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“È TUTTO NORMALE” (Lupo Editore). La parola ai (miei) lettori!


Chi lo ha detto che i social network, facebook e twitter non sono mezzi idonei a rinnovare la passione per la letteratura e lo scambio di essa in rete? Credo non lo abbia detto nessuno anche perché di questi tempi chi dicesse qualcosa di simile sarebbe una voce che chiama dal deserto. In questi mesi, dall’uscita di “È TUTTO NORMALE” (Lupo Editore) a oggi, mi è capitato di ricevere diverse e non poche attestazioni di stima da parte di critici, lettori, appassionati, amici, nemici, etc. etc. Voglio dedicare questo post ai secondi, ovvero sia ai lettori che in questi mesi mi hanno sorretto con la loro stima e con i loro circostanziatissimi giudizi. Qui di seguito troverete alcuni dei messaggi che mi sono arrivati. Dove sono riportati i nomi è perché ho chiesto e ricevuto l’autorizzazione a metterli, e dove non li trovate è perché anche potendo chiedere il permesso non l’ho chiesto perché mi sembrava una cosa cretina. Questo post è un modo per ringraziarVi. A voi, lettori, miei simili, miei fratelli!

 

UNA LETTRICE (dm su twitter)

Il fatto che una madre possa dire a su* figli* “questo libro l’ho letto quando aspettavo te” ti fa venire voglia di scrivere, grazie! :-)

FEDERICO LIGOTTI (facebook)

“Un romanzo formidabile che vi consiglio; oltretutto meriterebbe un enorme successo”

Caro Luciano,

sono finalmente riuscito a leggere il tuo “E’ tutto normale”. Me lo sono felicemente divorato in un giorno e mezzo. Che dire? Sfiora il capolavoro. Un intreccio perfetto, fra paure ancestrali, alte tematiche civili e rapporti sentimentali sempre sull’orlo della crisi, ma trattata con leggerezza. Complimenti per essere riuscito a rendere il tema dell’omosessualità senza concedere nulla a volute di maniera (oggi purtroppo l’argomento è inflazionato), anzi, come scrivevo, inserendolo perfettamente in un congegno di millimetrica esattezza e infarcito di colpi di scena. Bello il light end, finalmente: basta con queste tragedie coatte, che già dall’inizio si sa come va a finire.
Grande la caratterizzazione della “donna stronza e combattuta, dimidiata nell’animo”: mi riferisco a Kris, il personaggio psicologicamente più effervescente.

[…]

Un abbraccio, ti auguro le migliori fortune con questo romanzo: merita davvero qualcosa di importante, che spero possa concretizzarsi a breve per te.

Fede

MARCELLA NEGRO (facebook)

Come potevo non leggerlo? Quando son venuta alla presentazione del libro conoscevo già la trama ed ero curiosa di ascoltarti perché penso che è sempre molto interessante sentire cosa ha da dire uno scrittore della propria opera.
Ecco le mie riflessioni.
Leggere questo romanzo è un po’ come ricomporre un puzzle. La tessera che hai in mano svela qualcosa, ma solo ricongiungendola alle altre, ponendola nella giusta collocazione, si riesce a giungere alla visione d’insieme che evidenzia tutti i livelli e i significati di
questa storia.
Non è un argomento facile, conciliante. Più ci si addentra nel racconto più cresce un senso di malessere strisciante; consapevoli che, fatti i dovuti raffronti, ci si è imbattuti in una storia tristemente ricorrente nella realtà.
È tutto normale: garantisce il titolo, ma è una rassicurazione ambigua e beffarda che sembra prendersi gioco dei personaggi che arrancano annaspano nel perbenismo in cui rischiano da sempre di annegare e di perdersi.
Si parla d’amore? Sicuramente sì.
Coniugato con l’egoismo egocentrico di Ludovico che si dimostra un perfetto manipolatore di persone e di sentimenti. Un uomo incurante degli altri pronto a cogliere l’occasione al volo pur di appagare il suo desiderio di possesso.
Si parla di un amore indolente, schiavo delle convenzioni e dell’autorità, come quello di Andromaca.
Di un amore inaridito e pressoché assente come quello di Ettore.
Di un amore pavido fino alla codardia come quello di Marco che preferisce omettere la realtà costruendone di nuove di volta in volta sempre più improbabili e transitorie. Che spera di scaricare ad altri l’ingrato compito di ricondurre tutto nella giusta dimensione del vero ineluttabile.
E ci sono Eleonora e Carlo con il loro amore ancora acerbo e incerto a cui è stata negata ogni possibilità.
Amore che poi trascolora in quello tra Carlo e Ludovico; in quel legame che, nella mancanza di approvazione, semplicemente esiste, va avanti tenace infischiandosene.
Nel procedere della storia i personaggi assumono tridimensionalità facendoci cogliere quelle piccole sfumature che li caratterizzano.
In una continua corrispondenza di suoni, immagini e ricordi il tempo si dilata componendosi nelle distinte verità dei protagonisti per
cristallizzarsi poi in un presente angoscioso in cui si addensano, si aggrovigliano sentimenti repressi, incomunicabili, ingovernabili
destinati ad esplodere, a trovare un qualunque sfogo possibile.
Ne vien fuori una storia intensa, mai banale, con un ritmo narrativo scorrevole che ti accompagna fino all’ultima pagina.

Grazie per averla scritta. :D

Nel libro poi ci sono diverse citazioni: da quella della pubblicità del forno elettrico DeLonghi ” o fa solo tost pizzette?” alla bibbia a Shakespeare per arrivare ad Andromaca e Ettore, i cui nomi non credo siano stati scelti a caso.
Fa un certo effetto leggere e riconoscere i posti di Lecce che sono descritti nel romanzo. In particolar modo quando parli del “Parlangeli” di cui conservo sempre il ricordo di quelle benedette scale a chiocciola e dell’ascensore che ogni volta che mi serviva era sempre guasto. XD

Altra sensazione: mentre leggevo il tuo romanzo me ne sono venuti in mente due che ho letto tempo fa. Non ti muovere e la solitudine dei numeri primi. Forse perché entrambi narrano realtà scomode.

UNA LETTRICE 2 (facebook)

Ciao Luciano, ho finito di leggere il tuo romanzo… in 3 giorni! Ti faccio davvero i complimenti, l’ho letto con piacere e velocità. Tieni conto che il mio giudizio non è da esperta, visto che trovo il tempo (…o lo stato d’animo giusto!) per letture non matematiche solo d’estate, in vacanza! Il tuo libro è avvincente come un giallo, non vedi l’ora di arrivare a scoprire se Kris è uomo o donna, poi non vedi l’ora di “assistere” alla reazione all’arrivo a casa, poi non vedi l’ora di sapere se Ludovico riesce a starsi zitto e tenere il segreto… insomma c’è sempre qualcosa che ti fa scorpacciare le pagine una dopo l’altra. E poi ho apprezzato tantissimo le “chicche” sul nostro Salento… anche se penso che possano essere apprezzate solo dai lettori che conoscono questi luoghi, certo non da chi non si è mai fatto un giro sul litorale mozzafiato fino a Leuca, da chi non ha mai visto il Ciolo o da chi non ha mai passeggiato su via Tinchese…

[…]

Un saluto forte forte e… continua a scrivere con l’augurio che le tue pagine possano trovare tantissimo successo e che possano essere veicolo per far incuriosire ed appassionare alla nostra terra! (firma)

UNA LETTRICE 3 (email)

Ciao Luciano,
ti scrivo perché avevo comprato E’ tutto normale da un bel po’, ma non avevo mai trovato il tempo per leggerlo con calma. Ebbene, ho approfittato di una lunga traversata […] per immergermi completamente nella lettura.
Con questa mail, praticamente, sto dando sfogo al desiderio, già declamato da Salinger ne Il giovane Holden, di contattare telefonicamente l’autore del libro che abbiamo appena finito di leggere e, anche se immagino che te l’avranno detto in tanti, al coro di complimenti voglio aggiungere la mia voce: il tuo libro è bellissimo! Ha una leggerezza che ho trovato raramente, negli ultimi libri che ho letto, è delicato come le carezze del vento basso di luglio.

[continua…]

Intervista di Alessia Mocci su Mondoraro.org a proposito di “È tutto normale”


Ringrazio Alessia Mocci per le domande di questa intervista che potete leggere anche su Mondoraro.org. L’intervistatrice mi ha dato modo di parlare del mio romanzo “È tutto normale” e anche della mia scrittura; una bella occasione per chiarire alcune cose a cui tengo molto. Ho scelto di allegare a questo post l’immagine delle mosche (che ho rubato da un post pubblicato sul sito “Via delle belle donne”) per ricordare l’incipit del mio romanzo, nel quale le mosche giocano un certo ruolo.

§

È tutto normale”, edito nel luglio 2010  presso la casa editrice Lupo Editore, è giunto in pochissimo tempo alla sua seconda ristampa. L’autore, Luciano Pagano, ha voluto toccare una tematica di grande interesse per il Mondo da diversi anni: l’amore omosessuale. “È tutto normale” racconta di un orfano di nome Marco Donini e della sua vita senza madre perché adottato da una coppia gay, Ludovico e Carlo.  Marco cresce sereno con i due papà. Il romanzo si svolge in un’unica giornata e vede Marco di ritorno dopo gli studi con un’importante novità: Kris, la sua ragazza alla quale ha sempre tenuto segreto della sua vita con i due padri.

L’autore è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune nostre domande. Buona Lettura!

