“È tutto normale”, prima ristampa! Scarica gratis “Genealogia di Marco”, il prequel


Apprendo dall’editore Lupo che il mio secondo romanzo, “È tutto normale” (pubblicato a inizio luglio), è giunto alla prima ristampa. Con questo post voglio ringraziare i lettori che per primi hanno dato fiducia al mio libro, sperando che si moltiplichino, e insieme a loro lo staff della casa editrice. Per ringraziarvi pubblico qui di seguito in formato pdf il prequel di “È tutto normale”. Chi lo ha letto sa che il romanzo si svolge in un giorno e che protagonista della vicenda è la famiglia Donini, Carlo, Ettore, Marco, Ludovico Carrisi, Eleonora e Kris, insomma, alcuni di voi conoscono questi personaggi che mi hanno fatto compagnia per tanto tempo. Quello che potete scaricare è il racconto di quello che c’è stato prima, chi ha letto il romanzo troverà qualche risposta ad alcuni interrogativi. Chi non lo ha letto può partire qui. Buona lettura.

[cliccate il link qui sotto per scaricare il file pdf]

“Genealogia di Marco” – Luciano Pagano – prequel di “È tutto normale” (Lupo Editore, 2010)

“Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia”. Antonio Errico recensisce “È tutto normale” su Nuovo Quotidiano di Puglia


Pagano, parole contro il muro dell’ipocrisia
di Antonio Errico

Nuovo Quotidiano di Puglia
(15 Settembre 2010)

Frammenti che sono l’espressione di tutta una vita. Perché solo un attimo, solo una parola, un gesto, uno sguardo, un trasalimento, un’emozione, un pensiero che sopraggiunge e svanisce, possono riuscire a dire una vita nella sua irripetibilità. Una vita è sempre oltre e altro rispetto a quello che sembra. Per raccontare una vita bisogna riuscire a stringere quell’oltre e quell’altro. Con questa tensione, con la sfida – ad un tempo temeraria e calcolata – lanciata alla possibilità che ha la scrittura nei confronti del magmatico universo interiore, Luciano Pagano si mette a raccontare la storia di “È tutto normale”, il romanzo pubblicato da Lupo Editore. Racconta cercando continuamente in ciascuno dei personaggi quell’elemento che rappresenta l’unicità dell’esistenza. (“Gli uomini sono uguali in tutto, tranne che nel modo in cui danno l’amore”). L’unicità ha bisogno di parole essenziali: non vuole metafore ma pretende definizioni precise, concluse, definitive. L’irripetibilità – che è il nucleo profondo – si rappresenta attraverso un linguaggio liberato da qualsiasi increspatura, da ogni elemento figurativo. Quello di Pagano rappresenta il risultato di una sintesi estrema delle situazioni e delle psicologie dei personaggi. È incisivo, molto spesso tagliente, non indulge e non indugia, a volte è aggressivo; pochi aggettivi, avverbi rarissimi. È un linguaggio dai movimenti rapidi, dalle svolte che molte volte si rivelano imprevedibili. Attraversa le atmosfere come una pietra di fionda e va a spaccare i vetri dietro cui si nascondono le ipocrisaie del perbenismo e dei pregiudizi. Il linguaggio scava in quello che accade, nella memoria costante e incombente, nell’infanzia. Quando trova il punto che sembra dia origine alle vicende, la radice dei loro sviluppi, allora s’impunta. E mette a nudo. Smaschera, sviscera.
I dialoghi costituiscono un esempio significativo di questo procedimento. Si ha l’impressione che le storie nascano dai dialoghi, che essi siano il perno e il movente, che da essi dipenda il corso delle cose. Nei dialoghi del romanzo di Pagano scorrono sotterranei tutti i sentimenti; di volta in volta si caricano di nostalgia, di passione, di rancore. Sono la condizione linguistica che più di ogni altra – più profondamente, più drammaticamente – segna e nutre la differenza e la distanza non solo tra generazioni diverse ma tra concezioni della vita e del mondo così diverse da sembrare inconciliabili.
È un libro di interrogativi – spesso lancinanti – che restano sempre senza una risposta. La materia ribillente di una condizione di diversità (diverso da chi, da cosa? Soprattutto diverso perché?) contestualizzata nella dimensione del tessuto delle relazioni sociali, non è altro che una delle tante storie che corrono nel mondo e non rappresenta in alcun modo un pretesto di siociologismo, ancor meno di moralismo, meno che mai mezzo e occasione per un messaggio. È una delle innumerevoli metafore dell’esistere. Ora, considerato che la metafora è una costruzione di parole, Pagano dimostra uno straordinario impegno e rispetto nei confronti della parola.
Una sola parola, in questo romanzo, apre o chiude un complesso – aggrovigliato, drammatico – mondo esistenziale. Ci sono parole che diventano sentenza di assoluzione o di condanna; altre che riescono a far emergere il non detto, il rimosso, il celato. Recensendo su questo giornale il primo romanzo, “Re Kappa”, dicevo che Pagano intende dimostrare che la fonte e l’origine della narrazione si ritrovano in un impulso a narrare e in una domanda sul senso e la funzione che assume questa condizione esistenziale. “È tutto normale” si pone come conferma di questa ideologia del narrare.

