La scrittura è furto? Storia di un esordio


La scrittura è furto? Storia di un esordio
Luciano Pagano pubblica Re Kappa, un libro che pone il lettore nel processo affascinante della creatività

Scrivere di un esordio letterario, del proprio esordio, è come scrivere della propria nascita. Dell’evento in sé il protagonista non sa nulla – se non attraverso i ricordi di altri, o le leggende rivedute dal desiderio di eroismo e rivalsa di vecchie madri stanche – eppure si porta addosso, con caparbia insipienza, tutte le tracce di quell’immane fatica. Scrivere della propria nascita è, quindi, atto pericoloso, difficile, oltre che avventato, perché non vi è momento più doloroso, straniante e misterioso di questo nell’esistenza di un individuo.
Luciano Pagano è nato! verrebbe da scriverlo a lettere cubitali su tutti i quotidiani. Con lui e per lui il protagonista di questo nuovo romanzo: Re Kappa, edito dalla casa editrice Besa.
Ora voglio capire che tipo di scrittore è venuto al mondo. Quest’uomo di carta, in questo caso specifico, nascendo non ci racconta una storia, ma ci viene incontro, ci aiuta a capire e a capirlo, quantificando quasi numericamente il costo del gesto del suo raccontare. Una scelta infinitamente coraggiosa.
Pagano romanza il suo esordio tra avventura, mito e cronaca letteraria. Descrive con occhi che guardano soprattutto quello che è dietro gli occhi stessi; quello che è, prima che sia, prima che diventi. Una capriola all’indietro, praticamente. Non la realtà, la società, la gente, quindi, ma quello che sta prima tutto questo.
Tale esercizio, creativo e mnemonico al tempo stesso, richiede inevitabilmente la complicità del lettore, e infatti Pagano si rivolge sin dal principio e in maniera diretta al suo ipotetico sodale, cerca un interlocutore, cerca complicità, ma anche perdono, comprensione.
Ne viene fuori una narrazione metaletteraria, un monologo connivente che avanza alla ricerca di risposte, una voce senza filtri, un vero e proprio innesto cerebrale che mette il lettore al centro di un sogno d’arte altrui, al centro di un desiderio, di un bisogno. Qui il lettore infatti non è posto dentro una storia, come di solito accade in narrativa, ma dentro la scrittura stessa, nel suo processo creativo e in tutte le sue domande. Quella di Pagano, per questa ragione, è scrittura sulla scrittura, che faticosamente cambia, che procede strisciando, urlando, inventando, ammalandosi, rubando. Re Kappa è, infatti, un romanzo in movimento in cui il pensiero letterario, di pagina in pagina, diventa sempre più antropico, chimico, ossessivo. Il libro sul Mestiere in una società di mestieranti. Un libro colmo di metamorfosi.
Il primo capitolo in esergo premette, utilizzando le autorevoli parole di Luis Ferdinand Céline, l’impossibilità attuale, per chi scrive, di raccontare la vita – ancora la vita, sempre la vita – ad un universo di lettori ben capaci oggi di trovare quella stessa vita, narrata o narrabile, ovunque con estrema semplicità e con più velocità. Cinema, tv, stampa, strada: tutto racconta la vita a tutti. Siamo gonfi della vita di tutti. Vita vera. Vita di tutti. La vita c’insegue. E allora cosa resta? Come fuggire? Quale è la strada nuova?
La cancellazione, il ritorno alla memoria prima della vita: potrebbe essere questa la risposta. La riscoperta di quello che c’è prima, o quello che c’è dopo aver cancellato tutto. Il desiderio della vita, in sintesi. Poiché scrivere è come prendere la parola, è dire “io vorrei esserci” , non conta l’esserci, ma il desiderio dell’esserci. E’ quella la matrice.
Qui dunque comincia Re Kappa. Dove la letteratura contemporanea sembrerebbe fermarsi, Re Kappa comincia. Prende il via il percorso tortuoso di uno scrittore alla ricerca della sua trama, del suo libro tra gli altri.
