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I visitatori al confine


“[…] Non è forse scritto ‘Rallegratevi ed esultate,
perché vicino è il suo regno?’ [1024.a]
Non è forse scritto ‘Non disperate, perché il suo
regno è eterno’? [1025.bc]
Non vi era bisogno di alcun segno
eppure veduti i segni avete creduto, [1026ac(d)]
non vi era bisogno di parole
eppure una Parola vi ha salvati [1027a]”

dai testi detti “Dei Territori Occupati”,
versione 2.0a

I.

Malgrado fossero trascorsi secoli di battaglie le parti sul campo non erano ancora giunte ad una soluzione del conflitto. I diplomatici e gli ambasciatori dei paesi interessati non riuscivano a trovare un accordo, mesi di trattative erano vanificati da episodi minuscoli, scaramucce sul confine, spari di mitra dimostrativi durante i controlli ai posti di blocco che sfociavano in episodi di guerriglia, defezioni di elementi chiave all’interno degli schieramenti politici di una delle due parti poco prima della firma di un trattato. Erano poche le persone ancora convinte che una pace fosse possibile, c’era qualche famiglia convinta della possibilità concreta di costruire una vita per sé e per i propri figli al margine delle lotte e delle esplosioni e dei cadaveri lasciati insepolti nelle strade. C’era ancora chi aveva voglia di di trasformare le terre oltre in confine in promesse da mantenere. Jasapphah aveva ventiquattro anni e faceva il mestiere più umile in Palestina, un paese martire come dicevano tutti e come dicevano di Israele i suoi vecchi colleghi di studio del corso superiore in Lingua Ebraica e Analisi dei Testi Sacri della Tradizione Talmudica. I suoi amici erano martiri impegnati nella lotta quotidiana contro il nemico, al di là della striscia di terra che univa i due paesi da millenni, dai tempi di Abramo e Isacco, Esaù e Giacobbe, fino a Davide e poi Salomone, queste terre tremavano sotto il soffio del vento spirituale che le attraversava dalla notte dei tempi, vento che soltanto di recente era stato squarciato dai tuoni dei velocissimi fuochi notturni e delle navi del cielo.
Jasapphah aveva finalmente deciso da che parte stare, lui e sua moglie avrebbero varcato il confine durante la notte, avrebbero abbandonato il proprio paese, nonostante le pressioni della famiglia di lei, nonostante il cielo nero che pesava sulle loro teste premendo il fiato sui loro quattro polmoni. Shariney era la donna più bella del mondo, e l’uomo più felice del mondo era uno, Jasapphah. Nel cuore dell’uomo, tuttavia, si agitavano mille pensieri, dalla mattina alla sera Jasapphah era schiavo delle sue ossessioni. A peggiorare la situazione, da otto lune a questa parte, c’erano i visitatori, come li chiamava. Una notte Jasapphah si era coricato di buon ora, stanco come un mulo che avesse tirato in un giorno venti carri contenenti un carico di buoi addormentati. La città non era scossa da alcun rumore, nessuna pietra si era ancora infranta contro i vetri delle case, quella notte nessun coccio era stato frantumato ed intinto nel sangue dei giusti. Lo spazio aereo era interdetto ad ogni oggetto volante, da dieci anni tutto ciò che sorvolava i confini dei due territori era da ritenersi un oggetto volante OOL (out of law), come tale poteva essere abbattuto da un momento all’altro. Ecco perché il cuore di Jasapphah era turbato. Come aveva fatto la nave ad oltrepassare il confine? C’era soltanto una spiegazione plausibile, quella cioè che la nave era in grado di decollare alzandosi così in alto e rapidamente nel cielo, così da eludere ogni capacità di osservazione da parte delle truppe stanziate ai confini. Solo a quel modo la nave era in grado di atterrare in qualunque luogo del paese senza destare sospetti. Secondo Jasapphah la nave proveniva dall’Africa, l’uomo ebbe questo pensiero la seconda volta che vide la nave, non gli sembrava simile a nessun modello di fabbricazione palestinese, né israeliana. La nave non somigliava a nulla che avesse solcato gli spazi aerei del Mediterraneo, né che avesse varcato l’Oceano prima di giungere in quel remoto angolo del Medio Oriente. Soltanto per un attimo gli sfiorò la mente il pensiero che la nave fosse stata prodotta nei laboratori sotterranei della Penisola Araba, gli unici dotati delle tecnologie adeguate, in questi anni, per permettere ad un oggetto costruito dall’uomo di sollevarsi nel cielo e spostarsi da un luogo ad un altro. L’indole di Jasapphah era dubbiosa, tutti questi pensieri lo sconcertavano. Malgrado tutto si fidò dei visitatori, che si erano subito presentati parlando la sua lingua e, soprattutto, che lo avevano rassicurato promettendogli un futuro rigoglioso, al riparo dalle lotte che laceravano il suo paese e quello immediatamente confinante. Gli incontri con i visitatori erano divenuti il suo passatempo preferito, gli argomenti che venivano trattati riguardavano la strategia militare, la natura delle forze palestinesi o israeliane, il numero dei soldati regolari e la quantità di componenti delle forze mercenarie, la loro provenienza e il tipo di armi di cui disponevano, soltanto per riprendere fiato tra un discorso e l’altro parlavano tra di loro dei testi sacri, il pretesto per cui Jasapphah era stato contattato, ciò secondo quanto detto da uno dei visitatori. Questo argomentare non lo infastidiva, i visitatori si dimostravano all’altezza di ogni discorso. Da quando si erano sposati, lui e Shariney vivevano ai margini della città, avevano abbandonato entrambi gli studi e lui era tornato a praticare il mestiere di suo padre. Uno dei visitatori, durante una visita interruppe un loro discorso con una lunga pausa, al termine della quale si rivolse a Jasapphah dicendogli

sei stato un ospite meraviglioso, non ci hai temuti per un solo attimo, non hai avuto paura e ci hai trattati come fratelli…Potevamo essere spie inviate dalle truppe oltre il confine, oppure potevamo essere soldati provenienti dalla Penisola Araba, soldati venuti a controllare che tu non fossi un collaborazionista, venuti a vedere come rispettavi il tuo popolo con le parole e i fatti, cercando di carpire i tuoi segreti per accorgerci, come è stato, che il tuo cuore è simile ad uno scrigno di nero marmo, che nulla fuoriesce dalle tue labbra che non sia verità…
Potevamo ucciderti nel giorno della nostra prima visita,
potevamo uccidere te e Shariney

sentendo questa frase un brivido percorse il suo corpo dagli alluci fino alla nuca, un brivido gelido che quasi lo fece svenire, non poteva permettersi di perdere la coscienza in quell’istante, i visitatori avrebbero ucciso lui e sua moglie, abbandonandoli in casa loro o gettandoli in una della cave alla periferia della Città,
il visitatore intuì il suo pensiero e sorrise

no, non devi preoccuparti, non vogliamo ucciderti, non sei in pericolo, anzi. Abbiamo deciso di farti un dono, Jasapphah, tu hai deciso di partire ed oltrepassare il confine. Questa notte non ti consegneremo l’arma che permetterà a te e al tuo popolo, oltrepassato il confine, di vincere ogni battaglia, anzi, di vincere la guerra, questa promessa sancirà la nostra alleanza

II.

“Un soldato potentissimo, il più potente soldato che avrebbero veduto i tempi, una forza della natura, un mirabile concentrato di astuzia, tecnica di combattimento, strategia e forza, al servizio del popolo di Palestinia”. Lo schermo mostrava distese di campi, un tempo deserti, ora coltivati. Le immagini si succedevano velocemente, un miscuglio di frammenti presi da registrazioni di notiziari degli anni precedenti, a ritroso fino agli anni in cui tutto era iniziato, gli anni delle lotte quotidiane, dei morti, dei massacri e delle esplosioni. Era difficile sostenere lo sguardo dello schermo senza provare vergogna per il solo fatto di appartenere al genere umano. Shariney dormiva dentro casa, Jasapphah osservava in silenzio, meno male che il volume dello schermo non era alto, ogni tanto uno dei visitatori, quello che sembrava il più anziano tra i quattro, diceva qualcosa nell’orecchio di Jasapphah, o almeno così sembrava all’uomo, che sentiva una voce rimbombargli nella testa senza alcun suono tangibile. Vedi, questo è quello che potrà accadere ai popoli, in futuro, grazie a quello che ti stai accingendo a fare, sarai l’alfiere della nostra battaglia, entrerai nel territorio nemico come un insetto entra nel corpo del grasso bove e depone all’interno della sua pelle la covata di uova destinata a schiudersi nel giorno seguente, uccidendo l’organismo ospite e proliferando per il bene della sua specie. Jasapphah continuava a non capire, non riusciva a collegare ciò che vedevano i suoi occhi alle parole del visitatore e, sopra ogni cosa, non riusciva a collegare la doppia serie di avvenimenti, quelli presenti a quelli futuri che vedeva impressi nelle immagini dello schermo. Queste tre parole rimasero impresse nella sua mente un-soldato-potentissimo. Dunque i visitatori avevano escogitato il modo per dotare l’esercito palestinese di un’arma fuori del comune, forse il suo compito era quello di oltrepassare il confine con i piani per lo sviluppo di questa nuova arma, gli sarebbe bastato consegnarli a chi di dovere nel giorno del suo arrivo oltre il confine, no, forse meglio attendere qualche ora per non destare alcun sospetto. Jasapphah, ti sbagli, tu sarai veicolo di questa ultima missione, spetta a te l’onore di condurre Shariney sana e salva oltre il confine. L’uomo non capì. Fu allora che due dei visitatori lo atterrarono con lo sguardo, non riusciva a muoversi, lo schermo continuava a mandare immagini dall’imminente futuro, pace e prosperità erano le condizioni in cui sarebbero vissute le popolazioni dei due paesi in eterno conflitto reciproco. Il nuovo soldato avrebbe sbaragliato le truppe di combattenti ostili con ‘la sola parola’, questo particolare gelava il sangue nelle vene di Jasapphah, costretto immobile a terra. Il quarto visitatore nel frattempo era scomparso. La nave continuava a librarsi al di sopra dell’abitazione dell’uomo, il rumore oscillante e continuo che facevano le sue lamiere rotanti era paragonabile al ronzio che fanno le api. Due giorni dopo l’ultima visita Jasapphah e sua moglie oltrepassarono il Confine.

III

Jasapphah non credeva alle sue orecchie. La notizia che sua moglie gli aveva dato la sera precedente lo aveva sconvolto a tal punto che questa mattina quando lo perquisirono in un posto di blocco nel tragitto che faceva per arrivare sul posto di lavoro gli sembrò la cosa più naturale del mondo alzare le braccia, quasi come se stesse nascondendo un segreto. In effetti il segreto c’era, Jasapphah, non poteva intuirne la portata devastatoria. Shariney aspettava un bambino. Sua moglie gli aveva dato questa notizia con le lacrime agli occhi. Gli sembrò normale fare quache calcolo per cercare di capire il giorno in cui fosse avvenuto il concepimento, la data con una certa approssimazione, poteva coincidere con i giorni degli ultimi colloqui fatti con i visitatori, forse addirittura con l’ultimo, quello in cui gli mostrarono lo schermo e gli chiesero il suo aiuto. Un soldato potentissimo – con la sola parola. Quella mattina gli capitò di leggere il giornale. Ogni giorno sfogliava distrattamente le pagine, saltava direttamente a pagina dodici, si soffermava sullo sport, sulle rubriche culturali e sulle previsioni del tempo. Le prime dodici pagine erano normalmente dedicate agli scontri, al numero delle vittime, alla quantità di ostaggi che erano stati scambiati durante la notte, agli accordi che venivano stipulati sotto banco dai rappresentanti delle fazioni in lotta, c’era poi una sezione dedicata alle opinioni che i capi di stato stranieri avevano espresso, nella giornata precedente, in merito alla possibilità o all’impossibilità di porre fine al conflitto, oramai entrato in una fase ‘cronica’ di sussistenza. Jasapphah poteva reggere la lettura delle prime dodici pagine una volta, al massimo due volte alla settimana. Oggi una notizia lo colpì, non fosse altro perché era riportata, seppure con parole diverse, nella dodicesima e nella tredicesima pagina, il che significava che questa notizia rivestiva un’importanza che, in un certo senso, interessava le due sezioni del giornale. A quanto pare, in alcuni stanziamenti nomadi presso il confine del paese, si era diffusa una strana malattia, una sorta di psicosi collettiva che aveva colpito un migliaio di persone. Il ritmo del contagio era in crescita, né gli scienziati israeliani, né tanto meno quelli palestinesi sembravano essere in grado di trovare un rimedio. L’articolo presentava un punto di vista interessante ed era scritto come se i contenuti della psicosi fossero ormai di dominio pubblico, come se non ci fosse bisogno di darne spiegazione, Jasapphah pensò di aver perso qualche articolo, impossibile, leggo questo giornale ogni giorno. La spiegazione di questo ‘salto’, per quanto strana, poteva essere questa, l’autore dell’articolo era egli stesso affetto dalla psicosi di cui parlava. Jasapphah corse con lo sguardo in fondo alla colonna, il caldo lo opprimeva, con un gesto rapido e consueto si passò un fazzoletto sulla fronte, lesse in fondo all’articolo, non c’era nessuna firma.

