“Le Belle Creature”, di Martina Melgazzi. Un racconto inedito.


“Le Belle Creature”

Martina Melgazzi

Quattro ragazzi diversi, ma non troppo: legati dalle ombre e dai morsi di un’età inquieta. Un’estate estremamente calda, che passa come un battito d’ala, lasciandosi alle spalle domande e futuri sospesi.

Marco, Amanda, Giulietta e Filippo non sono ragazzi speciali e non vogliono stupire nessuno: la loro esistenza e la loro età sono le basi per il racconto.

Scrive l’autrice, Martina Melgazzi: “Le Belle Creature parla dei ragazzi inquieti che affollano le strade, i bar, gli angoli bui dei parchi, i social network. Marco, Filippo, Amanda e Giulietta raccontano la mia generazione e sono, come io amo definirli, quattro dinamiti discrete: come ogni giovane adulto, sono pronti ad esplodere rumorosamente, ma sfogano la rabbia nel silenzio delle loro stanze isolate. Noi ragazzi siamo Le Belle Creature che tutti osannano e che tutti temono.”

§

Marco

Imprecai quando la bottiglia di birra mi scivolò dalle mani. Era estate piena e la mia pelle si ricopriva costantemente di sudore, nonostante gli strati di vestiti fossero ridotti al minimo: pantaloni corti e maglietta, certe volte nemmeno quella. Per una questione di principio e di abitudine, la sera non era veramente ben spesa se non la si passava al parco vicino al fiume, decorata da numerosi mozziconi di sigarette, gettati con noncuranza vicino alle bottiglie mezze piene. Ce ne fregavamo dell’ecologia, ce ne fregavamo dei rifiuti sporchi che abbandonavamo in giro. Eravamo sempre i primi a manifestare, a scioperare, a latrare contro le ingiustizie e le superficialità, ma, in fondo, eravamo sempre i primi anche a chiudere un occhio davanti alle bugie di tutti i giorni e a proteggere le nostre illegalità sottobanco. Capisco solo adesso le parole di mio padre, quando mi diceva che facevamo casino per tutto e che se avessero deciso di dipingere di azzurro le strisce pedonali, avremmo organizzato dei cortei di capi popolo starnazzanti anche per quello. Paladini davanti alla folla, criminali nelle nostre stanze. Io, che mi svagavo fingendo di essere un blogger alternativo, questa grottesca contraddizione, in qualche modo, l’avevo percepita e costellavo il mio blog con frasi di accusa e di protesta all’ipocrisia generale. In pratica, avevo esteso nell’infinito virtuale il mio sporco conformismo reale. Mi pavoneggiavo con i miei occhiali neri dalla montatura spessa e con la mia pietosa barba da acerbo cerbiatto in crescita. Ero un principe dalle mille false corone e credevo di avere una marcia in più rispetto agli altri. Probabilmente, ero certo del fatto che, prima o poi, sarebbe sceso in terra il Padre Eterno in persona ad ammirarmi. Lo schianto del vetro per terra fece calare il silenzio per qualche secondo, poi alcuni dei presenti addirittura applaudirono. Quella sera eravamo almeno una quindicina di ragazzi, tutti appollaiati sui gradini che circondavano il campetto da basket, in cerca della posizione più fresca e rilassante da adottare. Erano soltanto le dieci, ma già non c’era quasi più niente da bere: ogni bottiglia era stata aperta e scolata con foga, per impedire al caldo di rovinare il sapore delle bevande. Filippo si avvicinò e, a voce bassa, mi propose di andare a casa sua con il solito gruppo. Io, lui, Amanda e Giulietta: gli inseparabili o quasi. C’era una ragione a noi sconosciuta che ci legava e ci faceva ruotare attorno agli stessi posti, alle stesse frasi. Semplicemente, dal nostro primo incontro tutti insieme i problemi e i dubbi che ci agitavano si erano amalgamati profondamente in un unico collante. Eravamo tutti e quattro diversi, sempre