1000 Parole ALCOLICHE è il concorso di racconti a tema ideato da Radio Alzo Zero e dal Centro Studi Opìfice per la trasmissione radiofonica Filtro Letterario.
Ogni mese la nostra redazione selezionerà 3 racconti fra tutti quelli pervenuti.
La lunghezza massima del racconto dovrà essere di 1500 caratteri spazi inclusi.
Potete mandare i vostrio racconti a: racconti@radioalzozero.net
Il tema del concorso letterario è tutto ciò che rimanda all’ALCOL
La scadenza del concorso è il 30 APRILE 2007
I 3 racconti selezionati saranno letti su RadioAlzoZero e musicati da Mr. Birmano.
I migliori racconti pervenuti, oltre i 3 selezionati, saranno pubblicati nel sito www.opifice.it ed in seguito raccolti in una antologia realizzata dalla nostra casa editrice.
Filtro Letterario è un programma scritto e musicato da Gruppo Opìfice per RadioAlzoZero
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finalmente…
(clicca per ingrandire)
***
“Re Kappa” è pronto, il romanzo sarà disponibile in libreria nei primi giorni di Aprile, ne darò notizia su questo blog, dopo l’anteprima di Venerdì 23 al Martins di Galatina ci saranno le prime due presentazioni del libro, quella di Giovedì 29 marzo alle ore 18.30 presso la Libreria Palmieri di Lecce, dove presenterò il libro insieme a Elisabetta Liguori (Elisabetta sarà a Roma al Caffè Fandango alle 19.00, venerdì 23 per presentare il suo romanzo edito da peQuod “Il correttore”), e quella di Sabato 31 Marzo presso la Libreria Icaro di Lecce, insieme a Antonio Errico.
“Re Kappa” ha 112 pagine e costa 10€, il “10” della copertina è un’elaborazione digitale del numero civico de “Le dispensaire” parigino, luogo dove Louis Ferdinand Céline ha esercitato la sua professione di medico.
Ringrazio in tutti coloro che mi sono stati vicini (leggi: che mi hanno sopportato) nelle fasi finali della stesura e della preparazione, insieme ai miei colleghi di lavoro che negli ultimi mesi mi hanno sentito dire, almeno un milione di volte che il romanzo “sta per uscire” – siete stati i primi – ringrazio anche quelli che hanno reso possibile l’organizzazione di queste tre date, lo staff della casa editrice, Stefano Donno, Danilo Seclì (Miusika) e Walter D’Errico, Elisabetta Liguori, Antonio Errico, e soprattutto Anna Palmieri (Libreria Palmieri) e Francesco Fiorentino (Libreria Icaro) che hanno dato da subito la loro disponibilità e accoglienza.
Luciano Pagano
anteprima “Re Kappa” il 23 marzo al Martins, Galatina
L’Astore Masseria – DiTutto.it – magazine
presentano
“no Wine no Party!”
Jazz Live con i maestri Anna Lucia Fracasso (piano) e Salvatore Pasca (sax)

Mostrerò e leggerò in anteprima “Re Kappa“, un ringraziamento a Ditutto Magazine e a Miusika – Danilo Seclì per aver reso possibile questo incontro!
tutte le informazioni sulla serata del 23 Marzo qui
le prime due presentazioni del 29 Marzo e del 31 Marzo a Lecce qui
Re Kappa

“Re Kappa”, di Luciano Pagano
presentazione
Giovedì 29 Marzo – ore 18.30
Libreria Palmieri – Via Trinchese, 62 – Lecce
Elisabetta Liguori e Luciano Pagano presentano “Re Kappa” (Besa Editrice)
Sabato 31 Marzo – ore 19.00
Libreria ICARO – Via Liborio Romano – Lecce
Antonio Errico e Luciano Pagano presentano “Re Kappa” (Besa Editrice)
Re Kappa, Luciano Pagano
Besa Editrice, Collana Lune Nuove, 135, 12€
ISBN 978-88-497-0421-1
il cosmo è un piazzale dove passano…

20.
Il cosmo è un piazzale dove passano
senza fermarsi auto, tram, pedoni
indaffarati con le mani in tasca
costruiscono un mondo parallelo
queste persone vestite come altre,
impiegate come altre negli uffici
pubblici, catalogano, osservano
i gesti del prescelto, misurano
ogni minuscola variazione del
suo quotidiano andare a lavoro con
i mezzi o in bici quando c’è il sole nel
tragitto si ferma ad un’edicola
controlla al polso se è arrivata l’ora
il tempo sul suo orologio è scaduto,
qualcuno ha preparato la sua fine
pedinandolo mesi, ha deciso, oggi
è il suo giorno. Oggi non tornerà a casa.
Lui se n’è accorto, sì, perché qualcosa
sembra essere diverso, qualche cosa,
uno sguardo di troppo, qualche cosa,
sul tram, due che non ha mai visto prima
di quel giorno, qualcuno, qualche cosa,
un pensiero vago, distorto, pure
lo ha detto a lei, non so, qualcosa non va
ma non chiedermi che cosa, è una cosa
che sento. I due scendono prima di lui,
tira un sospiro, ero sovrappensiero,
una paranoia, stress da lavoro,
davvero, ed è già arrivato venerdì
– grazie al cielo. Finalmente, giornale,
edicola, come ogni giorno viene
segue un altro. Qualche cosa – uno sparo.
Qualche cosa in questa maglia non tiene.
Luciano Pagano
da “Il cosmo – (titolo provvisorio)”
pubblicato in “Il Bardo. Fogli di culture” a cura di Maurizio Leo, Anno XVI, N°2
informazioni: il-bardo@jumpy.it – 0832-933227
Redazione “Il Bardo” – Maurizio Leo
Via Regina Isabella, 2/D
73043 Copertino (Le)
segnalazione rivista: (il) Crise
segnalo una nuova rivista, un progetto che nelle premesse sembra davvero interessante, così come sono gli interventi critici:
(il) Crise, rivista di cultura, è nato da un’idea di Andrea Caterini, Filippo Deodato, Riccardo Lacche’ e Paolo Sortino. L’intento è quello di proporre una discussione dinamica sulle questioni che riguardano la cultura contemporanea, in special modo letteraria, ma che è comunque attenta ai valori della tradizione come unica possibilità di edificazione del futuro.
Per questo motivo “(il) Crise”: perchè siamo padri a cui hanno sottratto il futuro – siamo venuti per riprenderci Criseide, nostra figlia – e invochiamo Apollo perchè il potere di Agamennone non vinca sulla Verità, e con la forza del racconto, della lingua, possiamo riabitare il Tempo, nominarlo per la prima volta col nome di sempre. Ecco: perchè non di uno stupro, di un’uscita dalla storia, ci nutriamo, ma di quella carne stuprata, della storia siamo figli.
