C’è un mestiere


C’è un mestiere che non ha tregua, non è stagionale e non ti lascia mai solo. O in pace, che poi è lo stesso. È la scrittura.
La prigione peggiore, scrive Derek Walcott, che è anche uno dei miei poeti preferiti.
Questo post è una nota di servizio estiva, al colmo del solleone, dedicata ai lettori del mio secondo romanzo, “È tutto normale” (Lupo Editore); rispettandone la privacy li ringrazio così:
grazie a Francesca C. per l’incoraggiamento in trincea, tutti gli altri in confronto scompaiono;
grazie a Andrea A., se la mia storia è la tua storia;
grazie a Annamaria C., dubitare mai;
grazie a Giuseppe Z., che mi ha fatto presentare i libri anche quando uscivano autoprodotti dal tipografo;
grazie a Eleonora S.;
grazie a Paola S., per avermi detto che il mio libro non sembra solo un secondo libro, ma qualcosa di più.

L’idea mi è venuta per amplificare gesti che altrimenti, su facebook, resterebbero transitori.

Buona estate.

Stefano Savella recensisce “È tutto normale” su Puglialibre


Una famiglia arcobaleno, oggi, in Italia, può contare su una discreta, ma sempre più fitta, rete di esperienze comuni, su associazioni di riferimento e su studi consolidati per proseguire con serenità, e ovviamente con coraggio, un percorso di educazione e di maturazione dei suoi più piccoli appartenenti. Ma come potrebbe essere stata la vita di una famiglia arcobaleno d’avanguardia, negli anni Ottanta e Novanta, nel tacco d’Italia ancora lontano da divenire ricercato set cinematografico e fucina di talenti, meta di un turismo di massa e gay-friendly benedetto da Ferzan Ozpetek? A tracciarne un ritratto narrativamente ben costruito ci ha pensato Luciano Pagano nel suo secondo romanzo, È tutto normale (pp. 278, euro 15), di recente pubblicato per Lupo Editore. Tre anni dopo l’esordio di Re Kappa e diversi riconoscimenti letterari, oltre a un instancabile attività di blogger sul mondo della poesia e della letteratura con uno sguardo particolare sulla sua terra d’origine nella quale tuttora vive, il Salento, Pagano ha approntato un romanzo completo, muovendosi a proprio agio nelle due durate temporali che vi convivono: le ventiquattro ore (circa) in cui Marco, il figlio, presenta Kris ai suoi genitori, Carlo e Ludovico, e i ventiquattro anni (circa) precedenti in cui al primo e a questi ultimi si aggiunge la figura di Eleonora, la madre.

I numerosi flashback, ampi ma non troppo, anzi incastonati a mo’ di puzzle nel tessuto del romanzo, avvicinano pagina dopo pagina le due vicende, al cui centro si pone la famiglia, arcobaleno come i colori vivi di Villa Donini (il verde del grande prato intorno alla masseria di famiglia, il rosa di una stanzetta di bambino, più tutti quelli delle elaborate pietanze preparate per l’occasione dai padri), di Carlo, Ludo e Marco. Ma la figura di Eleonora non è meno presente dei tre: donna forte e audace, decisa nei suoi intenti anche estremi, e poetessa raffinata e apprezzata con una storia speculare a quella di Eros Alesi, il poeta romano morto a vent’anni nel 1971 e autore di alcune tra le più intense liriche del secondo Novecento italiano. Non a caso è ad Alesi che Kris, arrivata a Roma direttamente dal Canada, dedica la sua tesi di laurea in Lettere. È chiaro allora come i personaggi del romanzo si pongano in un ordine preciso, quasi geometrico, con le due donne a indicare il passato e il futuro di Marco. Laureatosi brillantemente in architettura e con un inizio di carriera già definito, il giovane rampollo di casa Donini deve però fare ancora una volta i conti con l’omofobia, inculcata alla sua fidanzata dal padre di lei, pastore di una setta cattolica di oltreoceano.