pronti ad azzannarci o a parlare per ore. In fondo, avevamo paura di indagare sui nodi che ci stringevano gli uni agli altri. Salutammo senza molto entusiasmo gli altri e uscimmo dal cancello principale del parco, per poi dirigerci verso i marciapiedi che affiancavano i condomini alti e scuri del quartiere. Sui balconi degli appartamenti si potevano vedere alcune sagome indistinte, mollemente accasciate su delle sedie, per godere della relativamente fresca aria notturna. Da quando era iniziata l’estate, avevamo trascorso quasi tutte le nostre serate in quel parchetto, incontrando sempre le solite persone, le solite storie. Abitavamo, pressappoco, nella stessa zona della città, che non mancava di bar e di locali, ma ogni giorno fissavamo il nostro appuntamento lì, al chiosco del parco. A volte capitava di andare a casa di uno di noi, per stare tranquilli in compagnia, senza la presenza scomoda di tutti gli altri ragazzi del quartiere. La casa di Filippo era la meta che preferivamo: era la più vicina al parco e spesso era libera, poiché Filippo abitava solamente con sua madre, una divorziata alla disperata ricerca di comprensione tra le braccia delle amiche, o di qualche amico, di vecchia data. Le serate che la donna trascorreva fuori di casa erano molte e, quasi sempre, accompagnate anche da qualche bicchiere di vino di troppo, che le rendeva impossibile tornare dal figlio in un orario accettabile e dignitoso. Quest’ultimo sembrava non soffrire affatto per questa situazione. In verità, Filippo sembrava non soffrire mai per niente e per nessuno. Poche volte metteva a nudo i suoi sentimenti, senza nascondere la fatica, il dolore e il fastidio con i quali sceglieva le parole adatte per sfogarsi. Sapevamo che qualche cosa non andava e sapevamo anche che trascorreva alcune notti fuori di casa fino all’alba, vagabondando con una compagnia di ragazzi più grandi: la tipica banda di venticinquenni tutti ossa e occhiaie che si vedono nei tetri reportage sulla droga. In fondo, era anche per questo motivo che sceglievamo di terminare le nostre serate a casa di Filippo: per cercare di stancarlo il più possibile, in modo da non lasciargli più le energie per scappare e passare la notte in qualche vicolo. Quando arrivammo all’appartamento, ci accorgemmo dalla polvere e dal disordine che sua madre doveva essere fuori di casa da alcuni giorni. Ci sedemmo sui divani sgualciti e ci ipnotizzammo davanti ad un documentario sugli animali più feroci del mondo. Un leone, straordinariamente in basso nella classifica, si tuffò su di una gazzella e la uccise con pochi ed eleganti morsi. Non provavo alcun disgusto per questo tipo di scene, perché sapevo che la carne ben cotta che ero abituato a trovare nel mio piatto era stata ottenuta con metodi anche peggiori. Verso mezzanotte, l’aria nella stanza iniziò a diventare pesante e densa di stanchezza: Filippo dormiva con la testa piegata di lato e la bocca aperta, spossato dalle ultime due birre bevute in mezz’ora, Amanda fissava il vuoto con lo sguardo perso, svanita nelle sue mille fantasticherie. Giulietta mi guardò, si alzò in piedi e disse che era ora di andarsene, sperando che Filippo non fosse in grado di uscire a fare cazzate. Giulietta era bassa, magra, troppo magra, con due piercing, uno al naso e l’altro al labbro inferiore, e con i capelli corti rossi. Era più simile ad un folletto, che ad un essere umano, a dire la verità. Quando parlava, tutti la ascoltavano: perché era rispettata, perché aveva una voce roca e affascinante, perché era bella. Lasciammo Filippo accasciato sul divano e ci dividemmo dopo un saluto veloce, andando ognuno per la sua strada.