La Redazione
La camera verde – GAMMM a Roma Sabato 20 Gennaio
sabato 20 gennaio 2007 -ore 20:30
LA CAMERA VERDE
Roma -Via G.Miani 20, Ostiense
round_about GAMMM :::
[ 2 ] lettura di testi di: Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Gianluca Gigliozzi, Marco Giovenale, Giuliano Mesa, Massimo Sannelli, Michele Zaffarano
e traduzioni da: K. Silem Mohammad, Christophe Tarkos, Helmut Heissenbüttel, Rodrigo Toscano, Jeamel Flores-Haboud, Jean-Michel Espitallier
[ 2 ] Secondo incontro di lettura di redattori del sito e autori, dopo la data presso la Casa della poesia (23 novembre 2006, Milano). A Roma il 20 gennaio saranno letti testi in italiano, e traduzioni in italiano di testi comparsi o di prossima pubblicazione su GAMMM.
Direzione e cura della jam-session: Giovanni Andrea Semerano, Centro culturale LA CAMERA VERDE, via G.Miani 20, Roma.
considerazioni su “Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi”
Giap #6, VIIIa serie – Creare nuovi mondi – 15 gennaio 2007.
è online
Contiene, tra l’altro un interessante intervento di Wu Ming 2 (Create nuovi mondi e nutrirete il cervello, L’Unità 13/1/07) che assieme ad un altro intervento di Wu Ming 1 (Stephen, Lisey e la complessità del pop, L’Unità 31/12/07) forniscono alcune coordinate essenziali per un discorso ampio, a proposito di quella multimedialità che se una volta era appannaggio di pochi esperti e pionieri è oggi invece sotto gli occhi e a disposizione di tutti. La possibilità di creare mondi, oggi, si gioca sullo stesso terreno dell’intrattenimento spettacolare, senza alcuna allusione a Debord, con il grandissimo numero di mezzi messi a disposizione per creare, diffondere, moltiplicare storie, segni. Siamo pronti per una quantità tale di informazioni? Mi viene da pensare che un giorno, quando la nostra mente non sarà abbastanza capiente per accogliere tutti gli stimoli e le informazioni, la fruizione di un evento potrà avvenire soltanto mediante un’interfaccia computerizzata. Oppure no. Secondo me la ‘tenuta‘ di una storia si gioca inizialmente sulla sottrazione dei media, mentre in seguito avviene un processo a cascata che dura quanto più la narrazione è forte. Cosa è avvenuto tra 54 e Manituana, dal punto di vista del lettore e prima ancora che l’ultimo romanzo dei Wu Ming sia pubblicato? Qualche settimana fa, scrivevo per la rubrica di Christian Sinicco “Il sito dei Wu Ming è importante perché a mio parere ha dimostrato e continua a dimostrare, anche dal punto di vista dello sfruttamento delle possibilità offerte dalla tecnologia attuale della rete, un esempio di lungimiranza, vedi alla voce utilizzo di formati di scambio file alternativi ai formati ufficiali, podcast, file di presentazioni e dibattiti scaricabili, ecc.”. Manituana è anticipato da quattro racconti, con l’inversione di un procedimento che già era avvenuto nella scrittura di “Asce di guerra“, nato da un escrescenza del materiale prodotto per la stesura di 54, e incentrato su un tema ritenuto importante a tal punto da scrivere un (altro) libro; nessuna sopraffazione, quindi, da parte della transmedialità di mondi che partono dalla scrittura e che convergono ad essa, e nemmeno da parte della moltimedialità, ovvero un utilizzo forsennato dei mezzi messi a disposizione. La soglia d’attenzione del lettore, del giocatore, del player, in senso lato, sono oggi molto più alte rispetto al passato, non fosse altro – questo per chi appartenga a quella fetta di popolazione che legge meno di un libro all’anno – per il ritmo cui ci sottopongono i media tradizionali come la televisione, la radio, il cinema. La letteratura deve rincorrere questa velocità, deve adattarvisi, oppure deve procedere su un binario parallelo, per creare qualcosa che riesca allo stesso tempo a descrivere una realtà e fornire un’alternativa critica della stessa?
Che fine ha fatto terry grisedu?
Un paradiso di sole donne.
Su “Belle anime porche” di Francesca Ferrando
Che fine ha fatto terry grisedu? Tanto per cominciare, chi è terry? Terry è una ragazza poco ingenua e molto intelligente, che vive in una famiglia per cui questa definizione suona abbastanza azzardata. Il padre, ovvero il compagno della madre, approfitta di ogni momento per metterle le mani addosso, lo stesso dicasi per la madre, la prima scena la introduce ‘a rota’ di alcool e fumo, che entra in camera della figlia per fare rifornimenti. Il quadro dello zoo domestico (il primo che incontriamo) è completato da una sorella affetta da anoressia cronica e da un fratellastro, unico bersaglio plausibile delle attenzioni di rivalsa di terry, una sorta di messa a terra per scariche di depressione, da utilizzarsi in modo particolare quando la protagonista lo sorprende a fumare in cortile. La stanza è il mondo di partenza di terry, finché un giorno, nauseata dal modo in cui viene trattata decide di scappare nel mondo. Lo fa grazie ad uno scaricatore di porto (di quelli che mettono la ‘roba’ nei pesci). La descrizione dell’infernuccio domestico è secca, precisa, rapida, così come lo sarà la prosecuzione del romanzo, suddiviso in brevi capitoli, ognuno con un titolo che ne riassume il senso ammiccando a qualcos’altro, magari una canzone, o un’opera di letteratura; un concentrato di energia che difficilmente può essere contenuto, quello di terry grisedu, la sua fuga da casa è soltanto l’inizio delle sue avventure. La seconda fuga è dal suo Principe, la terza da Carlo, un cattolico che la ospita in casa e al quale terry ruba due milioni e una Fiat Ritmo fatiscente. Compagna di questa fuga sarà Libertà, residuo di un tempo post-hippie-punkabbestia, vuole farsi e farsi soltanto; terry si innamora di lei. Non sarà l’unica donna che avrà un ruolo importante nella formazione accidentata di terry, incontreremo anche Michelle una barbona androgina, inizialmente confusa tra un uomo e una donna, in realtà una donna, madre, sposa, Dio. Una nota poetica attraversa la scrittura di Francesco Ferrando, al suo esordio narrativo, l’autrice è abile nell’infittire il suo romanzo di citazioni sottili, che non appesantiscono la sua scrittura, rendendo un’immagine particolare, quella di una riot-girl inconsapevole e lontana dagli stereotipi. Se da una parte ciò che accade a terry somiglia ad un susseguirsi di istantanee e colpi di scena, quello di cui si accorge il lettore, alla fine del romanzo, è che i sentimenti hanno dominato le azioni della protagonista dall’inizio alla fine. Una disperata vitalità pervade questo romanzo nel quale non è tanto descritta la formazione, quando il raggiungimento della consapevolezza e della maturità da parte di terry, una ragazza cattiva che conosce già il modo per arrivare dove vuole, ma che è ancora capace di emozionarsi e innamorarsi, anzi, che proprio per via dell’amore riesce a vivere le emozioni più intense malgrado le difficoltà dell’ambiente dal quale decide di fuggire (la famiglia) o nel quale decide di gettarsi a capofitto, la droga, la sperimentazione di ogni esperienza, o il ‘porto’ il rifugio di barboni rappresentato dal piazzale della stazione di una cittadina di provincia, l’interminabile strada. Interessante è anche una lettura di questo testo come documento proveniente da una generazione, quella dei nati nei paraggi degli anni ’80, figli di genitori che hanno problemi simili a quelli dei proprio figli, legati come sono alle condizioni di una precarietà irredimibile, oppure all’aids, una malattia come tutte le altre, ineluttabile conseguenza del semplice farsi o donare il proprio corpo nella naturalezza di rapporti clandestini. Dal punto di vista della lingua questo romanzo raggiunge un equilibrio, senza eccedere nell’utilizzo del gergo, né ammiccamenti inutili o eccesso di massimalismi, la musica entra a far parte del romanzo (Vasco & altri), senza diventare una presenza ridondante, ciò che il lettore trae come risultato è nella bravura nel riuscire ad essere equilibrati nel trattare una materia che invece vuole scappare ed eruttare via da ogni parte e a velocità incredibili. La velocità e la linearità delle descrizioni resta, la materia cruda non viene sopraffatta dalla scrittura; la protagonista è sì una sedicenne nata sul finire degli anni settanta, tuttavia non esistono esatte indicazioni geografiche, tutto si svolge tra cittadine e paesotti grigi e senza identità, fino al compimento “Ormai so che posso farcela da sola. Senza principi azzurri, maritini, fidanzatone. Sicuramente non posso più vivere senza il sorriso di Michelle nel cuore, o lo sguardo acido di Libertà. Ogni mattina mi sveglierò pensando che forse quella stessa notte Libertà ha raggiunto Michelle, che con i suoi grandi occhi di pane l’ha accolta stringendola al petto. Me le immagino in un paradiso di sole donne, magari di sole streghe. Dove anch’io, appena muoio, vado e le abbraccio forte. Ma per il momento, il mio posto è qua, su ‘sta cazzo di terra. Forse.”.