A.M.: Nel 2007 hai pubblicato il romanzo “Re Kappa”. Quanto credi che Luciano Pagano sia cambiato in questa tua ultima pubblicazione in tre anni?

Luciano Pagano: “Re Kappa” nasce da una sfida; l’editore del mio esordio, Livio Muci (Besa Editrice), mi aveva proposto la pubblicazione di un altro romanzo, “Moto Proprio”, al quale avevo lavorato tra il 2002 ed il 2005; un’opera difficoltosa ed impervia, linguisticamente sperimentale, alla quale sto ancora lavorando ma che non ritenni allora opportuno come esordio. Durante la stesura e la correzione di “Moto proprio”, nacque “Re Kappa”, quasi come antidoto dello stress cui è sottoposto il giovane scrittore che vive su sé il desiderio di arrivare e farsi leggere provenendo da un ambiente difficile ed ostico, quale può essere quello letterario degli anni 2000.

A.M.: “È tutto normale” tratta una tematica abbastanza scottante. Vuoi illustrarcela a grandi linee?

Luciano Pagano: La tematica è scottante ancora oggi, tanto è vero che durante la stesura del romanzo, avvenuta tra il 2008 ed il 2009, ogni volta che ascoltavo notizie di episodi che coinvolgevano le comunità gay, lesbo o trans, ero abituato a cogliere temi e spunti dai quali dovevo allontanarmi intenzionalmente. Il pensiero era “la storia è questa, oramai stai definendo i particolari, non puoi lasciarti influenzare più di tanto”. Lo stesso dicasi per le infinite diatribe sul tema dei matrimoni delle coppie omosessuali o sullo status, nel nostro paese, delle “coppie di fatto”. La mia intenzione era quella di affrontare una tematica viva e scottante quale poteva essere quella dei matrimoni gay, senza che tale tematica rischiasse di essere relegata alla sola sfera della sessualità. Uno scrive a parole sue di qualcosa che vorrebbe leggere, io scrivo di un tema cercando di ottenere una semplificazione dei fatti che mi permetta di avviare una discussione attorno a temi più importanti, senza fossilizzarmi; quel che importa è la storia, non l’approfondimento antropologico. La tematica diventa il pretesto della narrazione ed allo stesso tempo la narrazione diventa il mezzo per allargare i confini della discussione. Tutti questi discorsi rimarrebbero al di qua della pubblicazione se la mia sensibilità di autore non avesse trovato riscontro nella sensibilità di Cosimo Lupo, l’editore del romanzo, che non ha mai messo in dubbio la tematica del testo; ci abbiamo lavorato su per un annetto, per l’appunto, in assoluta normalità; quando il testo era vicino ad essere compiuto la consulenza di Antonio Miccoli (il direttore della collana InBox in cui è uscito il romanzo) e di Donatella Neri (editor della casa editrice) mi hanno fatto percepire che stavamo parlando di una storia compiuta, a sé stante. La conferma è arrivata dai lettori, la maggior parte dei quali mi scrive che il romanzo si legge d’un fiato, nonostante le quasi trecento pagine di cui è composto.

A.M.: Ci sono somiglianze caratteriali rilevanti tra Ludovico e Carlo?

Luciano Pagano: Tra Ludovico e Carlo devono esserci per forza somiglianze, anche perché come persona (prima che come autore) credo alla teoria per cui una coppia nasca quando ci sia un terreno comune. Entrambi sono caratteri forti, indipendenti, liberi; abbastanza menefreghisti dell’ambiente che li circonda, condizione indispensabile per concentrarsi sulla propria vita e sull’importanza dei propri sentimenti, prima ancora dell’opinione che gli altri si fanno di loro, a partire dai familiari di Carlo. In ognuno dei caratteri del romanzo, ad eccezione di Kris, ho disseminato somiglianze/dissomiglianze con il mio carattere. Nell’infanzia di Marco, il figlio cresciuto da Carlo e Ludovico, ho disseminato piccoli episodi rubati dalla mia infanzia; è il personaggio dove mi sono riflesso di più. L’episodio della visita alla mostra di Magritte, ad esempio, è accaduto realmente.

A.M.: Pensi che il tema dell’omosessualità possa in qualche modo abbassare il numero di lettori italiani?

Luciano Pagano: È una problematica, questa, che non mi sono posto per nemmeno una frazione di secondo né prima, né durante e nemmeno dopo la pubblicazione del romanzo. Potrei pormi lo stesso problema con altri autori e chiedermi se il tema dell’omosessualità possa in qualche modo abbassare il numero dei lettori italiani delle opere di Marcel Proust o Oscar Wilde o David Leavitt o Virginia Woolf o Bret Easton Ellis, oppure di Aldo Busi o, per citare uno degli autori che più stimo, Walter Siti. A titolo esemplificativo, e non a caso, riporto il testo della fascetta: “Se Marco rileggesse i diari che ha scritto quando era ragazzo, ogni giorno della sua adolescenza, con i giorni tutti in fila, se prendesse la briga di metterli in ordine in un faldone, se soltanto avesse il tempo o il coraggio  che è uguale  di ricopiarli al computer e li dividesse per sezioni, capitoli, articoli, ne uscirebbe una versione allucinata della sua vita, scritta a casaccio sfogliando nel passato, irta di piccoli drammi domestici, sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove, oltre lo schianto provocato alla scoperta che tutti gli altri bambini avevano una madre e lui no. Il nuovo romanzo di Luciano Pagano racconta l’amore inconsueto dei padri per i figli.” Se notate non si fa alcun cenno circa il fatto che Marco venga cresciuto da due padri. Marco, il protagonista è orfano, e grazie ai padri scopre che cos’è l’amore e cresce come un ragazzo qualsiasi. Questo è il punto, al di là della tematica dell’omogenitorialità, il romanzo potrebbe intendere che ci si interroghi anche sullo stato della normalità della famiglia italiana che in realtà altri non è se non “normatività” della famiglia.

A.M.: Come definiresti il tuo stile letterario?

Luciano Pagano: Posso azzardare soltanto una definizione in progress del mio stile letterario: “Scrivere di ciò che va raccontato e detto con un quantitativo di parole che non ecceda la fiducia del lettore, non prenderlo mai in giro”. La palestra della mia scrittura recente, parlo degli ultimi sette anni, sono la rete ed i giornali. Ambiti in cui è difficile barare senza scoprire le carte. In un articolo scritto di recente sul mio romanzo, Antonio Errico (Nuovo Quotidiano di Puglia) notava come in tutto il testo ci fossero pochissimi avverbi; in effetti ce ne saranno due, forse tre; c’è chi lo ha chiamato minimalismo; forse proviene da un’abitudine alla scrittura poetica come metodo, ad un leggere e rileggere a pagina con intento sottrattivo, fino a togliere tutto ciò che sembra superfluo. Lo stile trova un suo compimento quando il lettore non sente questo lavoro pregresso.

A.M.: Quali sono gli autori che pensi ti abbiamo guidato nel tuo percorso?

Luciano Pagano: Spero di essere soltanto all’inizio del mio percorso. Detto ciò le guide sono tutti gli autori che dai quali cerco di rubare suggerimenti, modi, consigli. Adoro i classici, quando entro in libreria senza sapere che libro acquistare nel novanta per cento dei casi esco con un doppione, un’ennesima edizione, un’altra edizione di qualche classico che manca dalla mia biblioteca. Mi piacciono i narratori italiani della seconda metà del secolo scorso, dal dopoguerra in poi. Non faccio nomi in particolare, questo è soltanto un suggerimento implicito a chiunque legga questa intervista nel poter approfondire la letteratura di quel periodo. L’Italia secondo me ha avuto un periodo stupefacente, dagli anni ‘50 ad oggi, nei quali hanno scritto autori diversissimi, unici, paradigmatici come Arbasino, Pasolini, Flaiano, Testori, Bianciardi, Parise, Manganelli, Bene; ma anche poeti come Bigongiari, Zanzotto, Giudici, Sereni, Luzi; e poi ci sono autori atipici, a metà tra la scrittura e la traduzione, che mi hanno influenzato con il complesso della loro opera multiforme, penso a due nomi su tutti, Guido Ceronetti e Luca Canali; per non parlare dei narratori che hanno pubblicato dagli anni ottanta ad oggi; anche noi non saremmo gli stessi se non avessimo attinto alla miniera del nostro passato letterario recente. Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di fare da relatore ad una doppia presentazione di uno degli scrittori italiani che più stimo, Nicola Lagioia; parlando del suo “Riportando tutto a casa” e degli anni ‘80, siamo stati d’accordo sul fatto che esiste una grande fetta della nostra letteratura recente, gli ultimi trent’anni, che deve ancora dare tutti i suoi frutti.

A.M.: Hai già presentato il libro ufficialmente?

Luciano Pagano: “È tutto normale” è uscito in un periodo atipico, inizio luglio di quest’anno. Nonostante l’estate il libro è stato ristampato e sta viaggiando oltre il traguardo delle mille copie, un obiettivo difficile che mi fa ben sperare. L’ho presentato l’11 luglio 2010 a Liberrima, una delle più belle librerie di Lecce. Ancora oggi se ci andate il mio libro è alla lettera P, vicino a Palazzeschi. È stata una bella occasione, che poi si è replicata dopo una settimana quando ho avuto l’opportunità di essere presentato da Mauro Marino a Melpignano (il 17 luglio) e da Luisa Ruggio a Otranto (il 18 luglio). La presentazione più vicina si terrà il 12 novembre a Sava (Ta). Le presentazioni sono l’unico modo per raccontare e raccontarsi e per avvicinare i lettori, l’unica possibilità, insieme a quelle offerte dalla rete e dal passaparola, per fare in modo – come è successo – che il mio romanzo trovasse il favore e l’interesse di tante persone. Mi piacerebbe che l’inverno e la primavera potessero darmi occasione di presentare il libro fuori dalla Puglia, perché per me sarebbe bello confrontarmi con lettori di altre regioni e di altri contesti differenti dal mio.