Proprio le pagine che ricordano gli episodi di omofobia e di esclusione cui sono stati sottoposti i due padri nella loro relazione d’amore sono tra le più intense del romanzo: la figura arcigna di Ettore Donini, padre di Carlo, ha ad esempio tutti i caratteri del dominus che decide della vita del proprio figlio senza sentire ragioni; e le numerose rinunce a cui Carlo e Ludovico devono far fronte per evitare al figlio troppe domande da parte di amici e insegnanti sono spine di cui è costellata tutta la storia. Ma il romanzo di Pagano non sarebbe stato ugualmente ricco senza le descrizioni del Salento che assurge al ruolo di personaggio silente. La teoria espressa da Carlo, docente di Antropologia, nel libro che sta per concludere sullo studio di iscrizioni rupestri e tracce megalitiche sparse nel Salento, interpretandolo come «terra magnetica», ne è solo una parte. Il resto è condensato in poche parole lasciate cadere quasi per caso: «Questa terra è particolare». Particolare esattamente come la giornata vissuta dalla famiglia Donini (e come la giornata messa in pellicola da Ettore Scola, anch’essa delicatamente dedicata alla tematica omosessuale), e particolare come la famiglia di Marco. Ma pur sempre famiglia.

Stefano Savella

leggi qui la recensione di Stefano Savella su Puglialibre

“Amori senza ipocrisie”, Patrizia Danzè recensisce “È tutto normale” su Stilos


Amori senza ipocrisie

Ama la poesia ed è un eccellente cultore di musica, ma la sua vera passione è la scrittura, alla quale dopo le prime prove di racconti pubblicati su riviste e antologie letterarie, ha dedicato tutti i suoi interessi. Ma Luciano Pagano, nato a Novara nel 1975, e leccese d’origine, ha anche una laurea in filosofia, uno strumento in più per guardare le cose o cercare in modo più complesso ciò che pensiamo di possedere naturalmente. La filosofia, come la scrittura, è per Pagano quel pensiero profondo che si ostina a dare un senso con la parola a ciò che è umano, per amore della conoscenza. Indaga infatti nell’esperienza umana, nel brulicare dei sentimenti difficili come un enigma, il secondo romanzo di Pagano “E’ tutto normale” (Lupo editore, pp. 300, euro 15), una storia “normale” di ingombrante attualità scritta con pacato- a tratti quasi svagato- disincanto. Una storia d’amore e di amori che pone fine al gioco delle ipocrisie mettendo in scena una coppia di omosessuali salentini che sfidando il comune senso del pudore riafferma paradossalmente il valore della famiglia. Una famiglia tutta borghese in cui Ludovico, figlio di un notaio, e Carlo, antropologo ed erede di una importante azienda casearia, superata da tempo la tempesta dello scandalo che ha travolto le loro vite, si ritrovano a fare i conti con il figlio, Marco, nato dalle nozze di Carlo con Eleonora, morta per una malattia incurabile dopo la nascita del bambino. Ne è passato del tempo e Carlo e Ludovico ora trepidano perché sono in attesa di una visita del figlio appena laureatosi in architettura e sanno che il giovane non sarà solo, bensì verrà accompagnato da Kris, una ragazza o forse, chissà, un ragazzo. L’attesa estenuante di sapere come stanno le cose dà al romanzo, peraltro veloce, una tensione funzionale alla sua essenza che la trama intessuta di flashback chiarisce, schiudendosi su un vissuto in cui, se pure lontani dai concetti di Dio e di peccato, ci troviamo in presenza di un mondo complicato dalla presenza di nuove immagini dell’amore che coesistono con conformismi e doveri di famiglia anch’essi vulnerabili e presuntuosi nella loro zelante “onestà”. Pagano scende così negli insospettati abissi dell’infanzia e dell’adolescenza in cui spirito e sensi si smarriscono nei labirinti di desideri ed istinti che dovranno poi rapprendersi in abitudini, costumi, sentimenti, comportamenti, educazione, principi e ancora egoismi, costrizioni, buoni e cattivi pensieri, sacrifici, altruismi. C’è tutto questo, quanto è più normale appunto, nel romanzo di Pagano, che appare meno cerebrale e più maturo di Re Kappa (Besa editrice), con il quale ha esordito; e l’attualità, e la scabrosità, pur interessante della materia finiscono così per costituire solo un dettaglio nel gran mare dell’umanità.

leggi qui la recensione di Patrizia Danzè