Siete pronti a scoprire che fine farà terry grisedu?
Il romanzo è stampato per i tipi di Pressutopia (nata da un’idea di Francesca Ferrando e Caterina Grimaldi), ed è un romanzo copyleft con licenza creative commons, al quale si collega un altrettanto dinamico progetto artistico che potete seguire sul sito www.pressutopia.org.

Belle Anime Porche (Roman-zoo) di Francesca Ferrando, distribuzione Mimesis-PDE, ISBN 88-8483-429-5, 9788884834294, €13,00
anticipazione da Musicaos.it, Anno 4 Numero 25 (febbraio/marzo 2007), è il numero in preparazione per il quale potete inviare i vostri materiali narrativi, poetici e i vostri interventi critici, informazioni su musicaos.it.
Imbambolarsi
Imbambolarsi
Se ne andava mio figlio, gnomo con la valigia
decenne partente per la colonia, ed insieme
la sua poca età, di cui non mi arrivava
magone e sternuto;
o, appena più grande, dentro il formidabile
reticolato dei tram remigava
involto in cento còmpiti, in
lontananza di paternità;
o fantasticava sopra un pezzo di carota
e con parole disadatte mi diceva
a me di portare pazienza.
Dunque l’incolmabile mio
debito di sentimenti.
Però se in un domani, dall’aria sostenuti,
in compagnia potessimo tu e io, lui
e mio padre – pittore con barbetta
resuscitato da morte –
in tre a mezza voce chiacchierare
soffiandoci il naso e
dipingere a parole un’immensa piazza Susa
fino a un leggero, felice imbambolarsi…
da Tiziano Rossi, “Il movimento dell’adagio” (Garzanti, Milano, 1993)
Domani a FOGGIA per le “Tribù dei blog” e domenica?

(foto Angelo Longo).
Domani sarò a Foggia per “Le tribù dei blog”, grazie all’associazione Books Brothers e a tutti gli organizzatori e partecipanti, e domenica 3 dicembre alle ore 20.00? Alla libreria Kube di Gallipoli ci sarà un concerto di P40,
il progetto P40 nasce nel 2002 dall’idea del musicista pasquale quaranta, personaggio emergente ed estroso della grande fucina di artisti salentini, subito balzato agli occhi del pubblico della sua terra natía per l’originalità della sua opera e il carisma del personaggio. alla base del lavoro di P40 c’è l’osservazione attenta e critica del suo tempo che l’artista cerca di ri-significare nei suoi spettacoli, attraverso un repertorio di brani inediti composto dallo stesso.
da non perdere! Informazioni qui
aggiornamenti da “Il cosmo – titolo provvisorio”

Sto lavorando a “Il cosmo – titolo provvisorio“, dal maggio del 2005. Si tratta della mia raccolta di poesie dopo “Poesie del Sol Levante”. Il 13 Dicembre, a La Vallisa, nell’ambito della rassegna “Le voci dell’anima” organizzata dalla Princigalli Produzioni, ne approfitterò per leggere testi da questo lavoro. Alcuni frammenti sono comparsi fino ad oggi in stampa e in rete, in particolare in “Majanu – Poesia e poeti salentini” (frammenti 1,2,4,18,19) a cura di Mario Calcagnile (ISBN 88-89587-07-5) , e sul sito di Gian Paolo Guerini (frammenti 3,6,9,11,15,16,37), nella sezione guest. Buona lettura.
Contromafie, 25 Novembre a Bari

segnalazioni

Segnalo tre iniziative, la prima è un corso di formazione triennale per operatori in arteterapia, tra i docenti c’è Vincenzo Ampolo, curatore tra gli altri di un volume di interventi uscito l’anno scorso con campanottoeditore (Dissociazione e creatività). La seconda iniziativa si chiama Cogito Labor, un laboratorio teatrale che si terrà a Taranto, la partecipazione è gratuita e riservata a ragazzi dai 18 ai 30 anni (anche questa la trovate su Musicaos.it nella sezione diario. Infine, la terza iniziativa, il reading di autori Besa Editrice organizzato in collaborazione del Fondoverri, con Mauro Marino e Antonio Errico che presenteranno gli autori che verranno a leggere i loro lavori (tra i quali alcuni dei partecipanti del “Canto Blues alla Deriva”), Fiera del Libro, Campi Salentina, Domenica 26 Novembre, ore 19.00.
Buon compleanno!

Benoît Mandelbrot matematico polacco, francese di adozione, nato il 20 novembre 1924 a Varsavia (Polonia), noto per i suoi lavori sulla geometria frattale.
Nato in Polonia ha vissuto in Francia per buona parte della sua vita. È nato in una famiglia con forte tradizione accademica: sua madre era una dottoressa e suo zio Szolem Mandelbrot un famoso matematico, mentre suo padre ha basato la propria vita sulla rivendita di abiti.
La famiglia lasciò la Polonia stabilendosi a Parigi per sfuggire il regime nazista. A Parigi venne iniziato alla matematica da uno (appunto Szolem) dei suoi due zii, che contribuirono alla sua educazione e formazione, da una parte scientifica, dall’altra umanistica.