“Se l’altro sta a sud”. Andrea Aufieri recensisce “È tutto normale” sul numero 3 di Palascìa.


Nel 2010 la Lecce della fiction cinematografica e letteraria si è (finalmente?) confrontata con il tema della diversità di genere. Avete presente la scena di Mine Vaganti (F. Ozpetek, 01 Distribuition) in cui il padre del protagonista Scamarcio, Ennio Fantastichini, trova posto in un bar del centro storico e sente su di sé, perché se ne preoccupa, lo sguardo e lo scherno dei vili concittadini? Anche il romanzo È tutto normale di Luciano Pagano narra della crisi dell’alta borghesia, “leccese per caso” bisognerebbe dire qui, sorta di evoluzione di classe del ‘ppoppetu’ di bodiniana memoria, con altrettanto evolute meschinità, sempre e comunque distaccate da quelli che dovrebbero essere i problemi quotidiani del paese reale. Insomma il pastificio della famiglia Cantone impastato da Ozpetek o il caseificio della famiglia Donini allattato da Pagano non sono poi troppo distanti dal parlamento italiano. Digressioni a parte, quello che sarà sempre il vantaggio della letteratura, o almeno dovrebbe (che con la tecnologia non si sa mai) è che al posto di vip e starlette prezzolate dai particolari anatomici inconfondibili, ogni lettore ha a disposizione tanti milioni di cast quanti le sue sinapsi riescono a trarne dal libro. Ne risulta che invece di costruire allegre macchiette, per esempio, l’autore regala al suo pubblico una galleria di personaggi complessi di tutto rispetto. E ancora sul potente mezzo letterario gioca principalmente Pagano, alla sua seconda prova “ufficiale” con il romanzo, dopo aver esorcizzato in qualche modo il suo mestiere in Re Kappa (Besa,2007). Chi è Kris, ospite a sorpresa annunciato dal figliol prodigo Marco, di ritorno fresco di laurea presso la villa di famiglia, sulla cui persona speculano Carlo, padre di Marco, e Ludovico, suo compagno? Marco avrà finalmente accettato la presenza di Ludo al posto della madre Eleonora, morta durante la sua infanzia? E l’orientamento sessuale del padre avrà influito sulle relazioni e le scelte del figlio? E il paese che dopo vent’anni è ancora sarcastico sulla relazione tra Carlo e il suo compagno, troverà una catarsi nelle nuove generazioni?
È tutto normale è il racconto di una giornata, che con i suoi intrecci, i flashback, la sovrapposizione di più piani narrativi, concerta le vite dei personaggi che si trovano a interagire. Potrebbe essere letto tutto d’un fiato eppure prende il tempo giusto, quello che ci vuole, e le parole più adatte, per un’interazione multisensoriale con il lettore e il sentimento di un bambino, di un innamorato, di una donna che affronta una nascita sapendo di andare incontro a una morte. E che serra improvvisamente i ritmi della narrazione, impenna. Una lucida passione e una disordinata follia, come si converrebbe nel Salento perché “Questa terra è particolare”, e come l’immaginario collettivo vorrebbe le donne, “visibili e invisibili”, come recita la dedica iniziale di questo libro.

Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” su Frigidaire


Vincenzo Sparagna recensisce “È tutto normale” sul numero di Frigidaire (Frigolibri, N. 228, p.18) in edicola a ottobre con Liberazione. Un intervento che sono felice di postare e che per me significa tanto, almeno quanto il significato che questa rivista ha avuto sulla mia spericolata formazione intellettuale. Il romanzo sta viaggiando oltre ogni più rosea attesa (a breve posterò un comunicato sul tema). Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. Approfitto anche per ringraziare Emma Di Stefano e Regina Resta, che mi hanno ospitato nel loro nuovo format Verbumlandia, che andrà presto in onda su MyBoxTv: essere il vostro ‘numero zero’ mi ha riempito di orgoglio, in bocca al lupo! In questi giorni è partito il progetto Musicaos.it – Gruppo di Lettura, una cosa a cui tenevamo tanto e da tanto tempo, seguite gli aggiornamenti sul gruppo Musicaos.it su facebook, in questa settimana posterò qualcosa sull’argomento. Buone letture!

Luciana Manco recensisce “È tutto normale” sul numero 4 di Salentuosi


La Lupo Editore sa sempre tenere alto il suo nome. Non fallisce un colpo. Anche la bellezza estetica del libro di Luciano Pagano è immediata. Merito dell’illustrazione in copertina, “Evidently Goldfish” di Nicoletta Ceccoli. Una bambina con un pesce rosso al guinzaglio. Rappresentativa forse di ciò che troveremo dentro. L’attesa di due genitori per il ritorno del figlio che ha studiato fuori. Il fatto che il figlio torna, sì, ma non torna da solo. Torna con Kris. Maschio o femmina che sia. E chi l’ha detto che i due genitori debbano essere poi un maschio e una femmina, necessariamente. Potrebbero essere anche due uomini. È tutto normale.
Dovrebbe essere tutto normale. Ed è questo il messaggio che Pagano probabilmente vuole darci: fare dell’eccezione la normalità. L’unico modo per far sì che la diversità possa risultare una qualità, un sinonimo di rarità, non una deformazione dell’esatto, non una discriminante. Sentire normale ogni forma di espressione, di esistenza, di volontà. Sentire normale il diritto alla libertà.
Luciano Pagano è nato nel 1975. Laureato in filosofia, ha pubblicato il suo primo romanzo “Re Kappa” (Besa Editrice) nel 2007. Nel 2008 ha partecipato ed è risultato tra i vincitori del premio Subway Letteraruta. Sempre nello stesso anno è stato tra i vincitori del concorso Creative Commons in Noir, indetto da Stampa Alternativa. Dal 2004 dirige la rivista di letteratura online Musicaos.it (fondata con Stefano Donno).

Luciana Manco
Salentuosi, n. 4

“È tutto normale”, su facebook

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

“È tutto normale” nella famiglia di oggi. Enzo Mansueto su “Il Corriere del Mezzogiorno” del 12/09/2010


“È tutto normale” nella famiglia di oggi
Enzo Mansueto

Se la «famiglia» è stata la pietra di volta nella costruzione retorica dell’Italia recente, il tema scelto da Luciano Pagano per il suo nuovo romanzo è dirompente: l’analisi delle pieghe psicosociali di una famiglia omogenitoriale nel Salento agiato del presente. E la normalizzazione, che un linguaggio misurato e discreto – distante da certa iperletteratura che lo stesso autore aveva praticato – impone al tema, non fa che rendere più eversiva la scelta. Detto ciò, mettiamo da parte ogni aspettativa di trasgressione o esibizionismo da gay pride. Più vicino a certo minimalismo americano (Leavitt?), il romanzo esaurisce il fattore «scandalo» nella scelta del marchingegno narrativo, che sostanzia l’esordio della storia: Marco, laureato in architettura a Roma, torna nel suo Salento, in una ricca villa, dai genitori, per presentare Kris. Nome ambiguo, che non svela, da subito, il genere sessuale del partner. Lo scatto si ha quando apprendiamo che i genitori di Marco si chiamano: Carlo e Ludovico. Esaurito l’accidente narrativo, l’azione del romanzo, introversa e psicologica, si snoda, nell’arco di una giornata, sostanziandosi di feedback emotivamente efficaci, che incidono in noi i tratti dei personaggi. (12/09/2010)

Roberto Martalò recensisce “È tutto normale” su CorriereSalentino.it


“In amore è tutto normale”
di Roberto Martalò

Con il romanzo “È tutto normale”, Luciano Pagano affronta il tema della qualità dell’amore e, con delicatezza e sensibilità, ci introduce in un mondo di speranze ed angosce.
Dopo la laurea in architettura, Marco torna qualche giorno nel Salento per presentare Kris ai genitori. Questo incontro nasconde però tante insidie: Marco infatti è stato cresciuto da una coppia di omosessuali, il padre Carlo e Ludovico, che ha preso il posto di Eleonora morta poco dopo il parto. I due, vista l’ambiguità del nome Kris, non sanno decifrare l’orientamento sessuale del figlio e vivono questa attesa con differenti stati d’animo e aspettative. Figlia di un pastore canadese sprezzante gli omosessuali, Kris non conosce la vera situazione familiare del suo ragazzo: per timore, questi le ha raccontato la storia di una famiglia normale, con una madre misteriosa e sempre in viaggio.
Il finale più che l’epilogo della storia sembra essere un manifesto sull’amore e un auspicio affinché tutti possano accettare e comprendere ogni sfumatura di questo sentimento perché “l’amore vuole sempre il bene, non è mai cattivo, l’amore ha tanti nomi e tutti i nomi dell’amore servono a distinguere l’amore dal vuoto del nulla che c’è fuori”.
L’autore smaschera le ipocrisie e il bigottismo della società odierna nel voler definire e classificare l’amore come se certe manifestazioni fossero solo una deviazione o una malattia: è così che la credente Kris si dimostra essere la più intollerante dei personaggi sia nei confronti degli omosessuali sia nei confronti delle persone deboli; nonostante ciò, ogni sera prima di addormentarsi prega il Signore per sentirsi a posto con la coscienza.
Pagano caratterizza i personaggi scavando nel loro inconscio, descrivendo comportamenti e modi di essere e di pensare, presentandoceli come se fossero dinnanzi a noi, vivi e reali. Fa tutto questo con un linguaggio diretto e chiaro ma sempre profondo, alternando una narrazione esterna e onnisciente a una interna al racconto, quasi da dialogatore invisibile ma presente.
“I personaggi – afferma Pagano – erano diventati presenze abituali delle mie giornate. È stato bello accorgersi che ciò accade anche nei lettori; l’altra buona impressione che sto ricevendo è quella della ‘lettura veloce’, ho lavorato molto affinché nella versione definitiva restasse solo ciò che ritenevo indispensabile; mi interessava rendere plausibile e quotidiana una dimensione che non a tutti può sembrare tale, anche nel linguaggio”.

