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Roberta Pilar Jarussi recensisce “Il romanzo osceno di Fabio”


“Il romanzo osceno di Fabio”, di Luciano Pagano

“Per amarsi con agio c’è bisogno dell’autunno,
al massimo di una primavera.
D’estate è l’inferno e d’inverno i sensi vanno in letargo.”

Un romanzo. Un romanzo breve, che ha però l’ampiezza, gli spazi e la gestione del tempo del romanzo vero e proprio. Come se del romanzo fosse l’essenza, un concentrato.
Il romanzo osceno di Fabio è un romanzo scritto in tweet, pensato, partorito, costruito per il tweet, e non il contrario. Voglio dire, non adattato al tweet in un secondo momento. Una storia, quindi, che puoi leggere esclusivamente rispettando le regole che il tweet impone: lunghezza predefinita e contenuta di ogni frammento; somministrazioni quotidiane in dosi omeopatiche del testo.
È una cosa contro natura, mi verrebbe da dire.
È una piccola violenza (costrizione) che lo scrittore fa a sé stesso e al lettore vorace. Ma tant’è. Il romanzo osceno di Fabio, si legge così. Una manciata di tweet al giorno, o niente. E, come spesso accade, è entro limiti ben tracciati, che il desiderio e la creatività bruciano al meglio: si desidera, e si crea, in misura (anche) di quel che non si può possedere.

Poi a un certo punto Luciano Pagano mette il suo romanzo osceno in rete. E diventa possibile scaricarlo. In un attimo si rompe l’incantesimo, saltano in una botta sola la smania da astinenza e le regole da dose quotidiana…
Ricomincio dall’inizio. Titolo, copertina, dedica. Sfoglio pagine virtuali che non posso toccare. Leggo caratteri grandi, perfetti per le mie diottrie, nero nitido su pagine bianche, bianchissime. Poche righe. Minimale.
Leggo tutto, senza interruzione, torno indietro tutte le volte che voglio, rileggo meglio, evidenzio le frasi che mi colpiscono.
Piacere e turbamento è quel che sento. Il turbamento è un sentimento concreto, fisico, per quanto mi riguarda. Quando c’è, devo capire da dove viene e che significa.

Le cose che mi turbano potrebbero essere dei punti di debolezza, invece sono esattamente i dettagli che caratterizzano questo romanzo. Il mio esser turbata, quindi, ha a che fare con i punti di forza di questo lavoro, ed è legato ad elementi molto precisi.

Il Ritmo
Non è fluido, non è morbido, non è tondo. È spezzettato. Come un respiro sempre in debito di aria, che non recupera mai. Non so dire se è una condizione determinata dal fatto che il romanzo è costruito in tweet , oppure è il contrario. Cioè, se è la struttura, la forma, la sua ‘natura’, a renderlo perfetto per questo ‘involucro’.

Il Sesso
Esplicito, spinto, forte, ben raccontato. Eppure è come se tutto il resto – intorno, fuori e dentro, prima e anche dopo – fosse congelato. Pure il desiderio è oltre la linea di sicurezza. Si avverte la smania, la voglia, sento persino inquietudine tra le gambe mentre leggo, ma il desiderio è immobile. Altrove.