Educato in Francia, ha sviluppato la matematica di Gaston Julia e ha cominciato la rappresentazione grafica di equazioni su computer. Mandelbrot è il fondatore di ciò che oggi viene chiamata geometria frattale e ha dato il proprio nome ad una famiglia di frattali (detti appunto frattali di Mandelbrot) e ad un particolare insieme (detto insieme di Mandelbrot).
Mandelbrot scoprì il suo frattale quasi per caso nel 1979, mentre conduceva degli esperimenti per conto del Watson Research Center dell’IBM, dove, con l’aiuto della computer-grafica, poté in seguito dimostrare che il lavoro di Julia del 1918 (e che suo zio gli aveva consigliato nel 1945!), poteva esere uno dei frattali più affascinanti, ma una delle letteralmente infinite curiosità del frattale di Mandelbrot è che esso comprende, pur nella sua semplicissima formula, anche il frattale di Julia.
I suoi lavori sui frattali in quanto matematico impiegato all’IBM gli hanno fruttato un “Emeritus Fellowship” ai laboratori di ricerca T. J. Watson.
A partire dai primi anni ’60, e fino ai giorni nostri, l’applicazione della geometria frattale a questioni economiche ha condotto Mandelbrot a mettere in discussione alcuni consolidati fondamenti dell’economia classica e della finanza moderna, quali l’ipotesi di razionalità dei comportamenti degli agenti economici, l’ipotesi dell’efficienza del mercato, e quella secondo cui i movimenti dei prezzi di mercato sono descrivibili come un cammino casuale (random walk) in analogia al moto browniano di una particella in un fluido. L’analisi frattale delle variabili economiche e finanziarie ha portato nell’ultima decade alla nascita della cosiddetta finanza frattale, nella quale lo stesso Mandelbrot ritiene siano attualmente impegnati almeno un centinaio di ricercatori. Altri ricercatori sono impegnati nel più vasto campo dell’econofisica.
Oltre alla riscoperta dei frattali in matematica, dimostrò che essi possono essere la chiave di lettura delle forme presenti in natura, dando il via ad una particolare sezione della matematica che studia la teoria del caos.
Nel 1993 gli è stato conferito il prestigioso premio Wolf per la fisica, “per aver trasformato la nostra visione della natura”.
L’ottobre del 1969

L’Ottobre del 1969
Che (parola illeggibile) di corpi a Cerveteri o Orvieto
quando si ammucchiano, per poi subito disperdersi,
e per poi ritrovarsi, a caso, mentre c’è la stasi
domenicale dell’aria fredda. La Chiesa allora accoglie
li accoliti; entrano uno per uno (parola illeggibile)
ottusi, non intingono il dito nell’acqua santa,
no, no, entrano, fanno la loro visita cieca, a tentoni,
ed escono poi subito, come ansiosi di altro.
Non sanno, davvero ottusi, che uscendo di fuori
nel sole che batte sull’acciottolato invernale,
li aspetta, subito asciugati, nient’altro che l’agonia
di una morte all’aperto tra cespugli, e strade, e case,
e poi, forse, caserme, ospedali, viali e lungomari;
la fretta che li conduce all’aperto li conduce al sole
che imprigiona generi, suoceri e già fecondi nipito,
perdendoli nel bel colore del freddo al calare della sera
coi risultati delle partite di calcio e Orione;
ma la Chiesa resterà vuota per poco, un nuovo
visitatore portato dall’ottobre ancora caldo,
perduto nel sole come un cane bastardo a mezzanotte,
chiede di entrare, lui e i suoi amici, arrivati per caso;
entra lui, seguito poi dagli altri, senza guardarsi intorno
per la porta comunque stretta; la loro preghiera è frettolosa,
non si rivolge a nessuno, deve finire al più presto,
per una liberazione che dà gioia solo a chi si libera
e non si dà pensiero dell’immediato ritorno alla necessità;
si getta a liberarsi a testa bassa come un animale,
ripetendo sempre le stesse poche parole
prive di ogni pudore, anzi innocentemente brutali,
niente lo turba, perché non è lui a dover pagare l’obolo
alla Chiesa, anzi, è pagato, e ciò lo assolve
da ogni dovere verso se stesso; poi riesce com’era entrato
e il crepuscolo di ottobre lo spinge odoroso
a vagare intorno dove capita nei paesi, a morire
in quell’esterno che egli considera vita.
Anche nella Chiesa, dopo gli ultimi visitatori
della notte frattanto sopraggiunta con la luna sull’Appennino
si spengono i lumi, si fanno sbadate pulizie:
ma i visitatori, per quanto muti, per quanto ciechi,
hanno lasciato le tracce della loro presenza,
e nel vuoto della notte la loro creduta vita
riempie dell’illusione (parole illegibili)
Rimangono allora intorno alla Chiesa che si erge sola
contro il cielo svuotato di vita, gli odori
precedenti la vita stessa, di bosco e serate di poveri;
gli incensi non son stati bruciati là dentro, no, no,
gli incensi sono fuori, sui mucchi di giovani uomini poveri,
corpi radunati insieme solo per ragioni di età,
vestiti con generale soddisfazione di panni buoni,
mentre le sigarette stanno obbedienti fra le grosse dita:
le fungaie, i gelsomini, oppure gli arbusti e le foglie secche
che odorano forte all’umidità dell’autunno caldo come l’estate,
non sono altro che il contorno di quei visitatori,
niente altro che un po’ di radicchio intorno alla carne.
Ci vogliono anch’essi! E anche – in altre occasioni –
gli odori delle locomotive ferme sui binari morti,
dei rifiuti sulle scarpate, dei copertoni bruciati,
che il sole dop averli tanto riscaldati abbandona all’acqua.
Un po’ alla volta – dopo aver dato tanta emozione
dovuta al sentimento che essi – con gli altri odori, più nobili,
e con tutte le innumerevoli cose della loro stessa natura,
mettiamo l’acqua del mare, la luna – sarebbero stati
il possesso da godere per un’intera vita,
con altro futuro dopo il futuro – essi hanno finito
con l’ammassarsi come tabernacoli non più venerati.
Altro non pretendevano che il piacere puro e semplice
(ma sconfinato) d’essere contemplati; ora non è più possibile;
perché della vita non resta che una piccola parte,
ed essi non sono più garanzia di un lungo diritto futuro.
Un po’ alla volta si forma un Tempio accanto alla Chiesa.
Siete voi a innalzarlo, Inutilità del cosmo. E i visitatori
cominciano a farsi meno accalcati e meno quotidiani;
le resse davanti alla porta, ad aspettare il turno,
si diradano un po’. Occorrono delle domeniche di sole,
lungo il mare, o nell’interno dei colli appenninici,
perché la calca davanti alla porta aspiri agli antichi fasti,
e loro, i figli, dopo essere entrati nella vecchia Chiesa,
che è la vita – per tanti anni insofferente di contemplare –
riguadagnano frettolosi l’esterno, là dove si perdono
le strade assolate dell’agonia. Occorre qualche calda ora d’ottobre
perché la gioia che tanti devoti, o clienti, incapaci a sapersi sacri
nel loro mucchio (parola illeggibile) alle distratte risate,
ritrovi l’antica e prepotente ansia del martirio.
