Sabato 30 settembre, nell’ambito della “Festa dei lettori” sarò all’ITC Salvemini (Auditorium) di Fasano (ore 11.00) per presentare il “Canto Blues alla Deriva“, la stessa mattina, assieme a me, ci sarà Rossano Astremo, che presenterà la sua rivista “Vertigine”.
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shame on you!

“We like non-fiction and we live in fictitious times.
We live in the time where we have fictitious election results that elects a fictitious
president.
We live in a time where we have a man sending us to war for fictitious reasons.”
(estratto dal discorso di 1:57 min tenuto da Michael Moore nell’Oscar 2003 per “Bowling a Columbine“)
“Intanto Soldati borbotta qualcosa e, quando si toglie dal volto l’asciugamano, vedo che non ha più la lunga barba che si faceva crescere da due anni. Non ha resistito alla tentazione di tagliarsela, per vedere che cosa c’era sotto. Sì, Soldati è uno dei pochi scrittori che vive la sua autobiografia.”
(Ennio Flaiano, Diario Notturno)
Un discorso che potrebbe essere preso come punto di partenza, secondo me, per un’analisi sulla deriva ontica (tutta positiva) della narrativa italiana, che scivola e a ragione, verso la narrazione autobiografica. A volte le vicende vissute da certe persone (scrittori o non scrittori che siano) sono interessanti, a volte mettersi a lavoro per cercare di costruire personaggi fittizzi/fattizzi può condurre a risultati che sono distanti da ciò che si potrebbe ottenere lavorando su sé. Mi vengono in mente, ad esempio, l’introduzione metodologica posta all’inizio di “Troppi paradisi”, di Walter Siti e questa nota di Gliulio Mozzi postata in inizio del frammento estratto da “Contronatura” (il protagonista “fittizio” di Contronatura si chiamerà Massimiliano Parente e fatti, luoghi o persone vi saranno, come ha dichiarato lo stesso Parente (quello vero, non quello “fittizio”) “puramente causali”.); oppure Carlo Bordini (Manuale di autodistruzione/Fazi, Gustavo/Avagliano Editore) che scrive pagine di diario che trasforma in romanzi o romanzi che sono vividi come pagine di diario. Era ora!
il più bel giacinto del mio giardino
Quando avevo nove anni non capivo un cazzo, cercavo di far breccia nella nebbia leggendo qualche libro, a scuola ero bravo, omologarmi tra le quattro mura della scuola mi serviva a non rimpiangere il fatto di prendere bastonate a improperi quando giocavo a palllone. Ero una schiappa. Ero uno di quelli senza un minimo di tattica che segnano semplicemente perchè si trovano al momento giusto nel posto giusto e, soprattutto, non si stancano mai di fare avanti e indietro come i pirla. Abitavo a Novara, giocavamo nel quartiere di Sant’Agabio, il campetto era di fronte ad una cascina che nel 1989 fu rasa al suolo. C’era soltanto una cosa che mi faceva acquistare un po’ di credito: il mio pallone di cuoio vinto con i punti della nutella e firmato da Giacinto Facchetti. Non mi ricordo quanti vasetti di nutella dovetti svuotare per accumulare i punti, non potevo crederci, l’emozione di correre dal benzinaio per chiedergli, pallone in una mano e cannuccia di plastica nell’altra, di gonfiare il pallone con dentro la camera d’aria arancione. Un calcio in faccia o nel basso ventre ed eri finito, per venti minuti potevi arrenderti a stare lì ad aspettare di rientrare,maledicevi tutto tranne Giacinto Facchetti, la nutella c’entrava poco o niente, non c’entravano i soldi necessari per l’acquisto di ogni barattolo, era come se il pallone te l’avesse regalato lui, c’era la sua faccia e il sorriso sulla lettera che accompagnava il pallone di cuoio bianco e nero nuovo di zecca, era come se Giacinto ti avesse scelto tra un milione di ragazzini dalle ginocchia spellate e i gomiti neri per giocare in sua vece e diffondere un verbo di scivolate. Addio!
seize the day
Luogo: bancarella del libro usato in Piazza Libertini
Tempo: festa di sant’Oronzo, il santo patrono di lecce, una festa che quest’anno ha risentito di alcune critiche da parte dei cittadini, l’agone politico nel salentino si scontra a suon di luminarie e orchestre
Data: 25 agosto 2006, centoseiesimo anniversario della morte del filosofo tedesco F. W. Nietzsche
Personaggi: luciano, proprietario della bancarella
Prologo: luciano individua tra gli scaffali della bancarella una copia intonsa de “Horcynus Orca”, il capolavoro di Stefano D’Arrigo, nella prima edizione mondadori datata gennaio 1975
Primo atto
luciano (pensando): “non ho mai acquistato l’edizione rizzoli, più per pigrizia che per mancanza di volontà, a dire il vero ho già acquistato I fatti della fera ad una bancarella del mercato settimanale di Gallipoli per 1 euro”
Secondo atto
luciano (scontrandosi con un ex-amico): “come va…bene?…non mi sembra…ti vedo ingrassato…abbronzato…dimagrito…bianco…triste..felice”
Terzo atto (l’approccio)
luciano: “Quanto viene?”
proprietario della bancarella. “dodici euro”
luciano: (disinteressato) “se me lo fai dieci lo prendo”
proprietario: (senza esitazione) “va bene”
Ecco il testo del depliant/pieghevole che accompagnava la prima edizione dell’opera:
“Opera di grandioso respiro epico e lirico, Horcynus Orca racchiude in una azione di pochi giorni e in uno spazio compreso tra l’estremità della Calabria e la Sicilia una materia di immenso potenziale mitico e simbolico e insieme di straordinaria evidenza realistica: il ritorno al paese, a Cariddi, nello sfacelo dell’autunno del 1943, di ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu regia Marina, che percorre a piedi le coste devastate della Calabria e viene trasbordato di notte da Circina Circé, potente e ammaliante figura di femminota, dedita a misteriosi traffici su e giù per lo sill’e cariddi. Riapprodando all’isola, tutto quanto costituiva il suo mondo, a terra e a mare, gli appare stravolto, immeschinito e degradato dalla guerra e dalle conseguenze della guerra. L’apparizione improvvisa dell’Horcynus Orca, dell’Orca che dà la morte, che dà la morte e basta, dell’Orca che è, in una parola, la Morte, segna una svolta narrativa di grande effetto e imprime al romanzo una cadenza fortemente drammatica. L’orcaferone, mostro terrificante e cancrenoso, col fetore della sua piaga rivela subito implicazioni simboliche, che non cadono mai nell’astrazione, ma si esprimono in immagini di potenza vitale e visionaria. Dopo l’agonia dell’orca, scodata e irrisa dalle fere, feroce razza di delfini del duemari, e il traino e arenamento dell’enorme carogna ad opera di inglesi e pellisquadre, si assiste a un tempestivo cambiamento di ritmo narrativo e le ultime duecento pagine – che con una progressiva e inaspettata concentrazione dei fatti, tipica del climax tragico della tradizione più alta, portano senza una pausa al finale – sono di una grandezza senza aggettivi. Il viaggio di ritorno di ‘Ndrja Cambrìa si rivela, così, come il suo avanzare, a poco a poco, verso la morte, in un mondo alterato, corrotto, reso irriconoscibile.
Qualsiasi esemplificazione riassuntiva appare però totalmente inadeguata alla sconfinata architettura dell’opera, che fin dalle battute dell’inizio introduce in una dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e dalle abitudini narrative del nostro tempo. Fondendo il presentimento della morte e il sentimento della vita, il romanzo sviluppa, attraverso quarantanove episodi e una serie sterminata di personaggi e figure, di visioni e di sogni, di ricordi, di simboli e di associazioni, di variazioni e riprese, l’immensa tematica di quella continua metamorfosi che è la vita degli uomini e dell’universo. Essa si articola in una stupefacente varietà di registri stilistici e in una altrettanto prodigiosa molteplicità di piani narrativi, volta a volta – e spesso contemporaneamente – onirici e realistici, evocativi e visionari, soggettivi e corali: dall’amore tra Aci e Galatea, vissuto dal figlio, alla scandagliata per la riviera di ‘Ndrja e Masino, dall’iniziazione erotica di ‘Ndrja alle immagini ariose ed epiche dell’agonia dell’orca fino al progressivo emergere e dilagare della corruzione agli occhi di ‘Ndrja (il Maltese dalla dentatura d’oro, la regata, la fine dell’idolo don Luigi Orioles).
