Nadia Turriziani di Periodico Italiano su “È tutto normale”


“Dopo il primo romanzo di successo dal titolo “Re Kappa” (Besa editrice 2007) Luciano Pagano si rimette nuovamente in gioco con “E’ tutto normale” (Lupo Editore) in uscita per il mese di giugno.

Un incrocio casuale dei destini. Congiunture alchemiche che tutto creano e tutto distruggono.

Pagano utilizza ad arte un linguaggio proprio, a dir quasi contemporaneo per descrivere un mondo, quello dell’amore forte e contrastato di una coppia di omosessuali salentini.”

Nadia Turriziani su Periodico Italiano (Leggi l’articolo qui)

Approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno preso parte al reading di ieri sera, dove ho letto in anteprima un frammento del romanzo, il libro è in arrivo in casa editrice, quindi a breve in libreria; appena sarà disponibile ne darò notizia. Nel frattempo, un saluto ai miei (pazienti) lettori.

Un ricordo di Saramago.


Fiera del Libro di Francoforte, 1997. Lo vedo senza avvicinarmi, ho troppa paura di lui. È Lo Scrittore, lo scrittore preferito, quello che ti cambia. Lui è lì e io non ho nemmeno un suo libro, cazzo!, non posso mica comprare un libro in tedesco solo per farmelo firmare, non ho nemmeno un marco. Lo avvicino, scambiamo qualche battuta, parliamo di filosofia e di Gesù, di come i suoi libri mescolino questi argomenti, con una crudezza e una semplicità disarmanti, gli porgo il mio Zarathustra, lui lo guarda, sorride, poi scrive con la sua penna “Por Luciano, con permizo de Nietzsche, la simpatia, José Saramago, Frankfurt, 18/10/97”. Addio.

Noi contro la legge. Berlusconi e il corto circuito mediatico.


C’è una cosa che, chi mi conosce bene lo sa, non ho mai fatto negli ultimi sei anni. E se l’ho fatto è stato con criterio, per un motivo particolare, mai sentito come in questo momento. Berlusconi ha un potere, anzi, è dire poco, Berlusconi ha tanti poteri. Uno dei suoi poteri più efficaci, quello più subdolo, è il potere che lo fa entrare strisciando per la porta di casa, attraverso uno schermo, un modo di dire, una battuta. Il potere di seduzione con cui cattura quotidianamente sempre più italiani disposti a dimenticare che cosa Berlusconi è stato. Perché è troppo difficile studiare, documentarsi, leggere i libri, guardare i film, i telegiornali, ascoltare le interviste, cercare gli approfondimenti. Così basta una battuta detta al momento giusto e il sorrisino scappa anche a chi ha votato Bertinotti fino alla legislazione precedente. Sempre migliore di chi non è andato a votare con la convinzione che comunque il nostro posticino lo avremmo avuto. Ed ecco che mi trovo a fare qualcosa che ho fatto poche volte, ovvero sia prendere un articolo per intero e postarlo su Musicaos.it. Oggi è stato un giorno particolare, per via del caldo sono rimasto chiuso in casa fino alle 19.30, ho twitterato e ho avuto modo di seguire la vicenda di Daniele Luttazzi e la replica di Wu Ming. Secondo me tutta questa vicenda deve essere letta sotto la lente orbicolare dell’ansia da prestazione di resistenza culturale cui ci impone, per il solo fatto di esserci e agire, Berlusconi. Ecco, dopo ciò che ho veduto e letto in questa settimana posso soltanto dare una definizione di Berlusconi, quella cioè di Re Mida, con la differenza che al posto dell’oro c’è la merda, con la differenza che la merda ha lo stesso inodore colore dell’oro. Ci sembra che sia oro finché non ne apprezziamo le conseguenze sulla democrazia. Daniele Luttazzi? Soltanto uno che copia le sue battute. Travaglio e Santoro? Due furbi che tirano su soldi grazie all’odio che riescono a diffondere per Berlusconi. Beppe Grillo? Andiamo a controllare il suo 740 prima di parlare! Saviano?!? Non parliamo di Saviano, lui che grazie a Berlusconi ha fatto i soldi con Gomorra! Berlusconi: ciò che tocca lo trasforma in merda, anche quando ad agire non è direttamente il premier bensì il modello robotico mentale che ognuno di noi, volente o nolente, ha implementato nel cervello. Apriamo gli occhi, con un po’ di anarchia, al di sopra delle parti. Con questo spirito e soprattutto con la voglia di lanciare un messaggio a chi ci sta più vicino, almeno a loro, che ricopio per intero l’articolo di Umberto Eco preso dal sito de L’Espresso. Buona lettura, finché è possibile.