Forse il senso si sta trasferendo da quella Chiesa semiabbandonata
a quel nuovo Tempio in cui niente possiede, e niente è posseduto.
da “Trasumanar e organizzar“, Pier Paolo Pasolini, Garzanti, 1971
tutti i diritti sono riservati
shame on you!

“We like non-fiction and we live in fictitious times.
We live in the time where we have fictitious election results that elects a fictitious
president.
We live in a time where we have a man sending us to war for fictitious reasons.”
(estratto dal discorso di 1:57 min tenuto da Michael Moore nell’Oscar 2003 per “Bowling a Columbine“)
“Intanto Soldati borbotta qualcosa e, quando si toglie dal volto l’asciugamano, vedo che non ha più la lunga barba che si faceva crescere da due anni. Non ha resistito alla tentazione di tagliarsela, per vedere che cosa c’era sotto. Sì, Soldati è uno dei pochi scrittori che vive la sua autobiografia.”
(Ennio Flaiano, Diario Notturno)
Un discorso che potrebbe essere preso come punto di partenza, secondo me, per un’analisi sulla deriva ontica (tutta positiva) della narrativa italiana, che scivola e a ragione, verso la narrazione autobiografica. A volte le vicende vissute da certe persone (scrittori o non scrittori che siano) sono interessanti, a volte mettersi a lavoro per cercare di costruire personaggi fittizzi/fattizzi può condurre a risultati che sono distanti da ciò che si potrebbe ottenere lavorando su sé. Mi vengono in mente, ad esempio, l’introduzione metodologica posta all’inizio di “Troppi paradisi”, di Walter Siti e questa nota di Gliulio Mozzi postata in inizio del frammento estratto da “Contronatura” (il protagonista “fittizio” di Contronatura si chiamerà Massimiliano Parente e fatti, luoghi o persone vi saranno, come ha dichiarato lo stesso Parente (quello vero, non quello “fittizio”) “puramente causali”.); oppure Carlo Bordini (Manuale di autodistruzione/Fazi, Gustavo/Avagliano Editore) che scrive pagine di diario che trasforma in romanzi o romanzi che sono vividi come pagine di diario. Era ora!
seize the day
Luogo: bancarella del libro usato in Piazza Libertini
Tempo: festa di sant’Oronzo, il santo patrono di lecce, una festa che quest’anno ha risentito di alcune critiche da parte dei cittadini, l’agone politico nel salentino si scontra a suon di luminarie e orchestre
Data: 25 agosto 2006, centoseiesimo anniversario della morte del filosofo tedesco F. W. Nietzsche
Personaggi: luciano, proprietario della bancarella
Prologo: luciano individua tra gli scaffali della bancarella una copia intonsa de “Horcynus Orca”, il capolavoro di Stefano D’Arrigo, nella prima edizione mondadori datata gennaio 1975
Primo atto
luciano (pensando): “non ho mai acquistato l’edizione rizzoli, più per pigrizia che per mancanza di volontà, a dire il vero ho già acquistato I fatti della fera ad una bancarella del mercato settimanale di Gallipoli per 1 euro”
Secondo atto
luciano (scontrandosi con un ex-amico): “come va…bene?…non mi sembra…ti vedo ingrassato…abbronzato…dimagrito…bianco…triste..felice”
Terzo atto (l’approccio)
luciano: “Quanto viene?”
proprietario della bancarella. “dodici euro”
luciano: (disinteressato) “se me lo fai dieci lo prendo”
proprietario: (senza esitazione) “va bene”
Ecco il testo del depliant/pieghevole che accompagnava la prima edizione dell’opera:
“Opera di grandioso respiro epico e lirico, Horcynus Orca racchiude in una azione di pochi giorni e in uno spazio compreso tra l’estremità della Calabria e la Sicilia una materia di immenso potenziale mitico e simbolico e insieme di straordinaria evidenza realistica: il ritorno al paese, a Cariddi, nello sfacelo dell’autunno del 1943, di ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu regia Marina, che percorre a piedi le coste devastate della Calabria e viene trasbordato di notte da Circina Circé, potente e ammaliante figura di femminota, dedita a misteriosi traffici su e giù per lo sill’e cariddi. Riapprodando all’isola, tutto quanto costituiva il suo mondo, a terra e a mare, gli appare stravolto, immeschinito e degradato dalla guerra e dalle conseguenze della guerra. L’apparizione improvvisa dell’Horcynus Orca, dell’Orca che dà la morte, che dà la morte e basta, dell’Orca che è, in una parola, la Morte, segna una svolta narrativa di grande effetto e imprime al romanzo una cadenza fortemente drammatica. L’orcaferone, mostro terrificante e cancrenoso, col fetore della sua piaga rivela subito implicazioni simboliche, che non cadono mai nell’astrazione, ma si esprimono in immagini di potenza vitale e visionaria. Dopo l’agonia dell’orca, scodata e irrisa dalle fere, feroce razza di delfini del duemari, e il traino e arenamento dell’enorme carogna ad opera di inglesi e pellisquadre, si assiste a un tempestivo cambiamento di ritmo narrativo e le ultime duecento pagine – che con una progressiva e inaspettata concentrazione dei fatti, tipica del climax tragico della tradizione più alta, portano senza una pausa al finale – sono di una grandezza senza aggettivi. Il viaggio di ritorno di ‘Ndrja Cambrìa si rivela, così, come il suo avanzare, a poco a poco, verso la morte, in un mondo alterato, corrotto, reso irriconoscibile.
Qualsiasi esemplificazione riassuntiva appare però totalmente inadeguata alla sconfinata architettura dell’opera, che fin dalle battute dell’inizio introduce in una dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e dalle abitudini narrative del nostro tempo. Fondendo il presentimento della morte e il sentimento della vita, il romanzo sviluppa, attraverso quarantanove episodi e una serie sterminata di personaggi e figure, di visioni e di sogni, di ricordi, di simboli e di associazioni, di variazioni e riprese, l’immensa tematica di quella continua metamorfosi che è la vita degli uomini e dell’universo. Essa si articola in una stupefacente varietà di registri stilistici e in una altrettanto prodigiosa molteplicità di piani narrativi, volta a volta – e spesso contemporaneamente – onirici e realistici, evocativi e visionari, soggettivi e corali: dall’amore tra Aci e Galatea, vissuto dal figlio, alla scandagliata per la riviera di ‘Ndrja e Masino, dall’iniziazione erotica di ‘Ndrja alle immagini ariose ed epiche dell’agonia dell’orca fino al progressivo emergere e dilagare della corruzione agli occhi di ‘Ndrja (il Maltese dalla dentatura d’oro, la regata, la fine dell’idolo don Luigi Orioles).