IV

La psicosi era centrata sulla necessità di riscatto da parte delle tribù nomadi stanziate sui confini del paese. Dopo otto mesi da quando Jasapphah aveva letto quell’articolo, il numero dei soggetti colpiti dalla psicosi era salito vertiginosamente, adesso erano circa sassantamila gli abitanti dei territori occupati affetti dalla “Sindrome di Jeoshua”. La sindrome venne definita così dai due psichiatri che ne avevano individuato le caratteristiche per primi. Chi veniva colpito dai segni della sindrome si suicidava dopo tre giorni, cinque al massimo. La sindrome si manifestava con il pensiero ossessivo dell’imminente venuta di un Messia. L’arrivo di un Messia sarebbe stato provvidenziale per entrambe le popolazioni, quella ebrea e quella palestinese, alcuni politici davano credito a queste voci, i giornali continuavano a diffondere un bollettino riguardante la diffusione della Sindrome, senza specificare mai l’attendibilità scientifica della notizia, politici e giornalisti riuscivano così ad ottenere credito presso la popolazione di una delle due parti avverse. Succede spesso che quando non ci siano avvenimenti particolari di cui parlare ci si confronti su eventi fittizi, Jasapphah era convinto che la Sindrome fosse un pretesto per schermaglie politiche. Le tribù nomadi che vivevano occupando i territori di confine credevano che il Messia sarebbe giunto per dare loro una terra, per trasformare in nazione i territori di confine. Questa terra non sarebbe mai cambiata, nessuna distesa verde sarebbe mai comparsa nel deserto, nessuna oasi di pace in mezzo alle bombe e alle pietre infuocate.
Jasapphah era deluso, dopo l’oltrepassamento del confine l’unico cambiamento nella sua vita era rappresentato dall’attesa di un figlio, il primo pensiero collegato a questa nascita imminente era la cognizione che quello non fosse il luogo migliore per mettere alla luce nuove vite.
Quel giorno stava ritornando a casa a piedi, era uno dei giorni in cui nessuno poteva circolare né sui mezzi pubblici né tantomeno con la propria auto, qualche giorno prima infatti un autobus imbottito di esplosivo era saltato in aria, c’erano stati in tutto trecentodue morti. La tensione in città saliva come la piena notturna di un fiume, alcune ricorrenze – il primo secolo di Coprifuoco Totale – venivano celebrate come avvenimenti. Erano le sette di sera, c’era un caldo opprimente, il videotelefono di Jasapphah squillò. Si trattava di Shariney, sullo schermo non comparve nessuna immagine, si sentiva un rumore ritmico, un rumore di sassi contro altri sassi, una nenia di cui era difficile riconoscere una parola soltanto. Era successo qualcosa, Jasapphah venne preso dal panico, fermò l’immagine sullo schermo e corse verso casa, doveva assolutamente capire da dove stava chiamando sua moglie, fu preso dal panico, è successo qualcosa. Arrivato davanti alla porta del garage si ricordò che non poteva prendere la macchina. Osservò lo schermo d’istinto, la stazione di rifornimento d’ossigeno, gli accampamenti, le capanne, l’antenna,il confine. Cominciò a correre in direzione degli accampamenti.

V.

Arrivò agli accampamenti, non riusciva più a correre, l’affanno lo stava schiantando al suolo. Si fermò sotto la pensilina di un’abitazione per prendere un po’ di respiro, impossibile, a quell’ora la temperatura sfiorava i trentacinque gradi centigradi. Jasapphah voleva raggiungere lo spiazzo da cui sua moglie aveva chiamato, e se qualcuno le avesse semplicemente rubato il telefono e lo avesse acceso per sbaglio? Il rumore che aveva ascoltato durante la telefonata era un brusio diffuso nell’aria, aveva fatto in tempo, qualunque cosa fosse accaduta durante il collegamento telefonico era ancora lì, da qualche parte. Cominciò a camminare lasciandosi guidare dall’udito, il rumore dei sassi contro i sassi si trasformava lentamente in un suono ritmico, dotato di senso, ciò che sentiva non erano più parole confuse, ma un’unica parola scandita dalle persone nel mezzo della piazza ‘Jeo-shu-a! Jeo-shu-a! Jeo-shu-a!’. Adesso Jasapphah era nel mezzo di queste persone, cercava di farsi spazio nella folla per raggiungere il centro di quella massa di persone, c’era qualcosa nel mezzo della piazza, tutti stavano urlando, lui continuava a dirigersi verso il centro della piazza, più si avvicinava e più il gruppo di persone si faceva compatto, finchè Jasapphah, quasi giunto al centro, non potè più andare avanti, c’erano un gruppo di persone che componevano uno sbarramento umano, come per salvaguardare il centro della piazza dalle intrusioni di sconosciuti, erano invasati, avevano gli occhi rossi. Jasapphah fece il possibile per oltrepassare quello sbarramento, un uomo più grosso e più alto di lui ad un certo punto gli diede un pugno nella faccia, Jasapphah non vide più, si sentì mancare, cadde sanguinante per terra, il suo corpo…
VI.

“[..] Il suo corpo esanime fu preso dai nostri
e trasportato fino al centro della piazza [24a]
dove la Donna dell’Uomo partorisce dormendo,
entrambi la folla rianima, ciba, [25ab]
lavandoli e profumando i piedi con olii
recandoli in trionfo, come si conviene ai re [26ab]
Shariney e Jasapphah, messaggeri dei padri,
venuti dal confine, figli del cielo, [27a]
veicoli della prosperità, pace per le genti.
[…]
Il salvatore dei popoli, il grande soldato, [38b]
colui che frantumerà gli eserciti
con la sola forza della parola: [39ba]
tuona Jeoshua tra i regnanti del mondo,
il suo verbo non trova riposo tra le mura [40ab]
confini tra le nazioni
le capanne sono colme di doni [41ab]
preziosi, coi proiettili intrecciano collane,
i deserti si trasformano in campi coltivati [42a]
il suo tuono è sorriso di bimbo
il suo tuono è parola [43a]
nessuno perisce, risorgono i morti in tre giorni
nessuno oltrepassa il confine, guerra alla guerra [44b]
pace per la pace
[…]
amen [66]
[…]

Dai testi di Jeoshua, versione 3.7b, [diffuso nel sesto anno dopo la nascita], terza revisione condotta sulle trascrizioni originali dette ‘dei Territori Occupati’.

Kyoto mon amour


Kyoto mon amour
Giovedì 11 febbraio 2005, ore 9.00, Times Square, New York, 37 gradi fahreneit.

