Sant’Agostino e i festini di Roma, 1600 anni dopo.


Il brano che segue è estratto da uno dei capolavori di Agostino, La Città di Dio, composto nel quarto secolo dopo Cristo, circa 1600 anni fa. In particolare l’estratto è dedicato alla descrizione delle feste e del clima di generale licenza che imperversava nella capitale dell’Impero. I fatti di questi giorni rendono questo passo attuale, con una discreta e imbarazzante prepotenza. Buona lettura.

“Dilaghino le prostitute, a disposizione di chiunque desideri fruirne e soprattutto di coloro che non possono permettersi una concubina. Si edifichino abitazioni grandiose e decoratissime, si frequentino i banchetti fastosi, ove chiunque ne ha voglia e mezzi, di giorno e di notte, si diverta e beva, vomiti e si distrugga. Risuonino dovunque i balli, i teatri ribolliscano dei clamori di un disonesto divertimento e di un’infinita varietà di piaceri, ora crudelissimi, ora volgarissimi. Sia additato a nemico pubblico chi prova disgusto di questa felicità; chi tenti di trasformarla o di rimuoverla sia allontanato dalle orecchie della moltitudine scatenata, rovesciato dalla sua posizione, rimosso dal consorzio dei viventi. Siano considerati veri dèi quelli che la fanno conseguire questa felicità ai popoli e dopo conseguita gliela conservano. Si facciano adorare come vogliono, richiedano gli spettacoli che vogliono, li godano insieme o a spese dei loro adoratori: purché questa felicità sia al riparo dai nemici, delle pestilenze, di qualsiasi rovescio. Questa repubblica chi, sano di mente, oserebbe paragonarla non dirò con l’impero romano, ma col palazzo di Sardanapalo? un re d’altri tempi così dedito ai sensi, da far scrivere sul suo sepolcro che i suoi unici possedimenti da morto erano i piaceri che la sua lussuria, da vivo, aveva nel gustarli dissipato. Avessero costui come re, così condiscendente verso i vizi e mai avverso né severo verso nessuno che ne goda, gli consacrerebbero un tempio e un flamine più prontamente che non gli antichi Romani a Romolo” [Agostino, La Città di Dio, traduzione e cura di Carlo Carena, Einaudi-Gallimard, 1992]

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