leggi qui la recensione di Roberto Martalò

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”, Valeria Raho recensisce “È tutto normale” su QuiSalento di Settembre


la presente recensione di Valeria Raho è all’interno del numero di QuiSalento di settembre, già disponibile in edicola

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”

“A day in the life” cantavano The Beatles. Un giorno nella vita. Una briciola d’eternità, forse. Oppure un arco sufficiente per scoperchiare le falle di una vita coperta da un rassicurante tappeto di menzogne. Come in “È tutto normale”, seconda prova creativa per lo scrittore Luciano Pagano, dove la rincorsa di due albe diventa un campo abbastanza vasto per assaltare castelli murati di falsità e finte fiducie.
La storia prende corpo a Villa Donini, immersa negli ulivi della campagna salentina: nel casale vive una famiglia “regolare”, almeno fino agli anni Settanta, quando era ancora formata dal piccolo Marco, dal padre Carlo, distinto professionista, ed Eleonora, a cui subentra Ludovico ben prima della scomparsa della donna, dovuta ad una rapida quanto folgorante malattia. A distanza di trent’anni, il classico ritorno al “sottomondo”, nel profondo Sud, del figlio neolaureato con al seguito un misterioso ospite da presentare ai genitori, diventa un punto di non ritorno che costringe i protagonisti a fare i conti con il passato, il presente e le proprie convinzioni. In una sorta di zona grigia, giocata su una scacchiera di flashback e considerazioni taglienti come sentenze, forgiate in una lingua sempre nitida, dove ogni vocabolo sembra il frutto di un’attenta selezione, Pagano porta avanti le fila della narrazione che fa di un dubbio sorto intorno all’identità sessuale di Kris, un cavallo di Troia per entrare nel cuore del romanzo.
Nell’opera, edita da Lupo, i personaggi risultano figure a tutto tondo, complesse per i loro trascorsi, di sicuro struggenti, anche se perennemente sprofondati nel desiderio quasi compulsivo di dover, sempre e a tutti i costi, giustificare il proprio statuto, la maternità delle proprie riflessioni.
In molti microepisodi, la “materia familiare”, che ha il suo perno nell’omogenitorialità, è trattata con estrema delicatezza, avvolge il lettore per trasformarsi, solo in apparenza, in una sabbia mobile che dapprincipio non ha consentito ai personaggi di spiccare il volo verso una nuova consapevolezza. In realtà, è “la percezione dell’altro” il punto focale di tutta la narrazione, le gabbie interiori che Marco, Ludovico e Carlo costruiscono nel cammino genitoriale, le aspettative e le menzogne (“è così facile mentire”, ripete spesso Marco) a rappresentare i veri problemi della relazione in questa storia lunga un giorno. Lunga sei vite.

Valeria Raho

Stefano Savella recensisce “È tutto normale” su Puglialibre


Una famiglia arcobaleno, oggi, in Italia, può contare su una discreta, ma sempre più fitta, rete di esperienze comuni, su associazioni di riferimento e su studi consolidati per proseguire con serenità, e ovviamente con coraggio, un percorso di educazione e di maturazione dei suoi più piccoli appartenenti. Ma come potrebbe essere stata la vita di una famiglia arcobaleno d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta, nel tacco d’Italia ancora lontano da divenire ricercato set cinematografico e fucina di talenti, meta di un turismo di massa e gay-friendly benedetto da Ferzan Ozpetek? A tracciarne un ritratto narrativamente ben costruito ci ha pensato Luciano Pagano nel suo secondo romanzo, È tutto normale (pp. 278, euro 15), di recente pubblicato per Lupo Editore. Tre anni dopo l’esordio di Re Kappa e diversi riconoscimenti letterari, oltre a un instancabile attività di blogger sul mondo della poesia e della letteratura con uno sguardo particolare sulla sua terra d’origine nella quale tuttora vive, il Salento, Pagano ha approntato un romanzo completo, muovendosi a proprio agio nelle due durate temporali che vi convivono: le ventiquattro ore (circa) in cui Marco, il figlio, presenta Kris ai suoi genitori, Carlo e Ludovico, e i ventiquattro anni (circa) precedenti in cui al primo e a questi ultimi si aggiunge la figura di Eleonora, la madre.

I numerosi flashback, ampi ma non troppo, anzi incastonati a mo’ di puzzle nel tessuto del romanzo, avvicinano pagina dopo pagina le due vicende, al cui centro si pone la famiglia, arcobaleno come i colori vivi di Villa Donini (il verde del grande prato intorno alla masseria di famiglia, il rosa di una stanzetta di bambino, più tutti quelli delle elaborate pietanze preparate per l’occasione dai padri), di Carlo, Ludo e Marco. Ma la figura di Eleonora non è meno presente dei tre: donna forte e audace, decisa nei suoi intenti anche estremi, e poetessa raffinata e apprezzata con una storia speculare a quella di Eros Alesi, il poeta romano morto a vent’anni nel 1971 e autore di alcune tra le più intense liriche del secondo Novecento italiano. Non a caso è ad Alesi che Kris, arrivata a Roma direttamente dal Canada, dedica la sua tesi di laurea in Lettere. È chiaro allora come i personaggi del romanzo si pongano in un ordine preciso, quasi geometrico, con le due donne a indicare il passato e il futuro di Marco. Laureatosi brillantemente in architettura e con un inizio di carriera già definito, il giovane rampollo di casa Donini deve però fare ancora una volta i conti con l’omofobia, inculcata alla sua fidanzata dal padre di lei, pastore di una setta cattolica di oltreoceano.

Proprio le pagine che ricordano gli episodi di omofobia e di esclusione cui sono stati sottoposti i due padri nella loro relazione d’amore sono tra le più intense del romanzo: la figura arcigna di Ettore Donini, padre di Carlo, ha ad esempio tutti i caratteri del dominus che decide della vita del proprio figlio senza sentire ragioni; e le numerose rinunce a cui Carlo e Ludovico devono far fronte per evitare al figlio troppe domande da parte di amici e insegnanti sono spine di cui è costellata tutta la storia. Ma il romanzo di Pagano non sarebbe stato ugualmente ricco senza le descrizioni del Salento che assurge al ruolo di personaggio silente. La teoria espressa da Carlo, docente di Antropologia, nel libro che sta per concludere sullo studio di iscrizioni rupestri e tracce megalitiche sparse nel Salento, interpretandolo come «terra magnetica», ne è solo una parte. Il resto è condensato in poche parole lasciate cadere quasi per caso: «Questa terra è particolare». Particolare esattamente come la giornata vissuta dalla famiglia Donini (e come la giornata messa in pellicola da Ettore Scola, anch’essa delicatamente dedicata alla tematica omosessuale), e particolare come la famiglia di Marco. Ma pur sempre famiglia.

Stefano Savella

leggi qui la recensione di Stefano Savella su Puglialibre

“Amori senza ipocrisie”, Patrizia Danzè recensisce “È tutto normale” su Stilos


Amori senza ipocrisie

Ama la poesia ed è un eccellente cultore di musica, ma la sua vera passione è la scrittura, alla quale dopo le prime prove di racconti pubblicati su riviste e antologie letterarie, ha dedicato tutti i suoi interessi. Ma Luciano Pagano, nato a Novara nel 1975, e leccese d’origine, ha anche una laurea in filosofia, uno strumento in più per guardare le cose o cercare in modo più complesso ciò che pensiamo di possedere naturalmente. La filosofia, come la scrittura, è per Pagano quel pensiero profondo che si ostina a dare un senso con la parola a ciò che è umano, per amore della conoscenza. Indaga infatti nell’esperienza umana, nel brulicare dei sentimenti difficili come un enigma, il secondo romanzo di Pagano “E’ tutto normale” (Lupo editore, pp. 300, euro 15), una storia “normale” di ingombrante attualità scritta con pacato- a tratti quasi svagato- disincanto. Una storia d’amore e di amori che pone fine al gioco delle ipocrisie mettendo in scena una coppia di omosessuali salentini che sfidando il comune senso del pudore riafferma paradossalmente il valore della famiglia. Una famiglia tutta borghese in cui Ludovico, figlio di un notaio, e Carlo, antropologo ed erede di una importante azienda casearia, superata da tempo la tempesta dello scandalo che ha travolto le loro vite, si ritrovano a fare i conti con il figlio, Marco, nato dalle nozze di Carlo con Eleonora, morta per una malattia incurabile dopo la nascita del bambino. Ne è passato del tempo e Carlo e Ludovico ora trepidano perché sono in attesa di una visita del figlio appena laureatosi in architettura e sanno che il giovane non sarà solo, bensì verrà accompagnato da Kris, una ragazza o forse, chissà, un ragazzo. L’attesa estenuante di sapere come stanno le cose dà al romanzo, peraltro veloce, una tensione funzionale alla sua essenza che la trama intessuta di flashback chiarisce, schiudendosi su un vissuto in cui, se pure lontani dai concetti di Dio e di peccato, ci troviamo in presenza di un mondo complicato dalla presenza di nuove immagini dell’amore che coesistono con conformismi e doveri di famiglia anch’essi vulnerabili e presuntuosi nella loro zelante “onestà”. Pagano scende così negli insospettati abissi dell’infanzia e dell’adolescenza in cui spirito e sensi si smarriscono nei labirinti di desideri ed istinti che dovranno poi rapprendersi in abitudini, costumi, sentimenti, comportamenti, educazione, principi e ancora egoismi, costrizioni, buoni e cattivi pensieri, sacrifici, altruismi. C’è tutto questo, quanto è più normale appunto, nel romanzo di Pagano, che appare meno cerebrale e più maturo di Re Kappa (Besa editrice), con il quale ha esordito; e l’attualità, e la scabrosità, pur interessante della materia finiscono così per costituire solo un dettaglio nel gran mare dell’umanità.