E’ una narrazione dai tempi lunghi, non solo in senso materiale, ma interiore, che muove per cerchi concentrici da punti diversi e si conferma costantemente come unità: unità di mondo morale e fantastico, completamente risolta in un linguaggio dove convergono e si potenziano reciprocamente, per dilatarsi e arricchirsi in una nuova realtà, le lingue ancora oggi parlate di quell’immenso deposito millenario che è la Sicilia; esse reagiscono con l’italiano delle codificazioni letterarie e producono, con continue contaminazioni e neologismi, una lingua insieme nuova e antica, unica nella inesauribille proliferazione delle su einvenzioni e, al tempo stesso, totalmente realizzata nelle su epotenzialità di comunicazione e di espressione. Così che Horcynus Orca, se da un lato può apparire, senza alcun dubbio, una sorta di monstrum nella narrativa contemporanea, dall’altro affonda le sue radici nel sotrato più profondo, più vitale e più ricco della tradizione occidentale, rinnovandola in un testo di smagliante bellezza e di memorabile densità, destinato a occupare, in assoluto, un posto di primo piano nella letteratura del Novecento”.
“Troppi paradisi” di Walter Siti. Una lettura.
“Troppi paradisi”, il terzo romanzo pubblicato da Walter Siti, racchiude una dimostrazione – non la dimostrazione – di come sia possibile, per le lettere, continuare a generarsi di continuo, al di là di ogni dibattito, sulla propria materia vitale, trasversale, sorvolando le operemondo e le fiction e le faction e le novel e le antinovel. Questa è una di quelle opere che azzera il contatore e ci riporta in direzione di una ricerca che coniuga almeno tre aspetti fondamentali. Il primo, l’autobiografia in letteratura; l’ammirazione che il “Walter Siti” (personaggio del romanzo) esprime nei confronti di Alberto Arbasino è segnale di una filiazione/fratellazione diretta – scolastica in certi punti – con la leggerezza e la vitalità di certe pagine aeree contenute in “Fratelli d’Italia”. Siti è un ottimo descrittore delle dinamiche psichiche della mediocrità, che qui è sinonimo di quotidianità progredita d’occidente. Già dalle prime pagine del capitolo che contiene la disanima del suo rapporto di sessantenne con i genitori ‘resistenti’ in ogni senso al suo essere arrivato ad occupare una posizione comprendiamo che in questo romanzo ogni convenzione e singola ipocrisia verranno passate ad un setaccio finissimo. Il secondo elemento che viene dichiarato è il rapporto tra realtà e finzione, un rapporto che a mio parere non è così cruciale (così come appare nell’economia della narrazione), non come sembrerebbe in virtù di una dichiarazione iniziale che risulta essere più un salvacondotto della veridicità del personaggio e non della materia, poco importa che i nomi e i cognomi siano o non siano quelli, bastano gli asterischi disseminati se uno vuole celare davvero, una volta nel romanzo la sospensione è in atto, crediamo ciecamente ad ogni cosa che viene letta, detta, dai personaggi. Un’autobiografia ‘contraffatta’, una realtà che replica la realtà in modo identico, l’identità vera è infatti possibile soltanto nella similitudine approssimata del reale. “Troppi paradisi” è un romanzo sull’amore che emoziona le persona, è un romanzo sulla possibilità di provare un amore disperato e dissennato, a tutti i costi. Il gossip e lo sfondo socio-televisivo presenti nel romanzo sono nella norma ambientale cui il lettore odierno – non solo di libri – è abituato, l’impatto che i reality-show hanno avuto nell’immaginario del nostro paese ha fatto sì che tutti conoscano Taricone come in un tempo mitico Ercole, quindi sorvolati l’agio e il disagio (per chi rifiuti di datarsi all’oggidì) di questa invasività mi(s)tica è l’amore che domina la narrazione, con l’attrazione, i dispetti, la dipendenza e i sospetti, le lontananze, i ricongiungimenti. Sergio ha trent’anni in meno di Walter, il protagonista che lo vede come un nipote; Sergio è dominato da un desiderio di arrivare apparendo, ignaro di tutto ciò che si nasconde dietro un sorriso o un ingaggio per un programma televisivo; pagherà le conseguenze di questo suo carattere con una breve esclusione dal suo mondo preferito, dimostrando la capacità di riprendersi e conquistare una sua autonomia che coinciderà con un’autonomia/affrancatura affettuosa da “Walter Siti”, il mediocre virtuoso. Interessante il racconto delle ‘voci’ legate alla presunta pedofilia, cresciute e diradate nel sottobosco di personaggi dubbi (Mario Lucchi et coetera); queste voci rischiano di far naufragare per sempre ogni tentativo di Sergio al crearsi un’immagine e una professione. L’effimero e la fragilità dei Personaggi Televisivi abbondano, l’incapacità di interagire con le persone normali. Walter ha bisogno di sesso (e di Sergio), cercherà di ampliare le sue esperienze e conoscenze con ragazzi a pagamento, toccando i vertici della mediocrità e dell’abiezione, senza mai perdere se stesso e – il Walter Siti autore – senza smarrire la bravura nella narrazione. Walter non è ricchissimo, conosciuto Marcello, il secondo amore nel romanzo, decide addirittura di trascorrere sei mesi (giugno/dicembre) spendendo e vivendo oltre il limite massimo delle sue possibilità. Marcello sembra incarnare il ‘Riccetto’ pasoliniano elevato all’ennesima potenza e calato nella contemporaneità del mondo fitness, degli elettrostimolatori e delle droghe dopanti, si accompagna ad un corpo perfetto che coincide con la sua anima, anch’essa tutta visibile, spontanea e priva di macchie; il suo corpo e la sua anima sono quelli di un super-puer che è tutto lì, prendere e prendere, l’amore di Walter è così meno cerebrale, meno ansioso di doversi a tutti i costi mutare per essergli il più vicino possibile, dovrà fare quattro lavori (sempre meglio che lavorare! diceva a Sergio) per mantenerlo. C’è un elemento tragico, sotteso alla narrazione, che è continuo, la morte (Alfredo, Renatone) non è un campanello d’allarme utilizzato dal narratore per riportare alla realtà con la sua crudezza, la morte serve ai personaggi per accorgersi d’un tratto di essere cose vere, tante autobiografie romanzate e non una soltanto affollano questo romanzo. Le stranezze promosse ad epifanie, si potrebbe dire per sovvertire una frase presente in “Troppi paradisi”, a voi sciogliere l’enigma. L’amore di “Troppi paradisi” è l’amore bisessuale, le donne che compaiono nel romanzo sono o apparentemente disturbate dall’omosessualità (la Catapano protettrice artistica e iniziatica di Sergio), oppure, come Chiara (la pseudocompagna di Marcello), sono disposte ad accettare un quasi-tutto sempre celato, narrato e descritto da Walter (il filtro credibile), tutto pur di riuscire a far fede all’immagine di rapporto che si sono costruite come materialmente accettabile, “a proposito di donne sole e infelici”. Il fatto di essere rappresentazione di una ‘realtà depotenziata’ (p. 96), concede all’autore di presentare ottimi scorci di surrealtà vera (vedi il dialogo COSTANZO-GRILLINI-MUSSOLINI presente nelle stesse pagine).