[1] Non fa neanche tanto freddo, non quanto pensavo che potesse fare qui a New York, mi avevano avvertito, 'a New York fa sempre freddo', forse perché i miei amici sono stati a New York per pasquetta e lì non fa ancora caldo, febbraio, marzo. Non importa. Poco meno di dieci gradi e ad essere sincero non li sento nemmeno. L'aria è secca, ha smesso di nevicare da una settimana abbondante e la neve ha fatto in tempo a sciogliersi tutta. Siamo atterrati in piena tranquillità, senza turbolenze. New York. Il cuore pulsante dell'impero, l'impero del male. 'Vai a New York e prova a certificare quel che accade, se ti riesce cerca di individuare i germi del male'. Non è per nulla facile. Forse i miei amici sono un po' prevenuti. Sono prevenuto anch'io, prima di partire ho letto qualche libro ed ho visto troppi, troppi film. Le casse della redazione non scoppiano di denaro, mi hanno mandato per due giorni soltanto. Ho fatto i conti in tasca ed ho deciso di godermi il più possibile queste poche ore di permanenza, non sono stupido. Il paragone peggiore è questo 'New York è la Roma dei nostri tempi', ovvero, NY non è paragonabile al resto dei paesini degli States, NY è tutt'altra faccenda, come Roma ai tempi dell'impero romano, oggi, NY. Non mi importa. Secondo me i luoghi si somigliano tutti, forse perché le persone sono le prime ad assomigliarsi, ad esclusione del manager seduto di fianco a me sull'aereo, un tipo che coltivava a pastiglie l'ansia d'atterraggio 'io non volevo venirci, proprio non volevo' come se dovesse accaderci qualcosa, da un momento all'altro. Figuriamoci se volevo venirci io. Fare un reportage da New York era soltanto una scusa, niente di più, fare finta di essere malato per due giorni, sputtanare un po' di soldi, fare nuove esperienze, vedere quel che accade dall'altra parte dell'oceano atlantico in un giorno qualunque di febbraio.
Tanto per cominciare una considerazione: soltanto a Londra un cittadino viene monitorato, volente o nolente, da circa trecento telecamere a circuito chiuso al giorno. Terribile. Inquietante. Forse utile per le forze dell'ordine, con una piccola constatazione, se mi è concessa, io non sono un criminale, il mio redattore non è un criminale, i miei collaboratori non sono criminali, o meglio, per alcuni di essi sarei pronto a testimoniare davanti ad un giudice, forse anche una corte suprema, 'sì, non ho a che fare con uno scrittore o collaboratori criminali, al massimo alcuni amici si macchiano di peccati veniali, nulla di più' quindi mi chiedo, tornando a questo concetto di supervisione, da dove giunga la necessità di essere costantemente monitorato da una telecamera a circuito chiuso. Ci stiamo cadendo tutti. La trappola e lì per essere serrata, il nostro piede scalzo, assieme alla caviglia, verrà chiuso nella tagliola, non potremo farci a meno. Il telefono è utile, il video telefono è inquietante. Mi spiego, se non esistono problemi (tecnici) ad intercettare una telefonata allora vuol dire che in futuro (oggi) una videotelefonata sarà naturalmente intercettabile. Mi chiedo se l'industria del porno sia pronta ad affrontare la rivoluzione dell'UMTS. Immagino quale differenza può esserci tra una telefonata ad una normale segreteria erotica ed un’altra ad un telefono di nuova generazione (archeozoico: 166 – xxx xx xx, paleozoico: 188 – xxx xx xx, mesozoico: 899 – xxx xx xx, cenozoico: http://www.xxx.xx.xx, evo moderno: telefono privato, pubblicazione di annuncio su giornale quotidiano, operatrice/ore che ti risponde al videotelefono e ti intrattiene); quanto meno non si porranno spiacevoli equivoci, come in quel film di Altman dove l’attrice della chat-line dava appuntamenti telefonici e rispondeva mentre il marito guardava le partite e il bambino frignava. Ma cosa c'entra tutto questo con New York? C'entra, c'entra…Se non mi ricordo male avevo cominciato dicendovi che non c'erano abbastanza soldi per mandarmi in viaggio per almeno una settimana, abbiamo dovuto rosicare le casse fino al limite per potermi permettere un viaggio aereo di andata e ritorno, come se non bastasse lo scorno abbiamo dovuto approfittare delle offerte che si fanno per San Valentino, che scadevano, puntualmente, il 12 febbraio. Ebbene, la notte di San Valentino (precisamente alle 4 di notte) ero su un aereo diretto negli Stati Uniti d'America. Un viaggio così allucinante può essere soltanto paragonabile all'ipotetica realizzazione del mio sogno più assurdo, quello di trascorrere il Capodanno su un treno, partire alle otto di sera, facciamo da Lecce, e svegliarsi a Milano l'uno a mattina, o a Bologna, a Roma no, non ci penso, arriverei quando la festa è ancora in corso, non ci penso proprio, metà degli ubriachi che stanno quasi per andare a coricarsi e l'altra metà ipertonici a rompermi i coglioni. Meglio arrivare in stazione a Milano o Bologna, fra le sei o le otto di mattina, il primo giorno dell'anno.
Quindi su un aereo per New York, arriverò la notte di San Valentino, mi sveglierò il quindici febbraio in città. Mi hanno detto che ha smesso di nevicare e mi hanno anche detto che sarà il viaggio meno complicato della mia vita: aeroporto-taxi-albergo-un giorno e mezzo scarso a passeggiare costeggiando un isolato perché non c'è tempo, perché non ne vale la pena, perché non ti abbiamo dato abbastanza libertà (Y€$, freedom)-taxi-aeroporto-milano-roma-brindisi-lecce.
Mi sono abbarbicato su un pensiero, 'sarò in grado, o meglio, che tipo di reportage posso scrivere? Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi in un altro modo? Magari per stampare un libercolo in tiratura limitata da dare in regalo ai lettori della rivista? Beh, ad essere sincero mi andava di prendere una pausa, quindi, eccomi.'
C'è il ricordo di un film che continua a frullarmi nella testa mentre il taxi mi porta in albergo, saranno le luci multicolore, il film è Strange Days, non potrò fare a meno di visitare Times Square, questo mi dico, è impossibile, affanculo le Avenues, affanculo anche Central Park, ad essere sincero affanculo i ponti, tutti e quattro, non posso venire a New York senza visitare Times Square. Dico al tassista di passarci, anche solo per cinque minuti, anche se non è di strada per andare in albergo, figuratevi se la redazione di Musicaos.It poteva permettersi una stanza vicino a Times Square, se avessimo avuto così tanti soldi di sicuro avremmo mandato qualche altro sfigato a fare questo reportage, e invece no, il tassista mi dice che Times Square non è affatto sulla rotta del mio albergo, tuttavia se proprio insisto…ed eccoci qui. Sul palazzone che fa da scenografia naturale a tutti i film con cui ci hanno bombardato nell'infanzia, non ultimo proprio Strange Days, c'è incollata una pubblicità mastodontica. Mi viene in mente l'Italia, forse la Spagna. Soltanto in Europa saremmo in grado di concepire qualcosa di così eccessivo, dal palazzo fuoriesce il muso di un camioncino, sarà alto almeno cinque metri, una specie di furgone tedesco, non nomino la marca in questione perché questo reportage è quasi totalmente anonimo, ve la faccio intuire con una domanda, del genere che dovete memorizzare nel caso di smarrimento della vostra password di casella postale, la domanda è "qual'è quella marca di automobile tedesca dal cui paraurti, negli anni '90, andava molto di moda svellere il circolo di lega/alluminio, molto somigliante al simbolo della pace, un po' amputato, tuttavia?". Ecco la risposta, sì, la marca è quella. Il camioncino fuoriesce completamente dalla facciata dell'edificio e se non fosse già San Valentino e quindi the Ash Wednesday non fosse già passato da quasi una settimana mi verrebbe spontaneo pensare che si tratta di un residuato del carnevale, un carro newyorkese. Ma perché non mi hanno spedito in Brasile? Dimenticavo, non c'erano abbastanza soldi. L'effetto è comunque posticcio, nulla che non si sarebbe potuto risolvere meglio con l'utilizzo di uno schermo gigante rutilante di immagini multicolori, peccato, credevo di arrivare per imparare, il mio sogno era di tornarmene con idee fresche fresche di design, e invece mi tocca di certificare il kitsch. Non sono poi così sfortunato come credevo, avrò qualche patrono nascosto perchè il mio albergo è proprio qui vicino, fa un freddo tremendo, regalo una mancia al tassista, una leggenda vorrebbe i turisti newyorkesi molto sprovveduti in materia di mance, e tutto questo perché i tagli dei dollari sono differenti ma la carta è identica, questo non mi succede, non mi sarebbe successo in Italia, figuriamoci negli States, oh Y€$, do all'autista quanto gli spetta di mancia, prendo la mia valigia da solo ed entro nell'albergo.
Non mi attende nessuno, intuisco che al piano terra dell'albergo/pensione c'è un bar, si tratta di un'agnizione bella e buona, vado nel bar al piano terra, il bar fa da reception, ristorante, sala intrattenimento, il tutto senza soluzione di continuità all'infuori del fumo di sigaretta, ma qui non era vietato fumare dovunque? A quanto pare ho scelto un albergo malsano, poco male, fumo parecchio anche io, mi troverò bene, comincio già a rimpiangere la partenza di dopodomani. C'è soltanto una persona, un uomo, potrà avere una sessantina d'anni, ne dimostra di più, sta seduto su una poltrona davanti al televisore, fuma una sigaretta. Chiedo nel mio inglese da liceo se mi è possibile raggiungere la stanza che mi ha prenotato la redazione, sì, mi è possibile, soltanto un minuto. Finalmente sono a letto. Prometto a me stesso che domattina mi dedicherò all'osservazione del popolo americano, a partire da Times Square. Sempre che qualcosa non me lo impedisca, sempre che io non cominci a provare repulsione per qualcosa che vedo o per qualche persona che incontro, e così è.
In figura 1 e in figura 2, proprio vicino agli oggetti in bella mostra del negozio di souvenir c'è una donna con la pelliccia, da qui non sembra vera, credo che lo sia. Da più vicino mi accorgo che è ben tenuta, intendo la pelliccia, è proprio originale. Le pellicce non mi piacciono, o come dico sempre, non mi 'piaciono'. La redazione in realtà mi ha spedito qui per parlare di Christo e dei suoi Gates a Central Park, ma a me non importa, non mi importa prenderli in giro, non mi importa di far sapere loro che con la cifra che mi hanno dato non posso nemmeno permettermi un pranzo decente al ristorante dell'albergo/pensione/sala da biliardo e che quindi rimarrò qui tutto il giorno (mi bastano venti minuti per capire tutto) ad osservare la gente che passa.
Ecco infatti la mia attenzione catturata dall'uomo col cappello che in figura 7 sta portando una valigia. La sua descrizione corrisponde esattamente ai disegni che ho in tasca, prima di partire mi hanno consegnato un plico di foglio, diversi disegni raffiguranti americani tipici che avrei dovuto individuare tra la folla, questo uomo appartiene ad uno di quelli, devo marcarlo ed attenderne il ritorno, il resto andrà da sé. Non si è accorto di nulla, bene. Non si è accorto che il suo paese non ha sottoscritto il protocollo di Kyoto. Non so se siete stati mai nello studio di un avvocato o se ne conoscete uno oppure semplicemente se vi è mai capitato di andare in tribunale, anche soltanto per una causa civile, oppure per un sinistro, sapete che gli avvocati interpretano la legge. Ogni legge possiede cavilli che possono tramutarsi in capestri, basta un gesto d'interpretazione. Con la sottoscrizione del protocollo di Kyoto ci si impegna a non oltrepassare nei prossimi anni una soglia, stabilita a due gradi centigradi, per la temperatura terrestre. Non che la terra disponga di un termostato, no, se ne accorge la signora con la pelliccia e se ne accorge perfino l'uomo con la valigia ed il cappello, 'the weather is clear', trentasette gradi fahreneit, c'è il sole. Il problema è tutto nell'immondizia che stiamo sparando nell'atmosfera, ebbene, l'uomo col cappello, confuso nella folla, possiede la cittadinanza del paese che produce più inquinanti nell'atmosfera su questo pianeta, e insieme agli inquinanti e ad altre faccende questo signore possiede i documenti che certificano la sua appartenenza ad un paese che non intende impegnarsi, in sede internazionale, a pompare meno inquinanti (sei le sostanze specificate) nell'atmosfera per alzarne la temperatura, anzi, se oggi invece di 37 gradi fahreneit ce ne fossero 39 il signore col cappello sarebbe più contento, e la signora con la pelliccia forse mostrerebbe di più la sua scollatura. E qui dobbiamo fare nuovamente riferimento alla figura 2 e nella fattispecie all'uomo in basso a destra, anch'egli tipico abitante di questo paese. Notate la sua maglietta, quest'uomo non ha freddo, indossa una magliettina che penzola grazie alla sporgenza del suo addome, un giubbotto leggero, scarpe da ginnastica. Se la temperatura salisse di due gradi potrebbe tranquillamente camminare sul marciapiede indossando una maglietta a maniche corte. Il problema non sembra toccarlo, attraversa il mio campo visivo in un attimo, scompare. Come faremo tutti del resto, verremmo spazzati via da ciò che noi stessi abbiamo provocato. E' interessante chiedersi il perché della mancata ratifica del protocollo da parte di Zio Sam, facciamo finta che non si stia parlando di Pianeta Terra, ma di un appartamento dove abitano trenta persone, alcuni di essi sono disoccupati, spendono tutto il giorno in giro nella ricerca di un lavoro, l'immondizia che producono all'interno dell'appartamento è giusto pari al filtro del caffè (che scaricano nel lavandino senza che nessuno se ne accorga), a qualche quintale di carta, plastica e rifiuti organici, senza contare la normale produzione delle scorie corporee. Ebbene, facciamo finta che per qualche giorno la nettezza urbana si dimentichi di passare da quell'appartamento, anzi, facciamo finta che fuori abbia cominciato a nevicare, proprio a causa dell'effetto serra. Allora, ci sono queste trenta persone bloccate in casa con tutto il necessario per vivere ad eccezione del fatto che la loro merda viene prodotta e stipata continuativamente nell'appartamento, per qualche giorno, tanto poi finisce di nevicare. E invece non finisce di nevicare e la merda si accumula, tra di loro cominciano i primi screzi, alcuni infatti ne producono talmente tanta, di immondizia, da stimolare le occhiatacce cagnesche dei coinquilini. Finché a qualcuno non viene un'idea per smaltire la merda, perché, cribbio, non si può più respirare, l'aria diviene malsana, già abbiamo deciso di fumare a turni, vicini al camino. Le tre coppie che compaiono in figura 16, figura 17 e figura 18 si fanno accese promotrici della discussione. Non cambia nulla. Chi produce più immondizia di tutti non ne vuole sapere. Kyoto. Gli Stati Uniti d'America partecipano di più di un terzo del totale delle emissioni nell'atmosfera. Venendo qui a New York ho provato a discutere di questi argomenti con le persone che incontravo per strada, per me è stato abbastanza difficile, non ero premunito, ho fatto un po' la figura dello scemo, una persona che ti ferma per strada e ti chiede se sei a conoscenza del protocollo di Kyoto, sul marciapiede di Times Square, fa un po' la figura di quelle persone che escono nelle interviste del TG5, quando magari si celebra la Giornata della Memoria (27 scorso mese) e l'intervistatore chiede "Ma sa che cosa si festeggia oggi?" e questi rispondono, in serie romana, "Ma 'cche ne soo, so stati li nazisti, oggi se ricorda de li campi de sterminio", oppure "Sì, cioè, oggi se ricorda la fine de la seconda guera mondiale, lo sbarco in normandia…" per culminare in "'cchè non è per caso che BBenigni c'ha fatto su un documentario pure su questa cosa", ma io stavo parlando di Kyoto e nessuno mi rispondeva, anzi, camminavano dritti, dicono che a Central Park oggi inaugurano la mostra di un artista impacchettatore, o una rappresentazione teatrale, non si capisce bene, si chiama come il Messia. Ecco, ecco cosa ci vorrebbe, una redenzione interplanetaria, qualcosa che coglie tutti impreparati, come se trovassero un libro del Vangelo successivo all'Apocalisse e lì dentro si parlasse del protocollo di Kyoto. In figura 41 una madre cammina tenendo per mano un bambino, in che genere di mondo vivrà questo pupo nel futuro? La risposta è difficile, una cosa è certa, se il pupo è americano e comincerà a fumare sigarette vivrà in un paese dove per fumare una sigaretta dovrà nascondersi ed il cielo sarà nero. Ora capisco, ecco perché gli Stati Uniti non hanno firmato il protocollo di Kyoto…credono in quel documento ci siano ancora degli errori, che i dati presentati in appendice non siano completamente esatti, sono convinti, ad esempio, che la grande quantità di americani che fuma sui marciapiedi, nei prossimi anni contribuirà sensibilmente all'incremento delle polveri sospese nell'atmosfera, quindi, facendo un rapido calcolo il protocollo va riveduto e corretto, il calcolo reso più semplice dal fatto che nel frattempo IBM, Toshiba e Sony hanno elaborato Cell, il microprocessore più veloce di tutti, dieci volte più veloce del più veloce microprocessore esistente e con molta probabilità cinquantavolte più veloce del trabiccolo che state utilizzando in questo istante per leggere questo racconto. Spero che almeno stiate riuscendo a vedere tutte quante le immagini, anche perché altrimenti mi sono fatto un viaggio inutilmente. Ed è così che comincio a pensare che sia, seriamente, finché un evento non attira la mia attenzione, qualcuno si è accorto di me, della mia presenza. Mi ero messo in disparte a pensare di trovare un modo per convincere lo zio Sam di limitare le sue emissioni di gas inquinanti, di riconvertire il suo sistema industriale, ed ecco che qualcuno si accorge di me. E' una storia lunga, comincia dalla figura 34. Finalmente sembra che qualcuno sia interessato al mio discorso. Una ragazza, quella con lo zainetto rosso, si avvicina ad una cabina telefonica, compone il numero, chiama, dall'altra parte sembra che nessuno risponda. La ragazza tenta diverse volte, ne conto almeno tre, si scoraggia, non vuole più chiamare. Il fiume della gente che passa qui vicino a Times Square è inarrestabile, anche se alle nove di mattina mi aspettavo più persone, a quanto pare qui l'impressione è data più dalla quantità della costanza, sarebbe a dire che se passate da questo incrocio alle tre di notte vedrete scorrere lo stesso quantitativo di automobili, taxi, camion, pedoni, no, i pedoni sono un po' di meno, perché qui lavorano tutti, anche di notte, e se uno di notte lavora se ne sta al chiuso, sul luogo di lavoro, oppure fa il tassista. Insomma succede questa cosa strana, succede che questi quattro ragazzi mi notano, chiedo se sono infastiditi dalla presenza della mia telecamera, mi rispondono che non gli frega un cazzo della mia telecamera. E' la figura 49 che sancisce questa mia nuova alleanza con il popolo americano, questi ragazzetti sembrano svegli, potrò usarli per i miei esperimenti, potrò chiedere loro di rispondere alle mie domande, finalmente farò ritorno a Lecce senza le solite mani vuote, anche se ripeto che la redazione poteva farmi stare qui almeno una settimana, succede sempre che per ambientarsi in un luogo ci vogliano almeno quattro giorni.
La prima domanda che faccio ai ragazzi è semplice, diretta, serve per catturare la loro attenzione, chiedo loro se conoscono l'Italia, ed in particolare se conoscono Lecce. Mi dicono che conoscono l'Italia e Berlusconi, Milan, Sheva, sanno che l'Italia è un paese amico, fedele, che appoggia ogni loro scelta politica, però non conoscono Lecce. Evito la solita lezione di geografia che si fa all'estero, quando si incontra qualcuno e per spiegargli dov'è la nostra regione si deve più o meno fare così "you know that Italy has the form of a boot, Lecce is the end of the boot" a cui si aggiunge il gesto molto poco comprensibile di toccarsi il tallone della scarpa. Dopo una spiegazione del genere diciamo che l'ottanta percento degli interlocutori ha capito da dove venite ed ha capito che siamo un popolo di giocherelloni, a meno che non ve la caviate dicendo, semplicemente, che venite dal sud est dell’Italia. Dopo aver sciolto il ghiaccio chiedo se sanno qualcosa in più del nostro paese. "Conosciamo alcuni italiani, in effetti non è difficile, qui ce n'è tanti davvero, tutti abbiamo amici italiani o italo-americani, a scuola insegnano lo spagnolo, lo spagnolo è simile, prova a dire qualcosa in italiano", accenno ad una frase "l'utilizzo dell'ossimoro in certe poesie di Cosimo Ortesta è sicuramente inusuale…", fanno finta di non capire, mi lasciano perdere, non mi considerano più loro amico, forse volevo prenderli in giro, si fanno le facce tra di loro come se avessero capito contemporaneamente che volevo prenderli in giro. In figura 53 due di loro indicano un negozio dall'altro lato della strada, da quel momento in poi la comunicazione è interrotta, è bastato pochissimo per dilaniare un filo così sottile come la comunicazione tra culture differenti, ed io ho fatto davvero una pessima figura. Non so cosa fare, non mi resta che improvvisare. Potrei far visita ad una biblioteca pubblica, oppure ad una libreria, potrei vedere quali sono i libri sugli scaffali delle novità, comprarne uno, tornare in Italia e scriverci sopra due righe, sarebbe un gesto interessante. Non ne ho voglia. Non voglia di pensare ad altro. Times Square, non ho nemmeno la più pallida idea di quante volte ho pensato di visitare questi luoghi, ho addirittura cominciato a scrivere un libro, da più di un anno, la cui parte iniziale è quasi tutta ambientata a New York, una sorta di fantathriller politico, ebbene, tutta questa preparazione sciupata in una presentazione e in una domanda di cazzo agli indigeni del luogo. Già, gli indigeni americani. Se appartenessi ad una popolazione extraterrestre, se provenissi ad esempio dal pianeta Monod, e sbarcassi sul pianeta terra, qual'è la prima città dove andrei? Forse proprio New York, facciamo finta che invece io non sia atterrato qui in virtù di un piano prestabilito, facciamo finta che io sia giunto qui, a Times Square per caso, come il Marziano a Roma di Flaiano (non quello di Pippo Franco, drugat!). La prima cosa che noterei di questo luogo e la totale dissimiglianza con le visioni che ne avevo avuto sui miei visori, mentre mi avvicinavo al vostro pianeta. Il risvolto più inquietante è che questi visori non mi mandavano indietro un'immagine con la differenza di un anno luce, o anche di più, sui miei schermi le immagini arrivavano con una differita di appena cinque minuti. Come ha fatto il mondo a stravolgersi in così poco tempo? Questo luogo mi era stato favoleggiato come capitale di un impero, e invece? E invece se leggo i libri e i romanzi mi convinco che questa è realmente la capitale di un impero, se invece sto fermo a Times Square per un quarto d'ora non mi succede nulla. Non succede davvero nulla. New York è un paravento, è una copertura, è un telo che nasconde qualche altro marchingegno, questa mi sembra essere una spiegazione plausibile. Gli indigeni newyorkesi percorrono i marciapiedi senza pensare di avere una testa sopra le spalle, sanno dove vanno e basta, si muovono per moto inerziale, guardate la figura 87, ogni tanto qualcuno si accorge della mia presenza e si diverte a fare un gestaccio. Siamo tutti fondamentalmente uguali. Ecco perché i popoli provenienti da un altro pianeta hanno definitivamente abbandonato l'idea di porre fine alla nostra vita, ci stiamo pensando da soli. Avevo cominciato questo reportage da Times Square intitolandolo "La fine del mondo", poi ho cambiato idea, come sempre la prima idea è la più tracontante e meno ricca di possibili sviluppi, come sempre cambio traccia per poi accorgermi che la seconda scelta è forse peggio e che la prima rendeva il senso.