E’ una narrazione dai tempi lunghi, non solo in senso materiale, ma interiore, che muove per cerchi concentrici da punti diversi e si conferma costantemente come unità: unità di mondo morale e fantastico, completamente risolta in un linguaggio dove convergono e si potenziano reciprocamente, per dilatarsi e arricchirsi in una nuova realtà, le lingue ancora oggi parlate di quell’immenso deposito millenario che è la Sicilia; esse reagiscono con l’italiano delle codificazioni letterarie e producono, con continue contaminazioni e neologismi, una lingua insieme nuova e antica, unica nella inesauribille proliferazione delle su einvenzioni e, al tempo stesso, totalmente realizzata nelle su epotenzialità di comunicazione e di espressione. Così che Horcynus Orca, se da un lato può apparire, senza alcun dubbio, una sorta di monstrum nella narrativa contemporanea, dall’altro affonda le sue radici nel sotrato più profondo, più vitale e più ricco della tradizione occidentale, rinnovandola in un testo di smagliante bellezza e di memorabile densità, destinato a occupare, in assoluto, un posto di primo piano nella letteratura del Novecento”.
Carlo Bordini a Tricase.

Domani sera, nell’ambito della rassegna Passaggi d’autore (trovate qui il programma completo dell’evento incominciato ieri) interverrò insieme a Massimo Barone alla presentazione di “Gustavo. Una malattia mentale” (Avagliano Editore), di Carlo Bordini.
“Troppi paradisi” di Walter Siti. Una lettura.
“Troppi paradisi”, il terzo romanzo pubblicato da Walter Siti, racchiude una dimostrazione – non la dimostrazione – di come sia possibile, per le lettere, continuare a generarsi di continuo, al di là di ogni dibattito, sulla propria materia vitale, trasversale, sorvolando le operemondo e le fiction e le faction e le novel e le antinovel. Questa è una di quelle opere che azzera il contatore e ci riporta in direzione di una ricerca che coniuga almeno tre aspetti fondamentali. Il primo, l’autobiografia in letteratura; l’ammirazione che il “Walter Siti” (personaggio del romanzo) esprime nei confronti di Alberto Arbasino è segnale di una filiazione/fratellazione diretta – scolastica in certi punti – con la leggerezza e la vitalità di certe pagine aeree contenute in “Fratelli d’Italia”. Siti è un ottimo descrittore delle dinamiche psichiche della mediocrità, che qui è sinonimo di quotidianità progredita d’occidente. Già dalle prime pagine del capitolo che contiene la disanima del suo rapporto di sessantenne con i genitori ‘resistenti’ in ogni senso al suo essere arrivato ad occupare una posizione comprendiamo che in questo romanzo ogni convenzione e singola ipocrisia verranno passate ad un setaccio finissimo. Il secondo elemento che viene dichiarato è il rapporto tra realtà e finzione, un rapporto che a mio parere non è così cruciale (così come appare nell’economia della narrazione), non come sembrerebbe in virtù di una dichiarazione iniziale che risulta essere più un salvacondotto della veridicità del personaggio e non della materia, poco importa che i nomi e i cognomi siano o non siano quelli, bastano gli asterischi disseminati se uno vuole celare davvero, una volta nel romanzo la sospensione è in atto, crediamo ciecamente ad ogni cosa che viene letta, detta, dai personaggi. Un’autobiografia ‘contraffatta’, una realtà che replica la realtà in modo identico, l’identità vera è infatti possibile soltanto nella similitudine approssimata del reale. “Troppi paradisi” è un romanzo sull’amore che emoziona le persona, è un romanzo sulla possibilità di provare un amore disperato e dissennato, a tutti i costi. Il gossip e lo sfondo socio-televisivo presenti nel romanzo sono nella norma ambientale cui il lettore odierno – non solo di libri – è abituato, l’impatto che i reality-show hanno avuto nell’immaginario del nostro paese ha fatto sì che tutti conoscano Taricone come in un tempo mitico Ercole, quindi sorvolati l’agio e il disagio (per chi rifiuti di datarsi all’oggidì) di questa invasività mi(s)tica è l’amore che domina la narrazione, con l’attrazione, i dispetti, la dipendenza e i sospetti, le lontananze, i ricongiungimenti. Sergio ha trent’anni in meno di Walter, il protagonista che lo vede come un nipote; Sergio è dominato da un desiderio di arrivare apparendo, ignaro di tutto ciò che si nasconde dietro un sorriso o un ingaggio per un programma televisivo; pagherà le conseguenze di questo suo carattere con una breve esclusione dal suo mondo preferito, dimostrando la capacità di riprendersi e conquistare una sua autonomia che coinciderà con un’autonomia/affrancatura affettuosa da “Walter Siti”, il mediocre virtuoso. Interessante il racconto delle ‘voci’ legate alla presunta pedofilia, cresciute e diradate nel sottobosco di personaggi dubbi (Mario Lucchi et coetera); queste voci rischiano di far naufragare per sempre ogni tentativo di Sergio al crearsi un’immagine e una professione. L’effimero e la fragilità dei Personaggi Televisivi abbondano, l’incapacità di interagire con le persone normali. Walter ha bisogno di sesso (e di Sergio), cercherà di ampliare le sue esperienze e conoscenze con ragazzi a pagamento, toccando i vertici della mediocrità e dell’abiezione, senza mai perdere se stesso e – il Walter Siti autore – senza smarrire la bravura nella narrazione. Walter non è ricchissimo, conosciuto Marcello, il secondo amore nel romanzo, decide addirittura di trascorrere sei mesi (giugno/dicembre) spendendo e vivendo oltre il limite massimo delle sue possibilità. Marcello sembra incarnare il ‘Riccetto’ pasoliniano elevato all’ennesima potenza e calato nella contemporaneità del mondo fitness, degli elettrostimolatori e delle droghe dopanti, si accompagna ad un corpo perfetto che coincide con la sua anima, anch’essa tutta visibile, spontanea e priva di macchie; il suo corpo e la sua anima sono quelli di un super-puer che è tutto lì, prendere e prendere, l’amore di Walter è così meno cerebrale, meno ansioso di doversi a tutti i costi mutare per essergli il più vicino possibile, dovrà fare quattro lavori (sempre meglio che lavorare! diceva a Sergio) per mantenerlo. C’è un elemento tragico, sotteso alla narrazione, che è continuo, la morte (Alfredo, Renatone) non è un campanello d’allarme utilizzato dal narratore per riportare alla realtà con la sua crudezza, la morte serve ai personaggi per accorgersi d’un tratto di essere cose vere, tante autobiografie romanzate e non una soltanto affollano questo romanzo. Le stranezze promosse ad epifanie, si potrebbe dire per sovvertire una frase presente in “Troppi paradisi”, a voi sciogliere l’enigma. L’amore di “Troppi paradisi” è l’amore bisessuale, le donne che compaiono nel romanzo sono o apparentemente disturbate dall’omosessualità (la Catapano protettrice artistica e iniziatica di Sergio), oppure, come Chiara (la pseudocompagna di Marcello), sono disposte ad accettare un quasi-tutto sempre celato, narrato e descritto da Walter (il filtro credibile), tutto pur di riuscire a far fede all’immagine di rapporto che si sono costruite come materialmente accettabile, “a proposito di donne sole e infelici”. Il fatto di essere rappresentazione di una ‘realtà depotenziata’ (p. 96), concede all’autore di presentare ottimi scorci di surrealtà vera (vedi il dialogo COSTANZO-GRILLINI-MUSSOLINI presente nelle stesse pagine).
Così scorre la vita di Walter Siti, che si autodichiara campione di mediocrità fin dalla prima pagina e nel corso di “Troppi paradisi” acquisisce una consapevolezza dell’amore e del sacrificio così forte da divenirne un portatore sano e anticorpo necessario presso la sua cerchia di amici, verrebbe da dire che non c’è nulla che riveli più profondità dell’esatta descrizione di ogni superficie. Buona lettura.
anticipazione da “Musicaos.it, anno 3, numero 23”
125 anni dopo, per chi suona Campana? per voi!
Centoventicinque anni fa nasceva Dino Campana, il poeta che ha traghettato la nostra poesia dall’ottocento al novecento. Ecco due sue poesie:
I piloni fanno il fiume più bello
I piloni fanno il fiume più bello
E gli archi fanno il cielo più bello
Negli archi la tua figura.
Più pura nell’azzurro è la luce d’argento
Più bella la tua figura.
Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi
Più bella della bionda Cerere la tua figura.
(per Sibilla Aleramo)
Sdraiata nel carrettino
Sdraiata nel carrettino
Con il zio prete vicino
Bellezza ecclesiastica
Eletto giardino
Occhi di mandorla e sensuale
Che la bocca non si vede
Che il seno non si scorge
Dietro le ruote del tuo carrettino
Sono come un bambino
La fronte scritta sotto la fratina
Che hai gli occhi pallidi come una bambina
Il viso è muscoloso seta pallida
Nel riso della prima gioventù
Penso dove consista la tua bellezza
Questa sera davanti al giardino
Occhi a mandorla e sensuale
Che la bocca non si vede
Che il seno non si scorge
Grassa canonichessa sdraiata nel carrettino
Con il zio prete vicino
Che la bocca non si vede
Che il seno non si scorge
IL viso è muscoloso seta pallida
Nel riso della prima gioventù.
