Se la rivista (radical) chic diventa editore


L’evoluzione dell’editoria digitale, negli ultimi anni, ha fatto passi da gigante. Soltanto dieci anni fa il panorama delle riviste letterarie e dell’editoria poteva essere paragonato a un mare calmo, senza vento, con il web che muoveva i primi passi, i social network inesistenti e i blog letterari influenti che si contavano sulle punte delle dita. La rivoluzione, o quantomeno il cambiamento dello scenario, è cominciato quando alcune tra le testate più importanti hanno capito che potenziare i propri strumenti sul web avrebbe portato, sulla media e lunga distanza, più lettori di quanti ne avrebbe portati la semplice circolazione in libreria. Non sappiamo ancora se a ciò corrisponda un incremento del guadagno, di ciò si potrà parlare tra qualche anno. Una cosa è certa, la diffusione degli ebook reader e quella, esponenziale, degli smartphone, ha portato a una ridefinizione del concetto di editoria. E se una rivista ‘storica’ italiana come “Belfagor” chiude, dopo ‘66 anni di libertà’ così come ha scritto Mirella Appiotti su “La Stampa” di sabato 15 settembre, ce n’è un’altra, oltreoceano, che si reinventa per l’ennesima volta aprendosi all’editoria.

Stiamo parlando di “The New York Review of Books” (http://www.nybooks.com), rivista bisettimanale di letteratura nata negli anni ‘60 a New York. Sue Halpern, “editor” della rivista, nel suo ultimo editoriale (20 settembre 2012) descrive la nuova iniziativa della testata. Qualche anno fa, mentre la Halpern stava scrivendo un pezzo per la rivista, dedicato ai dispositivi di lettura digitali, si era imbattuta in un romanziere che nonostante i successi di critica ottenuti con il suo primo romanzo, aveva incontrato molte difficoltà nel trovare un editore per la sua seconda opera. Lo scrittore pensò che il fenomeno era dovuto soprattutto al fatto che l’editoria tradizionale, a lungo andare, aveva reso più difficile la vita dei libri meno commerciali; ciò poteva significare, in futuro, una riduzione drastica del mercato per alcuni libri piuttosto che per altri. Fin qui nulla di nuovo, potremmo dire, anche perché il mercato americano, nei confronti dell’editoria digitale, è sicuramente diverso da quello nostrano. La “editor” tuttavia, dopo un’immancabile disquisizione su quanto il libro di carta sia bello, buono, e profumato, riflette sul fatto che molte opere, se non fosse proprio per la grande diffusione dei lettori digitali, non potrebbero vedere la luce, ovvero sia, non potrebbero avere lettori, e ciò perché pubblicare un libro rilegato, cucito e copertinato, costa sempre di più. Ecco quindi l’idea: perché non prendere quei libri che hanno trovato poco spazio presso gli editori in edizione tradizionale e non pubblicarli in formato ebook?

Perché non sottrarre all’oblio della lettura opere di un certo spessore, veri e propri classici della contemporaneità, scritti da autori validissimi, ma che per un motivo o per un altro, non sono stati pubblicati oppure non hanno avuto la circolazione che meritavano? La conclusione, come potete immaginare, è che “The New York Review of Books”, luogo migliore per far partire questa iniziativa, ha appena dato il via alla pubblicazione di una serie di ebook.

Nulla di nuovo, direte. In effetti qualcosa di simile, in Italia e soprattutto negli Stati Uniti, esiste già. Feltrinelli qui da noi ha cominciato a pubblicare brevi storie di autori conosciuti, direttamente in formato ebook; come sempre agli italiani “piace vincere facile”, come recita un noto spot.

La vera sfida della rivista americana, che Tom Wolfe definì “il principale organo teorico del Radical Chic”, consiste proprio nel fatto che la redazione del NYRB impiegherà nell’iniziativa tutto l’impegno e tutte le sue forze, per fare in modo che i libri scelti mantengano uno standard di qualità elevatissimo, sia per la redazione che per i lettori.

La prima opera pubblicata è “The Water Theater”, di Lindsay Clarke, scrittore già vincitore del Premio Whitbread nel 1989, messo in vendita sul sito della rivista a 9 dollari e 99 centesimi. Il romanzo racconta “con una narrazione magistrale”, la vita di un reporter di guerra di nome Martin Crowther. Si tratta di una storia di crescita, una storia familiare e allo stesso tempo una storia dove i temi della lotta di classe, della follia, liberalismo e delle buone intenzioni si mescolano. Un libro forte, che come tutte le “grandi narrazioni” ha a che fare con le questioni centrali di ciò che significa essere umani. Insomma, un capolavoro. Almeno così secondo “The New York Book Review”. La cosa bella è che dopo avere letto l’articolo di descrizione del nuovo capolavoro, curiosando in rete, mi sono accorto che il libro è uscito nel 2010, che la critica lo ha accolto benissimo, che è stato pubblicato in diverse edizioni e che, questa‘ristampa in “bit” del NYRB, costituisce l’ennesimo rilancio. Se avrò la fortuna e il tempo di leggerlo scriverò la prosecuzione di questo articolo, magari incominciando a raccontare dell’acquisto del libro, in versione cartacea, su Amazon, al prezzo stracciato di 4 dollari e 78 centesimi.

@lucianopagano

(pubblicato sul quotidiano Il Paese Nuovo
di sabato 22 settembre 2012,
immagine di Crawl Palmetto

http://crawlpalmetto.co.uk/index.php/2012/08/29/do-you-want-to-be-popular/)

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