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Per un’arte a carte scoperte. “Bluff Point” di Massimiliano Manieri. Il 31 Marzo 2011 a Perugia


“Per un’arte a carte scoperte”
su “Bluff Point” di Massimiliano Manieri

La terza performance di Massimiliano Manieri di cui mi occupo su Musicaos.it (dopo “Plink” e “L’inizio delle trasmissioni”), si intitola “Bluff Point”, potrà essere vissuta la prossima volta giovedì 31 marzo 2011 presso la ROCCA PAOLINA SALA “EX BOOK SHOP”, a Perugia, nell’ambito di un’interessante manifestazione curata da Alessandro Turco, “SalentinUmbria. Pietra nella pietra: Suggestioni dal Tempo”. Il Salento incontra l’Umbria.

Massimiliano Manieri, presenterà “Bluff Point”, definita programmaticamente come “un cubo contiene un abitante che interagisce con l’esterno, quindi col visitatore, solo attraverso un foro attraverso cui passa il braccio dell’abitante interno al cubo. Al visitatore è permesso interagire tattilmente con la mano dell’abitante rinchiuso, ma anche di parlare attraverso la seta che ricopre il cubo”.

Esiste una menzogna messa in circolazione da diversi millenni secondo la quale l’arte incorpora un processo di condivisione con il quale l’artista cerca di esondare all’esterno, verso un ipotetico mondo, qualcosa che è al suo interno. “Bluff Point”, di Massimiliano Manieri, colpisce direttamente al cuore di questa antica certezza. Una braccio bianco è l’unica cosa che fuoriesce dal buco praticato in un drappo rosso. Il gesto di tendere una mano è forse il gesto storicamente più fraterno, sotto il sole. Come potremmo intendere questo gesto se non con il tendere una mano al prossimo, tendere una mano al nemico in segno di riappacificazione? Questa mano bianca è la stessa che si tende come in un trucco, porgendo una carta che potrebbe contenere il prossimo bluff, il bluff della fratellanza e insieme a esso il bluff che vorrebbe l’uno amico dell’altro.

Per questa volta Manieri rinuncia alla totalità del suo corpo trafitto o del suo corpo scagliato sul suolo, come aveva fatto in precedenti performance, per concentrarsi sul messaggio. Il linguaggio non è in fondo una protesi del nostro essere che comunica? Quindi perché non ridurre tutto il nostro corpo a una sola parte? Con parsimonia di mezzi e concentrandosi ancora di più sul messaggio Massimiliano Manieri astrae il corpo dal luogo della performance per ridurlo a protesi organica di braccio che comunica. Quel che ne risulta è una sinèddoche esistenziale irredimibile. Non c’è più senso nel cercare una verità in un arto che non comunica oltre il gesto; eppure, se riflettiamo sul senso di questa performance, non è forse il linguaggio dei gesti quello che più ci caratterizza, così forte da essere accompagnato (parlo per noi italiani – volenti e nolenti) da una gestualità così marcata? Al di là della proposta stelarchiana di protesi meccanica (anche questa possibilmente messa in ridicolo dalla ‘semplicità’ anestetica e priva dell’elemento dolorifico) il braccio di Manieri non intende farsi portatore di un messaggio bionico, il corpo-oggetto che si dà è tutto lì, nell’essenza di quel qualcosa che viene nascosto, sicuramente un uomo, sicuramente un beffardo, di certo un giocatore astuto che sa quale carta porgere per suscitare la riflessione o il riso dello scherzo. Il richiamo al colore rosso può significare alcune delle riflessioni che si celano al di là della performance.

Le domande e le risposte, per una volta, non sono sullo stesso piano. Il ‘rosso’ di Massimiliano Manieri, ad esempio, è un segnale o una scusa? Ecco quindi spiegato uno dei motivi dell’importanza della ricerca di questo performer: non dobbiamo chiedere all’artista il senso della performance, ma è la performance, forse, che deve stillare in noi il desiderio e il moto di approfondimento del nostro senso di spettatori. Tanto è vero che perfino chi volesse trovare un filo rosso dovrebbe scontrarsi proprio con questo colore, così presente in questa come in altre sue opere.