Canto Blues alla Deriva – Sabato 26 Agosto – al Palazzo Ducale di Martano – Margini 2006

AVVISO AI NAVIGANTI:
Sabato 26 Agosto, presso il Palazzo Ducale di Martano, alle ore 19.00 (circa), nell’ambito della rassegna Margini 2006, avremo occasione di presentare il “Canto Blues alla Deriva“, in un reading/presentazione con gli autori del “Canto Blues alla Deriva”. Siete tutti invitati a partecipare.
(foto Daquella Manera).
vacanza meccanica – il nuovo assessorato alla cultura della Provincia di Lecce (di Mauro Marino)
Il nuovo assessorato alla cultura della Provincia di Lecce
di Mauro Marino
I nomi contano, condensano l’esperienza, la competenza, le capacità di chi li porta. La politica, nei suoi organigrammi, non sempre declina il nome con il “chi è”. Incarichi, mansioni e ruoli si destinano in base a posizionamenti in quota ai partiti o a calcoli ‘astrusi’ che sfuggono alla comprensione delle persone che nome non hanno, se non quello generico di “gente” o quello più civico di “cittadini”. Questa volta, pare non sia del tutto così. C’è un nome per il nuovo assessore alla cultura della Provincia di Lecce: Sergio Blasi, sindaco di Melpignano e attuale segretario provinciale dei Democratici di Sinistra. Una storia personale e politica lunga di anni, tutta volta al ‘fare’, un operare capace di avere idealità ed idee, di muovere cambiamento e proposizione. Va sottolineato che l’esperienza amministrativa del personaggio è di tutto rilievo. Melpignano è paese organizzato secondo canoni di modello organico e trasversale. Lavoro culturale, qualità urbanistica, qualità ambientale, qualità educativa si intersecano nel quotidiano politico di quella comunità, con un’armonia che dimostra di avere pochi punti di squilibrio. Ora, la Margherita non è contenta; il centro destra non è contento e ‘interroga’; il presidente Pellegrino rimanda tutto a settembre. Possiamo provare a comprendere le ragioni di ognuno ma quello che più preme a chi opera in ambito culturale è – anche al di là del nome – la funzionionalità dell’assesorato e il suo ruolo nel territorio. Quell’ufficio è stato il punto di innovazione più rilevante della politica salentina in questi ultimi 10-15 anni, con una sorprendente sintonia con le cose della Storia. L’intuizione che il territorio doveva valorizzare le sue energie sottese, la necessità di dare una forte connotazione alla sinergia tra sistemi – economia, risorsa ambientale, tradizione, cultura, turismo – sono state le leve di quel virtuosismo che ha coniugato le strategie politiche con lo spontaneismo di chi, negli ‘spunti culturali’, ha trovato un suo autonomo ruolo di protagonismo. Un motore che oggi si mostra logorato, in ‘ansia’. Sembra esaurita la vena di novità e poco si fa per dare risalto e stabilità al portato della precedente stagione di ‘rinascenza’. Avevamo invocato, all’inizio della consigliatura Pellegrino, una correzione di rotta e una maggiore attenzione verso la risorsa territoriale, l’apertura di una fase di decantazione e affinamento in supporto alla qualità creativa emersa sull’onda della ‘scoperta salentina’. Non solo quella musicale, che per prima si è prestata all’usura essendo chiave sensibile di apertura a correnti, consumi e mode. La pizzica, canone identitario sdoganato dal purismo ‘folk’ e celebrato dalla ricerca compositiva, è oggi prodotto ‘elettrico’, molto spesso volgarizzato e svuotato di suono e di senso. Strada comunque se ne è fatta. Sappiamo tutti l’attenzione che il movimento musicale salentino richiama e quanto “apre” come opportunità di promozione territoriale. Ma ciò che è interessante indagare, conoscere e valorizzare sta tutto intorno alla musica. La ricerca creativa ha prodotto in questi anni esperienze di rilievo che se ben sostenute possono disegnare quella qualità di turismo che tutti perseguiamo al di là della parentesi stagionale. Al Salento, lo si dice da anni, non serve un turismo di conquista, l’usa e getta vacanziero da litorale romagnolo (che pure ha prodotto un alto livello di offerta legando il litorale col suo divertimentificio all’entroterra d’arte e di cultura, punteggiato di festival di alto richiamo dove la cultura è bene da partecipare e non da consumare). Utili sono eventi di qualità, richiamo per visitatori consapevoli, capaci di approfondimento e di rispetto, capaci di condividere, e anche ispirare, scelte di conservazione e tutela della risorsa ambientale. Molte esperienze di valorizzazione della invenzione creativa, messe in campo nel passato, sono state frustrate e hanno avuto vita breve. Due esempi: gli esperimenti di ‘Sale’ e ‘A Levante’, film corali che allenavano la scena dei videomakers costruendo momenti di scambio e di lavoro comune; le esperienze di ‘arte del territorio’ a Tricase, Cursi e San Cassiano. Mentre la maturazione di design, arte visuale, teatro, danza non ha adeguato accudimento. L’unico momento di crescita esperienziale sembra essere quello della Notte della Taranta che muove una coralità di energie nel suo progressivo concretizzarsi per l’evento finale. A questo crediamo il nuovo assessore alla cultura dovrà provvedere ristabilendo quel laboratorio, quello spirito di scambio che sembra essere polverizzato dall’impeto del “successo” salentino. Ridare spinta, motivazione e luoghi a quel diffuso mondo che ha saputo (e ancora sa) nutrire la particolarità di questa terra, concertando una politica culturale in grado di stabilire priorità e opportunità, all’interno di una efficace rete di comunicazione. E poi, c’è la partita per Lecce…
[in vacanza meccanica con piccola pausa, vicolo di gallipoli, internet point (?), riflessione interessante di Mauro Marino sul nuovo assessorato alla cultura di Lecce che ho ritenuto utile postare su queste pagine personali, buona lettura, buon San Lorenzo]
pronti per la partenza

sono pronto. Per una decina di giorni sarò impegnato in attività fuori dell’atmosfera, non potrò collegarmi con continuità, chi vuole comunicare con me potrà farlo con il telefono o con la posta celere, ci sentiamo tra una decina di giorni. Per chi si trovasse in zona Anzio/Nettuno l’11 agosto c’è un reading intitolato “Otto poeti nell’immondizia”, troverete qui tutti i dettagli. Ieri c’è stata la presentazione del “Canto Blues alla Deriva” a Noci, ringrazio Vittorino, Antonio, Francesco e Irene. Nel mese di agosto faremo il possibile per organizzare una presentazione con gli autori del CBD, più saremo e meglio sarà. Ci sentiamo.
Nel frattempo potete acquistare il “Canto Blues alla Deriva” (costa cinque euri), dal vostro libraio di fiducia oppure su IBS o UniLibro.
Se invece volete supportare Musicaos.it cliccate sui banner pubblicitari, riusciremo anche quest’anno a coprire parzialmente le nostre spese.
Prima della fine del 2006 uscirà “Re Kappa“, il mio romanzo. Al momento potete trovare una foto qui.
Approfitto di questo blog per fare un saluto a tutti i miei amici, collaboratori e colleghi di lavoro, grazie.
ogni volta come se fosse la prima volta
Le difficoltà di terminare sia pure un breve articolo non consistono nel fatto che il nostro sentimento richiede per la fine del brano un fuoco che l’effettivo contenuto precedente non ha saputo produrre da se stesso, ma sorgono piuttosto perché anche il più piccolo scritto esige dall’autore una soddisfazione di sé e uno smarrimento in se stesso, donde è difficile uscire all’aria del giorno comune senza un’energica risoluzione e uno sprone dal difuori; sicché spinti dall’inquietudine si scappa prima che l’articolo sia conhiuso e che sia lecito scivolar via in silenzio, e si è poi costretti a terminare la conclusione dal difuori addirittura con le mani che non solo devono lavorare, ma anche tenersi aggrappate.
Franz Kafka, Diari, 29 dicembre 1991
(Franz Kafka, Diari, A cura di Ervino Pocar, Introduzione di Remo Cantoni)
a proposito di sosia
Eliminate il doppio che si nasconde in voi o, quanto meno, cercate di farci amicizia. A proposito di sosia, “Essere due” (Sei romanzi sul Doppio), a cura di Guido Davico Bonino. Il tema del doppio è uno dei temi più interessanti della letteratura, in questo libro sono raccolti sei romanzi che hanno fatto scuola. Nel cruscotto della mia automobile c’è, adesso, “Watt” (Beckett, Einaudi, a cura di Gabriele Frasca), più qualche altro testo di cui parlerò in quest’estate torrida.