Nicoletta Scano recensisce “È tutto normale” su i-libri.


Il secondo romanzo di Luciano Pagano, E’ tutto normale, pubblicato nel 2010 da Lupo editore, si svolge tutto nell’arco di una giornata.
Offre uno squarcio sulle riflessioni di un giorno come tanti eppure intensamente condizionato da un’occasione speciale, il ritorno a casa dopo diversi anni del figlio Marco.
I protagonisti del racconto portano a galla le loro intere vite, le esperienze passate e le conseguenze delle loro scelte, come a volerci ricordare che in ogni singolo momento non siamo che il prodotto di quanto abbiamo vissuto. Il titolo dell’opera potrebbe apparire stonato, soprattutto considerando che la coppia di cui si narrano le vicende è composta da Ludovico e Carlo, due omosessuali che nel profondo sud d’Italia hanno allevato un figlio, superando i consueti attriti familiari, le occhiate curiose dei compaesani e la moralità più o meno autentica della cerchia di conoscenze che li ha circondati per trent’anni.
Spiccano anche altre figure, per prima quella di Eleonora, la madre di Marco venuta a mancare precocemente eppure sempre presente;  quella di Kris, il compagno o la compagna (per gran parte dell’opera questo non è chiaro) che il ragazzo sta per presentare ai genitori.
Ci si potrebbe chiedere dunque: che cosa è normale? Questione insidiosa, che certamente l’autore non si prefigge di risolvere. Forse è solo una provocazione, buttata lì per invitare alla riflessione.
Chi ancora non ha letto questo romanzo, non si aspetti un pamphlet pro o contro l’omosessualità: certo, questo particolare aspetto è fondamentale per comprendere le dinamiche e desideri dei personaggi, tuttavia non è un fine, ma un inevitabile mezzo per ricostruire il vissuto dei protagonisti, per entrare in una storia che non vuole essere paradigma ma semplicemente narrazione.
L’autore sembra rifuggire da dettami etici o opinioni marcate, e certo non struttura come fosse un’inchiesta giornalistica l’evolversi della vicenda, ma semplicemente indaga la vita di una famiglia nella sua peculiarità, senza mai alzare i toni e concentrandosi piuttosto sui percorsi psicologici ed emotivi dei personaggi.
Le questioni anche più forti e toccanti della storia appaiono come sfumate, metabolizzate attraverso il ricordo, eppure molto vivide, capaci di offrire al lettore un vero contatto con la realtà dei protagonisti.
Il romanzo regala uno sguardo lucido, capace di raccontare delle vite così come sono; il tutto arricchito da una bellissima copertina (che non guasta mai) e da una folgorante osservazione sulla quarta:”una volta fuori dall’utero ogni uomo è perso“.