Pagano in via preliminare tratteggia il suo ambiente: l’inquietante mondo pop delle lettere salentine. Ambiente del quale intravede strani bagliori alla fine del canale attraverso il quale è costretto a strisciare per arrivare a vedere alla luce. Apre così sipari fulminanti su coppie standard: il critico e l’esordiente, l’attore e l’organizzatore di eventi estivi, l’editore e lo scrittore a contratto, lo scrittore affermato e quello che si affaccia timidamente sulla scena artistica locale. Osservando, cerca di capire. Chi è l’esordiente? Quanto dura l’esordio? Chi sostiene l’esordio? Quante tipologie d’esordio esistono? Ci sono quelli che ci provano a 18 anni e quelli che lo fanno dopo i 40; quelli che aspirano a restare per sempre esordienti, quelli che ritornano ad esserlo dopo molto tempo, quelli che sciupano l’evento, quelli che non fanno altro che creare occasioni d’esordio, quelli che dopo scompaiono, quelli che non ci arrivano mai. Da queste combinazioni esistenziali, Pagano passa poi, con squarci repentini, ricorrendo anche all’uso del flashback, all’analisi delle mille notti al sud, un sud di lettere e alcol, il sud delle attese da dimenticare, il sud delle anticamere, là dove ogni sogno è oggetto di scambio, dove i progetti più temerari fanno ridere, dove ogni uomo è libro ed ogni libro è cibo da PiErre. Da quello, ancora poi si spinge fin dentro la più buia solitudine, fino all’alterazione chimica psichica dell’abbaglio e del genio.
Il percorso che porta alla liberazione del protagonista, comunque, non scorre mai in discesa. Sembra ostacolato da un antagonista preciso. Benoit. Il nemico.
Benoit è scrittore senza aver pubblicato nulla; lui ha in sé il fascino immotivato del francesismo, lui è talento indimostrato e indimostrabile, lui è leggenda. Benoit non è mai nato, ha saltato i passaggi più dolorosi a cui sono costretti i neofiti, eppure sa bene chi sono i neofiti della scrittura, sa come e dove colpire. Benoit è terribile. Benoit ha in mano un’arma micidiale: la parola scritta di uno dei miti letterari del nostro neofita. Benoit è un nome, mentre il nostro protagonista è eroe affannato, senza nome, senza identità, ancora privo di una sua vita letteraria.
La parola che possiede Benoit è così autorevole da poter sciogliere tutti i dubbi. Una verità utilissima per chi è ammalato di scrittura.
Benoit si serve di questo manoscritto misterioso come di uno stendardo. Lo sbandiera senza rivelarne nulla. Benoit, proprio grazie a questa circostanza, potrebbe prendere il posto del nostro esordiente e, con la sua sicumera, ne accrescere quotidianamente dubbi e paure.
Chi è Benoit? Di chi è quel manoscritto? Benoit sembra invincibile. Prima sembra sincero e dopo bugiardo.
Benoit è la guerra, Benoit è invidia. Benoit è la pagina bianca.
Pagano descrive il crescere della tensione, l’insabbiarsi dell’ispirazione, la sofferenza fetale, il battito che rallenta, monitorandone ogni secondo come fosse l’ultimo. Mentre il tempo stringe.
Il viaggio verso l’esordio sembrerebbe a questo punto doversi concludere con un furto, per privare il rivale del suo potere ipnotico. Questo l’unico intervento ancora possibile. E del resto a suo tempo un furto era stato commesso dallo stesso Benoit e ora un altro sembra destinato a verificarsi, al fine di consentire la nascita di una nuova letteratura. La storia si ripete. Un libro, dopo un libro, e poi ancora un libro. Per trovare la vita, lo scrittore sembra costretto a rubare la vita, il sogno, la menzogna di un altro. E altri dopo di lui. A volte ne consegue la vita. A volte il trionfo, a volte la morte. A volte l’oblio. A volte la galera. Un colpo di scena dopo un altro.
Quella che sembrava essere la dettagliata descrizione di un parto metaforico, si trasforma così nella descrizione di un crimine. Ma è solo apparenza.