Ho eliminato il doppio che è in me, da un blog in rete: Un feto dentro lo stomaco di un uomo. Un uomo indiano con un feto nel suo stomaco. Questo caso è definito come “Feto nel feto” e il feto in questione è il gemello morto dell’uomo, l’uomo è cresciuto mentre il gemello rimasto all’interno del suo stomaco è morto. Il blogger in questione suggerisce di dare un’occhiata al video, tenendo bene a mente che alcune scene in esso contenute sono scioccanti.
Canto Blues alla Deriva. Tutto pronto per Noci.
E’ tutto pronto (copie comprese) per la prima presentazione del “Canto Blues alla Deriva“, giovedì 3 agosto a Noci, presso Atrio Palazzo Lenti di Via Porta Nuova Centro Storico (Noci), ore 21.30.
Vittorino Curci presenterà “Canto Blues alla Deriva“, insieme a Francesco Sasso e Luciano Pagano, con l’augurio, a cavallo di quest’estate (“l’estate più calda del secolo”) di organizzare assieme un reading di tutti gli autori presenti (quanti più sarà possibile) in quel del Salento. Nel frattempo potete acquistare la vostra copia del “Canto Blues alla Deriva” al prezzo popolarissimo di 5€ acquista CANTO BLUES ALLA DERIVA su Ibs acquista CANTO BLUES ALLA DERIVA su Unilibro oppure richiedendola nella vostra libreria di fiducia.
Approfitto di questo mio blog personalissimo per ringraziare ANZITUTTO gli autori (oltre a me e Francesco ci sono Vito Antonio Conte, Irene Leo, Gioia Perrone, Matteo Chiarello, Stefano Donno, Rossano Astremo, Davide D’Elia, Angelo Ciciriello, Tiziano Serra, Paolo Simoncini), un grazie a Mauro Marino che ha creduto nella nostra idea, insieme all’editore e a tutto lo staff della casa editrice, che l’ha appoggiata da subito sotto ogni aspetto organizzativo. “Canto Blues alla Deriva” riporta, in pagina 2, la dicitura “Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura”, è il primo testo che dalla rete riusciamo a fare arrivare in libreria, dopo un percorso iniziato nel gennaio 2004 e – per quanto riguarda il “Canto Blues alla Deriva” – un’elaborazione incominciata nel marzo del 2005. La cosa più interessante di questo poema collettivo è costituita dal fatto – sembra un’ovvietà – che si tratta di un’opera scritta a più voci e, soprattutto, scritta per passione e spontaneità nei confronti della poesia. Non avremmo mai immaginato, io e Francesco, che il “Canto Blues alla Deriva” avrebbe preso questa forma. Interessante è stato vedere come si è sviluppata, da zero, l’interazione tra alcuni di noi. Di tutto ciò che sono stati la dinamica e lo sviluppo del testo, potrete trovare materiale interessante, indicazioni, testi, nel prossimo numero di Tabula Rasa; in parallelo alla redazione del “Canto Blues alla Deriva”, infatti, ho scritto alcune note, ho raccolto alcune notizie dal forum, ho chiesto agli autori versi inediti (alcuni hanno già risposto), insomma, ho recuperato in editing e redazione le misure che all’inizio mi aveva lasciato Francesco. Quindi – anticipo – nel prossimo numero di Tabula Rasa, assieme alla seconda selezione di racconti tratta da INCIQUID (cui si aggiungono due inediti di Massimiliano Zambetta e Flavia Piccinni), nella sezione poesia troverà posto un DOSSIER/1 sul “Canto Blues alla Deriva”. Saprete tutto tra qualche giorno.
Vandali

da “Minima moralia. Meditazioni della vita offesa”, da aforisma 91, “Vandali”, (traduzione di Renato Solmi, Einaudi Tascabili, Saggi, 206, tutti i diritti riservati)
“[…] A volte si ha l’impressione che gli intellettuali riservino, alla loro produzione intellettuale vera e propria, solo e strettamente le ore che restano loro libere dagli impegni, dalle uscite, dagli abboccamenti e dagli svaghi inevitabili. Addirittura repellente, eppure in un certo senso logico, è il fenomeno dell’ulteriore aumento di prestigio di cui beneficia chi è in grado di dover figurare come un personaggio così importante da dover essere presente in ogni occasione. Costui organizza e stilizza la propria vita, con una affezione intenzionalmente mal simulata di fastidio, come un unico acte de présence. La gioia con cui declina un invito facendo presente di averne già accettato un altro segnala il trionfo riportato nella concorrenza. Come in questo caso, le forme del processo produttivo si ripetono universalmente nella vita privata e nei settori di lavoro che, di per se stessi, non sono assoggettati a quelle regole. Tutta la vita deve assumere l’aspetto dell’attività professionale e nascondere accuratamente, con questa somiglianza artificiosa, ciò che non è ancora direttamente finalizzato al guadagno. Ma l’angoscia che si manifesta in questo atteggiamento non è che il riflesso di un’inquietudine e di un disagio molto più profondo. Le innervazioni inconsce, che, al di là dei processi intellettivi coscientii, accordano l’esistenza individuale al ritmo della storia, non possono fare a meno di avvertire la collettivizzazione del mondo che si approssima. Ma dal momento che la società integrale, invece di risolvere positivamente in sé i singoli, li comprime e li salda in una massa docile e amorfa, ogni individuo è preso dal panico di fronte alla prospettiva – sentita come ineluttabile – di essere risucchiato e inghiottito nella totalità. […]”.
Vedrai, vedrai
Vedrai vedrai
Luigi Tenco

L. Tenco
(1965)
Quando la sera
tu ritorni a casa
non ho neanche voglia di parlare
tu non guardarmi
con quella tenerezza
come fossi un bambino
che rimane deluso
Si lo so
che questa
non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà
Preferirei sapere che piangi
che mi rimproveri d’averti delusa
e non vederti sempre così dolce
accettare da me
tutto quello che viene
Mi fa disperare
il pensiero di te
e di me che non so darti di più
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà.
Spermatozone. 2
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Il termine va inteso per quello che è, nei sensi che questa parola fa venire in mente. Le ‘spermatozone’ propriamente dette sono quelle zone del passato, tutto il nostro vissuto – psichico – da dove attingiamo durante il sonno e la veglia, sono le ‘zone’ germinative e spermatiche dalle quali tutto può nascere. Il concetto di ‘spermatozone’ è maschile all’origine, data la coincidenza di corpo e sesso nell’estensore delle spermatozone. Il concetto, tuttavia, può essere utilizzato in significati – anche – universali.
Musicaos.it – Anno 3, Numero 22
Testi Pasquale Iannucci, Marie – Luciano Pagano, Spermatozone – Gianluca Parravicini, Ciò che resta – Marco Montanaro, Gli ultimi giorni di martirio del Signor B. – Maria Zimotti, Punto fermo – Manlio Ranieri, Diciotto – Silla Hicks, Fiore di Stendhal tra i pini di Roma – Vincenzo Miglietta, Boogie – Pentesilea, Short story & Streaming – Irene Leo – Versi e CAPOversi in DISordine sparso. – Enrico Pietrangeli, Un altro giorno, un’altra mosca, per caso… – Matteo Chiarello, Poesie – Alessandro Canzian, Frammenti – Andrea Ferreri, Detonatori – Bianca Madeccia, Della natura del desiderio – Sergio Bottoni, Senzapeso Interventi Luciano Pagano su “L’acciuga della sera i fuochi della tara” di Marina Pizzi, “Allunaggio di un immigrato innamorato” di Mihai Mircea Butcovan – Francesco Sasso – “Lavoro da fare” di Biagio Cepollaro – Elisabetta Liguori – “La forza del legame” di Claudio Piersanti – Stefano Donno – su “Zoo” di Isabella Santacroce, “Free Karma Food” di Wu Ming 5, “Il libro di Egon” di Stefano Zangrando – Irene Leo – Intervista a Piergiorgio Leaci – Approccio critico. Su Fernando Pessoa – Flavia Piccinni – Intervista a Nunzio Festa, autore di “Sempre dipingo e mi dipingo” e recensisce “Come in un film di Almodòvar” di Paolo Pedote – Beatrice Protino interviene su Edvard Munch: “ Ho sentito un urlo attraversare la natura.” – Manlio Ranieri – “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer.