Un “Bluff Point” che funge da ‘check point’ per le nostre illusioni, dove l’artista rappresenta come sempre se stesso nell’atto triplice di essere-artista, essere-opera e essere-artista che rappresenta se stesso e il suo rapporto con il mondo dell’opera d’arte; chiuso all’interno di una gabbia, velato da un rosso che lo nasconde per lasciare libero di agire soltanto un braccio dipinto di bianco. Questo braccio comunica con l’esterno grazie al senso e alle carte da gioco. “Uno scandalo che dura da secoli”, questa frase accompagnava nel retro della copertina il capolavoro di Elsa Morante, “La Storia”. Uno scandalo millenario concentrato nei pochi anni a cavallo della Seconda Guerra e del Dopoguerra. Lo stesso arco di tempo millenario che si traduce in questo cubo rosso, dove lo scandalo dell’arte di Massimiliano Manieri e della sua ripresentazione che non rappresenta riesce a mettere in difficoltà anche i critici e gli spettatori più saccenti. Il bluff della comunicazione e del suo cortocircuito – qui oggi, altrove sempre – sono compiuti.

Luciano Pagano

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Progetto BLUFF POINT – Scheda Tecnica:

L’installazione consiste in un cubo delle dimensioni di 2 mt. in ogni direzione.
Il cubo contiene un abitante che interagisce con l’esterno, quindi col visitatore, solo attraverso un foro attraverso cui passa il braccio dell’abitante interno al cubo.
Al visitatore è permesso interagire tattilmente con la mano dell’abitante rinchiuso, ma anche di parlare attraverso la seta che ricopre il cubo.
La voce dell’abitante è microfonata ed amplificata dall’interno.
Chiaro che le presenze non rivelate lasciano il dialogo sospeso all’interno di un concetto di “incontro tra sconosciuti” che tale rimarrà…
Compito dell’abitante del cubo è tirare fuori dal visitatore la voglia di parlare liberamente del proprio “io”
La componente teatrale dell’installazione non concede comunque spazio a cliché, sicché ogni visitatore porta con sé le proprie problematiche, i personali segreti, che volendo confesserà, viceversa tra i due si instaurerà un semplice rapporto di ascolto che tocca i semplici cassetti che il visitatore vuole toccare ed aprire…
Intorno al cubo sono disseminati oggetti surreali e simbolici che rendono la scena una specie di territorio di sogno che vorrebbe toccare corde legate a ricordi, rimandi a fanciullezze mai del tutto svilite.
Si accede all’installazione uno per volta, ed i due personaggi, una volta entrati in contatto, sono isolati dal resto del luogo, in una reale possibilità di intimo dialogo.
La durata media di ogni singolo incontro varia dai tre ai sei minuti, tempo sufficiente per accorgersi di che livello assumerà l’approccio e liberare i gradi di confidenza voluti.
All’interno del luogo che contiene il Bluff Point viene diffusa musica molto rilassante che immerge ulteriolmente lo spazio in una atmosfera di assoluto distacco dal resto.
Naturalmente, non essendoci condizioni dettate, ognuno, nel dialogo, a seconda del livello di profondità intrapreso, scava nell’altro ciò che l’altro concede, ma il risultato è, nella media, intimo e soffuso, molto più raccolto delle possibilità naturalmente offerte dagli schemi quotidiani fatti di diffidenze legate a delusioni, amarezze.
All’interno del BLUFF POINT non si deve dimostrare nulla, non avendo aspettative mirate, ci si libera e ci si confida, in un semplice momento vuotato da zavorre…

[Se spesso lo sguardo altrui ci precipita in un maelstrom personale spalancato da quegli stessi infiniti che, attraverso il buco della pupilla, ci inondano e ci stramazzano, si provi a pensare a come l’assenza di quegli stessi occhi possa raggelare.
Un’indagine nei propri meandri quotidiani, guidati solo da una voce al di là di una tenda rossa, dall’inquietante forma di un cubo, e da un braccio lattiginoso che segna il cammino della nostra autoanalisi a tentoni: questo il Bluff point.
Per dimostrarsi che non solo gli altri sono il nostro inferno]. (Giovanni Carrozzini su “Bluff Point”)

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Più che un’installazione, la costruzione di un’esperienza…
Più che il passivo assistere, un più diretto modo di esserne al centro…
Un modo differente di attraversare un aspetto di noi…
Si richiede forse un pizzico di incoscienza, di abbandono…
Da qualche parte dovrebbe essercene rimasta, un poco…

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“BLUFF POINT”

Osservate…
l’alieno rinchiuso…
e l’uomo libero…
Tenetelo d’occhio…
Questo posto è al sicuro, ora, dicono…
Ed ora che i selvaggi sono ammanettati, strappati ai luoghi nativi e la nostra arroganza ben protetta, si può prosperare sereni, sembra…
E se invece vi offrissero un punto di squilibrio a questo fingersi giornaliero…
Un luogo neutro dove impiccare per un momento la corazza,
Di cosa sareste capaci…?
Quale parte di voi rimarrebbe denudata…?
In questo punto rosso…
in questo angolo cosa portereste di vero..?
In un luogo così anomalo fare incontrare un prigioniero assoluto ed apparente…
E qualcuno solo “relativamente” libero…
Uno dei tanti, davanti ad un confine non segnato dalle mappe, ma soltanto esiliato, nella mente…

Benvenuti al BLUFF POINT

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A che ora è la fine del mondo. Su “L’inizio delle trasmissioni?” di Massimiliano Manieri.