Amanda

“…Perché ti ho giurata bella e ti ho pensata pura, tu che sei nera come l’inferno, e buia come la notte.” Adoravo Shakespeare. Molti mi prendevano in giro per questa passione, come se ci fosse stato un qualche motivo di vergogna nell’ammirazione per il lavoro di un grande poeta. Anche Filippo mi derideva, ogni tanto, per la mia abitudine a citare spesso i paroloni di un qualche artista artisticamente morto, perdendo la capacità di parlare con i vivi. Io non avevo abbandonato la capacità di comunicare, ma, sicuramente, avevo ben pochi motivi validi per farlo. Era sublime per me la gratificante abitudine dei morti di ignorare e di non rispondere. Stavo attraversando a fatica un periodo esistenziale particolarmente rumoroso e denso di presenze sgradevoli: erano troppe le persone che ambivano alla mia amicizia. Forse, perché ero lesbica e l’amico o l’amica omosessuale era un’altra di quelle scialbe mode alternative, proprio come l’adozione sfrenata dei levrieri sfruttati per le corse clandestine. Erano in molti ad aspettare il proprio turno per farsi ammirare in giro con me e per darmi una compassionevole pacca sulla testa. In verità, odiavo le tenerezze, ma amavo il fascino della poesia in generale, anche se Shakespeare rimaneva il mio punto di riferimento: per quanto morto possa essere, sicuramente i temi da lui trattati non condividono con lui l’oscurità silenziosa della tomba. E se l’è cavata egregiamente a scrivere di amore, di gelosia, di anime corrotte, di tenebre e dello scorrere famelico del tempo. Egregiamente, certo. Amavo la poesia istintiva, esplosiva: è la forma primitiva e più rovente del pensiero fatto parola. Se dovevo parlare d’amore, la mia mente scivolava tra immagini di corpi, di umori e di sangue: avrei rovinato la mia anima animalesca se avessi tentato grottescamente la sublimazione dei miei pensieri deliranti e fisici. Rantolii, carne, nebbia, saliva, seni e sudore. Questa era la mia poesia ed era l’unico estro artistico concepibile per me. Credevo di avere una propensione innata per lo scrivere e traevo le mie ispirazioni da due muse incantevoli: l’alcol e una ragazza, Barbara. Non ero sicuramente una di quelle persone sdolcinate e con la testa fra le nuvole, al contrario, vivevo perfettamente in sintonia con la mia estrema e schietta praticità, senza provare un particolare imbarazzo per la scarsa delicatezza che manifestavo. Eppure, c’era qualche cosa nell’alcol che mi faceva cambiare modo di essere e di pensare: quando ero ubriaca, amavo scrivere e lasciarmi trasportare dalle mie stesse parole. Erano parole dolci, parole rabbiose, ma, comunque, parole più profonde e sorprendenti di quelle che avessi mai scritto da sobria. Scrivevo poesie, le cosiddette poesie alcoliche, e le scrivevo bene, molto bene. Mi chiamavano scherzosamente Shakespeare ubriacona, ma ero veramente vicina al livello del mio adorato poeta. Barbara era la seconda musa ispiratrice. A scuola, l’avevo urtata sulle scale, mentre lei stava girovagando senza una meta apparente. Per prima cosa, l’avevo insultata e poi, ad un secondo sguardo, me ne sono innamorata violentemente. Aveva uno sguardo perso e preoccupato, dei capelli lunghi e biondi e possedeva una grazia particolare, timida. Era la mia fiamma, la mia coniglia ingenua, da sempre. Non eravamo mai state insieme sul serio e forse nessuna delle due lo desiderava, ma vivevamo in un continuo inseguimento, cercandoci con appassionata foga per alcune settimane e poi ignorandoci silenziosamente in altri periodi. Barbara era sempre presente in qualche angolo malsano della mia mente, nonostante tutte le mie varie cotte occasionali. A nostro modo, ci completavano a vicenda e la presenza altalenante della malinconia e dell’armonia mi dava un vivo desiderio di scrivere, per sfogarmi e per esorcizzare tutti i graffi letali dei miei pensieri.