“La storia della scrittura è piena di gente che ha lavorato a tal punto da assumere su di sé, somatizzandole, le forme più strane: la forma del mulo, la forma del tapiro, la forma dell’elefante.”

Pagano analizza questa preziosa refurtiva che è la scrittura, in un monologo ossessivo ed autentico, che di reale ha solo la voglia di fuga, il cui obiettivo segreto è, invece, proprio alimentarne il mito. L’inestinguibile mito.

Elisabetta Liguori
su
“Paese Nuovo” di Sabato 31 marzo 2007

“Re Kappa”, presentazione Sabato 31 Marzo a Lecce


Sabato 31 Marzo, ore 19.00
Libreria Icaro
Via Liborio Romano – Lecce

Antonio Errico e Luciano Pagano
presentano “Re Kappa” (Besa Editrice)
di Luciano Pagano

“Re Kappa”, presentazione domani


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Giovedì 29 Marzo, ore 18.30
Libreria Palmieri
Via Trinchese, 62 – Lecce
telefono 0832/314144

Elisabetta Liguori e Luciano Pagano
presentano “Re Kappa” (Besa Editrice)
di Luciano Pagano

per Renata Fonte


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segnalazione


1000 Parole ALCOLICHE è il concorso di racconti a tema ideato da Radio Alzo Zero e dal Centro Studi Opìfice per la trasmissione radiofonica Filtro Letterario.
Ogni mese la nostra redazione selezionerà 3 racconti fra tutti quelli pervenuti.
La lunghezza massima del racconto dovrà essere di 1500 caratteri spazi inclusi.
Potete mandare i vostrio racconti a: racconti@radioalzozero.net
Il tema del concorso letterario è tutto ciò che rimanda all’ALCOL
La scadenza del concorso è il 30 APRILE 2007
I 3 racconti selezionati saranno letti su RadioAlzoZero e musicati da Mr. Birmano.
I migliori racconti pervenuti, oltre i 3 selezionati, saranno pubblicati nel sito www.opifice.it ed in seguito raccolti in una antologia realizzata dalla nostra casa editrice.
Filtro Letterario è un programma scritto e musicato da Gruppo Opìfice per RadioAlzoZero

finalmente…


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(clicca per ingrandire)

***

Re Kappa” è pronto, il romanzo sarà disponibile in libreria nei primi giorni di Aprile, ne darò notizia su questo blog, dopo l’anteprima di Venerdì 23 al Martins di Galatina ci saranno le prime due presentazioni del libro, quella di Giovedì 29 marzo alle ore 18.30 presso la Libreria Palmieri di Lecce, dove presenterò il libro insieme a Elisabetta Liguori (Elisabetta sarà a Roma al Caffè Fandango alle 19.00, venerdì 23 per presentare il suo romanzo edito da peQuod “Il correttore”), e quella di Sabato 31 Marzo presso la Libreria Icaro di Lecce, insieme a Antonio Errico.
Re Kappa” ha 112 pagine e costa 10€, il “10” della copertina è un’elaborazione digitale del numero civico de “Le dispensaire” parigino, luogo dove Louis Ferdinand Céline ha esercitato la sua professione di medico.
Ringrazio in tutti coloro che mi sono stati vicini (leggi: che mi hanno sopportato) nelle fasi finali della stesura e della preparazione, insieme ai miei colleghi di lavoro che negli ultimi mesi mi hanno sentito dire, almeno un milione di volte che il romanzo “sta per uscire” – siete stati i primi – ringrazio anche quelli che hanno reso possibile l’organizzazione di queste tre date, lo staff della casa editrice, Stefano Donno, Danilo Seclì (Miusika) e Walter D’Errico, Elisabetta Liguori, Antonio Errico, e soprattutto Anna Palmieri (Libreria Palmieri) e Francesco Fiorentino (Libreria Icaro) che hanno dato da subito la loro disponibilità e accoglienza.

Luciano Pagano

anteprima “Re Kappa” il 23 marzo al Martins, Galatina


L’Astore Masseria – DiTutto.it – magazine
presentano

“no Wine no Party!”

Jazz Live con i maestri Anna Lucia Fracasso (piano) e Salvatore Pasca (sax)

Mostrerò e leggerò in anteprima “Re Kappa“, un ringraziamento a Ditutto Magazine e a Miusika – Danilo Seclì per aver reso possibile questo incontro!

tutte le informazioni sulla serata del 23 Marzo qui

le prime due presentazioni del 29 Marzo e del 31 Marzo a Lecce qui

Re Kappa


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“Re Kappa”, di Luciano Pagano

presentazione

Giovedì 29 Marzo – ore 18.30
Libreria Palmieri – Via Trinchese, 62 – Lecce
Elisabetta Liguori e Luciano Pagano presentano “Re Kappa” (Besa Editrice)

Sabato 31 Marzo – ore 19.00
Libreria ICARO – Via Liborio Romano – Lecce
Antonio Errico
e Luciano Pagano presentano “Re Kappa” (Besa Editrice)