Il Sentimento
Immagino che l’autore abbia avuto la tentazione, almeno in certi passaggi, di scivolare in considerazioni più intime e toccanti. Immagino abbia avuto voglia di andare nei pressi del cuore e sguazzarci un po’. Immagino che, a volerlo fare, non avrebbe faticato per niente. Sarebbe stato facile anche per i lettori seguirlo, scivolare con lui e scavare un po’ di anima, e un poco di carne. Un poco e un poco. Invece l’anima non si tocca, neanche si sfiora. La carne si vede, ma da lontano.
Anche quando entra nel dettaglio e racconta minuziosamente gli umori dei protagonisti, le loro storie, il loro passato, i loro sogni, quel che arriva è una descrizione chirurgica, soddisfacente, ma asettica. Senza sangue.
E’ disarmante. Perché viene voglia di affezionarsi. Affezionarsi ai personaggi, o detestarli, prenderne le parti o buttarli via… Invece, non succede niente. Il nostro ‘sentire’ percepisce ogni cosa, ma sempre a un passo di distanza, almeno. È come scopare senza calore (il ‘sesso meccanico’ della Marchesa in giovane età), o mangiare senza fame.
Allo stesso modo, mentre leggi di Fabio e della Marchesa, un po’ diventi come loro. Sei aderente alla storia, ‘dentro’, ma l’emozione (non che non ci sia) è circoscritta. Ferma. È altro da te. La osservi da fuori, non ti sporca.

La Lingua
È l’anima di un romanzo, la lingua. Qui è ‘semplice’. Volutamente semplice. Scarna. Secca. Frasi brevi che non ammettono distrazioni e tengono alta l’attenzione.

La domanda costante che mi sfiora mentre leggo, è:
come si fa a scrivere un romanzo così sconcio, denso e assassino, pieno di spunti esistenziali che rimanderebbero a ben altro, senza mai scivolare nella riflessione intimistica, in quella melassa che è il sentimento… senza mai rendere la storia, con tutto il groviglio erotico ed emotivo che contiene, una faccenda personale?

Quel che non è esplicitato nel romanzo – che è essenziale, meno di così non si sarebbe potuto dire – l’autore lo ‘racconta’ tra le righe, con lo stile, i tempi, le pause, le assenze.
E allora quel Ritmo a singhiozzi, che inquieta e lascia sospesi, a mezz’aria, diventa funzionale al romanzo.
Il Sesso spinto ma prosciugato di vita, e l’atmosfera che questa strana combinazione di fattori produce, pure diventa utile alla storia. È interessante, perché questo dato si coglie solo dalla seconda metà del romanzo in poi, acchiappa di sorpresa, a storia avviata.
Anche la totale (mai estrema) assenza di Sentimento, sensazione non del tutto ‘gradevole’, è aderente a quel che la storia racconta.
Infine, la Lingua. Il ‘suono’ della pagina, elemento importante quanto e più di quel che la trama svela, è così nuda, al nòcciolo, da non lasciar spazio ad alcun vezzo. Come tutto il resto, qui.

La difficoltà, e il guizzo creativo e il carattere in questo lavoro, non sta tanto – secondo me – nell’esser scritto in tweet, ma nel mantenere una certa estraneità al tutto, dall’inizio alla fine, costante, senza mai perdere la misura, senza mai accorciare le distanze. Senza mai prendere le parti di nessuno, senza mai entrare davvero in quel letto, senza mai bere del tutto quel seme, senza mai penetrare veramente quel culo, facendoti sentire il piacere, tutto, e il disagio, la dipendenza, la gabbia, il potere, il sesso in corpo, persino. Ma solo l’odore. Senza toccare. Senza speranza. E senza amare, mai.

Roberta Pilar Jarussi

“Il romanzo osceno di Fabio” è disponibile, in versione integrale e senza tagli, su Amazon.it, al costo di 0,92€

“Piacere Dispiacere” di Roberta Pilar Jarussi.


“Piacere Dispiacere”
Roberta Pilar Jarussi

da "Reflections", di Guido Argentini

Una mano. Cinque dita
Piacere, dispiacere, lettere, amore, matrimonio

Piacere
Il balcone aperto, entra calore e notte. Mi sfiori. Mi baci con estrema lentezza, senza foga, a labbra dischiuse e umide. Mi saluti bene, finalmente. Sono arrivata 3 ore fa! Mi piace rimandare un saluto importante. Ti spogli. Alzi la mia maglietta. Le pance, lisce. Mi spogli. Notte e sudore. Sfilo quei sandali senza aiutarmi con le mani. Scendo dai tacchi. Non sono mica alti. Ma di colpo sono piccola e ti amo dal basso. Tutta la pelle a disposizione. E una notte intera della quale non sprecheremo niente.