leggi qui la recensione di Patrizia Danzè

Nunzio Festa scrive di “È tutto normale” su Kult Virtual Press!


Marco è il frutto d’una madre che manca. Ma, anche, in contemporanea, di ben due padri. Due uomini che lo cresceranno. E non un padre e un nonno, un papà e uno zio. Proprio, addirittura, due padri. Insomma una coppia fatta da due figure maschili. Che sono stati, tra l’altro, e lo saranno ancora, sia madre che papà: però; perché la mamma del poco coraggioso Marco, protagonista indiscusso, comunque, di “E’ tutto normale” – per colpa d’una malattia (massacrante quanto salvifica), la Eleonora già autrice di versi, morirà senza conoscere a pieno, senza poterlo analizzare quindi, il tradimento del marito, dell’antropologo Carlo. In tutto questo, il passato che non passa proprio, il futuro che s’annuncia molto, persino, più minaccioso di quello che davvero è stato. Dove, infatti, Marco deve tornare a casa, nel Salento, a festeggiare la laurea coronata da un ingombrante regalo dei genitori del fresco laureato. E in mezzo a un viaggio, a dir poco allucinante, per il protagonista del romanzo, che deve viaggiare con la mente e con il corpo accanto alla sua fidanzata statunitense. Che per vizio di famiglia, e non solo, non sopporta gli omosessuali. Proprio da questo, quindi, possiamo dire, il racconto del giovane Luciano Pagano aumenta. Sia di mole che di qualità. Di valore. Dopo che le prime pagine non erano, forse, quell’incipit opportuno ad annunciare la freschezza di scrittura raccontata dallo scrittore nato a Novara. Pagano, superando e superato il difetto delle primissime pagine, spinge nel cuore gonfio gonfio delle vicende. Rendendo amabili soggetti come un nonno che si presenta in forma di fantasma. O accattivanti figure simili, per differenza, alla Kris ragazza del Marco già figlio di buona e più che benestante famiglia. Questa nuova prova letteraria di Pagano, pur se vergata del rumore sospetto del lieto fine, e non s’abbia paura d’anticipare il motivo, è la giusta lettura che dice di sentire da altre angolazioni, oltre al fu valore della sensibilità, argomenti che sanno d’ipotesi, trama a parte, e nonostante la sua importanza oltre che il suo spesso intransigente dettato d’inattesa, di percorsi che possono essere. Su tutto, ovviamente, l’indispensabile approccio, originale finanche, ai temi di genitorialità e, soprattutto, paternità, e all’apparentemente più pulsante ‘tema’ dell’omosessualità. Ma, soprattutto, tutto letterario, nell’idea stessa di soddisfazione e felicità. Luciano Pagano, con “E’ tutto normale”, consegna alla superficie del mercato librario italiano, la profondità di tanta attualità sempre “problematica”. Si vedrà in avanti, infine, che tipo di svolta e/o che genere di continuazione, l’autore, e questo si sente molto, adottato dalla Puglia, vorrà sperimentare.

leggi qui l’articolo di Nunzio Festa
su Kult Virtual Press

Patrizia Caffiero recensisce “È tutto normale” su “Testi appunti note”


La parola d’ordine di questo libro, la chiave non nascosta della narrazione è minimizzare.

Come se fosse il racconto di un racconto.
Ci sono vari spessori di carta, cartoncino o carta velina fra l’autore e i personaggi, fra l’autore e la storia.

Lo stile è accurato; nitidezza e coerenza interna. Il ritmo narrativo tenuto costante dall’inizio alla fine.

L’ambientazione. Mappatura di un Salento non di maniera. Assenza quasi assoluta di descrizioni in un testo pochissimo descrittivo in genere; sfrecciano riferimenti a città o a luoghi come se anche il paesaggio arrivasse alla percezione indirettamente, come se fosse chiamato dopo aver guardato distrattamente dal finestrino di un treno – o guidando un auto.

Anche i fatti della storia nazionale corrono paralleli e sfiorano i protagonisti non sovrastandoli con il loro rumore; decibel un po’ al disopra di quelli prodotti dal ronzio delle mosche nella veranda, nella controra estiva:
“Non si accorge dell’ingresso di Carlo, il giornalista in tv sta dicendo che hanno sparato al Papa”.

La scelta incontrovertibile di Luciano Pagano è quella di un linguaggio sommesso, attutito, limato. Percezione limata. Nessuna idealizzazione del reale, che è citato con nomi e cognomi, con l’entrata nello stile semplice del testo narrativo di lemmi del linguaggio commerciale:
“Per acquistare l’auto con tutte le modifiche sul modello base devi prenotare con due mesi d’anticipo” ;
citazioni di riviste glamour: “Le teorie di Ludovico poggiano su solide basi, pilastri composti da pile di copie di Vanity Fair,Cosmopolitan, GQ, MAX”;
citazioni di canzoni: “La mia classe fu allevata con latte di una capra e del pane di frumento/ a quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale”. .
In alcuni momenti il linguaggio diventa esplicito :”Il tuo membro in quei luoghi avrebbe la stessa utilità del piede di porco per uno scassinatore, niente di più che un attrezzo per aprirsi un varco nella vagina”.

Nella grammatica linda del libro si aprono momenti di poesia, come se l’autore se li fosse lasciati sfuggire. Ovviamente, non è così, tutto è strategicamente ordinato, anche quei grumi di caos o lirici che si tuffano ogni tanto nei capitoli.
La prosa minima di Pagano lascia affiorare delle bellissime alghe che riposavano dietro le parole sparate con il silenziatore:

“Parole intermittenti che restavano impigliate nel bosco di ulivi secolari come lacrime cadute dall’alto di cieli solcati da aerei”;
oppure: “Due corpi inerti scaraventati sulla spiaggia del pianeta oblio. Lucertole antropomorfe. Stanche dopo una nuotata.”.
O ancora “Sforzi fatti dalle fibre del suo cuore perché il seme del suo pianto fosse gettato altrove”.

Fioriscono spesso piccole sentenze moralisticheggianti, alcune convenzionali e e insipide, d’altronde i personaggi sono alto-borghesi, mica degli eroi:
“I genitori credono che fare un figlio sia, ad esempio, cercare di fare in modo che cresca bene, istruito e tutto il resto.”
e riflessioni d’altra portata: “Fine delle lezioni. Lo scontro della realtà equivale a quello che potrebbe avvenire fra un lottatore e uno scacchista”.
Notazioni antropologiche:”Una svogliatezza che alla sua età può rivelarsi socialmente irritante se non ridistribuita in società sotto forma di lavoro“.

E’ tutto normale è anche una storia del Salento collegato con vasi comunicanti di altre parti dell’Italia, dove i figli di salentini da decenni affittano casa e studiano prendendo il largo dalla terra coltivata ad ulivi.

Vista dal sud, l’Italia diventa il videogame dove si possono unire alcuni punti con lineetta; i punti sono le università dove i figli di papà e mamma migrano, in una specie di bacino artificiale da cui spesso ritorneranno, alla fine degli studi.

La Grecia diventa una naturale propaggine del Salento; a Pagano probabilmente serviva un luogo mitologico (come indica anche la scelta dei nomi ancestrali di Ettore e Andromaca, i nonni di Marco) dove i rapporti convenzionali di una relazione a due, rigorosamente etero, potessero fluidificarsi, schiudersi ad altre possibilità.

Interessanti i riferimenti in più tratti dell’autore alla Polinesia ed altri lontani paesi, dove la paternità è un’altra cosa, è un legame più debole di quello nostro.

Paternità vista in senso anche lato, come ordine costituito, principio autoritario cieco e muto, che non consente scarti evolutivi, verso cui la ribellione dei figli non ha scampo.
Dove rintracciare una diversa paternità?
Diversa da quella di Ettore, vissuta maggiormente nella modalità costrittiva che come frequentazione intima padre-figlio; ma anche, in parte, da quella dei due amanti coniugi e genitori di Marco.

Come se nel luogo salentino non potesse entrare, se pur ne avesse voglia, una mitologia diversa da quella del dio Kronos, e si dovesse cercare un’altra latitudine; almeno Roma (altra zona depositaria di antico passato), per cercare di sfuggire al fato che piega le famiglie.