Nicoletta Scano
i-libri, 15 Settembre 2010

“È tutto normale” nella famiglia di oggi. Enzo Mansueto su “Il Corriere del Mezzogiorno” del 12/09/2010


“È tutto normale” nella famiglia di oggi
Enzo Mansueto

Se la «famiglia» è stata la pietra di volta nella costruzione retorica dell’Italia recente, il tema scelto da Luciano Pagano per il suo nuovo romanzo è dirompente: l’analisi delle pieghe psicosociali di una famiglia omogenitoriale nel Salento agiato del presente. E la normalizzazione, che un linguaggio misurato e discreto – distante da certa iperletteratura che lo stesso autore aveva praticato – impone al tema, non fa che rendere più eversiva la scelta. Detto ciò, mettiamo da parte ogni aspettativa di trasgressione o esibizionismo da gay pride. Più vicino a certo minimalismo americano (Leavitt?), il romanzo esaurisce il fattore «scandalo» nella scelta del marchingegno narrativo, che sostanzia l’esordio della storia: Marco, laureato in architettura a Roma, torna nel suo Salento, in una ricca villa, dai genitori, per presentare Kris. Nome ambiguo, che non svela, da subito, il genere sessuale del partner. Lo scatto si ha quando apprendiamo che i genitori di Marco si chiamano: Carlo e Ludovico. Esaurito l’accidente narrativo, l’azione del romanzo, introversa e psicologica, si snoda, nell’arco di una giornata, sostanziandosi di feedback emotivamente efficaci, che incidono in noi i tratti dei personaggi. (12/09/2010)

Cento libri (o giù di lì) che mi hanno salvato la vita [1]


“la verità è che la musica mi ha salvato
quand’ero piccolo la musica mi ha salvato
e me ne stavo seduto sul mio prato
ad ascoltare il mangiadischi cantare
Tricarico

È probabile che questa fosse una delle reminiscenze di strofe che mi frullavano nella testa quando mi è venuta quest’idea, abbastanza semplice a dire il vero. A dire il vero è stata colpa di un’amica, nel mezzo del flusso di una timeline su twitter si gira e chiede che qualcuno le consigli un libro da leggere. Non ci penso un attimo, “Sogni di Bunker Hill” di John Fante, John Grande. Lei mi chiede in 140 caratteri (un tweet) di dire il perché a supporto di questo consiglio. Rispondo con altrettanto candore che non c’è un perché, “fidati e basta”. Sono in debito di un consiglio e di qualche altro centinaio di consigli. Ecco, nella critica, a margine della critica, prima dopo e durante la critica avevo bisogno di creare una zona temporaneamente autonoma dove elencare i libri che mi hanno salvato la vita. A dire il vero sono arrivato a 100 in meno di cinque minuti, poi ci sono ritornato su per un po’, alla fine sono 103/104 o giù di lì. Sono certo che altri se ne aggiungeranno. Sono certo che molti ne avrete già letti, alcuni no. Sono certo che molti non li avreste mai voluti leggere né mai vi salterà in mente di farlo. Sarà il pretesto per parlare di tutto, come sempre. Non è la critica che mi interessa (non per questa sezione), anche se di alcuni potete leggere migliaia di pareri ovunque, e di certi pubblicati negli ultimi anni potrete leggere anche qualche mia recensione. Detto ciò, i libri sono quelli, scelte commentabili, opinabili. Magari di qualche autore ce n’è più di uno, e non è detto che sia perché si tratta del mio autore preferito. Magari dei miei autori preferiti ho fatto un po’ di boxe con me stesso fino a sceglierne uno solo, e già questo è un gesto critico. Stefano Salis qualche giorno fa sul Domenicale scriveva che si attende molto dalla critica su internet. Io assieme a quella mi aspetto molto anche dalla franchezza, senza puzza sotto al naso, per restare nei paraggi dello stile e allo stesso tempo del “mi piace” “non mi piace” che tanto vanno di moda. Mi sono anche chiesto se sia possibile fare una selezione, perché forse la mia libreria già lo è, una selezione. Può darsi che l’elenco di questi libri preferiti si estenda un giorno a tal punto da diventare coincidente con l’elenco dei libri che possiedo. No. Non sono tutti preferiti, né tutti mi hanno salvato la vita. Detto ciò. “Sogni di Bunker Hill“, di John Fante. Per imparare la sensazione – chi l’ha provata conosce di che cosa si tratta – di quando si viene remunerati per aver scritto qualcosa. Un’epopea in poche centinaia di pagine, un vero sogno americano a occhi aperti di nascosto da quel sogno che per molti diviene un incubo. “L’ultimo, struggente romanzo di Fante, considerato il suo testamento”. E poi a John Fante piacevano i cani, quindi non doveva trattarsi affatto di una cattiva persona.