[2] Questo servizio costituisce la mia forma di protesta nei confronti dell'obbligo di scrivere qualcosa di interessante, che tocchi argomenti interessanti, che svolga un percorso interessante, e tutto con i pochi mezzi a disposizione dalla redazione, me la pagheranno. Una cosa è certa, da qui non passano mai le stesse persone, chiudo gli occhi a causa della brezza fresca, li riapro e non vedo le stesse persone. La mia esperienza newyorkese non può finire così, senza la visione di Christo, accompagnata alla paranoia di Christo. La paranoia è questa. [segue Paranoia di Christo]

[3][Paranoia di Christo] Tu sei l'artista più rivoluzionario di tutti i tempi, altro che Andy Wahrol, tu non hai cambiato colore alla Monroe, che forse ci vuole genio ma trent'anni dopo basta il Paint, e tu non hai neppure ripreso l'Empire State Building per ore e ore consecutive, che poi se vuoi diffonderne un solo fotogramma devi pagare persino i diritti d'autore, no, tu Christo hai fatto di più, tu hai impacchettato l'impossibile, a Parigi, a Berlino, dovunque, hai impacchettato la natura e hai impacchettato l'architettura, un oggetto lo hai reso più importante e visibile con un gesto naturale, un gesto di nascondimento, tu Christo sei eccezionale, ed occupi la mia paranoia, e adesso stai per compiere il tuo gesto più alto, una tua opera nella capitale dell'impero, a Central Park. Il tuo è un messaggio epifanico, caro Christo, perché forse il polmone verde nel centro del cuore dell'impero non può essere impacchettato, perché probabilmente il polmone verde deve respirare ed essere attraversato dalla vita, dal sangue, dal respiro, dalle persone. La mia paranoia epifanica, Christo mi porta a concludere che hai approfittato dell'occasione per dare un messaggio che non è più in messaggio sull'occultamento della verità, il tuo è un invito a percorrere la vita, settemila volte, col vento che svolazza ed invita a ricostruite là dove Bush distrugge, dove Bush non ratifica, dove l'antico mercimonio si mescola in matrimonio con il delirio dell'antimonio, dove tu Christo getti la moneta nello stagno invitandoci a riflettere, tutti abbiamo un polmone verde da preservare, un cielo sotto il quale essere identici, l'epifania di Christo dice, in una parola, non distruggere! [fine della paranoia di Christo]

[4] E' qualche tempo che ho cominciato a rileggere libri che non leggevo da anni, a vedere film che non vedevo da tempo, frequentare persone e indigeni americani, ebbene, mi sono reso conto che ne ho basta. Mi sono rotto le scatole di vedere servizi telegiornalistici dove si accusano gli abitanti del sud est asiatico di speculare sulla catastrofe del terremoto e poi, recandomi dopo nemmeno due mesi – un giorno come gli altri – in edicola, vedere un libro intitolato pressappoco così "Tsunami – il fenomeno delle onde anomale". Ma non sono un extraterrestre, ho mescolato troppo i piani, confondo il sogno con la realtà; la realtà è che sono stato a due giorni a New York nel mese scorso, la seconda realtà è che sono bastati due giorni trascorsi a New York per desiderare di tornare indietro e non fare in tempo a provare un po' di nostalgia che già sentivo dentro la ripulsa per alcuni aspetti del mio vivere quotidiano. Nel frattempo c'è una donna che è andata a lavorare come giornalista in Iraq ed è stata rapita davvero, mentre io al massimo sono stato catturato da quattro immagini stronze osservate e congelate in un pomeriggio di pigrizia. Per poi accorgermi che il mondo sembra essere uguale da dovunque lo si osservi.
Un terremoto è diverso se la casa in riva al mare è la tua, un servizio in una zona disastrata dall'importazione di democrazia è più pericoloso, se avete una fotocamera in mano e non sapete chi si nasconde dietro l'angolo, un milione di posti di lavoro lo abbiamo visto, scommetto che nel vostro condominio tutti sono stati assunti, almeno tre volte nell'ultimo anno. Nel frattempo, se siete anche voi dell'opinione che nel titolo dell'ultimo libro di Vespa sia inspiegabilmente nascosto il germe di un suo possibile fallimento (da Mussolini a Berlusconi) e se siete riusciti a leggere fino in fondo questo racconto allora potrete anche leggere questo documento qui sotto, sono soltanto trentanove pagine, anche per un lettore non troppo allenato possono sembrare poche, non vi fate sviare dal gergo, dai numeri e dal linguaggio troppo simile a quello che si trova nei codici, in fondo si tratta sempre di un documento ufficiale, insomma, se ne avete l'intenzione leggetelo attentamente, prima che qualcuno vi dica che era un sogno, un'ipotesi impossibile, uno specchio per le allodole, divertente da ricordare quando la linea di desertificazione avrà oltrepassato la linea gotica.

scarica e leggi qui il Protocollo di Kyoto

versione del racconto con immagini 

visita Times Square a spese della redazione di Musicaos.it 

Undici Nove Zero Uno


119.jpg[1] Ogni sera, appena finisco di cenare, vado sul balcone per fumare una sigaretta. Mi capita di alzare la testa per aria, torcere il collo vistosamente ed osservare le stelle. Certe volte ne becco una, lampeggia, si muove più velocemente di altre. Non si tratta di una stella, è un aereo. Continuo ad osservarlo finchè non mi annoio. Nel panorama delle stelle fisse gli aerei sono subito riconoscibili. Capita, in certe serta, che di aerei ce ne siano molti. La fissità di tutte le stelle viene turbata da questi punti in movimento. Sono più di uno, sono due, sono tre. Le stelle fisse sono lo sfondo, gli aerei in movimento rappresentano il distacco dalla noia che può essere procurata dall’osservazione di tanta fissità. Ci sono giorni in cui il quadro del cielo è complicato, molto più complicato di quanto non può sembrare da qui, da questo balcone, dopo cena, con una sigaretta in bocca.

[2] Nell’anno duemila di nostro signore la produzione della mia scrittura era ferma su ritmi poetici e abulici non indifferenti, scrivevo da anni oramai, forse troppo, troppe poesie, nonostante fossero tutte quante belle, a mio parere. Dopo aver sperimentato diverse forme di pubblicazione estemporanea mi assestai nella querula forma rappresentata dal bussar porta agli editori. Non servì a nulla. Conobbi alcuni amici che si dedicavano da tempo al teatro, mi sembrò intelligente regalare i miei versi affinchè i loro spettacoli sembrassero più intelligenti. E così feci. non foss’altro per evacuare dalla noia, ‘maledetta noia’. I miei giorni da poeta scribacchino, chiuso in camera, cesellatore di versi erano finiti. Andavamo da una parte all’altra della provincia a stilare programmi, a proporre spettacoli, ad intavolare serate di discussione nei locali sull’eventualità di essere più o meno influenzati da Saint Antonin Artaud o Monsieur Alfred Jarry e tutto il sancta fino a Strindberg del quale non avevo ancora letto Autodifesa di un Folle, grazie al quale capii fin troppe cose. Ne uscì fuori uno spettacolo di versi recitati, mescolato ad alcune riprese video e suoni in differita/diretta. Cose dell’altro mondo. Non eravamo mai sazi. Chi ci vedeva aveva l’impressione che stessimo facendo qualcosa di buono, a noi ne veniva un po’ di effimera euforia, io, come scrittore, nemmeno quella, né tantomeno il palliativo rappresentato dall’incrocio con donne varie e differenti, prima o dopo gli spettacoli, insomma un fiasco. Solitudine si addice al poeta. Il nostro guitto, l’amico recitante, conosceva una compagnia fuori provincia, con loro avremmo potuto collaborare, la loro compagnia era più conosciuta, operava nel capoluogo di regione quindi possedeva più contatti, bisognava assolutamente organizzare qualche cosa con loro. E così facemmo. Dopo nemmeno due mesi avevamo due date nel teatro di questa compagnia. Due date nel fine settimana, totale spettatori: nove. Nove è un buon numero, moltiplicato per cinquemilalire fanno quarantacinque mila lire.

[3] Nemmeno due mesi dopo ce ne sarebbero state offerte cinquantamila, a persona, per una piccola prestazione. Città di Fasano, Scamiciata, ovvero: rappresentazione teatrale itinerante nel giorno della festa di paese con la quale si commemora la resistenza ai turchi dei cittadini di Fasano. La nostra compagnia doveva rappresentare questa mitica resistenza, erano richieste quindi comparse ed attori vari, esperti e meno esperti. Tra i meno esperti convocati per quell’occasione c’ero anche io. La rappresentazione era semplice, fissata per il sabato pomeriggio alle cinque. Si arrivava nella masseria di proprietà della compagnia teatrale alle cinque del pomeriggio del venerdì. Convenevoli, saluti e conoscenza con i diversi partecipanti, divisione delle parti, a sera, inizio delle prove. Non scorderò mai Katia, che passava in mezzo a noi, seduti in circolo attorno ad un tavolo, cantando a fioca voce il canto che avrebbe accompagnato la nostra rappresentazione. Perché stavo lì? Amore per il teatro? Aspettative per la poesia? Non lavoravo, con lo studio ero ad un passo dalla laurea, non mi lamentavo, a casa giustificavo queste scampagnate con frasi del tipo ‘guarda la poesia dove mi porta’ e, soprattutto, avevo appena troncato un rapporto durato circa due anni, quindi per i fatti miei stavo abbastanza bene. Il sabato sera si inscena la Scamiciata. Va così bene che vengo invitato anche l’anno dopo. Il mio amico attore cominciava a fare cilecca, non lo avevo mai reputato un buon cantante, né io né il regista della compagnia, il suo astro in calo era ormai in crollo inaudito.

[4] Al termine della nostra seconda Scamiciata veniamo accompagnati alla stazione. Il regista, Antonio, si gira verso di noi e dice, ‘ci sarebbe una cosa interessante da fare, in settembre, dovremmo andare in Toscana, ci sono un po’ di soldi, poi vi chiamo’. Apoteosi. Ma siamo così bravi da meritare tutto ciò? Non avevamo capito ancora nulla, forse troppo ingenui. Non avevamo capito qual è la dote che deve possedere ogni buon regista, ovvero quella di riuscire a stillare nell’interlocutore il suo volere come desiderio del malcapitato, cosicchè il bisogno impellente del regista sgorga sulle labbra del malcapitato con uno spontaneo ‘quanto mi piacerebbe…’. Ebbene fu così, andare in Toscana, dieci giorni in settembre, certo certo, non vediamo l’ora, quando sarà il momento chiamaci, saremo felici di accorrere. E così fu.

[5] settembre duemilauno, o, come meglio mi piace ricordare, nove zero uno.
Avremmo dovuto trascorrere circa una decina di giorni in Toscana, mentre nella masseria della compagnia avremmo trascorso una altra mezza settimana per le prove, in tutto un periodo di due settimane dal cinque al diciannove settembre del duemilauno. Ero eccitato. Mi avevano scelto come attore per una trasferta pagata di due settimane. Sarei tornato a casa con un po’ di soldi guadagnati re-ci-ta-n-do. Incredibile, tutto a causa delle poesie che scrivevo. Non a causa della bontà delle poesie, questo sia chiaro, semplicemente come punta dell’iceberg di una concatenazione di cause ed effetti che dalle poesie erano scaturiti. Ero molto ottimista. Nel frattempo mi ero messo con un’altra ragazza, molto possessiva, alla quale fu difficile giustificare un’assenza così lunga. Scampai ogni problema perché stavamo insieme da poco più di sei mesi, quindi nessun problema, non eravamo ancora troppo incollati l’uno all’altra.
Il cinque settembre arrivammo presso la compagnia. Le cose si presentarono subito più difficili di come le avevo previste. Negli spettacoli precedenti, infatti, mi limitavo a correre, fuggire, fare finta di cadere, prendere finti calci. A questo giro avrei dovuto maneggiare una spada. Speravo che almeno fosse finta, niente di tutto ciò, era una spada di rame e bronzo del peso di circa cinque chili. Pesante, molto pesante. Mi dissi, dov’è il problema, tanto ci sono abituato, lo sapevo che quando si mett epiede qui dentro si mette piede per sudare, l’importante sono i soldi, i soldi e la gloria, alla fine mi sarei anche divertito. Passammo da una fase iniziale di allenamento sul fisico ad un ulteriore fase di apprendimento della parte recitata. E qui venne il bello. Lo spettacolo in questione si intitolava Deus Le Volt, la trama era semplice. Un’armata brancaleone con al seguito monaco arabo si muoveva con motivazioni buone e motivazioni di figlie dell’opportunismo alla volta della Terra Santa, obiettivo: rispondere all’appello del primo papa e muovere crociata contro gli infedeli. Fin qui tutto bene. Passammo la prima settimana ad imparare le varie parti, la parte recitata, la parte cantata e la parte, per quanto riguardava me ed il mio amico, del duello. Il duello era toccato in sorte a noi due per diversi motivi. Il primo, semplice, e cioè perché ci conoscevamo, non avremmo potuto litigare se qualcosa andava storto e quindi potevamo provare a darci spadate e ferirci e far capriole senza arrestarci mai. Il secondo, più evoluto, e cioè perché se qualcuno di noi si fosse fatto male dandosi una spadata di bronzo in fronte allora dalla faccia delle terra sarebbe stato eliminato, a sorte, un cattivo poeta o un cattivo attore. Fin qui tutto bene.