Spermatozone. 1

Una sera come tante, in Salento, dieci anni fa, nel millenovecento95. Prendiamo la macchina, io e i miei amici, scorazziamo da un paesino all’altro, come sempre in cerca di un posto dove passare la serata, come sempre in cerca di un’osteria per mangiare e bere qualcosa di buono, soprattutto bere qualcosa di buono. Ci sono tante cose che allora non esistevano ancora, qui in Salento, tante di queste stavano affacciandosi timidamente, di alcune non si parlava nemmeno. A cominciare dagli agriturismi. Il concetto di agriturismo non esisteva, al massimo chi voleva fare una vacanza spendendo meno o uguale di quanto si spendeva in Grecia sceglieva una vacanza in qualche campeggio. Ce n’erano già tanti di campeggi, più o meno organizzati, più o meno vicini al mare, alcuni erano pezzi di terra in campagna, a circa dieci chilometri dal mare, con un recinto, la divisione delle zone per terra, una pila per lavare i vestiti e nient’altro. Mi ricordo di una spiaggia vicino ad un campeggio che era conosciuta per il fatto di essere frequentata da surfisti e nudisti e toplese. Andavamo in quella spiaggia desiderosi di fare qualche incontro interessante, non che ce ne importasse molto di surf, al limite trovavamo qualche ragazza del nord-italia. Ma torniamo agli agriturismi e alle osterie. Non essendosi diffuso ancora un concetto di tipicità dei prodotti salentini, è logico che nemmeno le osterie fossero a conoscenza del potenziale economico del quale avrebbero disposto negli anni seguenti, si andava in un locale, ci si sedeva e si ordinava una caraffa di vino e delle crocchette fritte, al limite con dei formaggi, si poteva andare avanti così anche fino alle due o tre di notte. per intenderci era il periodo in cui si stavano aprendo e affermando i primi pub. I miei amici mi indirizzarono verso una strada naturalmente anticipatrice, perfino nella rivalutazione degli spazi storici e pubblici abbandonati al degrado dalle amministrazioni comunali oltre che delle pisciate sul tufo alle due di notte. Tanto è vero che eravamo soliti passare le serate in Piazza Duomo, a Lecce, sempre sorseggiando del buon vino, prima ancora che mettessero gli oblò interrati dell’illuminazione. La prima parola che mi viene in mente è precorritori. Difatti quella sera finimmo al Mocambo di Sternatia, arrivammo tardi, tuttavia in tempo per bere e ristorarci di tutto il nulla che avevamo dispiegato nel pomeriggio. Il locale non era quello che si può visitare ora, ma la vecchia osteria nel cuore del paese, con il portone di legnaccio scuro, dove facevano capolino gli scrittori, gli scultori, gli artisti e i fotografi che hanno infiammato le già calde strade degli anni ottanta in Salento. Se dovete andarci adesso vi suggerisco di scegliere un giorno infrasettimanale e di presentarvi alle undici quando la cucina sta per chiudere e non c’è quasi nessuno, se siete abbastanza molesti potete cenare e bere un vino che, vi assicuro, lascia la tinta rossa dalla bottiglia al bicchiere alle labbra.
Alla rete clandestina di osterie e alimentari aperti fino alle dieci del sabato sera si aggiungeva la rete dei centri sociali, nomi mitici come Gaba Gaba (Cutrofiano), Macello (Soleto), Ragnatela (Maglie), Baraonda (Supersano), Neural (Corigliano), dove andavamo ad ascoltare concerti dal vivo di gruppi che si facevano mille chilometri in furgoncino per venire a suonare in Puglia e in Salento, ancora di rado accadeva il contrario. Le nostre settimane venivano cadenzate dagli spostamenti in macchina necessari per trovare ‘quel’ posto con ‘quel’ gruppo che doveva esibirsi, persino i trenta chilometri che ci dividevano dal ‘centro’, percorsi in 6 dentro una 126, erano un viaggio. Già il fatto di potersi esibire costituiva un plusvalore, soltanto al termine degli anni ’90 i gruppi, forse costretti ad esibirsi nei pub a causa della chiusura dei centri endemica dei centri sociali, hanno cominciato a capire che forse era arrivato il momento di essere pagati per lo sbattimento sopportato e per l’arte benedetta.
Ma torniamo al centro sociale, forse a Soleto, e ad una serata in particolare, che mi vede agonizzante, a soli vent’anni, su una panca di pietra, nel giardino retrostante il centro. Sono lì che conto i fili d’erba in attesa di riprendermi, la musica assordante che viene dall’interno s’interrompe, è finito il concerto, tutti escono a prendere una boccata d’aria o di fumo, adesso tocca a me, devo riprendermi, devo riprendermi perché siamo venuti qui con la mia macchina e devo essere assolutamente in condizioni di poter guidare quel macinacaffè entro venti minuti.
Certe volte, quando la nostra anima-soma è in bilico, basta un richiamo, un suono, un odore, per produrre una momentanea rinascita. Il suono ci fu. Un suono che veniva da lontano ricordandomi di quando ero bambino, una sonagliera forse, non riuscivo a capire. Davanti al mio sguardo fisso per terra si agitavano una gonna nera e un paio di sandali di donna. Mirabile visione. La ragazza stava cercando di produrre un suono ritmico con un tamburello in mano. Il tamburello. Faccio un passo indietro. L’unico luogo dove potevo aver visto un oggetto del genere era o alla festa di San Rocco a Torre Paduli oppure alla Festa te lu mieru a Carpignano, ambedue occasioni utilissime per annegare i pensieri in un bagno di folla. Era la prima volta che vedevo un tamburello in mano ad una ragazza che non avesse sessant’anni, a dire il vero non lo avevo mai visto in mano ad una donna né ad una donna anziana, però mi ricordo, sempre a Soleto, che una notte avevo assistito ad un rituale di musica e danza del quale non capii nulla al momento e che in seguito si rivelò essere la mitica danza delle spade con niente di meno che Zimba come protagonista. Non capivo nulla, chissà come ci ero capitato, cose che succedevano nel novantacinque, quando la Salento Reinassance non era ancora iniziata. Mi diverte pensarci perché quel periodo coincideva con il periodo tumultuoso di quando avevo venti anni, ero iscritto a fisica e ancora non avevo capito che forse avevo sbagliato indirizzo, anzi, che non avevo nessun indirizzo nella mente, no direction, come cantavano i Bad Religion in una stupenda canzone. Quel periodo era hardcore nel senso più crudo del termine, ad Otranto c’era una folla di turisti come adesso, con la differenza che per vedere i fuochi del quattordici agosto potevi ancora rifugiarti sulla terrazza di fianco al Castello, scavalcando il muro e stando attendi a non cascare nella voragine che si apriva d’un tratto sul pavimento. Non c’è un filo di nostalgia nelle mie parole, mi ricordo quei dieci anni che sono passati come se fosse oggi, ed il ricordo me lo tengo stretto, non ne avevo mai scritto e soltanto al pensiero mi se è stretto un nodo in gola, ma non è detto che sia l’ultima volta. Nota per l’editore: se possibile, data la povertà dei contenuti, allegare fotografia del tramonto che si gode in aprile dalla chiesa bizantina di San Mauro in cima a Gallipoli, o, eventualmente allegare il vento che sferza la Torre di S. Emiliano in un pomeriggio di dicembre, l’ultimo giorno dell’anno del 1999. Buona notte amici, dove siete?
Noci. 3 Agosto 2006. Canto Blues alla Deriva.
Sempre nuova è l’alba
Libera notte di poesia
Atrio Palazzo Lenti di Via Porta Nuova
Centro Storico (Noci)
organizzazione, Antonio Natile
Tra diciannove giorni esatti, ora più ora meno, presenteremo il “Canto Blues alla Deriva”, con Vittorino Curci e Francesco Sasso, a Noci, nell’ambito della Rassegna “Nocincanta”.
“Narratori Tarantini Oggi” – domenica 23 luglio a Taranto – Masseria La Penna – ore 21.00

Grazie all’impegno di alcuni ottimi ragazzi e ragazze, non solo scrittori e scrittrici, domenica prossima mi scaverno da Lecce e vado a Taranto, in una masseria stupenda, per una serata che si preannuncia altrettale. Ci saranno Girolamo De Michele, autore di “Tre uomini paradossali” e di “Scirocco”, Cosimo Argentina (di entrambi ci siamo occupati nel quarto numero di Tabula Rasa), Flavia Piccinni, giovane e già promettente scrittrice, oltre che giornalista e critica, Rossano Astremo, autore dei recenti “Vertigine” (raccolta delle sei uscite del periodico) e di “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa”, Giuse Alemanno, che ha pubblicato “Terra Nera” (Stampa Alternativa) e Vanni Schiavoni, poeta che con Lietocolle ha all’attivo due pubblicazioni di versi “Di umido e di giorni” e “Salentitudine”. Oltre a loro ci sarò io, che parlerò del sito e magari approfitterò per accennare al mio esordio invernale e Elisabetta Liguori (Il credito dell’imbianchino, Argo), che invece pubblicherà con peQuod il suo secondo romanzo; e non finisce qui, ci sono Maurizio Cotrona (Ho sognato che qualcuno mi amava, Palomar) e Michele Trecca che insieme a Vincenzo Corraro danno vita all’associazione Books Brothers, operante da diversi anni e che oggi è anche un sito. Malgrado non si possa parlare di corrente, oppure di sistema, certo è che negli ultimi cinque anni si è delineata una sorta di koinè regionale atipica, fatta di migranti e migrati, presenti e distanti (sempre per lavoro, sempre per qualcos’altro che non sia l’andare e il viaggio). Sarà un occasione per trovarsi e ritrovarsi, discutere, divertirsi.