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Umberto Eco
“A piccoli passi verso il regime”

Le norme sulle intercettazioni. Il controllo dei tg della tv pubblica. E prima il lodo Alfano, i tagli alla scuola… Berlusconi trasforma le istituzioni un passo dopo l’altro, con lentezza. Perché i cittadini assorbano i cambiamenti come naturali. Così al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.

Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire “La pupa e il secchione” a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l’enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l’Africa.

In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l’assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell’aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche (“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).

In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell’argomento) che, nell’ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l’altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura – e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d’informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l’evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l’amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l’esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?

Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre.

Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell’azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell’inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d’Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d’arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/noi-contro-la-legge/2127975

La “Trilogia del Nord” di Louis Ferdinand Céline.


Ci sono scrittori che ti segnano la vita, come Céline. Ci sono anche librai che ti segnano la vita, ma questo è un altro discorso. Prossimo al diploma, un giorno, entrai in libreria. Il mio libraio di fiducia mi disse “se non hai letto ancora Céline ti sei perso una cosa“. Acquistai “Morte a credito”. La stessa settimana compilai una cartolina di quei club-del-libro assurdi dove ti agganciano (the hookers) regalandoti un libro scontatissimo e poi devi fare i salti mortali per non farti più spedire a casa i libri tratti dalle sceneggiature dei film che vanno di moda. Detto ciò, mi iscrissi a suddetto club per ricevere a casa l’edizione dell’editore Corbaccio di “Viaggio al termine della notte”. E sono due. Premetto che parlo di un’epoca, il 1994, dove i libri della maggior parte degli editori erano ancora cuciti e incollati, con tutto il rispetto stiamo parlando di un’altra cosa. Adesso se vi va bene spendete 17€/25€ per una salma di pagine incollate alla bisogna, portatelo in spiaggia e dopo tre giorni sarà buono come carta igienica. Ci manca solo il chiodo ficcato in alto a sinistra e potete farne buon uso. Insomma. Ho provato la stessa emozione quando oggi sono entrato in libreria e mi sono accorto che Einaudi si è finalmente decisa a pubblicare l’edizione economica della Trilogia del Nord di Céline, fin qui edita da Einaudi/Gallimard a prezzi decisamente più alti (più del doppio). L’operazione è meritoria, non al 100%, lo sarà quando faranno la stessa cosa con Guignol’s Band I & II, anche essi presenti nella stessa edizione. Cosa dire di Céline? Tanto per cominciare con ciò tutto che può provare un lettore nei confronti de “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon, qui si è su un altro pianeta. Mettete sullo stesso scaffale, uno di fianco all’altro “Trilogia del nord” e “Infinite Jest”, allo stesso prezzo, e vediamo che succede! Altro che…La guerra, il sangue, la merda, le fughe, i ricattucci, la moralucola, insomma un affresco che dire dantesco è poco. Peccato che in circolazione ci siano pochi studentelli capaci di apprezzare tale effetto detonante, tutti presi come sono a studiare il toto-tracce della maturità…Quasimodo? Futurismo? Ungaretti? Unità d’Italia? Poi ti esce un componimento in greco di Pascoli e va in culo a tutti! Beffati! Fottuti! E poi c’è la prosa di Céline tradotta da Guglielmi/Stasi con un’audacia che rasenta l’impossibile. Si resta così, seduti su una pentola bollente, da una frase all’altra, da un ricordo all’altro, da un castello all’altro. Ci sono scrittori che si amano o si odiano, altro che bagatelle. Come lettore, a Charles Bukowki, sono debitore di un consiglio, quello secondo il quale possiamo buttare tutti i libri e tenerci Dostoevskij, Nieztsche e Céline. Non mi scorderò mai quando scrissi il mio primo romanzo, “Re Kappa”, mettendoci di straforo la storia del rinvenimento ipotetico di un manoscritto postumo di Céline, “La volontà del Re Krogold”. Nicola Lagioia mi scrisse accennando tra le altre cose che l’idea di metterci Céline era comune a Bukowski. Bum bum bum Bardamù! Io ci pensai un secondo, pensai a “Pulp” e capii che entrambi gli autori erano talmente entrati nello strato subcorticale del mio inconscio da non accorgermi nemmeno del tributo inconsapevole che avevo ‘estratto’ da me. Insomma, un mondo senza Céline, fosse anche un mondo di non scrittori, non meriterebbe di essere vissuto. In un periodo in cui vanno di moda le trilogie, alcune valide (una sola) e altre che fanno pena, ecco una vera Trilogia. Nel frattempo sono riuscito a sganciarmi dal famigerato club-del-libro appioppando la comanda a mia sorella, che si è veduta la libreria sommersa da libri con Tom Hanks in copertina. Poco è il male.