Dispiacere
Faccio sempre lo stesso giro. Alla stessa ora. L’ora in cui il cielo non ha più luce, ma non è ancora nero. Dalla strada si vede il balcone, quadrato, grande. Dal balcone si intuisce la stanza. Quadrata, grande. La tenda chiusa e le persiane spaccate di vento e pioggia e sole e ancora vento. Verdi, dovevano essere. Cadono a pezzi. Mi fermo là sotto, a mezz’aria. Tra la grondaia e il marciapiede, tra il presente e un tempo che fu, tra un passato freddo almeno quanto questo inverno che inizia e un futuro incerto, almeno quanto i ricordi. Che scaccio. Oltre la tenda, silenzio. Lampadine giallo colla, vetri opachi, un televisore muto e nero, il termosifone freddo, polveroso e liscio, accarezzato con mano pulsante, insistente e tremula neanche fosse il seno che ti deve nutrire, il frigo vuoto, pezzi di pane tra le dita sgranato come perle di un Rosario, cacciato in gola come un cazzo nemico, buttato giù tutto tutto, fino all’ultima goccia di solitudine e rabbia, la Bibbia, la preghiera, sotto voce, e i pensieri, che urlano, sbattono in ogni angolo, dal soffitto al suolo, anche nelle crepe del muro, il telefono staccato per errore o chi lo sa, e un mondo intero fuori, nudo, impotente, sbattuto via, come un feto nel cassonetto.

Lettere
Non è importante che tu mi scriva. Ma promettimi una cosa: ogni tanto prendi quel libricino sensuale e scarno, rosso rosso e ruvido… quello che mi hai fatto conoscere tu. Aprilo a caso. Andrà bene qualsiasi pagina. Te la dedico.

Amore
Quando vengo a controllare la ferita, quel taglio perfetto, i lembi puliti puliti, il sangue è rosso nero, pieno di ferro, sangue buonissimo. Ma non esce subito. Arriva dopo, copre tutto, non si vede più niente. E io sento una specie di brivido sotto al palato, poi scende, tra l’esofago e il cuore, s’incastra alle costole, e non è dolore, ma carne della stessa carne.
Quando sei nato e io ho detto Ehi…, sei qua!
Ogni volta che sento la parola Mamma, rivolta a me. Parola alla quale ‘io’ non mi abituo.

Matrimonio
Chi lo sa, poi, se il tuo è stato un matrimonio perfetto. Si fa presto a buttare via un matrimonio o a innalzarlo a monumento. Ma chi lo sa. Io dico che il Matrimonio non dovrebbe esistere. Che ognuno dovrebbe potersi sposare a modo suo e impegnarsi dinanzi alla propria coscienza di far le cose come si deve. Io, per esempio, il mio matrimonio non lo butto nella fossa. Avevo un cappellino fatto a mano da mia madre, il giorno del mio matrimonio. Avevo le gambe unte di crema al sapore di mandorle. E un laccetto azzurro annodato sotto al vestito, perché porta fortuna. Avevo il riso nella pancia, tra le natiche, sotto i denti. Mi son dovuta spogliare per lasciarli cadere quei chicchi, tic tic tic, tutti giù per terra! Era un pomeriggio di autunno, ma sembrava un primavera, era una festa laica ma piacque anche ai preti, era una cosa seria invece l’abbiamo fatta per gioco.

In punta di dita” è il blog di Roberta Pilar Jarussi. Roberta Jarussi è autrice de “Nella casa” (2003, Palomar). La sua voce colma con il racconto quotidiano del paradosso la distanza sanguigna e corporea che un occhio disattento, descrivendo i rapporti umani, scambierebbe per un deserto immoto [Luciano Pagano]