[6] Le giornate procedevano più o meno così. Sveglia verso le undici del mattino, colazione, prove, pranzo verso le due del pomeriggio. Riposo. Giornata assolata. Inizio prove alle sei, sette di sera. Così fino alle undici di sera con una pausa, poi doccia per tutti, cena a mezzanotte, anche l’una, tutti a letto verso le due e così, dormendo, fino al giorno dopo. Cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici settembre duemila uno. Una giornata come tutte le altre. Finiamo di mangiare verso le due e mezza. Siamo tutti seduti attorno al tavolo, qualcuno è già andato a farsi la pennichella. Io, il mio amico, il regista, le due aiutanti residenti, l’attore della compagnia, abbiamo appena finito di bere il caffè. Sto fumando una sigaretta. Stiamo guardando un film di Totò in televisione. D’un tratto una banda rossa scorre in fondo allo schermo. Edizione straordinaria. Attentato. RaiDue. Non facciamo nemmeno in tempo a leggere la banda, cambiamo canale, Canale5, un palazzo in fiamme. Torre in fiamme. Inquadratura da più lati della torre in fiamme. Incredibile, non possiamo credere ai nostri occhi. Come aerei nel cielo di notte vengono confusi con le stelle. Dopo nemmeno dieci minuti di questa visione un’ombra si avvicina alla torre, un aereo, si abbatte. Esplosione, frammenti in volo. Le torri gemelle di new york, attacco terroristico. Notizie di un altro aereo che si sta per schiantare sul pentagono, un altro ancora sulla casa bianca. Prendo il cellulare e scendo nel cortile della masseria. Chiamo mia madre, o meglio, faccio uno squillo a mia madre per farmi richiamare. Mia madre mi chiama, le chiedo di spiegarmi che cosa sta succedendo, le spiego cosa vedo e le chiedo se quello che vedo è quello che vedo e se anche loro, a casa mia, stanno assistendo allo stesso spettacolo. Chiamo anche mia sorella, a quell’ora sta prendendo il treno per andare a lavorare, non è davanti al televisore, non vede nulla, non assiste all’apocalisse, mi tocca raccontarle tutto in diretta. L’evento diviene già racconti differito dell’evento, condito di considerazione. ‘E adesso? Cosa accadrà? Comincerà la guerra?’. Mi vengono in mente, solo in modo fugace, il mio compagno di stanza, al servizio civile, che aveva ritagliato una foto di binladen da una copia di panorama per appenderla in camera, l’occasione di quell’articolo ritagliato per leggere la biografia del ricco sceicco ingegnere. Eccetera eccetera. L’ipotesi che serpeggia, e poi la rivendicazione dell’attentato. Undici nove zero uno. E io dov’ero? Ero in una masseria nel mezzo delle campagne baresi a provare uno spettacolo teatrale incentrato sulla partenza per la prima crociata in terrasanta da parte di un gruppo di non meglio identificati avanzi di mondo. Eccezionale. Non è finita.

[7] La fase più tragica del mio undici nove zero uno è tutta racchiuso nella trama dello spettacolo che eravamo ormai pronti a portare in Toscana, Deus Le Volt, scritto prima, molto prima dell’attacco alla torri gemelle e già rappresentato a Genova, Milano, un po’ dappertutto nel nostro paese.La trama, in sostanza, era semplice, un’armatabrancaleone si avvicenda per un viaggio in terrasanta raccogliendo tutti gli elementi che costituiscono un’armata che si rispetta: il prete che vende le indulgenze (io), il malandrino spadaccino (il mio amico), la maga, la donna generica, l’uomo generico, il tessitore della faccenda, comparse e poi lui, il mitico arabo-al-seguito-dei-cristiani, che, nello spettacolo in questione si chiamava Osama di Shaizar. Le coincidenze cominciano ad accumularsi vorticosamente. A certe cose ero abituato, il mio coinquilino di quel periodo, che adesso sta a Londra o non so dove, era visceralmente antiamericano, dopo nove mesi di convivenza mi aveva trasmesso alcuni dei suoi geni, tanto che io non mi stupii di quando una mattina, svegliandomi, ritrovai la faccia di Bin Laden fotocopiata e incollata sulla porta di camera nostra, era come per dire che di lì non si passava, attenti, morde. Ma questo era troppo. Portavamo lo spettacolo in replica quattro volte in sette giorni, la prima era quattro giorni dopo l’undici settembre, che nel frattempo era già assurto agli onori della cronaca come l’11 SETTEMBRE.

[8] Alla prima replica non accadde quasi nulla, gli altri spettacoli erano rappresentazioni statiche in costume, oppure duelli con spade di cartoalluminio. La compagnia con cui stavo io utilizzava soltanto spade vere, in rame e metallo veri, che pesavano più di due chili e che ogni sera andavano pulite perché sembrassero luccicanti, ‘ma non troppo, altrimenti sembra che le avete comprate adesso’. Alla prima non accadde nulla perché lo spettacolo era davvero molto molto movimentato, preceduto da una processione nella quale cantavamo una canzone in latino. Poi arrivavamo nella piazza scelta per la rappresentazione e lì cominciavano i duelli e le botte da orbi, era previsto anche un apologo recitato da Osama di Shaizar, alla seconda replica le persone cominciavano a capire, non si trattava di una coincidenza, nelle cene medievali dove si mangiava con le mani ogni cosa (compresa la zuppa di farro e il pinzimonio) si parlava soltanto di quella coincidenza. Non ebbi il tempo materiale per pensare l’undici settembre. Mi ricordo che quando tornavamo ai nostri bungalow, nel deserto toscano, la notte ci sintonizzavamo sulle tv arabe con il satellite, mi ricordo di un ragazzo che doveva partire militare in kosovo e che stava con una della compagna, mi ricordo le discussioni, lunghissime, per convincere questo ragazzo che la guerra non sana la guerra.

[9] Tornammo alla masseria. La mia ragazza mi aspettava lì da due giorni. Prendemmo un treno scalcagnato e tornammo a casa. Nessuno a prenderci in stazione.

Materiali uno, la città.


[MT 0] I luoghi: Roma, Lecce.

[MT 1] Se uuàrdau ‘nnàura fiàta allu specchiu mentre ca si ‘ssucava li mani cu ‘nnu fazzulettu de carta te cessu. La giacca paria cussì lucida ca malgradu la sciurnata cussì pallida e smunta ca lu culure era biancu nettu. Mesciu Buroni spicciau cu ‘ssi ‘ssuca li mani e piiàu li fogli ca tenìa ‘mpuggiati subbra lu mobile te lu specchiu. Dese ‘nnaura letta alli foji e pijàu lu corridoiu te coste allu bagnu. Passau dinanzi a ‘nnu corazzieri. Poi ‘nannzi a ‘nnauru corazzieri. Alla fine trasìu ‘ntra ‘lla camera te li deputati, versu lu scrannu sou. Prima cu ‘ttrasa l’era parsu cu ‘ssente n’applausu pe ‘qquarcunu. Osce se parla de alimenti adulterati. Nu ‘sta ‘ssuccedìa nienti e paria ca nu ‘ccera nuddhu dibbattitu. L’ipotesi cu ‘sse minte ‘ntra lu cuerpu qualche cosa de stranu è stràusa ipotesi assula e de spaventu. ‘Ncera chiu de unu, da ‘ddhintra ca stia alteratu pe ‘ccuntu sou. Buroni stia cullu stomaco vacante e nu ghigno fra li dienti. Tenìa quarantacinque anni, l’età ‘bbona cu’eddhra istu de tuttu ca l’ha ‘ppassatu annanzi e cu ‘nu eddhra pijatu posizione subbra de nienzi. Lu parlamentu era ‘nu pretestu comu ‘nnauru cu stèscia luntanu de casa, possibbilmente largu de mujèresa. Mesciu Buroni, inattaccabbile cristianu.
Merculedia ’’bbespera, alle quattro spaccate, Buroni si settau subbra la seddhra soa, cacciau te pauda ‘na caramella alla frutta, aprìu l’involucro e ‘ncignau ‘sse fazza la ùcca.
Mesciu Buroni ìa pijatu lu izio te le caramelle cu ‘sse ‘llea ‘nnu iziu e tanti auri tic ca l’erane enuti ‘ntra sti anni.
Se ‘sta ‘nvicinava lu mumentu cu pija uce cullu discorsu sou, pijàu ‘nnu spiru largu. Alcuni pariane attenti, autri nu ‘sta ‘sse ne futtinne. Buroni fice ‘ddo cunti mentali de tiempi ‘ncapu a poi ‘ncignau cu ‘llegge. Senza paura cu ‘llu cacciane via te lu partitu, anzi peccene ormai stia cu ‘sse ne torna a casa per sempre. Lu cibu ète vita. La vita nu ‘fface nienti. La vita eta ‘na menzogna e nui ‘nci simu intra ogne ‘ggiurnu cu ‘nnipocrisia assurda. Cu ‘lle parole, cu ‘lla politica, cu ‘lli muerti ‘ccisi. E ciueddhri se còtula contru sta merda. “La vie est en merde uncroyable” fose l’ultima frase te lu Buroni. Pigghiàu li fogli e se ‘nde scìu per sempre.

[MT 2] – Certu ca marìtuta ete propriu nu cujune, ma de quiddhri ‘bboni. Anzi ete propriu ‘nnu pampasciune. Ma a istu ? – Otellu tenìa ancora ‘nnu pede de fora ‘lle mutande, ‘nterra. Sta ‘sse le ‘nfilava. Na sigaretta ‘ddumata ‘ntra ‘lla ucca l’unfumicava tutti li musi. Sta ‘rredìa e nu ‘ssapìa se ‘sta risata era ‘nnu residuo istericu pe ‘lla situazione. La Clelìa, e l’Otellu ìane ‘ppena spicciatu cu ‘ffanne l’amore. La Clelia era mujere de Mesciu Buroni, lu parlamentare, pe ‘ccirca ‘ddo fiate e ddhre ‘ddo fiate pe ‘ddo ure alla semana erano maritu e mujere. Chiui ca ‘nnamante, l’Otellu era nu maritu officiosu e ‘ngarbatu. Almenu cussì se decìanu quannu se scangianne li regali pe ‘ppasca e pe ‘nnatali. Lu Buroni nu ‘ssospettava nienzi. La Clelia tenìa trent’anni ed era propriu beddhra. Se tenìa allenata. Maritusa nu ‘lli mancava tantu e quarche fiata riuscìa puru ‘llu fazza curnutu quannu essìa alla televisione. L’Otellu grazie alla Clelia s’ia sistematu ‘bbonu ‘bbonu. ‘Na decina te anni prima ìa enutu a Roma cu studia e ‘ncìa rimastu tra na fatìa e ‘llaura e tra ‘nna laurea e ‘nnu ministeru, de amore s’intende.

[MT 3] Ma l’ha isti ‘ddhri doi? Nòne, quali ‘ddoi? Addhài, la seconda fenescia a sinistra, allu terzo pianu, lu quagnòne e la fìmmena, ‘ntra ‘llu liettu. Pecciène, ‘nc’è quarcosa te stranu? Nòne, nienzi. L’addhru uardàti pe ‘nna trentina de secondi, ma nun’c’è nienzi te stranu. Turnamu alla fatìa. Buenu, turnamu alla fatìa. Allora, la portiera a ‘bbessuta a menzatìa e menza e ha ‘tturnata all’una e nu quartu. – Tenìa quarchecosa?
– 'nce 'ssensu ?
– Portava ‘na ‘bbusta, quar cosa, ce ‘ssacciu, nu cappieddhru a ‘mmanu.
– Sìne, portava sortantu nu cappieddhru a ’mmanu e quannu ha ‘bbessùta nu ‘llu purtava filu. Guarda, guarda, ancora ‘ddhri doi. Pare ca tenenu intenzioni serie. Quiddhre ca mancane a ‘ttìe. Ci sape a ‘cce ura spìcciane osce. Suntu le tre menu cinque. S’ha ‘ffermatu ‘nnu taxi ‘nnanzi lu purtune.
– Ma comu fanne cu ‘ssapenu ca ha stata la portiera?
– Perché era l’unica ca putìa trasire e ‘bbessìre quannu olìa.
– E lu cappieddhru ce ‘c’entra?
– Peccène, ‘ddhri doi ca spiavi ce ‘ccentrànne ?
– Nu ‘bbusàre cchiùi ‘ddhru verbu.
– ‘Nde pàganu cu ‘uuardamu? Allora cittu e uàrda.

[MT 4] Moira ragioniera impiegata comu portiera. Attualmente pe ‘nnienti stabile ‘ntra ‘nnu palazzu quartiere centru. Sta ‘ccerca sistemazione non necessita quantu mujere. Aspira non come sopra cu ‘ggentilezza cu ‘bbèssa pijata. Cussì succede ca Moira puru osce ha spicciatu cu ‘ffatìa. Ovveru ha spicciatu cu ‘sse ‘ssetta e cu compila nu giornale enigmistico a casu o cu ‘sse lassa cullare te la musica de ‘nna radio. L’erane portatu nu computer, ultimamente, e iddha, ogne tantu lu usava cu ‘sciòca. Stìa ancora nervosa pe ‘llu furtu de ‘ddo semàne prima.