Filippo

Io una fiamma non l’avevo, mi tiravo indietro all’ultimo momento, per paura di vivere l’amore come nei disgustosi telefilm americani che trasmettevano alla televisione. In compenso, avevo un ottimo e gratificante rapporto con la droga. Era stato come uno spontaneo percorso di crescita: le compagnie che frequentavo cambiavano velocemente e velocemente mutava il tipo di droga utilizzata per sopportarsi al meglio. Ero partito serenamente dal fumo, ma avevo iniziato presto a desiderare che tutta la sostanza galvanizzante che ingerivo non svanisse in una nuvola evanescente, ma penetrasse totalmente, integralmente, sensualmente in me. Nel mio sangue ruotava un intero cosmo chimico. Passavo i miei pomeriggi estivi in giro con gli amici o in casa, da solo, chiuso nella mia stanza a leggere e a guardare il soffitto, sciogliendomi per il caldo. In verità, era uno strano periodo: i miei pensieri erano solo pessimistici, grotteschi e affannosi, vivevo in una pesante nebbia di confusione, dalla quale evitavo di uscire, minimizzando ogni sforzo di cambiare. Sentivo, ormai, di non essere più al mondo, di avere ogni cellula del mio corpo racchiusa in una bolla di sapone, in attesa di rinascere. Forse, facevo parte della schiera di tutte le belle creature rovinate che spariscono da un momento all’altro. Anche mia madre si era accorta del mio cambiamento e si adattò ai miei tempi dilatati e alla mia intermittente presenza mentale. Se prima, in un tempo remoto, eravamo abituati a parlare molto, ora le nostre discussioni si limitavano a stringati scambi di opinioni a cena, sempre che lei fosse presente a quel mediocre momento conviviale. Mia madre aveva diverse compagnie maschili che la trattenevano fuori dalla mia realtà: si considerava ancora troppo giovane e appetibile per potersi sacrificare completamente ad un figlio. Ad ogni modo, ringraziavo per la monotona placidità della mia vita. Vivevo privo di un padre e abbandonato a me stesso da mia madre. Nemmeno gli altri, in fondo, se la passavano meravigliosamente: Giulietta poteva contare solo su di un padre sconsolato dopo la morte della moglie e Amanda fingeva di amare la propria smisurata indipendenza, concessa da due genitori assenti e schifati dall’omosessualità della figlia. Marco viveva senza grandi intoppi o, per meglio dire, sopravviveva alle moine di due genitori iperprotettivi. Uscivamo di casa e lasciavamo ogni problema nelle nostre stanze, ma la loro ombra terribile ci seguiva e ci faceva tremare di rabbia o abbassare gli occhi per la vergogna. Avevo un immenso bisogno di alcolici forti, perché la mia era una natura irrimediabilmente vigliacca e volevo essere cieco di fronte a me stesso. Ero stanco delle solite birre che mi scolavo con gli altri per scacciare il caldo, ma sapevo che nessuno di loro tre avrebbe capito il mio disagio e, invece, avrebbe immediatamente tentato di aiutarmi, ma la comprensione era un lusso che ormai non desideravo più. L’unica a non giudicarmi era Benedetta, la mia vicina di casa. Era più grande di me di quattro anni ed era stata lei a presentarmi i suoi amici: un branco di drogati senza speranza ed era esattamente quello che cercavo. Non so che cosa mi legasse a lei, forse il suo modo indecente di ridere di ogni problema, forse il fatto stesso di piacerle o forse l’aria beffarda con la quale m’invitava a fare l’amore a casa sua. Era talmente superficiale, da non essere in alcun modo il mio tipo, ma, allo stesso tempo, da farmi sentire vivo e pulsante per un attimo.