Il secondo personaggio delle performance di Massimiliano Manieri che vado ad affrontare con questa mia disamina di scorribande inattualissime sulle sue opere è un nuovo antropomorfo. L’ennesimo bozzolo, involucro, uomo sottratto alla comunicazione che deve averci a che fare – con la comunicazione stessa – per quel principio artistico insito nelle performance di Manieri, quello per cui il culmine della comunicazione è affidato al tutto-che-circonda, alla scena, al ‘mutante’ immutabile, fissato una volta per tutte in un luogo preciso. Il punto di partenza scelto dall’autore per questa performance mi sta molto a cuore, essendo parte centrale di alcune riflessioni letterarie aperiodiche sul concetto del futuribile, della non-(eu)topia e del presente che sorpassa di gran lunga ogni aspettativa negativa; parliamo di George Orwell, e del meraviglioso capolavoro intitolato 1984.

Orwell è probabilmente uno degli scrittori inglesi più radicali del secolo scorso. Difficilmente si può uscire dalla considerazione delle utopie negative senza una sensazione di disagio; ecco, il disagio è creato dal fatto che i motivi di fondo di 1984 non possono essere ‘suonati’ in altre salse o con esiti differenti da quelli di quest’opera. Il suo “Animal farm” è una metafora che descrive i danni del totalitarismo, non si scappa. Così come “1984” descrive il terrore di un’epoca che vive senza storia, nella consapevolezza che il lavaggio del cervello incomincia dove incomincia un’azione di dominio del linguaggio. George Orwell non si può edulcorare, ecco la lezione. Ci hanno provato in salsa editoriale, non so con quali esiti, quando pubblicarono una ristampa negli Oscar Mondadori del capolavoro orwelliano, mettendoci anche la fascetta, “il romanzo che ha ispirato il Grande Fratello”. Funzionò così bene che adesso la copertina della nuova edizione riporta fedelmente la copertina dell’edizione originale attualmente in vendita presso l’editore Penguin. Da vedere il bellissimo film tratto dal capolavoro orwelliano, “Nineteen Eighty-Four”, di Michael Radford, con la colonna sonora degli Eurythmics.

Non ci dispiace molto affermare che se George Orwell e Massimiliano Manieri si fossero incontrati nella casa del GF di Mediaset, dopo avere sterminato tutti i concorrenti (immagino Max Manieri che fa il braccio armato di colt e Orwell la mente che indica chi colpire e in che ordine) si sarebbero seduti a consumare un sigaro discutendo di arte, dittature e scrittura. Un Grande Fratello che diventa un Grand Guignol, come direbbe Arbasino, “che carriera!”. Massimiliano Manieri con questa performance ci restituisce il Grande Fratello orwelliano così come deve essere, con tutta l’angoscia, il senso di impotenza, l’ineluttabilità della nostra vita catodica. Segnali di questa comunicazione a senso unico e elementi disturbativi sono la corona di spine posta in testa all’umanoide i cui sensi sono occlusi e il cui corpo è bendato dal nastro isolante. Dall’ombelico fuoriescono i cavi che gli permettono di alimentarsi di notizie e cibo eventuale. L’uomo è quindi ridotto allo stadio di vegetale che assorbe tutto ciò che gli serve, ovvero sia gli stimoli visivo/sonori, dai quattro schermi che lo circondano.

Se con “Plink (…L’uomo caduto in cattive acque)” l’artista rappresentava la casualità della caduta sulla terra sotto forma di giustizia suprema inflitta dal caso, sottoforma di lancia che trafigge il ‘marziano’ al suo arrivo, qui ci troviamo di fronte a uno stadio avanzato in cui non c’è discussione, non c’è approvvigionamento idrico di quell’acqua chiamata dibattito, o idea, o scambio con l’altro. Qui lo scambio, al massimo, può venire dall’affondare un’antenna nella terra brulla, in attesa di suggere qualche goccia di pioggia caduta. Nella serie di performance di Manieri questo è forse l’atto di denuncia più consapevole e allo stesso tempo rassegnato nei confronti del ruolo della civiltà di a-comunicazione di massa nella quale l’uomo, quando ha a che fare con l’industria culturale, la televisione, internet, è concepito come semplice punto terminale/scarico di immondizia, del reale.