[MT 5] ‘ntorna matina.
se ‘llea li causi de sonnu e scinde de lu liettu. Cussì se pote fare. Minte la moka subbra lu fuecu e ‘ntra ‘ddhru tiempu se minte la maja. Cussì se pote fare. Lu cafè è prontu. Vistu ca ’ncete se ‘dduma ‘na sigaretta e ‘ntra lu tiempu se la fuma e piensa a ‘cce ha ‘ssuccessu la sira prima.
Nu ‘bbulìa ‘nci piensa mutu, tant’è ca li tocca cu ‘n ci piensa.

[MT 6] none none none, nienzi veru, pe 'mmie a fattu bonu, cussì s'erane 'ffare tutti e cussì meju pe 'tutti ca mancu 'nci cridi, meju cu scappi de susu cu scivoli sutta e 'ccu rimmani, meju cussine. none none none La vie est en merde uncroyable e non è il primo a dirlo si figuri, c'è stato qualcun'altro prima di lei, è una questione di ciclicità, tutto è reversibile, entropia, accidenti, ne ha sentito mai parlare lei, lei, queste mutande cosa fa ancora, guardi che è finita da un pezzo, chiudiamo tutto qui, si, è in vendita, nient'altro, entro fine mese ci saremo liberati di tutto, una cosa alla volta, c'è posto per lei, pure.

[MT7] 'ntorna matina. sta fiata pija la machina e portandilappressu fincha pueti, filu buenu sai, nun ci simu, t'essi dittu ca lu carrozzieri ulia centucinquanta, 'nda purtati ottanta, ce'bboi cui tieni la machina, none none, vidi cu 'tte liei de nanzi, sannutu ca nu'ssì auru, sine, sannutu de zanche tie e dd'hra fessa ca te puerti deretu, de sutta lul liettu cu nunci iessi chiui, filu alla lammia cu 'nnu 'tte ide. sannutu senza nienti ca do' dienti.

[MT 8] anche perché con lei mi sembra di essere stato chiaro in fondo si trattava di amicizia finchè ce n'è stata abbastanza bene anche da parte sua poi basta, avanti indietro indietro avanti, avanti dentro, stop. lei era d'accordo e a quanto pare perfino suo marito, per quanto distante, per quanto nella capitale, tre giorni alla settimana sembrano molti o sembrano pochi a seconda di come vengono riempiti, ci ho provato, ci sono riuscito, la prossima volta con chi potrebbe essere? sempre che non succeda come con lei, insomma sì, chi dei due fosse il sotto scorta proprio non si capiva.

[MT 9] e queste cosa sono, foto, no, no, aCCiDeNTI.

La fine del poeta


Cosa ci fate qui, siete venuti a constatare il decesso? Volete essere sicuri che sono io, volete accertarvi che non si tratta di uno scherzo? Non è uno scherzo, purtroppo, o grazie a dio, dipende dal punto di vista. Alla fine ce l'ho fatta. Sono morto. Mi aspettavo di vedere più gente, forse è ancora presto. Più commozione, una musica di sottofondo, qualcosa che mi piacesse ascoltare, e invece niente. Neanche adesso che sono morto avete capito un cazzo. Fino all'ultimo non siete stati capaci di realizzare quel che mi passava per la testa. Sono problemi che non mi toccano, cose di cui tra una settimana non parlerete più. La scena del dolore è tutta qui, adesso, e poi non si ricordi. Ma guarda chi si vede! Ti pare ora di arrivare, ti pare il momento? Saranno dieci anni che aspettavo un segnale, una telefonata, anche un segno di scarpe infangate sulla soglia di casa il giorno dopo una pioggia, e invece niente. E adesso che sono morto ti presenti, purtroppo non ti conosce nessuno, non puoi riscuotere. Eri l'amante nascosta soltanto nei miei pensieri, amante di che? Forse non ci siamo dati nemmeno un bacio, e adesso pretendi di riscuotere commiserazione, come se fosse morta una parte di te, ma va a quel paese una volta per tutte, il morto sono io, posso permettermi ogni cosa, poi non si ricordi. Sei arrivata troppo tardi, non so nemmeno come hanno fatto a raggiungerti. Se non sbaglio tra noi non ci fu nulla perché stavi con un altro, eri legata, belle figure quelle che mi hai fatto fare. Almeno abbi un po' di contegno per la mia ragazza, non presentarti nemmeno, ti prenderebbe a schiaffi, ne ha passate di tutte e le ha viste tutte. L'ho presa in giro per una vita promettendole un futuro ricco, fatto di conti e fatture, ad intascare i miei diritti d'autore. La scrittura ad una certa età era diventata la mia unica ed improficua occupazione, mi hanno dato troppa corda ed io mi sono fatto prendere la mano, non ho colpa, dovevo pensarci prima, dovevo sistemare le cose per il meglio ed ho pensato a sistemare le virgole e i punti. Le ho lasciato soltanto un lavoraccio che nessuno si farebbe avanti per aiutarla. Non l'avessi mai fatto, per chi poi? Per lei? È probabile che lo facessi soltanto per lei, dato che anche da morto mi accorgo che in questa stanza non c'è un filo di nerbo, non c'è più energia. Magari foste in grado di prendere le mie idee e di farci dei libri, almeno di farci libri dai testi già pronti, alcuni li ho addirittura impaginati per essere pronto alla stampa, sempre pronto, da vivo. Non sono stato capace io, figuriamoci voi. Se cominciate oggi avete la speranza di raccogliere qualche risultato tra un secolo, e dovreste vivere abbastanza. Io qui steso, invece, sono la morta dimostrazione del fatto che la vita è corta, il tempo non basta mai e se ne vanno sempre i migliori. Potessi almeno ridere. Scommetto che sulla faccia ho stampata un'espressione impassibile. Chi è che decide qual è l'espressione del morto? Forse succede come nei film in cui al cattivo, quando muore, vengono almeno chiusi gli occhi con un passaggio della mano. Anche quelli dell'agenzia funebre devono aver capito con che razza di persona avevano a che fare. Ma guarda tu, ci sono proprio tutti. Non è possibile che io abbia avuto a che fare con così tante persone. Ora che ci penso ognuna si è presa un pezzetto di energia, ad ognuno ho regalato un frammento della mia macchina catalizzatrice ed ora tutti qua. Con la mia ragazza sono stato tassativo, le ho detto fino a ieri come si sarebbe dovuta comportare. le ho detto 'leggi bene il mio diario, leggilo in fretta e ricorda', soltanto così avrebbe saputo come comportarsi con tutti quanti, uno ad uno. Scommetto che non mi ha preso in parola, neanche a lei forse piaceva la mia scrittura. Sono stato petulante fino all'ultimo con lei, è la persona a cui ho rotto di più le scatole, in assoluto. Le ho fatto conoscere persone che io stesso non avrei mai voluto averci nulla a che spartire. Sono stato crudele. Ogni volta mi buttavo in un progetto, anche quando era scettica. Mi dava consigli ed io non la stavo a sentire, finchè poi non sbattevo la testa contro il muro. In certe occasioni per convincermi non le restava che ricorrere alle minacce fisiche. Minacciava anche di lasciarmi 'se tutto va come ho previsto allora ti lascio'. Ci azzeccava sempre, però non mi lasciava. Non è stata mai capace. Mi dispiace non essere più qui a parlare con lei di tutte queste persone, appena saranno uscite e tornate a casa. Sto qui steso e finalmente mi hanno messo un vestito decente, di quelli che ho sempre voluto comprare e di cui sempre ho dovuto rimandare l'acquisto. Troppo costosi, sempre troppo costosi, c'è sempre qualcosa di più urgente per cui spendere soldi. Lei questo lo ha capito subito. Magari non ho comprato una giacca pur di partecipare ad un concorso di poesia, fino all'ultimo non ne ho vinto nemmeno uno. Ci deve essere qualcosa di così terribile, nelle cose che scrivo, così orrido che le persone scappano via, se non mi hanno mai conosciuto di persona. E poi se anche ne avessi vinto uno con che vestito mi sarei potuto presentare. Se mi dessero un premio dopo morto avrei di che mettermi, però. Toh, mia madre. Mia madre è l'unica che sta piangendo senza interruzioni. non le ho dato niente, così starà pensando, mi sono preso tutto e non le ho lasciato nulla. E per di più me ne sono andato senza salutare, senza chiarire alcunchè. Non c'era nulla da chiarire, questa è la mia opinione. La mia ragazza è stata sempre d'accordo con me, anche su questa cosa. So già che troverà qualcuno migliore di me da mettere in croce. No, non posso pensare che siate tutti qui. Con alcuni di voi ho davvero spaccato in due la montagna, e adesso è tardi, a voi non è importato mai nulla. Mi avete assunto nelle dosi consiglite, avete seguito le ricette e di volta in volta vi ho fatti sentire più giovani, più intelligenti, più autori, più attori, più sportivi, più registi, sempre di più. Sempre di più, stavate nei miei paraggi e vi caricavate come batterie, finché le pile, le mie, non le avete esaurite. E adesso sto qui morto con il mio vestito nuovo. Con quest'orrida teoria di bacetti sulla guancia, io che i diminutivi li ho sempre odiati. Vi ho visti piangere per motivi migliori e ad essere sincero non ho mai sopportato il contatto dei vostri corpi, ma forse ve ne siete accorti anche voi, sempre pochi abbracci, poche strette di mano e pochi baci sulle guance delle vostre ragazze, in saluto. Ma guarda cosa doveva capitarmi, crepare, crepare, con tutte le cose che avevo ancora da fare. meno male, è andata bene, la morte era l'unica cosa che poteva arrestare il mio consumo infinito di risorse. Mi da fastidio soltanto una cosa, a questa non c'è rimedio; non ho visto tutti i luoghi che avrei voluto visitare e sono destinato a rimanere in un buco per sempre, almeno per quei dieci anni prima che mi tolgano fuori per vedere in che condizioni mi avranno ridotto gli agenti atmosferici. Ma andate a quel paese, con tutti i bei discorso, c'è sempre tempo nei bei discorsi e poi non resta un cazzo. Quando ero più giovane vi rompevo sempre le palle, dicevo che da morto mi sarebbe piaciuta una sepoltura dignitosa, avrei voluto che il mio corpo fosse conservato nel cuore di una piaramide di marmo fatta costruire apposta per l'occasione, e dentro ci avrei fatto mettere tutti quanti gli oggetti che avevo accumulato in vita, e del cibo per il viaggio. È per questo che c'è stato un periodo in cui mi facevo sempre regalare anelli e bracciali, tutti in argento, già da allora mi immaginavo morto e steso, con le braccia incrociate e questi anelli, poco vistosi ma belli, ornamento delle mie mani finchè non mi sigillavano nella cassa. Ma guarda, me ne hanno tolto uno. Deve essere stato uno di loro, qualcuno si è avvicinato per darmi il bacino e mi ha fregato un anello, bastardi, magari tra qualche hanno racconterà l'occasione in cui l'ho regalato io, quest'anello di merda, vatti a fidare degli amici, nemmeno da morto. Mi piacerebbe rimanere in questo stato per l'eternità, non ci ho mai creduto e invece guarda in che stato sono ridotto, sono morto e ragiono come quando ero vivo, con gli stessi metri. Forse mi posso anche spostare dove voglio, sarebbe il massimo. Mi piacerebbe divertirmi, forse posso anche possedere qualcuno, posso parlare attraverso la bocca di qualcuno ancora in vita. No, esagero, forse non ho tante cose da dire. Una volta immaginavo che se fossi morto e avessi avuto questa possibilità avrei lasciato disposizioni minuziose ai miei familiari, li avrei costretti a lasciare una lavagna in camera mia, poi ogni tanto avrei costretto qualcuno sotto possessione a scrivere per conto mio. Adesso che ci penso potrei direttamente sfruttare qualcuno che sta davanti ad un computer, basta mettere la mia firma alla fine. Sulle disposizioni testamentarie si può inventare ogni tipo di clausola. Non ho fatto in tempo, cribbio. Che stupido, non ho fatto nemmeno in tempo a scrivere un pezzetino di carta, ho scritto tanto e non ho pensato al mio testamento. Pensavo che la mia scrittura fosse sufficiente e invece no. Non se ne fregheranno nulla, mi metterano come un santino nel portafoglio e non faranno nulla per la cosa che mi stava più a cuore. Che fine di merda, neanche da morto la soddisfazione. Non mi hanno nemmeno messo la musica che volevo io, maledetti, lo sapevano tutti che avrei voluto la banda che suonava arrangiamenti di Rino Gaetano, nemmeno quello. Non mi sto ricordando nemmeno una canzone in questo momento. Una, una sì, cavoli, ma la sta fischiettando qualcuno, lui! Lo sapevo che almeno lui si sarebbe ricordato, ma guarda come si è ridotto, pesa meno lui da vivo che io da morto. Ma a proposito, di che cosa sono morto? Non ricordo, anche questo è uno dei miei non ricordi. ma cosa sta facendo? Fischietta una canzone di Rino Gaetano alla mia veglia funebre, grazie, almeno te ti sei ricordato. Mi hanno messo anche l'orologio d'oro, farò una figura di merda con chi non mi vede da dieci anni e non sa che sono dieci anni che non porto l'orologio. Deve essere stata un'idea di mia madre, mi ha messo l'orologio della cresima, d'oro. Tutte le volte che l'ho chiesto per indossarlo non me lo ha mai dato, sempre questa scusa che rovino tutte le cose che indosso e che porto. E adesso invece mi ha messo l'orologio. Speriamo che non mi freghino anche quello, e poi a che cosa mi serve sapere che ore sono. Devo misurarmi con l'eternità e mi danno un orologio con le lancette. Speriamo che almeno non ci sia differenza di trattamento tra inferno e paradiso, quelli mi sembra che non esistano, altrimenti avrebbero già scelto per me. Forse questo è il limbo, forse è uno stadio che dura poco, sto pensando all'eternità e invece tra un quarto d'ora sarò definitivamente spento. Peccato. Un quarto d'ora di riflessione e poi starà tutto a voi che rimanete a guardare. Quando mi porterete in giro con la macchina non sarò nemmeno più energia. Cosa farete? Starete meglio. Ogni tanto potreste leggermi, non vi farebbe male. Penso che il sindaco potrebbe organizzarsi per intitolarmi un premio, una piazzetta, una stradina, in fondo i miracoli miei in vita li ho fatti, ho provato a stampare libri, a far circolare le mie idee e le mie s(a)critture, più di così non posso far nulla. Se solo sapessero cosa penso davvero dei premi, ma, speriamo che non succeda. E ora, che sta succedendo, no, non allontanatevi, no, voglio restare in casa, dove sto andando, cos'è questa, questo è il mio paese, no, più in alto, dove sto andando, ancora giù, ancora giù, come si guida questa cosa? Dove sto andando, cribbio, un ospedale, l'ospedale della mi città, che ci faccio in ospedale, pediatria, odio i bambini, ancora l'ospedale, puzza di cloroformio nei corridoi, quello sono io. Allora non sono morto, ma cosa sta succedendo? Non sono morto, evviva non sono morto, quello sono io, guarda quante macchine, guarda come pulso, ma cosa sta succedendo, cosa succede, noooo! Non voglio tornare, mi va bene così, preferisco morire. Mi rassegno. Ancora vita. Vediamo che succede.