Luciano Pagano
Musicaos, Books Brothers e Officine Meridiane saranno ospiti – il prossimo
23 luglio a Taranto (Masseria La Penna), alle 21:00 – della manifestazione
“Narratori Tarantini Oggi” organizzata dall’associazione Punto A Capo.
La serata, dedicata in una prima parte alla letteratura tarantina (ospiti Girolamo De Michele, Cosimo Argentina, Stella Magni, Flavia Piccinni, Rossano Astremo, Giuse Alemanno, Vanni Schiavoni), proseguirà allargando lo sguardo ad un fenomeno che vede in prima linea diverse realtà pugliesi contemporanee, la “scrittura sulla rete”. Ospiti: Luciano Pagano ed Elisabetta Liguori di Musicaos (www.musicaos.it) Michele Trecca e Vincenzo Corraro dei Books Brothers (www.booksbrothers.it), Lia D’arcangelo ed Erminia Daeder di Officine Meridiane (http://www.scritturacreativa.ilcannocchiale.it).
Drammatizzazione di brani del romanzo “Scirocco” (Einaudi, 2005) di Girolamo De Michele a cura della compagnia “Il teatro dei limoni“, di Foggia. Letture a cura di Franco Nacca e Marina Lupo.
Ingresso libero senza consumazione obbligatoria.
**** INDICAZIONI: Per raggiungere la Masseria La Penna occorre prendere il ponte di Punta Penna (per Taranto o per Bari, la direzione è indifferente) e uscire per Buffoluto, segnalato da una freccia bianca. Si percorre circa un chilometro, seguendo le indicazioni della masseria La Penna.
** Musicaos – http://www.musicaos.it – Dal gennaio del 2004 uno sguardo su poesia e letteratura a tutte le latitudini e su ogni livello di comprensione. Musicaos è un sito, con baricentro leccese, dedicato alla scrittura e agli scrittori, con attenzione ad autori esordienti e a quanti vogliano collaborare la redazione dei materiali della rivista.
** Officine Meridiane – http://www.scritturacreativa.ilcannocchiale.it – Comunità tarantina, iscritta alla federazione Bomba Carta, attiva dell’ottobre del 2004. È un laboratorio permanete frequentato da persone che condividono un interesse per la scrittura e la letteratura e condividono la loro passione attraverso il blog e periodici incontri “dal vivo”.
** Books Brothers – http://www.bookbrothers.it – Books Brothers è un’associazione di pronto intervento letterario attiva in emergenze tipo: esordienti malmenati e malmessi, outsider alla riscossa, manoscritti orfani, padri eretici e
snaturati, minori abbandonati, frutti contaminati, opere incestuose, capolavori al macero, recensioni in taglio basso, autori al margine del caos. Booksbrothers.it è una arena permanente, in cui confrontarsi con le armi della creatività e della critica.
[photo by Ariz]
Poetry Slam. Sono aperte le iscrizioni, fate presto!

Dall’11 al 15 luglio Polignano a Mare si popola di autori e musicisti.
Anche quest’anno Manila Benedetto con Antonio Stornaiolo presenterà il Poetry Slam.
Il 14 luglio alle 21 la grande sfida dei poeti si ripete.
Mi piacerebbe avere il bel gruppo dell’anno scorso e spero vivamente
che vorrete essere presenti.
Quindi iscrizioni aperte, entro il 10 luglio aspetto le adesioni (max 14 luglio con giustifica)
Diffondete la voce e portate amici e poeti! C’è posto per tutti!
Per contattarmi, chiedere informazioni o il regolamento, o insultarmi
con soddisfazione, manila@gmail.com
Manila
ancora l’alba

ancora l’alba.
non cambia, non muta, non si perde
né si agglomera in punti né si stende
come desideri e neanche si riavvolge
la realtà.
(photo by larsz)
inedito ungarettiano

ringrazio Gianfranco Recchia per avermi segnalato la presenza, sul suo sito, di un inedito del poeta Giuseppe Ungaretti, lo trovate qui, si tratta di “Una poesia inedita di Giuseppe Ungaretti, del 1916, dal fronte (Dolina dei Pidocchi). Inviata a questo sito da Maurizio Casalena.”
no blog for oil

Tam-tam
Ogni giorno ricordo il mio tempo.
Sembra ieri la scomparsa del mio vecchio.
E poi riprendo la solita metro,
alle 8 precise dopo il bacio frettoloso.
Viene voglia di uscire con gli occhi,
la prossima fermata è uguale alla successiva
e il frastuono dei passi tormenta la superficie dell’asfalto.
Sotto gli odori ti riconducono all’origine
e il chiuso non è poi così male.
Quella telecamera continua a fissarmi,
mi rimprovera perché vivo, Vivo?,
il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,
fuoriescono esili dalle ante scrostate,
luride dagli sputi dello scempio,
spoglie dal soffio che fugge.
Così ricordo il mio tempo.
Marco Saya è nato a Buenos Aires il 3 aprile 1953 dove ha trascorso i suoi primi tre anni per poi trasferirsi a Rio de Janeiro per circa 7 anni. Dal 63′ risiede a Milano. a questo indirizzo il suo blog Fuori dal coro
[photo by Kockas]
Vale tanto oro (in) quanto p(o)es(i)a
Questa sera sarò al FondoVerri, a Lecce per presentare il libro e discutere di poesia a partire dall’ultima raccolta di Enzo Mansueto, Ultracorpi [edizioni d’if].
Who is Enzo Mansueto? Enzo oltre ad essere un valentissimo giornalista è anche bravo poeta e profondo conoscitore della musica e della poesia contemporanee. Chi ancora non lo conosce può leggerlo periodicamente e sul Corriere della sera – Corriere del Mezzogiorno, oltre che sul suo blog personale. La prima volta che ho letto di Enzo Mansueto è stato su Poesia ’95, si trattava della recensione del suo primo libro di versi [Descrizione di una battaglia, Scheiwiller ed.]. Sono passati undici anni. Enzo è anche stato maestro di cerimonie al Poetry Slam dell’anno scorso, tenutosi a Campi Salentina in occasione della Fiera del Libro del 2004, concorso al quale sono arrivato settimo o ottavo o non ricordo. Last but not least Enzo Mansueto è la prima persona non-redattore non-collaboratore di Musicaos.it ad aver utilizzato in pubblico l’aggettivo musicaotico (“In Salento alcuni “ragazzi” si stanno dando un gran da fare. Non solo pizzica, non solo lu regghe, ma nuove estreme musicaotiche escursioni letterarie.”), insomma poeti, fatevi avanti!
Giovedì 29 giugno 2006, dalle ore 20.00
Enzo Mansueto presenta e legge da Ultracorpi [edizioni d’if]
Giocando sul topos abusato de l’invasione degli ultracorpi, Enzo Mansueto apparecchia un paesaggio poetico inquietante e rovinosamente allegorico. Il “programma”, che sia quello televisivo o un softtware o la parola stessa ritornellata, entra dentro di noi, sostituendoci a mano a mano. Il metro trito si piega infine allo spasmo galvanico delle nostre esistenze.
Scrive di Ultracorpi Antonio Prete: “…un equilibrio misuratissimo e sapiente di musica e ironia, di allucinata rappresentazione postumana. Corpo che mirabilmente diventa corpo poetico: anch’esso postlirico, inclusivo però di un gioco delle rime e di uso abilissimo dell’endecasillabo che disloca la poesia in un punto neutro (contemporaneo?) consapevole della sua storia e tradizione diventata detrito, citazione, maniera, fossile.
PaginaZero-Letterature di frontiera
È uscito il 9° numero della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera” – Quadrimestrale di letteratura, arte e cultura (www.rivistapaginazero.net).
Il numero ha come tematica quella della “migrazione delle culture”: scrittori, poeti e artisti si interrogano su questa problematica dal punto di vista sociale, civile e letterario. In allegato potete leggere l’editoriale di Mauro Daltin che apre il numero e introduce la tematica.