Così scorre la vita di Walter Siti, che si autodichiara campione di mediocrità fin dalla prima pagina e nel corso di “Troppi paradisi” acquisisce una consapevolezza dell’amore e del sacrificio così forte da divenirne un portatore sano e anticorpo necessario presso la sua cerchia di amici, verrebbe da dire che non c’è nulla che riveli più profondità dell’esatta descrizione di ogni superficie. Buona lettura.
anticipazione da “Musicaos.it, anno 3, numero 23”
ogni volta come se fosse la prima volta
Le difficoltà di terminare sia pure un breve articolo non consistono nel fatto che il nostro sentimento richiede per la fine del brano un fuoco che l’effettivo contenuto precedente non ha saputo produrre da se stesso, ma sorgono piuttosto perché anche il più piccolo scritto esige dall’autore una soddisfazione di sé e uno smarrimento in se stesso, donde è difficile uscire all’aria del giorno comune senza un’energica risoluzione e uno sprone dal difuori; sicché spinti dall’inquietudine si scappa prima che l’articolo sia conhiuso e che sia lecito scivolar via in silenzio, e si è poi costretti a terminare la conclusione dal difuori addirittura con le mani che non solo devono lavorare, ma anche tenersi aggrappate.
Franz Kafka, Diari, 29 dicembre 1991
(Franz Kafka, Diari, A cura di Ervino Pocar, Introduzione di Remo Cantoni)
a proposito di sosia
Eliminate il doppio che si nasconde in voi o, quanto meno, cercate di farci amicizia. A proposito di sosia, “Essere due” (Sei romanzi sul Doppio), a cura di Guido Davico Bonino. Il tema del doppio è uno dei temi più interessanti della letteratura, in questo libro sono raccolti sei romanzi che hanno fatto scuola. Nel cruscotto della mia automobile c’è, adesso, “Watt” (Beckett, Einaudi, a cura di Gabriele Frasca), più qualche altro testo di cui parlerò in quest’estate torrida.
Ho eliminato il doppio che è in me, da un blog in rete: Un feto dentro lo stomaco di un uomo. Un uomo indiano con un feto nel suo stomaco. Questo caso è definito come “Feto nel feto” e il feto in questione è il gemello morto dell’uomo, l’uomo è cresciuto mentre il gemello rimasto all’interno del suo stomaco è morto. Il blogger in questione suggerisce di dare un’occhiata al video, tenendo bene a mente che alcune scene in esso contenute sono scioccanti.
Canto Blues alla Deriva. Tutto pronto per Noci.
E’ tutto pronto (copie comprese) per la prima presentazione del “Canto Blues alla Deriva“, giovedì 3 agosto a Noci, presso Atrio Palazzo Lenti di Via Porta Nuova Centro Storico (Noci), ore 21.30.
Vittorino Curci presenterà “Canto Blues alla Deriva“, insieme a Francesco Sasso e Luciano Pagano, con l’augurio, a cavallo di quest’estate (“l’estate più calda del secolo”) di organizzare assieme un reading di tutti gli autori presenti (quanti più sarà possibile) in quel del Salento. Nel frattempo potete acquistare la vostra copia del “Canto Blues alla Deriva” al prezzo popolarissimo di 5€ acquista CANTO BLUES ALLA DERIVA su Ibs acquista CANTO BLUES ALLA DERIVA su Unilibro oppure richiedendola nella vostra libreria di fiducia.
Approfitto di questo mio blog personalissimo per ringraziare ANZITUTTO gli autori (oltre a me e Francesco ci sono Vito Antonio Conte, Irene Leo, Gioia Perrone, Matteo Chiarello, Stefano Donno, Rossano Astremo, Davide D’Elia, Angelo Ciciriello, Tiziano Serra, Paolo Simoncini), un grazie a Mauro Marino che ha creduto nella nostra idea, insieme all’editore e a tutto lo staff della casa editrice, che l’ha appoggiata da subito sotto ogni aspetto organizzativo. “Canto Blues alla Deriva” riporta, in pagina 2, la dicitura “Musicaos.it – uno sguardo su poesia e letteratura”, è il primo testo che dalla rete riusciamo a fare arrivare in libreria, dopo un percorso iniziato nel gennaio 2004 e – per quanto riguarda il “Canto Blues alla Deriva” – un’elaborazione incominciata nel marzo del 2005. La cosa più interessante di questo poema collettivo è costituita dal fatto – sembra un’ovvietà – che si tratta di un’opera scritta a più voci e, soprattutto, scritta per passione e spontaneità nei confronti della poesia. Non avremmo mai immaginato, io e Francesco, che il “Canto Blues alla Deriva” avrebbe preso questa forma. Interessante è stato vedere come si è sviluppata, da zero, l’interazione tra alcuni di noi. Di tutto ciò che sono stati la dinamica e lo sviluppo del testo, potrete trovare materiale interessante, indicazioni, testi, nel prossimo numero di Tabula Rasa; in parallelo alla redazione del “Canto Blues alla Deriva”, infatti, ho scritto alcune note, ho raccolto alcune notizie dal forum, ho chiesto agli autori versi inediti (alcuni hanno già risposto), insomma, ho recuperato in editing e redazione le misure che all’inizio mi aveva lasciato Francesco. Quindi – anticipo – nel prossimo numero di Tabula Rasa, assieme alla seconda selezione di racconti tratta da INCIQUID (cui si aggiungono due inediti di Massimiliano Zambetta e Flavia Piccinni), nella sezione poesia troverà posto un DOSSIER/1 sul “Canto Blues alla Deriva”. Saprete tutto tra qualche giorno.
Vandali

da “Minima moralia. Meditazioni della vita offesa”, da aforisma 91, “Vandali”, (traduzione di Renato Solmi, Einaudi Tascabili, Saggi, 206, tutti i diritti riservati)
“[…] A volte si ha l’impressione che gli intellettuali riservino, alla loro produzione intellettuale vera e propria, solo e strettamente le ore che restano loro libere dagli impegni, dalle uscite, dagli abboccamenti e dagli svaghi inevitabili. Addirittura repellente, eppure in un certo senso logico, è il fenomeno dell’ulteriore aumento di prestigio di cui beneficia chi è in grado di dover figurare come un personaggio così importante da dover essere presente in ogni occasione. Costui organizza e stilizza la propria vita, con una affezione intenzionalmente mal simulata di fastidio, come un unico acte de présence. La gioia con cui declina un invito facendo presente di averne già accettato un altro segnala il trionfo riportato nella concorrenza. Come in questo caso, le forme del processo produttivo si ripetono universalmente nella vita privata e nei settori di lavoro che, di per se stessi, non sono assoggettati a quelle regole. Tutta la vita deve assumere l’aspetto dell’attività professionale e nascondere accuratamente, con questa somiglianza artificiosa, ciò che non è ancora direttamente finalizzato al guadagno. Ma l’angoscia che si manifesta in questo atteggiamento non è che il riflesso di un’inquietudine e di un disagio molto più profondo. Le innervazioni inconsce, che, al di là dei processi intellettivi coscientii, accordano l’esistenza individuale al ritmo della storia, non possono fare a meno di avvertire la collettivizzazione del mondo che si approssima. Ma dal momento che la società integrale, invece di risolvere positivamente in sé i singoli, li comprime e li salda in una massa docile e amorfa, ogni individuo è preso dal panico di fronte alla prospettiva – sentita come ineluttabile – di essere risucchiato e inghiottito nella totalità. […]”.