Ben il guerriero


Ben il Guerriero
tratto da Tabula Rasa, numero 4, (Besa Editrice, Novembre 2005),
pp. 300, € 7,00
informazioni su Besa Editrice, iQuindici, Musicaos.

1.
“Sei mai andato da quella verso l’’Hotel Cinque Palle?”, non ci sono andato risposi io, “per me è la più buona di tutte, certo, appena entri la sala è tappezzata di Mussolini, fotografie su fotografie, però la fanno davvero buona”. Discutevamo di pizzerie, qual’era la pizzeria più buona della città, a seconda dei gusti, delle forme e dei tempi di attesa . “In che senso? Ma anche nella sala dove si consuma?”.”Si”.”Vuoi dirmi che uno mangia la pizza e si trova circondato dalla XMAS, i gerarchi e tutto il resto?”. Nemmeno la sera prima avevo visto un film di Russ Meyer un regista del secolo scorso, quello dove un sosia di Hitler viene sodomizzato da un cowboy e finisce divorato da un piranha; quale sarebbe il corrispettivo filmico odierno se Russ Meyer fosse ancora vivo? Domande che frullano in testa quando ho esaurito i miei discorsi improvvisati sulla meteorologia e mi avvento in altri campi dello scibile sapendo che non potrei toccare troppi argomenti e che proprio non mi va di parlare delle splendide performance del Lecce-prime-giornate-di-campionato, quando ogni lunedì è buono perché sul giornale escano titoli del tipo “a un passo dalla Uefa”,”Lecce….Champions?”. Questo venerdì non andrò a cena da Mussolini. Finalmente arrivo a destinazione con il mio collega, dobbiamo riparare un sistema corticale, una cosa semplice, abbiamo fissato l’appuntamento alle dodici così tra una cosa e l’altra tiriamo fino a mezzogiorno e mezza e poi torniamo a casa a mangiare, ognuno a casa sua, così oggi arrivo un po’ prima del solito. Fine settimana, venerdì, due giorni di quiete per lavorare alle mie cose. Prima di tornare a casa passo a comprare le sigarette e chi ti incontro? Ma si, sempre lui, Ben il Guerriero in versione calendario, dietro il bancone. Chiedo un pacco di Pall Mall Rosse. Pago, prendo il resto. Prima di uscire butto un occhio al calendario, Ben in impeccabile completo nero con una vanga in mano, immagino cosa stesse pensando, in quel momento il tabaccaio senza timidezza ‘ne vuole uno? Fanno cinque euro’, esco lasciandolo con un ‘no grazie’. Torno in macchina, caz!, un pacco di MarlBoro, e sì perché a Lecce, se volete un pacco di Pall Mall dovete pronunciare esattamente “PAAL MAALLE” e non “POL MOL”, altrimenti il traduttore fonetico automatico di cui sono abitualmente dotati i neuroni dei tabaccai traduce “MALBORO” e senza alcun problema vi rifila treuroecinquanta di sigarette, prima o poi costeranno come a Londra, così dicono. Va bene, oggi non mi dispiace, una volta tanto si fuma serio. Nel tragitto fino a casa mi chiedo quale sia la cospirazione di oggi, prima il mio collega che mi consiglia di andare a passare il venerdì sera nella pizzeria/nostalgia e poi questo tabaccaio che cerca di farmi passare ogni giorno del prossimo anno, ogni mese per dodici mesi, con una foto trentacinque per cinquanta del beniamino: nessuna cospirazione, sono cose che capitano ogni giorno, anche in edicola. A casa leggo una mail, un amico sta partendo per Bologna, è l’unico posto dove ha trovato un corso post laurea in traduzione che fa al caso suo, dura tre mesi e gli lascia la possibilità di lavorare per mantenersi. “Il traduttore?!?”, ogni volta che ho lavorato presso qualche casa editrice mi hanno sempre fatto fare almeno tre lavori diversi, certe volte mi astraevo, mi osservavo dall’alto, il mio corpo piegato sul tavolo come in un coma fotografico, ‘ma cosa sto facendo? se qualcun altro mi stesse osservando?’, altre volte somigliavo ai cinesi nel circo, quando ero piccolo al circo c’era sempre il numero dei piatti tenuti in rotazione vertiginosa su bacchette alte e flessibili, quando uno stava per smettere di ruotare bisognava dare una carica altrimenti cadeva in terra, il mestiere di traduttore come quello di correttore sono in via di estinzione, il paese è ancora ricolmo di laureati in discipline umanistiche di conseguenza bisogna spremersi al meglio, riuscire a passare con disinvoltura da un tavolo di progettazione ad un tavolo dove i libri dopo essere stati progettati vengono stampati, piegati, impilati, cellophanati e magari anche spediti. Questa era la prima cosa che mi veniva in mente pensando al mio amico che voleva fare il traduttore, ce lo siamo detti, il traduttore puro come il poeta puro non esistono, se non altro a Bologna, seconda città leccese, troverai quel che cerchi, c’è posto per tutti, siamo autarchici. Mi addormento. Penso a quella parola. Ma l’ho detta sul serio? Ho detto ‘autarchici’? Questo pomeriggio filerà liscio come ogni venerdì pomeriggio, tutti hanno fretta di chiudere pensando sabatodomenica e a come lo passeranno, domattina sarò in qualche ipermercato a fare la spesa per una settimana insieme alla mia ragazza.

2.
– Hanno portato via il gorgonzola – che cosa vuol dire, non vuol dire niente ‘hanno portato via il gorgonzola’, sarà finito, è mezzogiorno, sai che il sabato mattina negli hard discount è la stagione delle cavallette. La mia ragazza non ne vuole sapere. Siamo immobili davanti al banco frigo, sezione latticini ed affini, con lei che vuole convincermi che prima o poi, prima della chiusura, qualcuno verrà a riempire gli scaffali vuoti e potremo ritornare a casa felici con il nostro gorgonzola. Cerco di farle cambiare idea, “vedi, in fondo non è che sia così importante, questa settimana salteremo due pranzi a base di gorgonzola, niente gnocchi di patate al gorgonzola, non succede nulla, cosa vuoi che succeda?”. Aspetto una risposta affermativa, mi aspetto un segnale, qualcosa del tipo “va bene, hai ragione, in fondo che cosa ce ne importa, sono solo due etti di formaggio”. Mentre aspetto una risposta il mio occhio vaga per il supermercato, nessuna signora carina, il corridoio dove siamo io e lei è deserto, continuo a vagare, sento qualcosa alle spalle, mi giro verso lo scaffale di fronte, pasta legumi e cornflakes, osservo un pacco di pasta, leggo l’etichetta, non voglio credere ai miei occhi, ‘pasta balilla’. Prendo la mia ragazza per un braccio, lei crede che sia la solita scenata, non ha capito nulla, andiamo alla cassa paghiamo e usciamo. Alla cassa il commesso non batte ciglio, prende i prodotti e prima ancora che io abbia fatto in tempo a sistemarne uno nella busta lui me ne scaglia un altro, ci guardiamo, non capisce, non voglio farmi capire, prima di pagare lo faccio attendere finchè l’ultima delle mie merci non è inserita nell’apposita busta. Sul suo camice nero c’è una macchia, sembra cenere, eppure negli ipermercati è vietato fumare, è vietato ovunque.

3.
Il fine settimana è anche l’unica occasione che mi è rimasta per andare dal barbiere ad aggiustarmi i capelli. Quando avevo venti anni, non molto tempo fa, nemmeno troppo poco, insomma quando potevo permettermelo portavo i capelli lunghi, sempre lunghi, finchè un giorno non decisi di farmi un doppio taglio alle tempie, per sentirmi più leggero, alla fine la testa alleggerita cominciava a piacermi, ‘troppi capelli troppi pensieri’, così mi rapai a zero senza pensarci due volte. Adesso ho raggiunto un punto di equilibrio, circa una volta al mese, di sabato, vado dal barbiere a farmi radere e per un’aggiustatina.
Entro da Lino. La bellezza di questo luogo è disarmante, non c’è nulla, nemmeno la musica nell’aria, l’unico ronzio è prodotto da un condizionatore d’aria che sta sempre acceso, anche d’inverno, qui dentro si può fumare. Quotidiani stropicciati sulle poltrone, cinque del pomeriggio, tutto ciò che deve accadere è già accaduto, la mattina con i caffè portati dal garzone ai primi clienti e scene simili, mi siedo in poltrona, Lino si gira e mi chiama, il mio turno è subito. Mi guardo allo specchio mentre il mio collo viene circondato da un asciugamano, le prime volte deve essere stato differente. Ne sono certo, le prime volte succedeva qualcos’altro, mi ricordo che Lino mi chiedeva che taglio preferivo, addirittura prendeva delle riviste, sempre le stesse, che teneva nascoste nell’armadietto insieme alla schiuma da barba e alle lozioni, sfogliava velocemente uno di questi giornali usurato e stropicciato dall’uso, poi, cambiava idea come un michelangelo davanti alla pietà rondanini, si fermava un altro secondo e alla fine mi mostrava una foto. Prima deve essere stato così. Non mi ricordo quando è successo, non ricordo nulla. Lino estrae un rasoio da un cassetto, mi dice “tutti quelli che vedi in giro hanno tre, al massimo quattro di lame…questo rasoio ne ha cinque, qui a Lecce Provincia lo usiamo soltanto in due, io e mio cognato di Maglie”.
Il rasoio di Lino non mi spaventa, la mia testa è cosparsa di schiuma, uno strato sottile, circa due centimetri. Dopo due minuti sono rasato a zero, non so più se la mia testa è calda per via di tutti i pori e follicoli che sono stati passati al filo di cinque lame oppure perché la superficie della mia calotta subisce d’improvviso il calore delle lampadine, entrambi i motivi mi sembrano spiegazioni decenti. Faccio uno squillo alla mia ragazza “dove sei?”. E’ in un negozio di scarpe, non è molto lontano. Vado io.

4.
Questo si che è profumo. Dicono che Coco Chanel abbia realizzato il suo mitico Numero Cinque mescolando non so quante essenze. A quanto pare il potere di questa fragranza, quando fu proposta, non consisteva tanto nel profumo in se stesso, quanto nel fatto che quest’odore nuovo fosse nient’altro che questo: un odore nuovo, sintetico (traslucido, mai visto), inesistente in natura. Entro nel negozio di scarpe e mi sembra di essere un atomo finito in una boccetta di Coco Chanel nel pomeriggio precedente alla scelta della fragranza numero cinque, un attimo prima del mescolìo miracoloso. Ci sono diversi gruppetti seduti o in piedi, tutte coppie composte da commessa & cliente, per terra, vicino ad ognuna di queste coppie giacciono scatole e scarpe, se fossi miope penserei di essere capitato su un set cinematografico. Si filmano le conseguenze di un attacco suicida, tutto è esploso in aria e per qualche coincidenza inspiegabile sono rimaste soltanto le gambe dei cadaveri, gambe di pelle e di cuoio, gambe sventrate fino allo stinco oppure fino all’inguine, gambe insieme alle loro bare di cartone con differenti marche e iscrizioni. La mia ragazza, non potrei immaginare il contrario, sta provando un paio di stivali neri che le arrivano fino al ginocchio. “Con questi sto bene? Mi piacevano anche quelli lì, soltanto che c’era solamente il trentasei”, rispondo che vanno bene quelli, se solo potesse scegliere un altro colore “stai scherzando, sono anni che ho smesso di indossare scarpe colorate, non sono più una bambina, nemmeno tu, pensaci, guardati”. Il tono di quel ‘guardati’ è perentorio. Lei parla con quel tono quando intende portarmi con i piedi per terra risparmiando inutili battute, così assume quel tono e se la cava con una parola. Non riesco a replicare, ha ragione. Il mio paio di Aurora di pelle sono testimoni di questo e di altri smacchi, belle, nere, con un sottile filo bianco che percorre la suola, marziali, eppure così comode, non me le tolgo mai, nemmeno a lavoro, in realtà a lavoro ne indosso un paio diverso, quelle senza il filo bianco e con la suola a tacchetti gommati color marroncino, non potrei presentarmi in ufficio con un paio di scarpe troppo frivole. Chiedo alla mia ragazza se è soddisfatta dell’acquisto, le dico di prepararsi, mi piacerebbe passare da una libreria qualsiasi, giusto una mezzora. I nostri sabatodomenica sono così. La commessa del negozio di scarpe fa scivolare un foglio all’interno della busta insieme allo scontrino, c’è una festa stasera in una discoteca del centro, si tratta di una Commemorazione, un presentimento percorre il mio rachide fino alla base della nuca, spero che gli amici della mia ragazza non mi ci vogliano portare. Non ci penso fino a stasera, non voglio pensarci.

