta
nella stessa coperta
in cui facciamo lievitare il pane
»

Giravolte: zona del centro storico di Lecce. Giravolte: condizione esistenziale in cui ci si trova a giravoltare nella difficoltà a passare da un’adolescenza mentale all’età adulta.

Giravoltare senza un centro, giravoltare sino alla vertigine nel senso che manca. Scrittura inizialmente molto veloce. I fotogrammi girano rincorrendosi: la velocità è protagonista mentre la storia va rincorsa prima che possa iniziare a dirsi. Tutti gli ambienti sono nebbiosi non per mancanza di luce ma per mancanza di differenziazione tra personaggi. Emergono tutti dalla patina del ricordo e si posizionano immediatamente in un presente che non ha attimi né precedenti né successivi. Sono dentro una lente focale che li priva di progetto esistenziale come le loro vite tutte avvitate nell’indecisione, nell’impossibilità, nella complessità, nella giravolta di un pensiero che, dolorosamente, non si dipana in libertà.

Eppure, sono pagine che non è possibile lasciare. Per una indovinata alchimia dello scrivere le pagine di Lorenzo Antonazzo si leggono con lentezza, sono un invito alla lentezza. Scrittura veloce, lettura lenta questo il primo movimento duale tra scrittura e lettura intorno a queste pagine dense di un acuto senso dell’oggi.

Benny fa capolino, veloce, imposessandosi della narrazione sin dall’inizio. Irretito tra social ed etere, a notte fonda, cerca Valentina De Luca. La cerca come girovagando in un campo di battaglia le cui trasparenze sono mortifere, voraci. Sul proscenio si mostra Gianluca, impossibile dialogo con il padre mentre si affretta nella calura che assorbe lanciandogli aulla pelle la mancanza delle zone di montagne da cui rientra. Sfilano i personaggi: ognuno con una incapacità o una goffagine legata alle dita della propria esistenza.

«E se vuoi davvero essere
una persona,
una persona originale
indossala la maschera,
non soltanto a carnevale.
»

Il tempo s’aggroviglia intorno allo spartiacque: chi ce l’ha fatta e chi no tra i compagni di liceo. Valentina, la sua (di Benny) ragazza, ai tempi. Mentre le pagine scorrono compare Holden ma, anche il bell’Antonio a dire che, la storia dell’ingresso nel mondo adulto, non conosce latitudini. Le Giravolte, come luogo, emergono come sostrato nascosto tutto da leggere, è come se la città facesse da fondo psichico alla realtà dei giovani corpi che si mostrano intenti a vivere l’immobile tempo della giornata, delle giornate accalorate. Il filo è in un continuo scambio di assimilazione tra ambiente e corpi. Ogni personaggio alberga nella propria estraneità e irto di pericoli è l’incontro verace con l’altro, tutti gira voltano nello spazio del limbo in cui adulti di riferimento sono svaniti senza lasciare senso di gratitudine, di riconoscimento. Gli adulti sono svaniti e, al loro posto, un vuoto pneumatico che sa di mancato riconoscimento di sé a sé. Le pagine sono segnate dalla mancata messa a centro del processo di riconoscimento-essere riconosciuti. È storia di attribuzione di identità e di bilanciamento tra simbiosi (fallita) e autoaffermazione (cercata). Ogni personaggio è come bocca in cerca di nutrimento-legittimazione. Bellissimo l’intreccio, in Giravolte, tra identità narrativa e la ricerca di storia da parte dei soggetti-protagonisti.
Il racconto si rivede attraverso se stesso grazie ai bellissimi inserimenti in versi che si alternano alle pagine della narrazione. Una serrata scrittura a specchio in cui personaggi, città, ritmo narrativo ed evoluzione del tempo si sostengono a vicenda rendendo la precarietà esistenziale possibile e lasciandola sbocciare in esiti dolci e lenti. È storia di generazioni raggrumate in epoca di passaggi e in una terra, quella salentina, in cui partenze e rientri sono stati, spesso, forzati da eventi e necessità.
Benny viaggia con i suoi scollamenti dalla realtà, con le sue attese, con i suoi desideri appeso al filo della propria delicata inadeguatezza mischiata alla speranza. I personaggi si alzano e si siedono sul Divano di chiara reminiscenza analitica superata da una normalità che, piatta, assorbe. La parte finale di questo racconto-clessidra è in un crescendo che lascia appesi ai rimandi, è un atto d’amore per un Sud in cui le esistenze sono sfatte dalla Storia, gli adulti compaiono con il loro carico di memoria che va dipanandosi. Le Giravolte si snodano e una calma rallenta la scrittura e gli avvenimenti riportandoli nel dentro di una dolcezza in cui gli eroi non abitano più gli empirei dei Santi di pietra delle Chiese del centro storico di Lecce ma sono, siamo tutti noi usciti dalla penna di Rina Durante e dalle note di Daniele Durante.
Giravolte… storia di tutti noi, qui, intenti a riappropriarci del nostro (cultura, tradizioni, lingua dialettale, usanze, arte) e ad imparare ad assaporarlo, non più da Servi ma da Signori.

«Crosta di pane abbarbicata alla terra
che per secoli hai stillato oro
sui nostri piatti e
luce su strade lontane,
innumerevoli tramonti la tua vecchiezza
ha vegliato per noi,
mentre con dita nodose
ricamavi un cielo
troppo vasto per non spaventarci…
»

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