Re Kappa, Luciano Pagano
Besa Editrice, Collana Lune Nuove, 135, 12€
ISBN 978-88-497-0421-1

L’amore ai tempi della techno. Su “Il non potere” di Davide Nota


Davide Nota ha ventisei anni, “Il non potere” è il titolo del suo secondo libro di versi, edito dalla Editrice Zona e corredato da una nota introduttiva scritta da Luigi-Alberto Sanchi. Gli elementi presenti già nel suo “Battesimo” (Lietocolle) trovano qui felice conferma, quella di Nota è una poesia nella quale finalmente si scopre l’insegna di un nuovo impegno civile, che si conferma nelle parole di una delle voci più interessanti di questa generazione, quella successiva ai poeti nati negli anni settanta, a partire da un attaccamento alle radici del paesaggio, che sono testimoni dell’inizio di un’esperienza, la propria, “Le mattine gelide sulle panchine gelide”, “la corsa dietro al pullman, la ressa/per salire, tenersi in equilibrio, scendere.” (Adolescenza), vissuta ad Ascoli Piceno.
Il fiume diventa l’immagine del tempo, nel quale si riflette, col passare dei secoli, la civiltà, in esso si specchiano gli uomini per riflettersi, così è anche il poeta di oggi, davanti al Tronto, il lamento del poeta che da uno spunto ungarettiano si risolve in un esito che ricorda più Pasolini, “Le ceneri di Gramsci”: “non fiume/ma rivolo di sangue, sterco, muco/che scende, non sorgente ma rifiuto,/scarico urbano che la vita abiura.” (Il fiume) con riprese “Si addormono negli angoli del centro/traendo nei piumini neri” (I cadaveri), “Ce ne torneremo nei boschi nativi/dove tutto è cambiato e alle ruspe/daremo un saluto bagnato dal pianto.” (Accettura); la bravura è una ascesa dal rigore stilistico misurato, nella presentazione del protagonista di questa poesia, “su un masso/dove stente s’incagliano le rive/un grasso laureando scrive/le sue orribili poesie,/stirando/le fibre smagliate del ventre… già,/l’estate è rovi, copertoni e batterie/sul bordo sfiancato del niente, Ivan.” (Il fiume).
Nella comprensione di questi versi è escluso il moto di rivolta che a volte si impone ad un esordio, con inflessioni che risulterebbero retoriche “lo squarcio sei terribile del viso,” se non risolte nella misura dell’endecasillabo conclusivo “lo sguardo depravato di chi muore.” (Hollywood).
C’è partecipazione in questi versi? Il poeta non è affatto un fustigatore dei costumi, non ne ha la forza, se non critica, perché non può demolire una realtà che è già realtà in rovina, maceria contemporanea, discarica, dimissione da se stessi, dove il corpo di un uomo resta un oggetto tra gli oggetti “tra i cosi lì del parco, un nuovo coso”, non c’è redenzione, resta la rassegnazione di fronte alle cose, dove si rassegna perfino Dio, il cui sacrificio resta inutile se non salva e non impedisce che altri sacrifici, altri voli avvengano. L’umanità di questi versi si è arresa nel rivolo di sangue del tossico che muore sulla panchina, oppure della noglobalina che viene trascinata, come un burattino rotto, da due gendarmi. La contrapposizione è quindi, su due piani, tra il poeta come descrittore dall’interno di questa realtà offesa, e il poeta come critico di una poesia “didascalica”, dove la verità di contrappone alla “didascalia” della stessa. Eravamo nati