Giulietta

Ero uscita con Marco. La mattina mi ero alzata, liberandomi dal caldo soffocante delle lenzuola, e avevo trovato sul cellulare un suo messaggio. Usciamo? Dall’ora di arrivo del messaggio, capii che era stato inviato a notte fonda. Mentre io stavo dormendo e sognavo le scene selvatiche e paranoiche che il caldo notturno mi suggeriva, Marco pensava a me e m’invitava ad uscire, senza grandi giri di parole. Faccia a faccia sarebbe stato diverso, forse avrebbe balbettato o sorriso goffamente: aveva un bel caratterino sarcastico, ma, in realtà, era timido. Per messaggio, per chat o per telefono, sembrava sempre assorto, quasi come se fosse infastidito e replicava a fatica con monosillabi o brevissime frasi. Non era maleducato o scortese, ma era il suo modo di vivere le comunicazioni fredde e senza contatto fisico offerte dalla quotidiana tecnologia. Per lui i social network erano un mondo a parte, una comunità di sconosciuti che lo metteva a disagio. Marco non riusciva a dare una legittima giustificazione alle finte espressioni del volto che si potevano comunicare attraverso la tastiera e la punteggiatura. Forse, però, si nascondeva semplicemente dietro al fascino primitivo di questa sua incapacità, perché il paradosso inquietante risiedeva nelle ore che trascorreva a curare e a diffondere il suo blog. SdegnosaMente si chiamava e lui era estasiato dal doppio significato cinico e altezzoso di quel nome: giustificava quella strana ossessione, che lo faceva apparire tutt’altro che inorridito dal mondo virtuale, con l’idea di poter spingere i nostri coetanei all’indignazione e all’informazione. Quando mi chiedeva di leggere i suoi post, io, per la maggior parte delle volte, fingevo vagamente di essere interessata. In realtà, la colpa della mia ritrosia non stava in lui, ma in me: provavo un senso di agitazione nel leggere le sue parole grondanti sarcasmo e moralismo. Non era lo stesso Marco che conoscevo quello che sperava di diventare l’idolo degli alternativi. Aveva un estremo bisogno del mio consenso, lo sapevo. Fa così freddo, nel web. Sono circondato da un gelido rumore, ma le mie frasi virtuali si irrigidiscono nel silenzio indifferente, mi diceva, ma io non potevo aiutarlo. Era un eroe goffamente inesistente e galleggiava nel caos informatico. A parte questo, io, in fin dei conti, con le emozioni virtuali non avevo troppi conflitti psicologici e ricevere il suo messaggio mi aveva fatto piacere: lo apprezzavo per ciò che era realmente ed era da troppo tempo che non parlavamo seriamente da soli. Non avevo intenzione di inviargli un altro messaggio per avere più informazioni sull’ora e sul luogo dell’appuntamento ed ero sicura che, comunque, non lo avrebbe letto. Dopo pranzo, uscii e mi diressi verso il suo quartiere, lasciando la mia via alle spalle. Casa mia era piccola, una macchia gialla in mezzo ad altre banali villette a schiera. Il giardino davanti all’entrata era mal tenuto e squallido, decorato tristemente con qualche vaso impolverato di fiori ormai trascurati. Sapevo che mio padre si impegnava come poteva per tenere in vita il ricordo della moglie, ma la stanchezza lo stava distruggendo senza pietà e il cortile, che un tempo era stato ben coltivato, ormai era uno spiazzo di erba bruciata e le stanze della casa si erano impregnate dell’odore angosciante di chiuso, di vecchio e di terra marcia. Saltellavo dall’ombra di un albero ad un’altra, per godere di quel poco fresco disponibile. Non c’era quasi nessuno per le strade, solo alcune sagome trafelate che ondeggiavano nell’aria calda. Era una giornata strana, nauseante: il cielo sembrava una cupola dipinta a grandi linee, il sole luccicava come un faro da set cinematografico e il mio corpo procedeva senza la mia mente. Ad un certo punto, credetti di essere la spettatrice di me stessa, posta all’esterno di un dramma psicologico colmo di primi piani silenziosi e di riprese dettagliate dello sguardo della protagonista. Marco era in giardino a leggere. Alzò lo sguardo verso di me, sorrise e mi raggiunse. Quel pomeriggio camminammo per tutto il quartiere, senza mai fermarci o dirigerci verso le invitanti panchine del parco. Ci capitò di ripercorrere la stessa via per due, tre volte, ma lo spazio attorno a noi iniziò a non esistere più. Il calore dei muri, le foglie profumate d’estate e i sassi spezzati dell’asfalto si zittirono e fecero un passo indietro per ascoltarci. Parlavo con un fremito nella voce, ma cercavo di dare il giusto peso a ogni parola. Le mie mani e i miei gesti erano il teatro di ciò che non esprimevo oralmente. La mia mente era piena e pronta ad esondare, come anche il mio cuore. Riflettevo su molto e rispondevo a poco, sempre con un tentennante sapore di tristezza o ironia. Gli stavo dicendo che ero incinta di un ragazzo che loro non avevano mai conosciuto. Ero quasi alla sesta settimana di gravidanza e avevo deciso di tenere il piccolo: il vuoto di sterile depressione che aleggiava in casa era più che sufficiente e non volevo aggiungerci un’assenza fredda e forzata dentro il mio ventre. Sentivo che mia madre, se fosse stata al mio fianco, mi avrebbe consigliato di tenerlo e di amarlo: c’era già un legame con quel fragile fagiolo. Mio padre ancora non lo sapeva, ma mi importava poco di come avrebbe potuto reagire. Il padre del bambino era per tutti loro uno sconosciuto e presto si sarebbe allontanato anche da me. Quello che c’era stato tra di noi stava collassando silenziosamente, soffocato da un deserto di responsabilità e di affetti indesiderati. Mi sentivo come un serpente gonfio e ben nutrito all’inizio della muta; sentivo di avere due cuori, due teste, due anime. Forse, se questa fosse stata una storia meno reale, Marco ed io ci saremmo innamorati perdutamente: io dei suoi silenzi pazienti e lui della mia buffa confusione. Magari, mi avrebbe anche aiutata a crescere il bambino e tutto si sarebbe sintonizzato su strade migliori. Forse, un tempo, ero stata innamorata di Marco, ma non in quel momento. Io gli parlavo e lui mi ascoltava; non c’era amore, ma solo desiderio di fiducia.