Marco compie un processo diverso da quello dei genitori; mentendo, immagina una realtà ingenuamente altra, impossibile, in cui accogliere una ragazza convenzionale; cova il desiderio di integrazione.

Kris (pugnale) è bella come uno degli edifici che Marco potrebbe disegnare nella qualità di architetto appena laureato.
La madre precocemente scomparsa di Marco, Eleonora, e Kris amano la poesia, sono collegate indirettamente da adiacenza di studiosi, conoscenze comuni, in qualche modo.

(certe assenze)

Se Kris si è legata a Marco è anche perché sembra un poeta, non per interessi economici, non conosce ancora la sua solidità finanziaria dovuta alle sue radici, ai padri.
Kris ama la poesia ma odia i deboli e i poveracci e ha alle spalle, anche lei, una paternità ingombrante.

Marco spera vagamente che Kris cambi, centrifugando con operazione artificiale, volontaristica, la bellezza del suo corpo e la sua splendida disinvoltura nei rapporti sessuali dalla sua intolleranza cruda verso i piu’ deboli.

Il sentimento di Marco è una proiezione, la venerazione di un’icona vuota:
“Marco la adora come si adorano le forme di una divinità“.
Un pugnale dentro una teca, un pugnale perfetto.

Nel libro non si respirano sbalzi di temperatura emotiva, si descrivono a tratti con parole che rimandano a parole. I sentimenti non sono trattenuti, e neppure invisibili. I protagonisti non parlano quasi mai di cose vitali, fondamentali.

Un clima ovattato, quello privilegiato delle automobili di grossa cilindrata e dei bei vestiti (quello che chiunque sia originario di Lecce riconosce quando si nomina il Circolo tennis), dove hanno uso le chiacchiere delle donne pigre e superficiali:
Dall’altro capo del terrazzo stavano le mogli, sedute a consumare granite e spumoni (…) bisognava stare attenti alle rughe, prenotare la visita dall’estetista, ‘meno male che io quest’inverno mi sono fatta un po’ di lampade’“.
E’il mondo a cui appartengono i protagonisti; anche se loro, per motivi diversi, da quel mondo in parte deragliano.

Rimanere sopra le cose, senza incuneare mai il coltello, senza scoperchiare le bare, senza svellere il terreno. Nascondere. Tutto è livellato al livello del mare, e in questo mare non ci si tuffa.

Ad Eleonora e a Kris si affida una qualità molto importante della visione, una visione tarpata e attutita che rimanda alla poesia, che si rimpiange pur portando con decisione occhiali grigi sulla vita e tappi nelle orecchie.

La poesia è vista nostalgicamente e con nostalgia si ricorda Eleonora; è rintracciata qua e là su foglietti e taccuini. Il poeta amato da Kris è morto giovanissimo, una meteora che ha preso presto fuoco; si ribadisce la posizione secondaria a cui si relega la visione poetica, separata inesorabilmente dalla quotidianità.

Ad Eleonora è affidato il ruolo di un’emissaria di sentimenti di livello, il figlio si rivolge a lei per invocare una qualità di sincerità che non possiede, come se l’amputazione della sua morte avesse inaugurato la nascita di parecchie bugie in fila.
L’inizio di forzature all’ordine normale delle cose, visto che dopo la sua morte comincia la vita ufficiale di coppia di due uomini?

L’ordine normale delle cose (quest’idea trasmette il romanzo di Pagano), consentirebbe che le persone potessero amarsi in modi anche non convenzionali; permetterebbe di aprire i bronchi e di respirare; lascerebbe che il desiderio, l’eros, viaggiasse in modi fluidi e lontani da paralizzanti schemi antropologici e sociali.

leggi qui il testo originale
di Patrizia Caffiero sul blog “Testi appunti e note”

“Più forte della verità”, Daniele Greco recensisce “È tutto normale”


Più forte della verità.

È tutto normale
di Luciano Pagano è uno dei libri più belli letti in questo 2010. Un bellissimo romanzo denso, con una scrittura secca e lineare e un vortice di suggestioni e di spunti di riflessione. Ammetto con estrema sincerità che la tematica della omogenitorialità legata ad alcuni personaggi è rimasta nella mia lettura come sullo sfondo, non come il motivo principale del libro.
Marco, dopo la morte della madre Eleonora, viene accudito da due genitori maschi. Carlo, il marito di Eleonora, e Ludovico che da amico della coppia diventa l’amante di Carlo. L’infanzia di Marco ci è restituita solo dalle suggestioni della nuova coppia che congettura sul figlio proprio nel giorno in cui questi è in procinto di tornare a casa dopo la discussione della laurea in architettura. Marco, oltremodo schivo e riservato, ritorna in Salento in compagnia di un non ancora specificato Kris. Così per tutta la prima metà del libro i due genitori discutono dell’eventualità e dei timori che questi possa essere uomo o donna; e cercano un appiglio alle loro aspettative evocando alcuni momenti topici dell’educazione da loro impartita a Marco: nient’altro che come una coppia “normale”.

Ma la vera materia del romanzo mi pare essere collegata alla dimensione temporale dell’opera. Se la fabula si svolge tutta nell’arco di una giornata, le digressioni e le analessi dell’autore valgono invece a creare nel lettore un vero e proprio percorso di conoscenza che abbraccia la vita di Marco dal suo concepimento al ritorno in Salento. Solo al lettore è concesso il piacere di avvicinarsi sempre più alla verità intima di quel legame che tiene assieme Marco, Carlo, Ludovico ed Eleonora. Una buona parte degli eventi più significativi sono in parte nascosti agli stessi quattro protagonisti. Ciascuno ha una conoscenza parziale. È depositario del proprio segreto, poiché la morte precoce di Eleonora è l’assenza-presente di quello che sarebbe stato o che forse è un fortissimo ménage a quatre.

È tutto normale – come si percepisce in maniera limpida e come afferma lo stesso Pagano – è il tentativo riuscito dell’autore di fare i conti con una storia d’amore. Niente di più difficile per uno scrittore che scrivere d’amore senza cadere nel banale, nel ridicolo o peggio nella sciatteria. L’amore di Pagano prende forza da una mancanza, quella di Eleonora, che potrebbe generare lo sgomento più atroce, il vuoto, l’irruzione della morte anche in chi “resta”: come Carlo, Ludovico e Marco. E invece il miracolo si compie ma ad un prezzo altissimo che resta la vera chiave del libro. Senza svelare nulla, il pegno che si conquista chi legge questo bellissimo libro è che taluni legami di sangue procedono con un macigno di segreti e di misteri che si alimentano talvolta di bugie a fin di bene. Come scrive Pagano citando nel finale Malamud “Ogni buona azione riduce il male nel mondo”. La giornata di Marco, Ludovico e Carlo termina dopo una serie di imprevisti assolutamente credibili, che deviano dal corso di un esito tutt’altro che scontato. La relazione tra questi tre uomini è tenuta in vita da una menzogna che è rappresentata da uno smisurato atto d’amore e di sacrificio: annullare le proprie rivendicazioni più immediate, ma solo al fine di continuare ad alimentare quell’amore che è più grande di ogni verità.

Daniele Greco

l’articolo su Postoristoro

Eliana Forcignanò su Evidenzia Libri. Un’intervista su “È tutto normale”


DOMENICA 18 LUGLIO alle ore 22.30
a OTRANTO presso la PORTA TERRA

LUISA RUGGIO presenterà “È tutto normale” insieme a Luciano Pagano

qui di seguito un articolo/intervista di Eliana Forcignanò, comparso ieri sul blog Evidenzia Libri

«Un tenue lenzuolo di lino copre il letto. Prendi un capo del lenzuolo e lo sollevi, non importa se con o senza esitazione. Il lenzuolo viene via e lascia scoperto tutto: amore, odio, amicizia, ostilità, ambizioni, paure, desideri di rivalsa. La vita è, in parte, quel lenzuolo di lino; in parte, ciò che sotto il lenzuolo si cela». Luciano Pagano, autore di È Tutto normale, romanzo edito di recente per i tipi di Lupo Editore nella vivace collana InBox, non è un santone, né sembra intenzionato a lasciar cadere perle di saggezza giù dal settimo piano. Classe 1975, laureato in filosofia, per vivere si è tuffato nella giungla degli agenti di commercio: conosce le persone, sa come e quando accattivarsi le loro simpatie, come e quando sfoderare una grinta e una dialettica che non corrisponde al ritratto leopardiano dello scrittore tutto compreso nel suo “ermo colle”, perché la solitudine – quella invocata da Kierkegaard e da Nietzsche, nonché feconda per la creazione letteraria e artistica – si può cercare e trovare anche mentre sei in automobile per un breve transito di lavoro – da Lecce a Otranto, per esempio – o mentre ascolti una canzone rock che, ad altri, potrebbe sembrare letteralmente “spacca timpani”. In breve, ognuno ricerca la solitudine a modo proprio, tuttavia l’introspezione, la ricognizione in se stessi non dovrebbe mai tramutarsi in clausura, soprattutto per un autore che si dedica alla prosa, alla descrizione dei caratteri, alla narrazione della vita. In breve, se non vivi, se non incontri chi è diverso da te, se non viaggi attraverso pensieri, gusti, pareri differenti, cosa scrivi? Anche Leopardi – lo scrive Cassano in uno dei suoi saggi più noti – di tanto in tanto, levava gli occhi al cielo e, pur essendo un “passero solitario”, osservava gli uomini e ne traeva conclusioni più o meno giuste. Perché nessuno possiede la verità in assoluto e la parola può “aprire mondi” soltanto nella misura in cui si è coscienti della sua piccolezza di fronte all’universo: “tutto di fronte al nulla e nulla di fronte al tutto”, come scrive Pascal.