per qualcos’altro, qualcos’altro che non fosse il consumo disperato impostoci civilmente dal commercio, qualcos’altro che non fosse pendere da una vetrina in attesa di poter acquistare una playstation – Vinicio Capossela in “Ovunque Proteggi” scrive “affanculo questa serietà/questa lealtà/tutta questa impresa/poi il sabato all’iper a far la spesa” (Dove siamo rimasti a terra Nutless) – forse ci attendeva un altro tipo di intrattenimento, un altro amore, la poesia allora si fa segnale che può congiungere il passato dei secoli al presente, grazie alla musica e alla bellezza, grazie all’”antichità” del ritmo “per te/fu sognata una vita più bella, o figlia/andata a male, scaduta stella.”. Altro tema è il cambiamento di paesaggio dalla periferia di una città che si presume di media grandezza ad una grande città, vissuto come transito di una giovinezza che prelude ad un inizio di maturità, la durezza del distacco dalla famiglia, non resta nulla “nell’incavo dei cuscini e la mano/tra il telecomando e il mondo” (Dopo la doccia). Quel che viene proposto è una fuga, bisognerebbe andarsene via, cambiare luoghi, ricominciare da un’altra parte dove tutto ciò abbia un senso, come è scritto nella poesia che fa da chiave di volta della raccolta, “Ma l’utile è volgare, ed anche il bene/del mondo, no, non ci appartiene.” (Il passaggio).
“Questo è l’amore ai tempi della techno”, scrive Davide Nota, in un lampo improvviso che accende un canto, i suoi “guarda” suonano come accompagnamenti virgiliani di un Dante smarrito per le strade metropolitane di un “infernuccio itagliano”, per citare un poeta, Gianni D’Elia, del quale qui vengono raccolte la lezione e la crudezza del dettato. Sono i parchi, le piazze, le strade con il filo di una pozzanghera che affiora fino al marciapiede, a fare da sfondo deserto, gli uomini sono puntini che si muovono, automi, i suicidi sono sconti sulla pena.
C’è speranza, in tutto questo? Forse l’unico rigetto di vita che non viene estinto è nell’individualità, nella chiusura del cerchio su sé (Ora che il ciclo si conclude), nel dialogo disperato con il proprio passato recente, nel contatto umano, dialogico, con la stanza, ventre materno “Come l’ultima generazione di una stirpe suicida/questo ramo non fruttifica./La storia e l’utopia non conta più/senza una fede cieca nella vita.” (La soglia). Assieme a questo desiderio resta la consapevolezza che tutto è stato visto e vissuto, soltanto l’altro può dare quella spinta ideale a fuggire e abbandonare tutto, riesce chi non smarrisce l’afflato della fuga, chi non muore per sfinimento. Le ripetizioni di alcuni elementi (la città, il fiume, i cadaveri, i suicidi) sono segnali disperati, un estremo tentativo di consegnare qualcosa che resti ad una storia personale, aliena da ogni progetto di Storia che non vuole costruirsi se non nell’imposizione di una realtà che non è mai preferibile al sogno.
Un testo, questo “Il non potere”, da cui si può partire per un’esplorazione disincantata della realtà colta attraverso lo sguardo attento e impietoso di un poeta, Davide Nota, che alla sua seconda raccolta dimostra di aver elaborato strumenti acuminati, validi dal punto di vista estetico, che non cedono spazio a cadute di tono.