Se vuoi sapere chi sono se vuoi che ti insegni ciò che so
cessa momentaneamente di essere ciò che sei e dimentica ciò che sai
Bakar Salif (Mali)
L’Editoriale di Mauro Daltin introduce la tematica del numero, la migrazione delle culture, con l’analisi del fenomeno delle letterature prodotte dagli scrittori migranti. Nella sezione Saggi Persida Lazarevic´ Di Giacomo ci parla del connubio tra l’arte tipografica veneziana e la letteratura serba tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800; mentre Marinko Lazzarich compie un’analisi dell’influenza dei rapporti italo-croati nella letteratura italiana. Nella rubrica Storie Paolo Fichera e Mauro Daltin riportano le loro impressioni nate durante il soggiorno a Sarajevo nei giorni del Festival internazionale di poesia 2004. Federico Federici nelle pagine di Poesia presenta la poetessa russa Nika Georgievna Turbina, talento precoce e prematuramente scomparso, con la pubblicazione di molti testi in un’inedita traduzione, oltre a un’ampia scheda bio-bibliografica della poetessa bambina. Paolo Galvagni, che cura il Forum, ci parla di poesia russofona in Uzbekistan con la presentazione della scuola di Fergana in un interessante dialogo con gli autori Šamsad Abdullaev e Chamdam Zakirov oltre alla pubblicazione di molti loro testi inediti in Italia. Infine la rubrica Letture è dedicata alle recensioni di Massimo Orgiazzi, Katia Paoletti, Vincenzo Della Mea, Luciano Pagano.
Editoriale
“La migrazione delle culture” di Mauro Daltin
Saggi
“La letteratura serba in “esilio” a Venezia fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800″ di Persida Lazarevic Di Giacomo
“La frontiera letteraria: rapporti al di qua e al di là del confine” di Marinko Lazzarich
Storie
“Goodbye Sarajevo” di Paolo Fichera e Mauro Daltin
Poesia
“Poesia senza eroe? Nika Georgievna Turbina” di Federico Federici – Francesco Marotta (da: Hairesis, 2005/06;XV) – Simone Giorgino (poesie tratte dalla raccolta Venenum)
Forum
“Šamsam Abdullaev e Chamdam Zakirov: poesia russofona in Uzbekistan” a cura di Paolo Galvagni con testi inediti dei due poeti
“Dialogo fra Paolo Galvagni e Šamsam Abdullaev”
“Dialogo fra Paolo Galvagni e Chamdam Zakirov”
Letture. Libri e autori
Recensioni di Massimo Orgiazzi, Katia Paoletti, Vincenzo Della Mea, Luciano Pagano
Un saluto e buona lettura,
Ilaria Prati (direttore responsabile); Mauro Daltin (direttore); Paolo Fichera (co-direttore); Maurizio Mattiuzza – Paolo Patui – Angelo Floramo – Giorgia Kapatsoris – Pietro Spirito – Pedrag Matvejevic – Melita Richter – Barbara Ronca – Bozidar Stanisic (redazione).
“Canto Blues alla Deriva”, presto nelle librerie
L’idea di un poema collettivo, di per sé, è dissonante dalle idee cui ci abitua la collaborazione in rete, già è difficile scrivere un articolo, elaborare un progetto comune, difficile o semplice che sia, figuriamoci un poema. Partire con un presupposto del genere potrebbe significare essere destinati ad un rapido arenamento, il rischio è di finire in una secca facile, credere di possedere l’equipaggio adatto e accorgersi di non disporre di un’imbarcazione adeguata ad affrontare tempeste e tempi avversi. Poi ci capita di scoprire, in certi documentari notturni, che egizi e fenici solcavano l’Oceano Atlantico su imbarcazioni mosse dal vento, costruite con giunchi, canne, fibre, papiri. Immaginare che lo stesso materiale con il quale è stata resa più facile la prima diffusione della scrittura individuale sia anche il materiale che facilitava la navigazione rende una delle idee centrali e implicite nel “Canto Blues alla Deriva”: partire da un’idea semplice, leggera, per costruire qualcosa di composito. Andare alla deriva, come nel discorrere lento di chi parla, ma come fanno i marinai a passare le giornate, e la razza di quelli che restano a terra, quelli che tessono reti? Il “Canto Blues alla Deriva” è stata una jam session di poesia on-line che ha coinvolto dodoci scrittori, da marzo all’ottobre del 2005, su Musicaos.it.
Il punto di partenza è stato il frammento di Francesco Sasso, lettore critico, attento, umorale di tutto il materiale che si è susseguito. L’idea di una jam session di poesia, dove una voce prosegue ciò che la voce precedente ha scritto, replica del procedimento dei cantastorie, dei cunti popolari, dove su un ritmo si improvvisano strofe differenti, un quadrumano gorilla digitale. Un ritmo in levare, quello del Canto Blues alla Deriva, che è riuscito a distendersi nel tempo che chiede la poesia, quello del silenzio e dell’attesa. Il Canto Blues alla Deriva si è sedimentato in quattro fasi, una iniziale, preparatoria, dove io e Francesco abbiamo discusso confrontandoci sul ‘come’, tecnico-pratico e poetico, sulla dinamica da scegliere, sull’accordatura degli strumenti, almeno di due degli autori coinvolti. Dopodiché si sono succedute due fasi (marzo-luglio, settembre-novembre 2005) di stesura e completamento. Dall’inizio della prima stesura del Canto Blues alla Deriva e per tutta la durata della scrittura, fino a settembre, è stata disponibile online la pagina per l’inserimento dei frammenti, che era libero e aperto a tutti, purché venisse rispettato l’impegno di leggere ciò che gli altri avevano scritto prima di proseguire. L’ultima sezione è stata scritta invitando gli autori a partecipare con il loro ‘ultimo’ frammento. La chiusura del “Canto Blues alla Deriva” è stata scritta da Irene Leo, giovane autrice esordiente. Buon ascolto.
dalla nota al testo di Luciano Pagano
Canto Blues alla Deriva
con una nota introduttiva di Vittorino Curci
a cura di Francesco Sasso e Luciano Pagano
ISBN 88-497-0391-0 – Prezzo: euro 5,00 – Pagine: 80 – Besa Editrice
presto in libreria
con testi di (Francesco Sasso, Luciano Pagano, Vito Antonio Conte, Irene Leo, Gioia Perrone, Matteo Chiarello, Stefano Donno, Rossano Astremo, Davide D’Elia, Angelo Ciciriello, Tiziano Serra, Paolo Simoncini)
su “Testamento di sangue” di Dario Bellezza

Su AbsolutePoetry.org (a questo link) è possibile trovare e scaricare un mio intervento, in formato PDF, dedicato a “Testamento di sangue“, poema drammatico/opera di teatro in versi, pubblicato da Dario Bellezza nel 1992. “Testamento di sangue” offre, nell’insolita forma del poema drammatico, una riflessione sofferta e ricca di pathos sul ruolo e sul destino della poesia.
nella foto Dario Bellezza legge il ‘suo’ Arthur Rimbaud.
“La gru”, crescita di una rivista.
Ho conosciuto Davide Nota qualche mese prima della pubblicazione del suo esordio poetico, "Battesimo", con Lietocolle. Tramite la sua conoscenza ho avuto modo di apprezzare "La gru", il sito e la rivista della quale lui, insieme ad altri validi redattori, si occupa. Attualmente oltre allo stesso Davide ci sono Daniele De Angelis, Riccardo Fabiani, Loris Ferri, Gianluca Pulsoni e Stefano Sanchini. Il fatto che qualche tempo fa Giulio Mozzi, abbia addirittura lanciato un'asta 'elettronica' di libri per pagare i costi di gestione di VibrisseBollettino, è indicativo di come oltre alla gratuita passione molte altre opere e giorni restino gratuiti – a tutti i livelli – dalla realtà di una fanzine al sito o rivista organizzati in redazione. Ne faccio esperienza quotidiana da due anni con Musicaos.it, i cui costi di gestione sono autosupportati al 98%, oltre il tempo, è naturale. La premessa è lunga e il messaggio finale sollecito, diamo una mano, chi può e chi vuole, alla redazione de "La gru" per fare crescere la loro rivista. Potete accorgervi della qualità del loro percorso da soli, leggendo gli interventi postati qui.
Io qui di seguito incollo la lettera che accompagna il loro ultimo numero.
Lettera allegata alla versione cartacea del n.3 de "La Gru", maggio 2006
Cari amici,
con questo numero si conclude il primo anno di lavoro de "La gru".
Abbiamo tentato di dare vita ad un foglio di poesia, consultabile in rete e distribuito gratuitamente per librerie ed università, in cui la ricerca artistica individuale mantenesse un legame con il materiale visivo, linguistico, storico e reale.
Partendo da un'esigenza espressiva frustrata dalle estetiche dominanti il panorama letterario italiano, abbiamo avanzato ipotesi e intuizioni dialoganti, proponendo sin dal primo numero di questo ciclo una poesia che sperimentasse il parlato senza inventariarlo con freddezza programmatica.