«Quando ho cominciato a scrivere È tutto normale – racconta Pagano – avevo in mente i dialoghi e da questi ho preso a lavorare per giungere al romanzo che ha conosciuto venti stesure: scrivevo la prima, terminavo, salvavo con nome sul computer e ricominciavo da principio, rileggendo, integrando, ma anche sottraendo quel che avrebbe reso il mio lavoro una saga. Non volevo scrivere, infatti, la storia di una famiglia che affronta le proprie peripezie per approdare a un’apparente quiete intorno al focolare domestico, perché questo sarebbe stato anacronistico e poco o per nulla rispondente al mio desiderio di cogliere la complessità del contesto e dei personaggi che uscivano dalla mia fantasia. Personaggi cui auguro di rimanere, almeno per un certo tempo, nella mente dei lettori”. È tutto normale è la storia di una coppia omosessuale che alleva un bambino: due padri – Carlo e Ludovico – che vivono nell’omertosa e “perbene” provincia salentina. Marco, il bambino, poi ragazzino e poi uomo, frequenta architettura a Roma e si innamora di Kris, ma chi è Kris? Il nome lascia spazio a non poche ambiguità e fantasticherie da parte dei due padri: e se anche Marco fosse omosessuale? La vicenda si svolge nell’arco di una giornata, ma è accompagnata da continui flashback nei quali compaiono loro, evanescenti eppure insostituibili, non solo perché generatrici di vita, ma anche in virtù del loro esistere e sentire differente: le donne cui, non a caso, il libro è dedicato. Eleonora, madre di Marco e moglie di Carlo – lui si scopre omosessuale dopo averla sposata – è una presenza/assenza che gravita costantemente intorno ai tre uomini, i quali la ricordano e a lei si rivolgono con sentimenti che le parole – ora sì – non bastano a descrivere: nostalgia, affetto, amore e, forse, un sottile rancore per l’abbandono pur annunciato e inevitabile. Una triade di genitori sarebbe stata possibile? La risposta è implicita nell’evolversi di È tutto normale: la memoria è presenza. Eleonora è genitrice di Marco e la sua non è una mera “aura” alla quale tributare culto e venerazione. Senza Eleonora, Marco non sarebbe nato e Carlo non avrebbe scoperto la sua omosessualità: è lei il motore mobile della storia, come lo è Andromaca, madre di Carlo e moglie di Ettore Donini, noto e ricchissimo proprietario della casearia Donini. Andromaca non è una madre accettante: mette al mondo Carlo, ma si schiera dalla parte di Ettore, il marito, quando quest’ultimo disconosce il figlio per le sue inclinazioni sessuali. Talvolta, Andromaca si reca a trovare Carlo di nascosto, ma si tratta di visite che tentano di riportare il figlio su una strada di “normalità” e di tutelare il nipote, Marco, solo in balia di due uomini.

«Ho scelto di chiamare i genitori di Carlo con due nomi provenienti dalla mitologia greca – Ettore e Andromaca – affinché questi nomi segnassero la loro distanza siderale dal figlio: il figlio, in altre parole, vede le due persone che lo hanno messo al mondo lontane e distaccate dalla sua vita. Loro appartengono a un altro mondo, non sono soltanto di un’altra generazione e questo appartenere a mondi diversi rende impossibile l’incontro. Di nuovo, non è casuale che Carlo, lasciando alle cure del compagno l’azienda di famiglia, abbia scelto di diventare un antropologo e di studiare le culture aborigene, quelle, in apparenza, più distanti da noi. L’ultimo libro che Carlo intende scrivere, prima di abbandonare l’insegnamento universitario riguarda la magia della terra salentina e la possibilità che essa abbia conosciuto la presenza di popolazioni non terrestri in un’epoca remota». Alieni: un racconto dello scrittore David Leavitt, nella raccolta Ballo di famiglia, è intitolato così: una famiglia il cui padre è recluso in un ospedale psichiatrico, la figlia è convinta di provenire da un altro pianeta e di esser stata posta dalla sua gente a guardia della Terra fino alla ricostruzione di un universo parallelo, il figlio è immerso in calcoli immaginari per costituire un’immaginazione artificiale. Solo la madre, secondo il giudizio della psichiatria, è rimasta lucida. «Di Leavitt ho letto La lingua perduta delle gru – ricorda Pagano – e mi sono convinto che il mio romanzo non raccontava nulla che potesse rimanere escluso dalla realtà, perché se, negli anni Ottanta, si parlava della possibilità che un padre e un figlio facessero outing e che la loro omosessualità fosse dichiarata, oggi è lecito parlare di due padri che crescono un figlio insieme, anche se – è bene precisarlo – si tratta di due uomini benestanti il cui diritto di allevare un bambino è dato, in parte, dalle loro condizioni economiche. Il danaro non allevia il gravame dei pregiudizi, tuttavia permette di mettere a tacere voci adulte troppo insistenti».

Le voci degli adulti: Pagano evita ogni tipo di moralismo. Non entra nel merito della questione omosessuale e sembra quasi sciocco rivolgergli la fatidica domanda: “secondo te, è giusto che due uomini…?”. A un simile interrogativo è opportuno che ciascuno dia una risposta da sé, non una risposta affrettata né dettata dalle esigenze del perbenismo o, viceversa, del politicamente corretto. Ognuno secondo coscienza: ai fini della lettura del romanzo, non è essenziale conoscere le opinioni dell’autore, come, quando si legge Leavitt, maestro di scrittura e di vita, la sua omosessualità dichiarata è utile soltanto per collocare in un contesto sociologico i capolavori che da lui siamo abituati a ricevere. Ballo di famiglia, La lingua perduta delle gru, Mentre l’Inghilterra dorme, Il matematico indiano sono letteratura: la “connotazione omosessuale” – come alcuni la definiscono – delle narrazioni di Leavitt si presta, come sempre, a sgradite strumentalizzazioni di parte omofoba, ma a un autentico lettore interessa la qualità della scrittura e della storia narrata, il resto è aria fritta. Qualcuno potrebbe obiettare che questo discorso autorizza la letteratura a veicolare i messaggi più disparati, ma la prospettiva è un’altra: la letteratura, di per sé, non veicola alcun messaggio, esattamente nella misura in cui essa ne veicola più di mille. Che vuol dire? Semplice, chi racconta la realtà non può né deve avere inibizioni, altrimenti si rischia di scivolare in quell’anacronismo del quale parlava Luciano Pagano. La questione è una: vogliamo essere scrittori o moralisti? Vogliamo raccontare o censurare? È tutto normale non è un manuale di precettistica e non aspira a sfuggire all’Indice dei libri proibiti, né a ottenere l’imprimatur dell’attuale pontefice che, per inciso, non perde occasione di ostentare la sua omofobia, ma protegge come può i casi di pedofilia all’interno della Chiesa. Pagano racconta una storia e lo fa servendosi di uno straordinario tessuto metaforico in armonia con questa “terra” che Carlo, l’antropologo, ritiene portatrice di segreti probabilmente destinati a rimanere tali. Vi sono due modi di ricorrere alla metafora: il primo è quello di disseminare qui e là qualche segno falsamente poetico sgradito al lettore perché interrompe la narrazione e sembra un’inutile cornice a un quadro penoso e fatuo: il secondo modo è quello che rende la metafora inevitabile perché, diversamente da quelle parole, l’autore non potrebbe né saprebbe sceglierne altre. «Ho scritto poesia – ci confida l’autore – per un lungo periodo e questo mi ha insegnato ad asciugare il discorso, ad avere rispetto delle parole che utilizzo, a sentirne la gravità e il peso. In tutto il libro vi saranno forse tre avverbi e sono felice che sia così. Le venti stesure e i taccuini pieni di appunti sono serviti a qualcosa». È vero, solo tre avverbi in È tutto normale che segna una crescita rispetto al primo romanzo di Pagano Re Kappa. Un autore cresce nella scrittura, soltanto quando è motivato a farlo, quando non si lascia irretire dal successo dell’opera prima. Re Kappa e È tutto normale sono due libri molto diversi, ma entrambi contengono una carica eversiva crescente che, sotto il profilo della scrittura, può essere ulteriormente sviluppata. D’altronde, Pagano non si sente “arrivato” – perché questo significherebbe esser morto – bensì in transito. Felice anche l’incontro con Lupo Editore, come si evince dall’illustrazione di copertina, Evidently Goldfish, concessa dall’artista Nicoletta Ceccoli per È tutto normale e per una collana, quale InBox, che promette davvero bene.

l’articolo di Eliana Forcignanò su Evidenzia Libri

Tutto in un giorno. Stefano Donno recensisce “È tutto normale” sul quotidiano “il Paese nuovo”