Luciano Pagano

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[foto di Dario Manco]

mostra SENSAKTION: L’INIZIO DELLE TRASMISSIONI [installazione performativa], Massimiliano Manieri, (Primo Piano LivinGallery, Lecce – giugno 2009)

“INIZIO DELLE TRASMISSIONI?”
(libera rilettura delle teorie retrò/futuriste orwelliane)

È pronto per trasmettere?
Si, è stato adeguatamente “educato”…
Possiamo cominciare,
Silenzio in sala…!!!

«Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.»
(1984 – George Orwell)

CONCEPT
Dovranno sotterrare tutte le dita possibili, per ridurre un uomo ad un elemento passivamente fagocitante.
Dovranno succhiargli ogni linfa per suggerirgli che non c’era altra utopia possibile.
Dovranno imprigionarlo, rincoglionirlo, dovranno togliergli ogni riferimento reale per strozzargli in gola l’ultimo suono libero.
Dovranno intirizzirgli i muscoli del sorriso, ghiacciargli la mascella dei lamenti, svuotargli i serbatoi lacrimacei per ridurlo ad un guscio secco utile a loro.
Eppure penso che anche quando avranno fatto tutto questo, un briciolo di umanità resterà dentro, e sarà sufficiente a riaccendere la miccia del “giuoco” che si ripappa il “soggiogo”…

Ma allora perché ora mi sento così minacciato..??? …ed è così vicino…

Massimiliano Manieri

http://www.articoweb.it/2009/05/31/sansaktions-lecce-primo-piano-livingallery-fino-al-17609/

http://www.giapponeinitalia.org/evento.php?eventId=41

http://www.fotolog.com/davizeen/49069163

http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/pressrelease.pl?id=1243607382&day=1243720800

http://arteinvendita.blogspot.com/2009_05_01_archive.html

“Un marziano a Lecce” ovvero Massimiliano Manieri. Plink (…L’uomo caduto in cattive acque)


“Un marziano a Lecce” ovvero Massimiliano Manieri. Plink (…L’uomo caduto in cattive acque).
Luciano Pagano

La ‘performance’, nel catalogo di espressioni possibili di cui dispone l’artista contemporaneo, è forse il terreno più difficile e delicato, ma senza dubbio quello che regala più soddisfazioni quando si riesce a cogliere nel segno. Cosa intendo? Tanto per cominciare la performance si configura fin da subito come esperienza di ‘arte totale’. La performance è infatti un gesto d’arte che va letto criticamente sia dal punto di vista dell’artista che dello spettatore. Esistono performance in cui ogni aspetto viene curato in modo maniacale e performance che lasciano molto margine nella loro realizzazione al caso, all’improvvisazione, all’intervento materiale degli spettatori presenti. Massimiliano Manieri, non nuovo a questo tipo di esperienze, ha scelto la prima strada, quella cioè di realizzare nello spettatore una performance di arte concettuale che oltre a comunicare un idea estetica si fa portatrice di un messaggio culturale. Massimiliano Manieri ha trovato nella performance l’espressione artistica che modifica il mondo in tutte le sue forme, ampliando la percezione del reale, un modo di fare arte che è vigile, critico, utile. La cosa che più apprezzo delle sue performance è il non voler ammiccare ad altre forme di scena come il teatro o il reading ma di essere sempre e solo performance, ovvero sia realizzazione eventuale di una metafora/messaggio “del mondo” che è “nel mondo”.

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Fotografie di Dario Manco, Eva De Guz

“È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.” [da “L’odio” di Mathieu Kassovitz]