Anticipazione da Musicaos.it – Anno 4 Numero 25 Febbraio/Marzo 2007 in uscita a marzo

Davide Nota , IL NON POTERE
ZONA 2007 Euro 10 pp. 62, ISBN 978 88 89702 76 5, Con una lettera di Luigi-Alberto Sanchi

“Harakiri” da Musicaos.it, Anno 4 Numero 24


Stiamo finendo la raccolta e l’impaginazione dei materiali per il prossimo numero di Musicaos.it, in uscita nel mese di marzo (inviate i vostri materiali, interventi, racconti all’indirizzo musicaos[at]gmail.com), il numero 24 è stato scaricato 563 volte nel primo mese di pubblicazione, chi non lo avesse scaricato lo può trovare qui. Pubblico qui un estratto dall’ultimo numero, il mio racconto intitolato Harakiri.

Harakiri

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Da Termini a Cornelia, oltrepassato il lago di Tiberiade. Uno spiazzo, un parcheggio, tre bianche Mercedes sterzate una di fianco all’altra disegnano uno spartiacque sghembo nel piazzale, dall’interno dell’auto più nuova viene una canzone smorzata, è Mile end dei Pulp. Davanti c’è il vuoto mentre dietro, appena a dieci metri, c’è il via vai di autobus che sciàmano nel parcheggio-stazione, sono le corse delle autolinee in arrivo dal Sud del paese, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla vicina Campania e dalla Puglia, scaricano migliaia di passeggeri ad ogni ora, arrivano qui prendendo meno di trenta euro a persona per un viaggio di sola andata, il sedere incollato contro il sedile, le ginocchia striminzite in pochi centimetri e una, al massimo due pause per scendere a pisciare approfittando della sosta in Autogrill, prendere un caffè che odora di polistirolo, lasciare cinquanta centesimi nel cestino di un inserviente che ci indica dove possiamo fare la pipì, uscire. Chiunque direbbe che queste corse sono pericolose e scomode, perfino un ex guardia giurata di trentadue anni in pensione anticipata come te. Gli autobus in alcuni tratti vicino Candela sfiorano i centosessanta chilometri orari in discesa, sorpassano le auto anche con la nebbia, un pericolo che si potrebbe evitare se non fosse che prendere un treno e arrivare dal Sud dei Sud a Milano costa almeno il doppio, per arrivare in aereo a Roma o Milano bisogna spendere centoventi euri e presentarsi ad un aeroporto alle sei del mattino, il che equivale a non dormire nella notte precedente per riuscire a prendere un autobus che da Brindisi porta a Bari in un’ora e mezza, merda. Davanti ai musi delle Mercedes freschi di autolavaggio ci sono una decina di ragazzotti che attendono. Sei arrivato qui grazie ad una email – una soffiata digitale – un circolo privato di Roma ha allestito la realizzazione di un film in Ungheria, a quanto pare tra le attrici c’è anche … … … … …, si parte oggi stesso, sono mesi che ti arrampichi sugli specchi di una vita finta, in un mondo che non conosci, un mese fa hai ricevuto un invito simile, non ti sentivi pronto per l’espatrio. Osservi gli altri, siete qui per lo stesso motivo, guadagno facile in poco tempo, azzardo, rischio, carriera, non riesci a capire se sono i costumisti che impongono la moda a ragazzi che vengono presentati come oggetti prodotti in serie, manichini che fanno da interno e riempiono il contorno di vestiti, vuoto con il buco intorno, oppure se sono loro, ragazzi come questi che vedi, simulatori di un comportamento da accattoni in arrivo dalle periferie del sud italia, sigle spettrali, 167a,b,xn. Vengono qui per trasmettersi in modo incosciente un’idea di stile ante video, jeans a vita bassa, vestiti di lino bianco o gessati blu, maglioncini di cotone con il collo a V, senza canotta, scarpe di pelle dorata o argentata, braccialetti di argento, anelli di acciaio. Guardi l’orologio, sei arrivato con un ritardo di due minuti, l’atmosfera che cogli è quella di qualcosa che è appena incominciato senza di te, “cocco, vié ‘qqua, nummero..:”, un energumeno abbronzato di fresco ti consegna un 8 scritto malamente su un post-it, devi portarlo sul petto. Fai la conta da sinistra verso destra, ti metti al terzultimo posto. “Ma nooo, noooo, e mèttete lì…ma chi ce l’ha mannato questo?