Marco

D’estate si facevano molte feste, ma poche erano veramente degne di questo nome. Sembrava quasi che ci fosse uno stampino preconfezionato dal quale ogni festa era ricalcata con cura: musica ad alto volume, tanti, troppi ubriachi e coppie impensabili rannicchiate negli angoli, intente a leccarsi e baciarsi ogni centimetro di pelle scoperta. Era un ritratto inquietante della nostra infinita solitudine, quasi da film scadente trasmesso in seconda serata, ma era la nostra più familiare fuga dal mondo ed io non mi tiravo indietro. Era la mia occasione pubblica di indossare il travestimento da giovane e ribelle artista che preferivo. Per me non era semplice imitare per ore ciò che non ero affatto, ma godevo nel fingere svogliatamente di essere capitato a quelle feste per puro caso, lasciando a tutti l’impressione di doversi sentire onorati della mia presenza. Inventavo progetti che non avevo e bevevo molto, per accentuare la mia aria da colto menefreghista. Se tutto andava per il meglio, riuscivo anche a mettere le mie mani attorno ai fianchi di una ragazza. Quando ero più piccolo e inesperto, era il desiderio di un timido bacio a muovermi; poi, fu il sesso rapido e piacevole ad attirarmi e mi accontentavo di poco. Il copione delle feste rimaneva pressoché immutato e a cambiare erano i luoghi. Ovviamente, nessuno metteva la propria casa a disposizione per più di una volta. La casa di Filippo era in cima alla classifica delle abitazioni preferite per questo genere di incontri, essendo spesso libera e talmente trascurata da non poter temere nulla di peggio. Una festa era in programma per quella sera a casa di Filippo, che era vuota da quasi una settimana. La madre era andata a cena da una sua amica ed era stata invitata improvvisamente a partire per qualche giorno di vacanza con dei perfetti sconosciuti. La donna non era nemmeno ritornata a casa prima di sparire e al figlio aveva inviato un vago e breve messaggio.

Amanda

Quel pomeriggio mi chiusi in camera mia, ignorando i miei genitori appisolati sul divano, storditi dal caldo. Ormai erano diventati come ombre per me, due coinquilini che ogni tanto facevano con discrezione la loro comparsa nelle mie giornate troppo lunghe. In un certo senso, mi sentivo in colpa, perché era una situazione di totale assenza che io avevo creato giorno dopo giorno, trasformandomi in un’eremita esiliata nel mondo della mia stanza. Da quando i miei genitori mi avevano sorpresa sull’uscio di casa con le mani inequivocabilmente appoggiate sul seno di una mia amica, non c’erano più stati momenti di spontaneo affetto familiare e vedevo chiaramente nei loro sguardi tutte le domande e i rimproveri che avrebbero voluto farmi. Io, semplicemente, avevo imparato a voltare le spalle ai loro sdegnosi sospiri e avevo capito come l’avere una figlia omosessuale potesse non essere altrettanto alla moda e alternativo. Ascoltai della musica scaricata casualmente dal computer, sperando che un’atmosfera diversa potesse portare l’ispirazione adatta per scrivere. Fu così, almeno in parte: partorii un racconto di due pagine, ma, più lo leggevo, meno lo sentivo aderire alla mia mente e ai miei pensieri. Provai quasi disagio e imbarazzo ripensando a ciò che avevo scritto, ma non scartai il testo e lo misi da parte. C’era una scatola nera sotto al mio letto e io immaginavo che fosse lo scrigno impenetrabile dei miei aborti letterari più oscuri e immaturi. Il contenitore era piuttosto spazioso, ma era quasi del tutto colmo dei miei scarti: avevo la speranza di poter ridare, prima o poi, un senso ad ogni tentativo, ad ogni errore.

Giulietta

Mio padre bussò ed entrò in camera mia, con la scusa di dover prendere un libro. Mi guardò e sorrise, chiedendomi che cosa stessi facendo. Risposi mettendo in fila le prime quattro parole che mi vennero in mente e poi mi voltai verso la scrivania, lasciandolo uscire in silenzio. Sapevo che la scusa del libro era finta, ovviamente, perché in verità quello era il suo modo di controllare che fossi ancora viva, che fossi ancora sua figlia e che non avessi scambiato la mia anima con la tranquillità immobile di un pezzo d’arredamento. Il mio ventre vibrò impaziente per alcuni secondi: il bambino, di già? Mi chiesi, ancora una volta, se fosse sufficiente avere nel proprio corpo un pugno di geni altrui per essere un figlio, ma non trovai una degna e schietta risposta che giustificasse il mio atteggiamento distaccato con mio padre. Forse, essere un figlio è come tentare di essere uno scrittore: non basta giocare ogni tanto con le belle parole per essere in grado di comporre una vera poesia. Avevo chiesto ad Amanda di scrivere qualche cosa sulla mia gravidanza. Non era stato difficile percepire chiaramente il distacco che la mia condizione inaspettata aveva creato tra noi due: lei non era in grado di accettare l’atteggiamento maturo e adulto che stavo cercando di assimilare. Solo la scrittura poteva creare ancora un affettuoso e intimo ponte. Si espande la pancia del vento e tutte le nuvole vengono a galla, mi scrisse.