5.
In libreria con la mia ragazza. Non so quale libro acquistare, osservo la copertina di un libro di versi, lo prendo, lo sfoglio un po’, guardo il prezzo, non costa nulla, forse ne vale la pena, no, non ne vale la pena, lascio il libro appoggiato su una pila di best-seller e continuo la mia perlustrazione. Leggo diversi risvolti di copertina “un marinaio abbandona la sua abitazione, in un paese sulla costa dalmata, in cerca di avventure nel mar mediterraneo, dovrà accorgersi, a malincuore che…”, “…e così Roderigo si trova da solo, accerchiato dal nemico e da tutte le sue paure, finchè l’orgoglio non lo spinge a misurarsi con quanto di più terribile è rimasto, con…”, “lui, lei, un intreccio che non può essere descritto se non paragonato a…”. Chiudo ogni libro producendo un rumore secco, una smorfia nauseata mi resta impressa nella mente, sul volto un sorriso da idiota. Compro un dizionario. “Ma questo è il terzo che compri, cosa te ne farai di tutti questi dizionari vuoi dirmelo?”. Cerco rifugio nelle parole, credo che le parole, nel loro germe, contengano una possibile spiegazione di quanto mi sta accadendo intorno, niente di più. Tengo questa considerazione per me. Un commesso si avvicina come un falco pellegrino, uno di quelli che sono scolpiti all’ingresso del municipio o che svettano ancora sul cornicione del palazzo prefettizio. Mi chiede se sono soddisfatto. Non proprio, ma può andare, passo la mano sulla testa, odoro ancora di talco “odore di bimbo”.

6.
Invece devo pensarci, sono costretto a pensarci. “Quale migliore occasione per mettere in mostra i miei stivaloni nuovi?”, così mi ha detto, stivaloni. Davanti a certe affermazioni sono inerme, sono un bruco che cammina sopra un escremento, zampetta dopo zampetta, pensando che prima o poi diventerà farfalla, ma quanto dura mediamente la vita di un bruco? E se non diventerà farfalla, se arriverà alla fine dell’escremento tirando l’ultimo respiro? Non voglio pensarci, invece devo pensarci. Hanno telefonato alla mia ragazza, si sono liberati giusto due posti per la Commemorazione, non possiamo mancare, non dobbiamo mancare, ‘d’altronde’, come dice lei, ‘quando ci capita ancora? L’ultima a cui siamo stati è stata due anni fa, stai diventando noioso, ogni tanto mi va di fare le cose che fanno gli altri, non sono come te io…’. Già, forse è vero.

7.
Vengono a prenderci direttamente da casa, sono due amici della mia ragazza, lavorano nel suo stesso ufficio. Siamo al Flower dopo venti minuti di slalom cittadino da casa nostra fino ai vicoli e ai cunicoli del centro storico. Fuori dal locale ci sono un migliaio di persone, tutti vestiti di nero. La musica ci investe da diverse centinaia di metri. Parcheggiamo la macchina, la Commemorazione inizierà tra una ventina di minuti, ce lo dicono i parcheggiatori abusivi sparsi lungo la strada. Alla fine riusciamo ad entrare. La Festa della Commemorazione si tiene ogni due anni, ecco perché non ci vado sempre, certe volte sbaglio l’anno oppure credo di esserci già stato, può capitare a chiunque. E’ la festa che ricorda attraverso quali vicende il nostro paese riuscì, nel secolo scorso, a raggiungere l’indipendenza dalla ragione, accadde più o meno nel duemila e dodici. Un percorso difficile e tortuoso che condusse le nostre esistenze – noi che ancora non eravamo nati – a divenire ciò che oggi siamo, ammassi di neuroni inscatolati, in corso di continuo rammollimento.

Io avevo letto alcuni libri, da bambino, e mi era capitato di osservare diverse registrazioni video che raccontavano queste vicende. Non ci capivo nulla, mi ricordo personaggi vestiti di blu o nero, carriarmati, altre persone che venivano fucilate o delle quali i corpi mutilati venivano esibiti con allegria, da compagni dei nostri il cui volto era nascosto.
La Commemorazione ricordava tutto questo. Nel bel mezzo della musica tutto divenne silenzioso, comparvero alcune di queste immagini accompagnate ad un sottofondo musicale, poi un altro momento di silenzio ed infine un grande applauso. La faccia di Ben il Guerriero, nero vestito, con il cranio rasato, era proiettata dovunque. Ma come era possibile tutto questo, che cosa era successo? Una parte della mia testa aveva dormito per quarant’anni, cinquanta forse, ancora di più? Eppure avevo meno di trent’anni, continuavo a ripetermelo, credevo di stare vivendo un incubo, eppure fino al giorno prima non mi ero accorto di nulla. In che paese vivevo? Non riuscivo a rispondermi. La mia reazione fu inaspettata, corsi via dal Flower e salii su un taxi.

8.
Le ho risposto al telefono appena un attimo fa, l’ho rassicurata, sei già a casa? Va bene, arriverò anche io, dammi un’ora. Mi faccio scarrozzare ancora un’altra ora in giro per la città, non so cosa voglio, non so se questa città mi appartiene, non so cosa voglio fare da grande, mi sono abituato al peggio senza nemmeno accorgermene, non mi sono accorto di nulla. Lei stava cambiando, la città intorno a me stava cambiando, il paese era cambiato da tempo, nonostante l’ordine fosse in cima ai discorsi di tutti i gerarchi, nonostante in questo torrido inverno degli anni ’50 – secolo due – era fascista – mi sembrasse di aver vissuto una giornata come le altre.

9.
Ritorno a casa. Salgo i tre piani di scale, un gradino alla volta. Domani sarà diverso, non smetterò mai di ripeterlo, contro ogni schermo che replica continuamente il contrario farò tutto il possibile perché ciò non accada. Mi chiedo se sia possibile fare qualcosa per cambiare questa situazione che non mi piace, mi volto verso di lei cercando una conferma, uno sguardo. E’ ancora domenica. E’ già domenica. Ho pensato che potremmo andare in pizzeria, questa sera. Un mio collega me ne ha consigliata una, dice che si mangia davvero bene, l’unica cosa che devo riuscire a sopportare è il gran numero di quadri e fotografie che ritraggono Ben il Guerriero, ce ne sono di ogni dimensione, in tutte le stanze. Il mio collega mi ha spiegato che c’è un trucco semplicissimo, ‘guarda fisso nel piatto dove mangi, resisti finchè hai fame, quando li incontri da solo non voltarti mai per primo’. Non sono d’accordo.

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Il giardino di fuoco


Il giardino di fuoco

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Le sue mani racchiudono i seni in due coppe con una stretta ammiccante. Lo sguardo è altrettanto lascivo. La donna è in ginocchio con le gambe spalancate, poggiate su un pavimento rivestito in moquette. Fuori c’è il sole, tanto sole. Si direbbe un giorno d’estate. Come ho fatto ad arrivare fin qui? Non ricordo. Lei continua a sorridermi ferma, quasi immobilizzata, come se la stessi osservando in un fermo immagine latente. Intuisco che là fuori ci saranno almeno quarantacinque gradi centigradi, le macchine procedono a rilento su un nastro d’asfalto, come se i copertoni schiodassero la superficie della strada all’inizio di ogni giro di ruota e la riincollassero al termine del giro, moltiplicato per quattro ruote, moltiplicato per un centinaio di autovetture che passano in questo tratto di strada ogni venti secondi, velocità sostenuta. Di fronte c’è un albergo, non può essere altro, una costruzione in finto stile liberty. Com’è che sono finito qui? Ora ricordo, avevo finito di leggere la posta elettronica, vagavo nei meandri di google, sono giorni che battendo sulla tastiera questo nome mi esce sempre ogogle, non credo che dislessia sia la parola esatta per descrivere il fenomeno, o forse sì. Il prezzo di un barile di petrolio ha raggiunto i sessantacinque dollari, questa notizia mi fa pensare alle automobili con occhio diverso, come fossero carcasse in movimento venute da un tempo archetipo, me le immagino nei musei tra quindici anni, gdf003.jpgimmagino una copia di me invecchiata che apre il garage, toglie un telo di plastica impolverato dal cofano di un auto, f aun giro settimanale al suo catorcio. Ma che cazzo ci fa la Tour Eiffel là dietro? Alle spalle della pornostar ammiccante, come caduta dall’alto piantandosi nel mezzo dell’albergo, c’è la Tour Eiffel. Ricordo di Venezia. C’è solo un posto al mondo dove l’uomo è stato così coglione da ricostruire Piazza San marco in scala 1:1, Las Vegas, ergo, ci può essere soltanto un luogo dove si può costruire una copia della Tour Eiffel, cioè Las Vegas. Salvo l’immagine e torno al motore di ricerca. Sono pronto a compiere un massacro. Sequestreranno il mio hard-disk cercando le prove della mia colpevolezza, perché il kitsch è terrore, e le azioni volte a contrastare il kitsch, quandanche velate di espedienti attinti alla strategia del terrore, sono benefiche. Scrivo ‘Las Vegas’ ‘Tour Eiffel’, sono fortunato, ecco l’albergo, appartiene alla catena dei Caesar’s Palace, adesso ho bisogno di una mappa dettagliata, così potrò attuare il mio piano devastatorio e cruento. Maps.google.com, inserisco nel campo ‘Las Vegas’, osservo una piantina della città, faccio uno zoom sul viale principale, quello dei casinò e degli alberghi, che oggi si chiamano tutti ‘Resort’, mi vengono in mente immagini nauseabonde che pesco nei ricordi degli anni ottanta, lo stivale gigante, il cow-boy gigante pieno di luminarie da festa leccese, quando il genere umano è vicino al disastro, tutto si riempie di luce, la mia azione di terrore sarà illuminatrice.Eccolo lì, l’albergo si chiama ‘Casino Paris’, passo in modalità satellite, la sagoma della Torre è inconfondibile, ne riconosco i contorni anche da questa stanza. L’ultima foto che mi hanno inviato da Parigi era uscita male, l’angolazione era sfuggita al controllo, forse un incidente, la Tour Eiffel non si vedeva, si vedeva la sua ombra. Qualche giorno fa hanno arrestato un iracheno, nel suo computer portatile hanno trovato le foto scattate da satellite di alcune località italiane, dal suo cellulare nei giorni precedenti al suo arresto erano partire diverse telefonate a numeri italiani e tedeschi. Devo stare attento a come uso il telefono, nessun passo falso, nessuna mossa azzardata. Osservo la foto. Torno ad osservare la mia Camila, è così che si chiama lei, sull’altra finesta. Passo da una finestra all’altra in cerca di un indizio, devo capire dove è stata scattata questa istantanea. Di fronte al ‘Paris’ c’è una piazza enorme, prato inglese e fontane che si illuminano di notte, e un altro albergo, il Bellagio Hotel. Il nome mi fa accapponare la pelle, mi viene in mente Frank Sinatra. Sono nella fase che succede alla scelta dell’obiettivo, questa fase prende il nome di ‘raccolta delle informazioni’. È il momento di visitare il sito da vicino, raccogliere campioni. Il Bellagio Hotel ha soltanto suite. Planimetria delle stanze. Stanze 42-56. Penthouse Room. Enlarge. La moquette è la stessa della foto, identica, la stanza è la numero 46. È qui che Camila si è fatta fotografare, interpreto il segnale. Le vergini non ci attendono in cielo, le vergini che ci aspettano sono arrivate con una taxine – un taxi limousine da undici metri – si sono fatte accompagnare nella loro stanza al settimo piano dell’albergo fingendosi attrici porno, hanno fatto la doccia, hanno indossato una veste di lino bianco intessuta con oro, dopo circa due ore sono state immortalate, faceva da sfondo una ricostruzione esatta della Tour Eiffel. Il messaggio completo è 24 agosto, Parigi. Camila mi accoglierà nella capitale francese, regalandomi due barrette di cioccolata, ‘ne bastano due per far crollare un palazzo di quaranta piani’, ‘oppure per ridurre in cenere un aeroporto di medie dimensioni’ aggiungo. Le cariche esplosive contengono il segreto della nostra mirifica strategia. Le Twin Towers ne erano imbottite fino alle fondamenta, esistono tre ingegneri in tutto il mondo capaci di attuare un piano simile. Noi siamo portatori di messaggi semplici, colombe della pace.

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Chi di voi non ha desiderato, almeno una volta nella sua vita, di vedere crollare un ponte da una distanza ravvicinata, o qualche altra cosa, essere lì mentre cade? È una sensazione indescrivibile, non si può comunicare, il vuoto che ti lascia dentro è sempre più grande dello spazio che viene liberato. Dura un attimo, poi ne vuoi ancora.
Quelli rasi al suolo siamo noi, ci muoviamo al limite e ogni passo allontana il margine del limite di un altro passo. La notizia del rapimento di un funzionario ci riempie di sdegno, dopo poco meno di un anno vengono rapiti dieci funzionari ogni sei mesi. Il crollo di un aereo o il rinvenimento di uno zainetto ricolmo di epslosivo, se inesploso, passa inosservato. La cosa peggiore è che passa inosservato l’inasprimento delle leggi, la chiusura delle frontiere, la limitazione della privacy. Quando ci vorrà perché su google ognuno di noi possa essere localizzato? Qualche anno fa una società vendeva foto prese dal satellite a 87 dollari l’una, credo che il prezzo oggi sia in ribasso, quando io e Camila abbiamo divorziato ho speso una cifra incredibile di euro per farmi arrivare nella casella postale le foto scattate al tetto di casa sua, la vetrata limpida da cui ogni giorno potevo vederla stesa nel letto, prima del risveglio. Utilizziamo questi strumenti da anni.
Adesso il tempo è maturo. Quel che ci attende, lì fuori, è un giardino di fuoco.

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[Si ringrazia Rachel Aziani, nella parte di Camila e la direzione dell’Albergo Paris di Las Vegas, per la cessione gratuita della stanza n. 46, il racconto tratto da Vertigine_6, “Politicamente scorretto”]

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