“. Avevi contato da sinistra verso destra ma a quanto pare dovevi partire da destra, la voce rotta che ti intima di spostarti veniva da dentro una delle macchine. Un tizio vestito di nero, con occhiali scuri, esce dall’auto, la suola della sua Hogan nera aderisce all’asfalto come il piede di Amstrong sulla superficie della Luna. L’aria è tersa, nessuna nuvola in cielo, ogni respiro che dai è un respiro d’aria fresca, quando sei partito credevi che avresti trovato una Roma nebbiosa, non è stato così, è un giorno di primavera capitato per sbaglio nel mese di gennaio. Con Michela hai inventato una scusa, approfittando di una sua visita al dermatologo hai detto che dovevi partire per controllare una fornitura di marmo per il mese di marzo, da quando ti hanno licenziato Michela ti ha costretto a lavorare nella cava di tufo del padre. “Tu non puoi”. Salti sul posto, hai aspettato fino a questo momento senza riuscire a tradire il nervosismo, tu DEVI riuscire ad ottenere ciò per cui sei venuto fin qui, ti sei rotto i coglioni di sentire l’alito di Michela addosso, devi farcela, e questo è l’unico modo che sei riuscito ad escogitare per riuscire nella tua impresa di sganciarti da lei una volta per tutte, soldi, tanti, suuuuuu—-bi—–to. Cos’è che dà il permesso a Michela di dominarti e considerarti sempre al di sotto di lei? Cosa permette a Michela di imporre la sua volontà in ogni situazione, asservendoti come un maggiordomo a tavola, come un autista quando siete in auto e come un facchino quando siete alla stazione? Il denaro, nient’altro che quello. Michela è una che risparmia sul brodo, non ne puoi più. Ci giri attorno da mesi e alla fine hai raggiunto una conclusione, l’unico posto da lavoratore indipendente che ti offri prima di finire tra due lastre di travertino è quello di attore porno. “Tu non puoi”. Resisti ancora, dura poco, su giù su su, scoppi. “Perché no, ma cazzo, ho inviato tutto in tempo, le foto, il video, proprio tutto, cazzo, non potete farmi questo, io spacco…spacco tutto!”, non perdi mai le staffe, chi ti è amico non esita a dirtelo come se ciò costituisse una saliente nota del tuo carattere di cretino “non ti ho mai visto perdere la calma“. “Ce dispiace bono, semo completi“, crollo del cielo sopra il capo, ti viene in mente il cartello rosso con la scritta bianca che viene appeso sulle impalcature del cantiere “Personale al Completo“. “Ma come cazzo è? Come cazzo può essere, non potete farmi questo, mi sono fatto seicento chilometri, ho fatto anche una cazzo di doccia nel cesso della stazione, non (attendi 1 secondo) potete (2secondi) non (1secondo) prendermi (5secondi)”. “Invece sì cocco, sei HIV+”. (10secondi durante i quali il pianeta terra termina la sua orbita attorno al sole, sulla superficie di Plutone la temperatura si alza di tre gradi dallo zero assoluto, la macchia rossa di Giove continua a turbinare senza modifiche di rilievo sulla grandezza minima del suo diametro) HIVPiù. Più. Più. Più. Più. Più. Più. Più. Latte Più. Più. Più. Pi…….ù. P……. Resti immobile in piedi mentre gli altri sei che sono stati scelti stanno lasciando i loro passaporti e le carte di identità ad un’aiutante in minigonna, forse una comparsa ungherese, la osservi bene, indossa un paio di Alviero Martini, vorresti-vomitare-il-mondo-ora, tutto qui ha il nero colore dell’inferno e dovunque è il freddo gelo (ti sfugge questa frase che nemmeno ricordi – dove l’hai letta?), domani la sminigonnata sarà infreddolita e avvolta da una pelliccia, se la toglierà, rivelando un corpo bianchissimo, le Mercedes per arrivare in Ungheria impiegheranno un giorno, il set è in un albergo di lusso, Budapest accoglierà i presenti, tutti tranne te, non si improvvisa nulla al mondo, “se proprio voi te posso dà due nummeri dove nu’tte chiedono er teste, dovevi sta attento“. I ragazzi salgono in macchina insieme all’aiutante, le Mercedes si riempiono, sgommano sul piazzale in direzione dell’uscita, lasciano striscie d’asfalto e puzza di copertoni, per un attimo è come se fossero scomparsi i man in black. Ti piacerebbe che fosse così, con te che non ricordi nulla di ciò che è successo, del motivo per il quale sei qui, di nascosto, senza che Michela sappia nulla. Questo è infatti il tuo dramma solitario. Palestra, è successo in palestra. C’era una ragazza bionda, Katia, che ogni venerdì restava per ultima alla Elektra Gym (che nome del cazzo) fino all’orario di chiusura, soltanto il venerdì, se volevi rovinarti la vita con le tue mani il timer della follia che chiamano cervello ce l’ha messa tutta, assistendoti nell’attesa del momento buono per saltarle addosso. Per tutta la durata degli esercizi non faceva altro che sbuffare e sorriderti, correva sul tapis roulant, ti guardava mentre ti rivestivi e sorrideva. Quando vi incontravate al bar del secondo piano ti parlava sempre del suo ragazzo, un campione di body building impegnato in Giappone per una gara, impegnato a Como per una dimostrazione, impegnato negli Stati Uniti d’America per girare lo spot di un bilanciere, finché un giorno Katia non si fa prestare le chiavi della palestra dalla sua amica e tu non resti solo con lei ad un minuto dalla chiusura “che tipo strano che sei, vieni qui da più di un anno e ancora non mi hai detto come ti chiami, ci troviamo spesso, no?