Questo intervento inaugura una breve serie di appunti e note, dedicate ognuno a una performance del percorso artistico di Massimiliano Manieri. Iniziamo con “Plink (…l’uomo caduto in cattive acque)”, del quale potete apprezzare qui sopra uno slideshow essenziale. Agosto 2008, comune di Sannicola (LE), un uomo caduto dal cielo viene trafitto da una lancia conficcata nel terreno e con la punta verso il cielo. L’uomo giace trafitto per diverso tempo, sanguinante, morto. I riferimenti sono molteplici, quello filmico più diretto e non del tutto inquietante è forse l’incipit di Magnolia, quello dove il sub viene catturato da un canader e scaraventato su una foresta infuocata insieme a tutta l’acqua che viene utilizzata per spegnere un incendio. Il modo migliore di accostarsi alla performance PLINK di Massimiliano Manieri è quello di immaginare una fusione ideale tra altri due marziani/alieni/umanoidi caduti sulla terra, David Bowie e Ennio Flaiano, autore di quel “Marziano a Roma” che approfittava del marziano per mettere in luce i difetti dell’umano. Chi è e perché è caduto sulla terra? È venuto per farsi uccidere all’istante? Il pensiero è naturale, venire al mondo per farsi trafiggere all’istante, cadere da una realtà ovattata e celeste quale può essere quella dei nove mesi in cui siamo nel ventre materno, vestiti da sub, coccolati, per poi essere proiettati nel mondo ancora con la muta (elemento che ritornerà nelle performance di Manieri) e trafitti. Il testo di “PLINK” che potete leggere qui sotto tenta forse il percorso a ritroso della goccia d’acqua che cade dal cielo, quasi a confermare la natura ex-amniotica di questo viaggio. C’è un percorso verbale che circonda il tappeto nero, black hole sul quale è caduto Plink. C’è lo scorno per non essere lì, in quel momento, per vedere con i nonstri occhi l’attimo della caduta sulla terra. Lo avremmo salvato?

Dato che la performance è un luogo attuale di avvenimenti, è possibile ripercorrere l’evento artistico a posteriori soltanto con le tracce dell’evento. Nella fattispecie di “Plink” disponiamo di un video che riassume la performance nel PRIMA e di alcune foto che realizzano nel DOPO la visione di ciò che è accaduto. Il video realizzato da Masismiliano Manieri è a sua volta, per la cura nella realizzazione, una piccola opera d’arte.

PLINK

Cronaca di Plink, malgrado…
Nel giorno che scelse per gocciolare via
nell’ultimo mondo scelto per la sua rovina
Tradito dall’ultima goccia raccolta,
Mentendo sulla mano inumidita,
Insalivando pietre per negare il maltolto
Parleremmo volentieri di lui, qui…
Se solo non si fosse fatto sorprendere
dalla coincidenza dell’acqua colata alludendo…
Sbrodolava liquido masticando asciuttezze,
mentre costui si lascia trafiggere ligneo.
Come un corpo segnalibro si abbandona
Così il pelo dell’acqua può specchiarlo…
E digrigna la sabbia che non sa di contenere
Mentre il sole ingialliva il liquido restato,
ed il freddo invadeva il ventre pallido trafitto…
l’aria stessa poteva tornare a star zitta…

PLINK
(…L’UOMO CADUTO IN CATTIVE ACQUE)

Un telo nero occupava uno spazio permesso
Una filastrocca macabra ne raccontava le incongruenze
E, nel centro, lui, l’autore del ladrocinio più stupido
E l’acqua, l’elemento più libero, ridotto in “scipperia” da quartiere
Togliere al mondo circostante si tradusse nel togliere a noi stessi
In una lancia che partiva dal suolo e lo attraversava
la restituzione di un peso malmesso più che del maltolto
nell’acqua che cola tutte le nostre equazioni errate
nella pistola stretta tra le mani il gioco della guerra
dell’unica guerra che non fummo in grado di vincere
Nella morte che sopraggiunse la quadratura superandoci
La rivincita dell’acqua ci colse alla sprovvista, infine
Ed il ladro, fece la fine del tordo…

§ LINK §

LUOGHI DELLA PERFORMANCE (e link per ricerca in rete dell’evento)

mostra LE MILLE BOLLE BLU: PLINK [installazione performativa] in collaborazione con l’OFFICINA DELLA PAROLA & RAGGIO VERDE (Sannicola, Le – agosto 2008)

http://www.lecceweb.it/eventi/1031/le_mille_bolle_blu.html

mostra NATURE MUTATIONS: PLINK [installazione performativa] (Primo Piano LivinGallery, Lecce – marzo 2009)

http://stefanodonno.blogspot.com/2009/02/nature-mutations.html

http://www.articoweb.it/2009/03/02/nature-mutations-lecce-primo-piano-livingallery-fino-al-18309/

http://terpress.blogspot.com/2009/03/nature-mutations.html

http://www.eosarte.eu/?p=6192

PLINK [installazione performativa]

In collaborazione con Mujmuné e Atlantide città dei sogni per mostra RISCARTIAMOCI (centro storico Leverano, Le – giugno 2010)

http://www.connectmagazine.it/?p=1313

http://comitatoambientesano.blogspot.com/2010/05/ri-scartiamoci-leverano-dal-29-maggio.html

per CONTATTI: Massimiliano Manieri – terredimax@libero.it