Filippo

Verso l’una di notte mi sedetti esausto e frastornato per terra, in camera mia. Era spoglia e desolata: sembrava che ogni oggetto superfluo fosse stato distrutto e poi gettato dalla finestra, verso la strada stretta e sempre poco affollata. In verità, lì dentro non c’era mai stato alcun tipo di arredamento giovanile o accogliente. Passavo intrappolato in quella topaia il minor tempo possibile e non sentivo il bisogno di lasciare una traccia del mio passaggio, del mio carattere. Le pareti erano dipinte di rosso, ma avevano perso molto della vivacità iniziale del colore. C’erano un letto, una poltrona e un comodino sparsi casualmente per la stanza, nient’altro. La festa stava andando bene: la sala e la cucina assomigliavano ad un girone infernale, gonfio di persone euforiche e in pulsante movimento. La serata procedeva per brevi e strozzati flash nella mia testa; mi muovevo a tentoni nelle immagini e il filo logico della mia memoria si srotolava a onde, come me. Non mi ricordavo esattamente il momento in cui mi ero spostato nella mia stanza, ma mi tranquillizzava il fatto che non ci fosse nessun altro dentro. Anche quella sera eravamo tutti e quattro nello stesso luogo, lasciandoci ogni tanto ruotare l’uno attorno all’altro in quella folla di carne sudata, fissandoci dai lati opposti della stanza o ridendo insieme per qualche secondo, senza davvero conoscere il motivo dell’ilarità. Come amici eravamo anomali, ma come osservatori e comparse avevamo talento.

Marco

Avevo visto Giulietta stretta contro un muro, intenta a parlare con un paio di ragazze, mentre dentro di lei cresceva una piccola vita che si cullava nel suono ritmico e monotono della musica. Il suo corpo pallido non sembrava neanche minimamente toccato dallo sporco denso e appiccicoso della stanza e delle persone, ma i suoi occhi stanchi si erano colmati dell’opacità dell’aria umida e mi avevano fatto capire che quella sera, anche lei, era una creatura di questo mondo, per una volta lontana dai suoi modi arruffati. Il folletto burrascoso e vitale che fremeva in lei era stato schiacciato dall’imperfetto camuffamento da donna che ogni bambina deve indossare, quando la vita vera bussa indiscretamente alla porta. Amanda entrò nella stanza e si lasciò cadere vicino a me sulla poltrona, con grande pesantezza, appoggiandosi allo schienale come un sacco inerte imbottito fino all’orlo. Aveva bevuto e il suo sguardo non mi piaceva: era rovinato da un’acquosità ottusa e quasi animalesca, ma quella sera mi guardò poche volte seriamente negli occhi, lasciandomi solo con la sua voce. Non parlò molto, ma pretese che io la ascoltassi come se solo lei in quel momento avesse il diritto di porsi al centro delle mie attenzioni e mi zittì bruscamente quando cercai di tranquillizzarla con qualche parola.

Amanda

C’era anche Barbara alla festa, pur non essendo particolarmente amica di nessuno e la sua estraneità si era notata subito, grazie ai movimenti incerti e svagati, che l’avevano fatta rimbalzare senza sosta per tutte le stanze. Era venuta per me e lo sapevo. Aveva la timidezza di una giovane cerva, ma sapeva bene come gestire le sue voglie e come insediarsi silenziosamente nelle esistenze degli altri. Da tempo, era ormai diventata un dolce parassita accucciato negli angoli dei miei ricordi Le avevo parlato, l’avevo baciata con insolita tenerezza e l’avevo stretta a lungo. Non immaginavo che mi fosse mancata a tal punto e mi vergognai immensamente, pensando a come fossi diventata una creatura vuota e arrogante, paralizzata nell’eterna attesa che fosse l’amore a muovere il culo per trovarmi. La serenità dell’incontro tra noi due si era seccata quasi subito, strangolata dal disagio e dal risentimento, spingendomi a trascinarmi a fatica sul divano, vicino a Marco. In verità, mi sarebbe piaciuto riuscire a scrivere qualche cosa per Barbara. L’avrei adorata mansuetamente e lei si sarebbe concessa con naturalezza alle mie parole, ma quella sera chiedermi di comporre avrebbe portato alla creazione di lettere di odio a tutto il mondo.

Filippo

Non c’era nulla di nuovo in quelle ore confuse e sfumate che scivolavano lontane, una dopo l’altra: il bere, le confidenze e l’atmosfera densa di sudore rispondevano ad un passato già intensamente abbracciato. Eppure, non era una storia che si ripeteva, ma un processo di necessaria monotonia che, come in un grande e magnifico atto finale, ci aveva condotti a quella particolare sera. Tutti gli attori erano in scena: benedetta fine, aspettami.