“Così, ‘fanculo Los Angeles, le tue palme, e le tue donne con i culi alti, e le tue strade alla moda, perché io me ne vado a casa, torno in Colorado, torno nella dannata migliore città degli Stati Uniti: Boulder, Colorado”. (John Fante)

Roberto Martalò recensisce “È tutto normale” su CorriereSalentino.it


“In amore è tutto normale”
di Roberto Martalò

Con il romanzo “È tutto normale”, Luciano Pagano affronta il tema della qualità dell’amore e, con delicatezza e sensibilità, ci introduce in un mondo di speranze ed angosce.
Dopo la laurea in architettura, Marco torna qualche giorno nel Salento per presentare Kris ai genitori. Questo incontro nasconde però tante insidie: Marco infatti è stato cresciuto da una coppia di omosessuali, il padre Carlo e Ludovico, che ha preso il posto di Eleonora morta poco dopo il parto. I due, vista l’ambiguità del nome Kris, non sanno decifrare l’orientamento sessuale del figlio e vivono questa attesa con differenti stati d’animo e aspettative. Figlia di un pastore canadese sprezzante gli omosessuali, Kris non conosce la vera situazione familiare del suo ragazzo: per timore, questi le ha raccontato la storia di una famiglia normale, con una madre misteriosa e sempre in viaggio.
Il finale più che l’epilogo della storia sembra essere un manifesto sull’amore e un auspicio affinché tutti possano accettare e comprendere ogni sfumatura di questo sentimento perché “l’amore vuole sempre il bene, non è mai cattivo, l’amore ha tanti nomi e tutti i nomi dell’amore servono a distinguere l’amore dal vuoto del nulla che c’è fuori”.
L’autore smaschera le ipocrisie e il bigottismo della società odierna nel voler definire e classificare l’amore come se certe manifestazioni fossero solo una deviazione o una malattia: è così che la credente Kris si dimostra essere la più intollerante dei personaggi sia nei confronti degli omosessuali sia nei confronti delle persone deboli; nonostante ciò, ogni sera prima di addormentarsi prega il Signore per sentirsi a posto con la coscienza.
Pagano caratterizza i personaggi scavando nel loro inconscio, descrivendo comportamenti e modi di essere e di pensare, presentandoceli come se fossero dinnanzi a noi, vivi e reali. Fa tutto questo con un linguaggio diretto e chiaro ma sempre profondo, alternando una narrazione esterna e onnisciente a una interna al racconto, quasi da dialogatore invisibile ma presente.
“I personaggi – afferma Pagano – erano diventati presenze abituali delle mie giornate. È stato bello accorgersi che ciò accade anche nei lettori; l’altra buona impressione che sto ricevendo è quella della ‘lettura veloce’, ho lavorato molto affinché nella versione definitiva restasse solo ciò che ritenevo indispensabile; mi interessava rendere plausibile e quotidiana una dimensione che non a tutti può sembrare tale, anche nel linguaggio”.