Nonostante gli scarsissimi fondi ricevuti dalle istituzioni locali, e nonostante l'isolamento geografico di una realtà come quella della città di Ascoli Piceno, questa esperienza ha coinvolto e raccolto a sé parecchi autori e studiosi, molti dei quali giovani nati tra gli anni '70 ed '80.
Ora siamo ad un punto di svolta: la trasformazione de "La gru" da foglio di intuizione e provocazione a vera e propria rivista di studio ed approfondimento.
La redazione si è allargata e continuerà a farlo. Dal prossimo numero cambierà il formato stesso della rivista.
Crediamo sia essenziale mantenere in vita questo luogo di diversità estetica e teorica, che possa dare voce a tutti quei nuovi autori che altrimenti rimarrebbero schiacciati tra una scuola e un'altra.
Noi non ci proponiamo di formare un gruppo letterario omogeneo ma di unire a sé i singoli poeti che sentono la necessità di superare definitivamente le griglie estetiche intimiste o anticomunicative, in nome di una sperimentazione espressiva che condivida con il mondo gli stessi materiali.
Per fare tutto questo abbiamo bisogno del vostro aiuto.
I fondi dalle istituzioni tardano, e temiamo non bastino per portare a termine il nostro progetto.
Vi chiediamo quindi un libero contributo effettuando una ricarica
sul conto Postepay n° 4023 6004 2511 4552 intestato a Daniele De Angelis.
Sperando in un vostro cordiale gesto di solidarietà,
vi ringraziamo per l'attenzione
I redattori de "La Gru"
Daniele De Angelis, Riccardo Fabiani, Loris Ferri, Davide Nota, Gianluca Pulsoni, Stefano Sanchini
su “Dies Irae” di Giuseppe Genna

Nel lancio di “Dies Irae” è contenuto un riferimento ad Underworld, romanzo al quale l’opera di Giuseppe Genna si ispira per un modo di osservare i fatti e la storia del nostro paese e, come doppio di uno stesso binario, l’evoluzione dell’attore principale della vicenda, in questo caso lo stesso Giuseppe Genna. Potremmo scrivere di quest’opera come di un romanzo che prende con tutto uno sguardo la nostra storia recente, per restituirci un giudizio amaro e cinico, in tempi oscuri come questi si tratterebbe quasi di una luce, anche flebile, di cui necessita il lettore che si sente di appartenere ad una comunità civile. La tensione iniziale di “Dies Irae” è tutta qui, in questo compito così alto che l’autore, Giuseppe Genna, assume alla scrittura dell’opera. Se ne accorge subito il lettore, che nell’incipit rinviene il cadavere doppiamente vilipeso di una Repubblica che giunge in diretta dai versi di un’altra coscienza poetica, quella di Mario Luzi, che scrisse nel 1977 con riferimento agli anni di piombo “muore ignominiosamente la repubblica/Ignominiosamente la spiano/i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti/[…] E l’udienza è tolta.”. Qui tuttavia non si parla degli anni di piombo, il colore che qui predomina non è né il rosso acceso né il cupo nero, bensì il grigio, il grigio di un’atmosfera greve, una cappa che preme sui diaframmi, il griogio nel quale i colori si mescolano senza nitidezza, la zona grigia dell’oblio dove l’intellettuale perde la facoltà di parola, smarrita da non avere nessun ascoltatore: “Lo scrittore, non l’intellettuale, poiché da anni non si accenna minimamente a questa figura vetusta e generalista che fu l’intellettuale”. Eppure è testimone, l’autore, proprio di una trasformazione sociale di questa figura, per parlare di certe cose e scrivere, appunto, bisogna essere scrittori, il che suona come un’ultima chance e concessione, mi vengono in mente stralci della trasmissione di Carlo Lucarelli sui misteri d’Italia, l’orazione civile e l’invettiva ci sono tutti, in questo modo di mettere in sequenza le cose, con la lucida e autoironica consapevolezza (ma solo verso il finale del romanzo) che tutto ciò che resta da narrare non sia fiction, ma faction, quel che le persone desiderano, la realtà non è reale se non viene filtrata da un obiettivo. Somigliante al Lunar Park di Bret Easton Ellis nei tratti in cui il cinismo e la crudezza fanno emergere il personaggio Giuseppe Genna, in un paragrafo dove alla velocità della luce enumera un pantheon di scrittori dello scetticismo contemporaneo (DeLillo, Lobo Antunes, Saramago) e proprio in una ‘scena’ girata in un bagno, con la cocaina sul lavabo che ha il sapore di una citazione. Il bagno in questione è a casa di Monica. Suo marito lavora all’ideazione di format televisivi. Il format terribile e rivoluzionario al quale sta lavorando in questo momento avrà conseguenze politiche, il materiale a disposizione farà tremare, il titolo della nuova trasmissione è “Dies Irae”, avviene qui uno slittamento dal quale un poco alla volta scopriamo che tutti i personaggi coinvolti nel romanzo sono strettamente legati da un filo, un urlo silenzioso proveniente da un pozzo profondo sessanta centimetri e largo trenta, come in Underworld il gruppo di artisti resta sconvolto dalla visione del video di Zapruder dove si assiste all’uccisione di JFK qui, in “Dies Irae” la morte del piccolo Alfredino diviene un avvenimento centrale che travalica il tempo e la storia, dei personaggi, di un paese, di un pianeta. Un esempio di letteratura in cerca di riflessi continui, specchi di rimandi, un’opera scritta della quale Genna poco prima ha ribadito l’”affidabilità” sulla lunga durata, rispetto all’opera filmica, che qui diviene pretesto e appoggio.
La vita e i ricordi personali dell’autore sono l’altro filo che seguiamo nell’evoluzione della vicenda. Le riflessioni sullo statuto della stessa scrittura sono molteplici. E’ interessante notare che dette riflessioni non vengono presentate come elucubrazioni stilistiche nelle quali viene studiato il rapporto tra autore e lettore (e c’è anche questo) oppure tra autore e mercato; le riflessioni di Giuseppe Genna sono radicali e originarie del rapporto tra scrittore e società. L’Italia, il paese che ha vissuto l’ignominia di questi ultimi 25 anni, merita una Storia, e se sì, essa viene scritta da ognuno di noi? C’è luce in tutto questo, può esserci scrittura a ridosso di questa catastrofe dove ognuno ha giocato la sua partita di comodo per fuggire in tempo da una nave che affondava? “Gli archivi sono corrotti”. Massimo e Giuseppe hanno qualcosa in comune, entrambi elaborano a modo loro la risoluzione di equazioni delicatissime conoscendo un dieci, massimo undici percento delle variabili in gioco, i format, il romanzo. “La scena evolve rapidamente, è una scena notturna, viene estratto dal cunicolo il corpo in stato cadaverico del bambino”. Giuseppe da bambino scriveva già, la prima cosa che scrisse era un dossier finto-scientifico, così come lo poteva raccogliere un bambino lavorando d’invenzione e copiando notizie da libri e sussidiari, il dossier descriveva il piano di colonizzazione di Marte da parte dell’uomo. Questo elemento diventerà un elemento narrativo, il dossier DIES IRAE, relativo allo sbarco su Marte e in seguito e numerose missioni di esplorazione intergalattica conterrà inquietanti collegamenti alla vicenda di Alfredino e alla vita personale di Giuseppe Genna. Paola, invece, attraverserà la Storia, dalla Berlino dell’89, la città dove mescolerà droga e sesso fino al suo limite di sopportazione, per poi finire ad Amsterdam, dove ripercorrerà esattamente lo stesso percorso, per poi liberarsi definitivamente ed essere pronta, a Milano e a distanza di anni, a liberare un’altra persona bisognosa di aiuto, una mente sovrumana e ossessiva chiusa in un corpo limitante. Fanno parte del paesaggio, in tutta la prima parte, gli anni ’80, in descrizioni e particolari che non hanno nulla di nostalgico. Non c’è innocenza nel “Dies Irae” di Giuseppe Genna, c’è redenzione, è il romanzo dove ogni nodo temporale si trasforma nel travaso di bile del corpo-romanzo, tragedia psichiatrica, tragedia del suicidio, tragedia del complotto politico, a tratti una eco delle narrazioni semivisionarie e realissime di Giampaolo Pansa (L’intrigo, Il regime), dove ogni politico era attore di una farsa con il suo nomignolo. C’è un’altra caratteristica, lovecraftiana, di aderenza del mito al particolare di alcuni personaggi, il bambino nel pozzo, il puer, il bambino cosmico che ricongiunge la storia del pianeta a distanza di milioni di anni incalcolabili. Il ritmo è sostenuto fino all’ultimo, finché non matura nel lettore la consapevolezza che il tutto sta per colmare in una fine dal risvolto incredibile, degna dell’anno del contatto. C’è redenzione in tutto questo. A me sembra di si.
per leggerne ancora Giuseppe Genna Centraal Station