Giulietta

Erano quasi le tre e Filippo era sparito, ma pochi se ne erano accorti. Avevo intravisto più volte il suo sorriso sempre dubbioso, ma, improvvisamente, fu come se lui non fosse mai nemmeno stato presente. All’inizio della festa mi era sembrato bello come un re, bello come non lo avevo mai visto. Era un leone dallo sguardo malizioso e dal corpo teso al balzo, vibrante. Avevo faticato a riconoscerlo nel suo atteggiamento insolito, ma ero rasserenata dal fatto che quella sera si fosse impegnato per non ringhiare e brontolare. Filippo era sparito da almeno un’ora, ma nessuno lo aveva visto andare via o, tanto meno, lo aveva cercato. Marco scese in strada a chiamarlo, Amanda mi guardò preoccupata e forse stava sperando quanto me che Filippo non avesse deciso di lasciare tutti noi per raggiungere le gioie chimiche offerte da alcuni suoi conoscenti. Scesi in strada anche io, lo chiamai ad alta voce più e più volte, come se stessi cercando un cane. Camminai per qualche minuto nelle vie vicine e poi mi fermai, forse per caso, forse perché sentivo che allontanarmi sarebbe stato da vigliacchi. Eravamo giovani e sciocchi, ma avevamo abbastanza fiuto per percepire l’odore forte del dolore.

Marco

Non dissi nulla ad Amanda e Giulietta, non cercai nemmeno di guardarle e andai direttamente nelle cantine dietro al piccolo cortile del palazzo; ne trovai aperta solo una. Ci sono innumerevoli modi per parlare della morte, tranne quello giusto. Filippo era morto e non sembrava nient’altro che morto. La prima cosa che feci fu chiedermi come fosse riuscito a trovare una pistola, la seconda fu guardare il suo corpo rigido senza muovermi, credo per più di un quarto d’ora. Non c’era nulla di poetico o di eroico: non ebbi l’impressione che anche lui mi stesse guardando, non provai l’illusione che fosse ancora vivo, non mi sembrò né addormentato, né un angelo. La morte puzza di umori rancidi e il sangue è un oceano nero che cola inesorabilmente. Era morto e non ci aveva scritto nessun addio, non aveva programmato niente di teatrale per il suo copione: era un’uscita di scena che non richiedeva applausi o inchini. Mi allontanai e misi fine alle ricerche preoccupate di Amanda e Giulietta.

Amanda

“…Persino gli uccelli ammutoliscono, o se cantano è con una gioia così triste che le foglie impallidiscono, timorose del vicino inverno.” L’estate era finita e l’erba dorata già tremava. Non andavamo più al parco e ci siamo visti poche volte, con fatica e voglia di non essere al mondo. Scrissi qualche cosa, ma mi sentivo sempre più lontana da ogni umano pianto e molte delle mie parole rimasero in letargo sotto al mio letto. Il ventre di Giulietta iniziava a gonfiarsi, per fare spazio al bambino che sarebbe venuto. Rimasero delle ombre e dei brividi che s’irradiavano dalla testa ai piedi, generati dagli echi di sguardi abbassati e di frasi non terminate. Con la mediocrità dell’autunno, trasformai la mia stanza in una fortezza degna di un animale freddoloso alle porte del grande sonno. Mi avvicinai alla finestra, con in mano una fotografia di noi quattro insieme, una delle pochissime e non era nemmeno la migliore: eravamo a casa di Filippo, agli inizi della primavera scorsa, già pronti a tendere desiderosi la nostra pelle ai morsi dell’estate. Pensai che il tempo stava proseguendo, in fondo, e che le persone si avvicendavano sulla giostra, turno dopo turno, anche se uno dei cavallini dipinti si era spezzato nella sua ruggine. Appoggiai la fronte sul vetro ancora tiepido e sollevai gli occhi verso il cielo limpido e vuoto.

FINE

martinamelgazzi

Martina Melgazzi nasce a Brescia, l’8 agosto del 1993. Ottiene nel 2012 il Diploma di Maturità Scientifica e si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne. È un’amante delle parole, una malata di scrittura (patologica) e una tremenda guascona. Scrive per vivere e vive per scrivere. Si indigna e si impegna.

Nel tempo libero, studia. Scrive come articolista per la rivista giovanile Storie Cultural Pop, ha pubblicato con la casa editrice digitale Wannaboo, “Tanto, non ne uscirai vivo”, un eBook di racconti e cura un suo blog di scrittura creativa, chiamato Sono, dunque scrivo.

Info e contatti
http://www.sonodunquescrivo.blogspot.it/

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