Dalla prefazione:

Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con “Viaggio al termine della notte” e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.
Scegliendo di rievocare a modo suo ciò che aveva visto e ciò che aveva vissuto nella Germania del 1944-1945, non c’è dubbio che Céline fosse cosciente d’essere uno dei pochi in grado, per sensibilità, immaginazione e stile, di dare un’esistenza letteraria a una simile apocalisse. A Baden-Baden, a Berlino, a Zornhof, a Sigmaringen, la Storia stessa sembra aver autonomamente assunto la cadenza di un romanzo céliniano. “C’è stato un cataclisma. […] La cosa ha fatto del rumore, ribollimenti, bengala, cataratte. C’ero dentro, ne ho approfittato. Ho utilizzato questa materia”, dice Céline in un’intervista del 1960. Intorno al 1955, col distanziamento che gli veniva da dieci anni di prigione, di esilio e di miseria. Céline si era reso conto di possedere in quell’esperienza il materiale del romanzo che avrebbe portato a compimento l’opera cominciata nel “Viaggio” con la rievocazione del primo grande sconvolgimento di questo secolo. Attraverso il racconto di un’avventura personale che lo aveva fatto odiare da quasi tutti i suoi contemporanei, proprio a lui era stato dato di esprimere quella vita braccata dalla fame, le bombe e la delazione che era stata la guerra per tanti Europei.
Il presente volume che, riunendo le tre parti di questa trilogia tedesca, dà la possibilità di leggerle nella maniera in cui devono essere lette, vale a dire di seguito, deve permettere a tutti coloro che si erano allontanati da Céline a partire dal 1937, di convincersi che la sua produzione romanzesca non si conclude affatto con Morte a credito. Di là dai romanzi del periodo intermedio, “Guignol’s Band” e “Pantomima per un’altra volta”, il cui valore resta ancora in larga misura da scoprire, questi tre romanzi scritti fra il 1955 e il 1961, sono senza dubbio quelli in cui, come succede nelle ultime opere di molti grandi creatori, la voce dello scrittore, sbarazzatasi di ogni prestito e di ogni esagerazione, si fa sentire con maggiore purezza. Tutti coloro che, a partire dalle prime righe del Viaggio, sono stati sensibili al timbro e alla cadenza della “piccola musica” céliniana, a questo tracciato teso sul vuoto, spezzato in continuazione, in continuazione ripreso, a questa respirazione affannata che sa come nessun altra mantenere il lettore col fiato sospeso, ritroveranno qui, più forti che mai, i prestigi di uno scrittore che, quale che sia la severità dei giudizi che si possono pronunciare su altre parti della sua produzione, si afferma di giorno in giorno come uno dei più grandi romanzieri della sua epoca.
Un mondo a ferro e fuoco, per tre quarti distrutto, che viene percorso in ogni direzione da esseri stralunati in cerca di cibo e riparo, questa è la Germania che Céline impone alla nostra immaginazione. “I tempi sono fuori dai gangheri”, come nell’Amleto. Stretta a tenaglia dai diversi eserciti alleati, sorvolata impunemente giorno e notte dai loro aeroplani, bombardata instancabilmente, questa Germania della disfatta è un incubo in cui Céline gira a vuoto, alla ricerca della breccia che gli permetterà di uscirne. Tutta la guerra è qui – non più quella dei combattimenti, delle pallottole che fischiano, delle trincee, dei corpo a corpo, ma quella dei bombardamenti, degli esodi, degli internamenti. In queste rievocazioni di nazisti sconfitti e di collaborazionisti francesi senza via di scampo, si trova resuscitata e inscritta nel linguaggio della letteratura un’esperienza della guerra che è stata quella di milioni di uomini per più di sei anni; nei momenti di parossismo, un ciclo di zolfo e di fuliggine, quelle esplosioni di bombe che rappresentano per tutta la trilogia come un sottofondo sonoro o un basso continuo, l’odore tenace di legna e di carni bruciate, la scoperta di cadaveri, a volte rimasti in piedi, a volte seppelliti sotto le macerie, a volte invischiati dentro del bitume fuso; il resto del tempo: la fame, la paura, il freddo. Céline in testa, quasi tutte le figure che popolano questi tre romanzi sono quelle di gente esiliata, lontana da casa, la cui esistenza in un paese al termine delle risorse è minacciata in continuazione, francesi collaborazionisti di Sigmaringen, internati raccolti a Zornhof, feriti, militari dispersi, donne e bambini che in Rigodon riempiono i marciapiedi di tutte le stazioni di Germania e i pochi treni che ancora circolano, sono tutti “fuori posto”, minacciati; hanno tutti un solo pensiero: sopravvivere. All’ossessione dell’approvvigionamento (e cosa dire di quelle carni sospette, un po’ troppo bianche, che a volte ti vengono offerte?) si aggiunge l’idea fissa di un arresto all’improvviso e di un’esecuzione immediata.