Tutto in un giorno

Sarebbe sbagliato dire che Luciano Pagano torna alla narrativa. Sbagliato perché Pagano la scrittura non l’ha mai trascurata,  non l’ha mai abbandonata, non l’ha mai sedotta e lasciata a sè stessa. Dal romanzo “Re Kappa” edito da Besa qualche anno fa,  quest’autore non ha conosciuto un attimo di posa, e ci è andato giù a muso duro scrivendo saggi, articoli, racconti per riviste e  antologie. Ora ecco un nuovo lavoro dalle sue mani, per i tipi della Lupo editore nella collana diretta da Antonio Miccoli, dal  titolo “È tutto normale”. La prima cosa in assoluto che fa strabuzzare gli occhi, e rende questo prodotto una vera e propria opera d’arte, o meglio un oggetto da collezione, è la splendida copertina della superba Nicoletta Ceccoli, (o come direbbe una “grande”  del fumetto italiano come Ketty Formaggio, Nicoletta Ceccoli), che vi invito a conoscere e soprattutto amare. Ma permettetemi di  fare gli onori di casa: per chi non la conoscesse Nicoletta ha illustrato numerosi libri principalmente in Italia, negli Stati Uniti,  in Inghilterra, esponendo i suoi lavori “Roq la Rue” (Seattle),”Magic Pony”(Toronto), “Dorothy Circuì”(Roma),Richard Goodall  Gallery ( Manchester). Le sue opere sono veri e propri oggetti del desiderio. Dopo essersi ripresi dalla cover deluxe (l’artwork intitolato “Evidently Goldfish”, opera dell’artista Nicoletta Ceccoli, raffigura una bambina che porta al guinzaglio un pesce rosso  in un mondo di sogno) ecco che non si fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo che la quarta di copertina recita così: “Una volta fuori  dall’utero ogni uomo è perso”. Vero, verissimo! In questo lavoro si parla di Destini, tutti quei grovigli di possibilità quantiche che  rendono le cose nella vita caotiche, indeterminate, a volte imperscrutabili. Le cose vanno in questo modo, e sarò volutamente sintetico e stringato per non togliere la sorpresa ai lettori di quest’opera intrigante e fascinosa. Ludovico e Carlo sono una coppia  di omosessuali che vivono nel Salento: il primo figlio di un prestigioso notaio, il secondo non solo erede di una nota industria di  latticini ma anche docente universitario di antropologia, come a voler delineare già una condizione di agiatezza e benessere dei  protagonisti che comunque fa sognare in un periodo di crisi come il nostro. Nella grande e sontuosa villa Donini, circondata dal   verde e immersa nel calore e nei colori del Salento, insieme hanno cresciuto Marco, figlio di Carlo e di Eleonora, quest’ultima  morta per una grave malattia a distanza di un mese dal parto. Ludovico e Carlo stanno aspettando ansiosi Marco, che dopo una brillante conclusioni di studi universitari in architettura nella capitale, ha annunciato l’arrivo a casa in compagnia di Kris. L’ansia dei “due genitori” si sviluppa sino ad una trepidante concitazione per prima cosa perché si ha la percezione che si tratti della condivisione di una notizia importante. Poi perché ( e non hanno il coraggio di dirselo) sono in fervente attesa di capire se Kris è un lui o una lei. «Abbiamo abbastanza elementi per dichiarare aperte le indagini, ti anticipo che l’esito di questa ricerca non costituisce un punto a favore dell’ipotesi che si tratti di una donna», è così che Ludo si rivolge a Carlo con un sospiro di  omosperanza. Per conto suo Marco è anche molto inquieto … perché? A Kris per anni ha nascosto la “anomalia” della propria famiglia. Luciano Pagano, torna a parlare di Salento, e lo fa con una storia troppo plausibile perché non sia stata ispirata ad una  storia vera. Ad ogni modo romanzo originalissimo, in cui il tema dell’omogenitorialità, diventa capacità di resa di una  letteratura d’impegno civile e poetico, cosa rara ai nostri giorni. Il romanzo si svolge in una giornata, riportandoci indietro a  poco meno di una trentina d’anni fa, nel periodo in cui Carlo e Eleonora si sono conosciuti e sposati, fino alla nascita di Marco. Luciano Pagano, è uno scrittore che non si riesce a non amare soprattutto quando dal suo cilindro magico, caccia storie come questa!

Stefano Donno
su “il Paese nuovo” (7/7/10)

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“È tutto normale”, recensione di Marco Mattanti su Il Recensore.com


Fuori dall’utero ogni uomo è perso“, si legge sulla quarta di “È tutto normale” (Lupo Editore, 2010) di Luciano Pagano. L’idea che viene in mente è quella che una volta nati siamo in balia di una certa dose di indeterminatezza che soggiace a un destino a volte nebuloso e poco scrutabile. Il concetto è sottolineato anche nella scelta della copertina, artwork intitolato “Evidently Goldfish”, opera dell’artista Nicoletta Ceccoli: una bambina che porta al guinzaglio un pesce rosso in un mondo di sogno. Ma entriamo nel dettaglio della vicenda.

Non ci sarebbe nulla di strano nel raccontare di due genitori che attendono con trepidazione il ritorno nella loro villa in Salento del loro figlio unico, neolaureato in Architettura, trasferitosi a Roma appena compiuti i diciotto anni. Tutto sarebbe normale, se non fosse che il giovane Marco Donini, rampollo di una famiglia che possiede un’azienda casearia che distribuisce i suoi prodotti in tutto il mondo, sta tornando a casa insieme a una persona il cui sesso non è stato specificato, e il cui nome, Kris, non lascia a intendere nulla.«Abbiamo abbastanza elementi per dichiarare aperte le indagini, ti anticipo che l’esito di questa ricerca non costituisce un punto a favore dell’ipotesi che si tratti di una donna», è così che Ludo con un pizzico di omosperanza sostiene l’incertezza di genere della persona che arriverà assieme a Marco. Tutto sarebbe normale se non fosse che ad attendere Marco non ci sono il padre e la madre del ragazzo, bensì due padri, Carlo Donini e Ludovico Carrisi. La descrizione della scena iniziale è l’impalcatura su cui verranno innestati i flash-back di una vita passata, quella di Carlo e di sua moglie Eleonora. I due giovani sposi, nel Salento degli anni ottanta, vivono spensierati e felici una vita fatta di gite al mare e pomeriggi trascorsi al circolo del tennis cittadino oppure a ascoltare musica a casa del loro migliore amico, Ludovico.

Sarebbe accaduto, prima o poi. Amavano la stessa musica. Frequentavano gli stessi posti. Facevano gli stessi viaggi, nelle stesse località, esotiche o misteriose a seconda di ciò che dettava la moda del momento. Asia, Nord-Africa, Estremo Oriente. Erano cresciuti in un mondo fatto di nomi propri, dove tutti erano consapevoli e allo stesso tempo cercavano di minimizzare le loro ascendenze familiari, per paura che sulla loro spensieratezza gravasse il peso di chi, un simile paradiso, poteva soltanto sognarlo. Chi l’avrebbe detto che Eleonora, fotografata con il suo sorriso splendente in una qualsiasi delle gite che avrebbero fatto su quella barca, avrebbe avuto un figlio da uno di quei due“.

Proprio Ludovico diventerà l’amante e poi il compagno di Carlo, con il quale crescerà il figlio Marco, una volta che Eleonora scomparirà per via di una malattia. Sono passati quasi trenta anni. Carlo oggi insegna Antropologia all’Università, Ludovico Carrisi è un notaio, i due vivono insieme. Eleonora si fa sentire pur nella sua completa assenza.
Dopo le torride atmosfere di “Re Kappa”, esordio di Luciano Pagano, il giovane autore salentino costruisce il suo secondo romanzo sull’ipotesi di uno dei tanti mondi possibili/plausibili nel quale si muove uno dei 100.000 figli di coppie omosessuali (uomini o donne) che vivono in Italia. Ne risulta un romanzo in cui il tema dell’omogenitorialità, facendo da sfondo, non diviene una gabbia per la vicenda che si snoda, alternando i dubbi di Marco (che non ha mai raccontato dei suoi genitori a Kris) agli imprevisti che danno alla vicenda un tono realistico.
Il romanzo si svolge in una giornata
, riportandoci indietro a poco meno di una trentina d’anni fa, nel periodo in cui Carlo e Eleonora si sono conosciuti e sposati, fino alla nascita di Marco.
In “È tutto normale” i ricordi affiorano con naturalezza mescolandosi alla vicenda presente. L’acuta descrizione dei caratteri è uno dei segni distintivi di questo romanzo, prova ne è il fatto che i personaggi restano ‘impressi’ nella mente per via delle descrizioni del loro vissuto interiore, soprattutto nei dialoghi. Dopo la lettura il lettore avrà la compagnia degli umori di Carlo, dell’insistenza verbale di Ludovico, della personalità eterea di Eleonora, della determinatezza così ingenua di Marco e di Kris. Già, chi è Kris? Non sappiamo nulla di Kris a eccezione del fatto che suo padre è un pastore canadese, ex-pilota d’aereo e omofobo. Marco Donini, tuttavia, ha in sé tutti gli anticorpi necessari per reagire a ogni situazione che gli si presenterà in questa giornata particolare, o almeno così spera.

È tutto normale” è un testo che si caratterizza per una scrittura misurata, vigile, capace di alternare i picchi emotivi di una storia straordinaria al punto da farcela accettare come normale fin dall’inizio, e che soprattutto è ispirata a una vicenda realmente accaduta. Ed è proprio grazie alla forza della scrittura di Pagano, matura rispetto all’esordio, che “È tutto normale”, nel “sud del sud dei santi” di beniana memoria, diviene una vicenda plausibile e allo stesso tempo un romanzo godibilissimo che non mancherà di destare interrogativi perfino nel lettore più smaliziato.

Marco Mattanti (diritti riservati)
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