“. Non avresti mai immaginato un approccio più diretto e asintoto al tuo desiderio. Preservativo: oggetto richiuso nel cassetto del comodino di fianco al letto, si utilizza nel momento del bisogno, si controlla la confezione per assicurarsi che ne siano rimasti, almeno due, uno alla fragola e uno alla menta. “Tu ce l’hai?“. “No, figurati“, ti risponde Katia con una mano che ti sfila i pantaloncini, “dovremmo chiedere di farli mettere nella macchinetta degli integratori, così, non si sa mai, a qualcuno un giorno potrebbero servire“. E’ stata la prima volta in cui hai penetrato una donna, dal 1992 a oggi, senza utilizzare un preservativo. Coito maledetto e scellerato. “Tu non puoi più, più più più più più più più più più più più più più”. “Tu non puoi“. Sono passate tre ore, il fresco pomeriggio ha lasciato il posto ad una serata gelida, sei ancora in piedi in mezzo al parcheggio, gli autobus arrivano, scaricano turisti che abbandonano il grande piazzale su taxi bianchi, multiple, maree, brave, punto. La gran parte dei passeggeri, a quest’ora, è composta di religiosi che vengono accolti da confraternite di suore e monaci, pronti per accompagnare gli adepti laici nelle sistemazioni di una notte, dove si ritempreranno in attesa di partire, alle sei del mattino successivo, per Lourdes o Santiago di Compostela. Dopo tre ore non sei ancora riuscito a muoverti di un passo. Quando le corse degli autobus in partenza e in arrivo hanno cominciato a diradarsi qualcosa ha ripreso a funzionare nella tua testa, forse il silenzio e la quiete della sera, per quanto sia tragica la situazione, ti aiutano a realizzare cosa è successo. Ogni mese ti sottoponevi ad un prelievo di sangue consegnando il risultato delle analisi alla sede di un’agenzia matrimoniale nella tua città, l’agenzia copre il recruiting di attori e attrici sexy, è l’agenzia che fa da garante per la qualità della merce, ovvero la perfetta integrità fisica e morale degli iscritti. L’occasione questa volta ti era arrivata troppo in fretta – inaspettata – così hai lasciato le tue consegne alla dottoressa del laboratorio Cinelli, si sarebbe occupata di recapitare le analisi del sangue all’agenzia che le avrebbe trasmesse via fax o via email mentre eri sul treno. Saresti arrivato a Roma e ti avrebbero accolto come un conquistatore barbaro, dal Sud del mondo portavi un verbo crudo, fatto di forza e prestanza, ti avrebbero preso all’istante. Che lingua avresti parlato in Ungheria? “La lingua che lecca una fica“. Invece no. Ti avvicini ad un taxi, “Roma-Termini“. Arrivi alla stazione, paghi la corsa. Convalidi il biglietto del treno a due ore dalla partenza. Ti siedi su una panca di pietra pensando a Katia, Michela, finirà tutto, non c’è più posto per niente, i tuoi pochi amici che ti abbandonano, i sorrisi di cortesia, gli incoraggiamenti dei medici, la costernazione dei parenti, il dispiacere per tua madre e tuo padre che non sanno nulla, i figli che non conoscerai perché non ne avrai, ti stupisci di non esserti ancora gettato tra le ruote di un Eurostar che si è fermato davanti a te, non ti ammazzeresti mai sotto alle ruote di un Eurostar, quei cazzo di pendolini sono fatti in un modo che nemmeno si vedono, le ruote, sbatteresti contro il suo muso smussato, ti ucciderai a casa, sempre che tu abbia le palle. Mancano dieci minuti alla partenza. Ti squilla il cellulare in tasca. Non rispondi. Non ti va di fare nulla. Il treno corre nella spina dorsale del paese e attraversa le gallerie, senza ombra di certezza il tuo immediato futuro, cosa farai? Il cellulare continua a vibrare. Si tratta di Michela, forse, vorrà sapere quando torno, dovrò darle delle spiegazioni, non sono in grado. Arrivi a destinazione. Dieci chiamate senza risposta. Privato. Michela dal posto di lavoro? Privato. Katia da una cabina del telefono? Abbiamo continuato a frequentarci, ci piacciamo di nascosto. Privato. Privato. Privato. Privato. Privato. Privato. Privato. Privato. Un Messaggio da Leggere. SIAMO DAVVERO SPIACENTI x QUANTO ACCADUTO LUNEDì POTRà RITIRARE L’ESITO CORRETTO DELLE SUE ANALISI. HIV NEGATIVO. 60€. La prima cosa che ti viene in mente quando il treno oltrepassa la stazione di Surbo, l’ultima prima di Lecce, è il verso di una delle più belle poesie che hai letto nella tua vita “SI PREGA DI NON ATTRAVERSARE I BINARI”.

Luciano Pagano