Descrizione
“Da un castello all’altro” è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola.

Trilogia del Nord: Da un castello all’altro-Nord-Rigodon, Einaudi, 2010, XXIX-1092 p., brossura, 24€
ISBN: 9788806202958

“Imperial Bedrooms” il nuovo romanzo di Bret Easton Ellis disponibile su Amazon.com


Uno dei miei scrittori americani preferiti. Di sicuro uno dei migliori tra i viventi. Autore di American Psycho, Meno di zero, Glamorama, per citare i tre che mi sono piaciuti di più. Il suo ultimo romanzo “Imperial bedrooms” è disponibile su Amazon.com, attendiamo fiduciosi la traduzione in italiano e la relativa pubblicazione da parte di Einaudi. Questo romanzo riprende lo stesso personaggio di “Meno di zero”, Clay. Le prime recensioni non sono molto lusinghiere, molto giocate sulla solita canzonetta del “non si possono riprendere gli stessi caratteri a distanza di anni sperando che il risultato sia ottimale”. C’è chi ha addirittura azzardato l’ipotesi che se Salinger avesse scritto un seguito di “Catcher in the rye” (Il giovane Holden) molto probabilmente il protagonista, un uomo un po’ attempato, sarebbe somigliato al protagonista di “Imperial bedrooms”. A volte non c’è niente di più onesto di un lettore. Onestamente non mi fido finché non lo leggo, anche perché sono convinto che i personaggi che gli scrittori creano sono un po’ come i fantasmi, e ti vengono a trovare finché non te ne sei liberato completamente. E forse Bret Easton Ellis, nonostante il cinismo sornione e la deferenza cui abitua il lettore poco esperto, forse aveva bisogno di far fuori qualche scheletro dall’armadio. Se proprio non ce la fate ad aspettare procuratevelo (dal 15 giugno)  in lingua originale.