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“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

“Re Kappa” su “Nuovo Quotidiano di Puglia”


La ricerca dell’identità e la sfida della scrittura.
“Re Kappa” di Luciano Pagano: un giovane autore e il suo mondo
di Antonio Errico

Antonio ErricoQuando talvolta si dice – e si dice con ciclicità frequente – che il romanzo è finito, che non ci sono più tempi, modi e forme di narrazione, che tutto il narrabile è già stato narrato e che per l’inenarrabile è ovviamente ozioso porsi il problema, probabilmente non si considera adeguatamente quella condizione della scrittura che si definisce metascrittura, metaromanzo, metaletteratura.
Invece credo che sia proprio questa la condizione testuale, forse anche ideologica, comunque poetica, che caratterizza “Re Kappa”, il romanzo che Luciano Pagano pubblica con Besa. È la storia della maniera in cui si dispiega il processo di trasformazione degli eventi in linguaggio, la maturazione delle esperienze di scrittura in forma narrativa, la percezione di sé e degli altri in una condizione verbalizzata.
Probabilmente Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. Ma soprattutto si pone l’obiettivo di proporre l’idea che la forma narrativa sia l’unica condizione capace di attribuire una sistematizzazione alle esperienze della realtà e alle espressioni dell’immaginario.
Poi sembra che Luciano Pagano vada oltre.
Sulla base di una struttura del ritrovamento di un manoscritto, impiegata come espediente per una funzione parodistica, e di un’ambientazione salentina ma dai caratteri deformati, di un intreccio che lega scrittori di varia genia e consulenti editoriali dall’ambigua fisionomia, viene innestata una formula di trama che diventa la metafora di una visione del reale e dei suoi effetti, delle conseguenze che produce la manipolazione del reale, il mondo parallelo che si può generare da una tessitura verosimile delle ipotesi.
Il manoscritto è una sineddoche della realtà; è una parte per il tutto; tutti i possibili intrecci, i misteri, le storie, le situazioni, il vero, il verosimile, il falso, il possibile e l’impossibile, sono contenuti in un brogliaccio che li rappresenta, in un canovaccio delle tragedie e delle commedie del mondo, in un almanacco degli avvenimenti, un catalogo dei destini e un cestino per tutti i sogni.
Il manoscritto modella il mondo e le sue creature che si fanno personaggi. I personaggi, a loro volta, riformulano il mondo costringendo lo scrittore a ipotizzare una riformulazione del manoscritto. La riformulazione del manoscritto costituisce una manomissione dell’idea di realtà, e quindi una trasformazione dell’idea stessa, oppure un trucco. Comunque una simulazione.
Così si potrebbe dire che il mondo rappresentato dalla narrazione è soltanto una simulazione che in quanto tale predispone e propone una realtà parallela, altra, contigua ma comunque con equivalente valore di quella che simula o che assume a riferimento e modello.
La costruzione (o ricostruzione) dell’identità dello scrittore coincide, nei tempi, nelle forme, nelle modalità, come la ricostruzione (o l’invenzione) della storia di un’opera. Pagano vuole rappresentare quell’incrocio casuale di destini oppure quel verificarsi di congiunture che a volte annodano un’esistenza – o una rete di esistenze – ad uno scartafaccio, quella sorta di magia che dal nulla crea una straordinaria testimonianza del proprio essere ed esistere con le figure e gli intrecci di un universo fatto di parole.

Dal “Nuovo Quotidiano di Puglia” di Mercoledì 25 Luglio 2007