leggi qui la recensione di Roberto Martalò

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”, Valeria Raho recensisce “È tutto normale” su QuiSalento di Settembre


la presente recensione di Valeria Raho è all’interno del numero di QuiSalento di settembre, già disponibile in edicola

“Sei vite difficili e una briciola d’eternità”

“A day in the life” cantavano The Beatles. Un giorno nella vita. Una briciola d’eternità, forse. Oppure un arco sufficiente per scoperchiare le falle di una vita coperta da un rassicurante tappeto di menzogne. Come in “È tutto normale”, seconda prova creativa per lo scrittore Luciano Pagano, dove la rincorsa di due albe diventa un campo abbastanza vasto per assaltare castelli murati di falsità e finte fiducie.
La storia prende corpo a Villa Donini, immersa negli ulivi della campagna salentina: nel casale vive una famiglia “regolare”, almeno fino agli anni Settanta, quando era ancora formata dal piccolo Marco, dal padre Carlo, distinto professionista, ed Eleonora, a cui subentra Ludovico ben prima della scomparsa della donna, dovuta ad una rapida quanto folgorante malattia. A distanza di trent’anni, il classico ritorno al “sottomondo”, nel profondo Sud, del figlio neolaureato con al seguito un misterioso ospite da presentare ai genitori, diventa un punto di non ritorno che costringe i protagonisti a fare i conti con il passato, il presente e le proprie convinzioni. In una sorta di zona grigia, giocata su una scacchiera di flashback e considerazioni taglienti come sentenze, forgiate in una lingua sempre nitida, dove ogni vocabolo sembra il frutto di un’attenta selezione, Pagano porta avanti le fila della narrazione che fa di un dubbio sorto intorno all’identità sessuale di Kris, un cavallo di Troia per entrare nel cuore del romanzo.
Nell’opera, edita da Lupo, i personaggi risultano figure a tutto tondo, complesse per i loro trascorsi, di sicuro struggenti, anche se perennemente sprofondati nel desiderio quasi compulsivo di dover, sempre e a tutti i costi, giustificare il proprio statuto, la maternità delle proprie riflessioni.
In molti microepisodi, la “materia familiare”, che ha il suo perno nell’omogenitorialità, è trattata con estrema delicatezza, avvolge il lettore per trasformarsi, solo in apparenza, in una sabbia mobile che dapprincipio non ha consentito ai personaggi di spiccare il volo verso una nuova consapevolezza. In realtà, è “la percezione dell’altro” il punto focale di tutta la narrazione, le gabbie interiori che Marco, Ludovico e Carlo costruiscono nel cammino genitoriale, le aspettative e le menzogne (“è così facile mentire”, ripete spesso Marco) a rappresentare i veri problemi della relazione in questa storia lunga un giorno. Lunga sei vite.

Valeria Raho

Buon compleanno, Bene.


“Non ho un amico che possa raccontare la mia storia,
un amico che mi preceda per evitarmi quelle spiegazioni che m’ammazzano”

Non so se preferisco ricordare tutte le notti e i giorni che ho mandato nel mangianastri la cassetta del “Pinocchio”, oppure “Un amleto di meno” in vhs; non so se preferisco ricordare la meravigliosa serata nel fossato del castello, a Otranto, ascoltando il Dante, con Carmelo Bene che malediceva il frastuono degli applausi. Non so. Mi manca qualche pernacchia in più nei confronti del Potere; mi fanno ridere gli epigoni, che parlano col sedere. Ma di Carmelo Bene so una cosa, so che non mi manca, perché c’è tutto, e per quanto mi riguarda oggi compie 73 anni perché non se n’è mai andato.