Vedrai, vedrai
Vedrai vedrai
Luigi Tenco

L. Tenco
(1965)
Quando la sera
tu ritorni a casa
non ho neanche voglia di parlare
tu non guardarmi
con quella tenerezza
come fossi un bambino
che rimane deluso
Si lo so
che questa
non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà
Preferirei sapere che piangi
che mi rimproveri d’averti delusa
e non vederti sempre così dolce
accettare da me
tutto quello che viene
Mi fa disperare
il pensiero di te
e di me che non so darti di più
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà
Vedrai vedrai
che non sei finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà.
Musicaos.it – Anno 3, Numero 22
Testi Pasquale Iannucci, Marie – Luciano Pagano, Spermatozone – Gianluca Parravicini, Ciò che resta – Marco Montanaro, Gli ultimi giorni di martirio del Signor B. – Maria Zimotti, Punto fermo – Manlio Ranieri, Diciotto – Silla Hicks, Fiore di Stendhal tra i pini di Roma – Vincenzo Miglietta, Boogie – Pentesilea, Short story & Streaming – Irene Leo – Versi e CAPOversi in DISordine sparso. – Enrico Pietrangeli, Un altro giorno, un’altra mosca, per caso… – Matteo Chiarello, Poesie – Alessandro Canzian, Frammenti – Andrea Ferreri, Detonatori – Bianca Madeccia, Della natura del desiderio – Sergio Bottoni, Senzapeso Interventi Luciano Pagano su “L’acciuga della sera i fuochi della tara” di Marina Pizzi, “Allunaggio di un immigrato innamorato” di Mihai Mircea Butcovan – Francesco Sasso – “Lavoro da fare” di Biagio Cepollaro – Elisabetta Liguori – “La forza del legame” di Claudio Piersanti – Stefano Donno – su “Zoo” di Isabella Santacroce, “Free Karma Food” di Wu Ming 5, “Il libro di Egon” di Stefano Zangrando – Irene Leo – Intervista a Piergiorgio Leaci – Approccio critico. Su Fernando Pessoa – Flavia Piccinni – Intervista a Nunzio Festa, autore di “Sempre dipingo e mi dipingo” e recensisce “Come in un film di Almodòvar” di Paolo Pedote – Beatrice Protino interviene su Edvard Munch: “ Ho sentito un urlo attraversare la natura.” – Manlio Ranieri – “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer.
Spermatozone. 1

Una sera come tante, in Salento, dieci anni fa, nel millenovecento95. Prendiamo la macchina, io e i miei amici, scorazziamo da un paesino all’altro, come sempre in cerca di un posto dove passare la serata, come sempre in cerca di un’osteria per mangiare e bere qualcosa di buono, soprattutto bere qualcosa di buono. Ci sono tante cose che allora non esistevano ancora, qui in Salento, tante di queste stavano affacciandosi timidamente, di alcune non si parlava nemmeno. A cominciare dagli agriturismi. Il concetto di agriturismo non esisteva, al massimo chi voleva fare una vacanza spendendo meno o uguale di quanto si spendeva in Grecia sceglieva una vacanza in qualche campeggio. Ce n’erano già tanti di campeggi, più o meno organizzati, più o meno vicini al mare, alcuni erano pezzi di terra in campagna, a circa dieci chilometri dal mare, con un recinto, la divisione delle zone per terra, una pila per lavare i vestiti e nient’altro. Mi ricordo di una spiaggia vicino ad un campeggio che era conosciuta per il fatto di essere frequentata da surfisti e nudisti e toplese. Andavamo in quella spiaggia desiderosi di fare qualche incontro interessante, non che ce ne importasse molto di surf, al limite trovavamo qualche ragazza del nord-italia. Ma torniamo agli agriturismi e alle osterie. Non essendosi diffuso ancora un concetto di tipicità dei prodotti salentini, è logico che nemmeno le osterie fossero a conoscenza del potenziale economico del quale avrebbero disposto negli anni seguenti, si andava in un locale, ci si sedeva e si ordinava una caraffa di vino e delle crocchette fritte, al limite con dei formaggi, si poteva andare avanti così anche fino alle due o tre di notte. per intenderci era il periodo in cui si stavano aprendo e affermando i primi pub. I miei amici mi indirizzarono verso una strada naturalmente anticipatrice, perfino nella rivalutazione degli spazi storici e pubblici abbandonati al degrado dalle amministrazioni comunali oltre che delle pisciate sul tufo alle due di notte. Tanto è vero che eravamo soliti passare le serate in Piazza Duomo, a Lecce, sempre sorseggiando del buon vino, prima ancora che mettessero gli oblò interrati dell’illuminazione. La prima parola che mi viene in mente è precorritori. Difatti quella sera finimmo al Mocambo di Sternatia, arrivammo tardi, tuttavia in tempo per bere e ristorarci di tutto il nulla che avevamo dispiegato nel pomeriggio. Il locale non era quello che si può visitare ora, ma la vecchia osteria nel cuore del paese, con il portone di legnaccio scuro, dove facevano capolino gli scrittori, gli scultori, gli artisti e i fotografi che hanno infiammato le già calde strade degli anni ottanta in Salento. Se dovete andarci adesso vi suggerisco di scegliere un giorno infrasettimanale e di presentarvi alle undici quando la cucina sta per chiudere e non c’è quasi nessuno, se siete abbastanza molesti potete cenare e bere un vino che, vi assicuro, lascia la tinta rossa dalla bottiglia al bicchiere alle labbra.
Alla rete clandestina di osterie e alimentari aperti fino alle dieci del sabato sera si aggiungeva la rete dei centri sociali, nomi mitici come Gaba Gaba (Cutrofiano), Macello (Soleto), Ragnatela (Maglie), Baraonda (Supersano), Neural (Corigliano), dove andavamo ad ascoltare concerti dal vivo di gruppi che si facevano mille chilometri in furgoncino per venire a suonare in Puglia e in Salento, ancora di rado accadeva il contrario. Le nostre settimane venivano cadenzate dagli spostamenti in macchina necessari per trovare ‘quel’ posto con ‘quel’ gruppo che doveva esibirsi, persino i trenta chilometri che ci dividevano dal ‘centro’, percorsi in 6 dentro una 126, erano un viaggio. Già il fatto di potersi esibire costituiva un plusvalore, soltanto al termine degli anni ’90 i gruppi, forse costretti ad esibirsi nei pub a causa della chiusura dei centri endemica dei centri sociali, hanno cominciato a capire che forse era arrivato il momento di essere pagati per lo sbattimento sopportato e per l’arte benedetta.
Ma torniamo al centro sociale, forse a Soleto, e ad una serata in particolare, che mi vede agonizzante, a soli vent’anni, su una panca di pietra, nel giardino retrostante il centro. Sono lì che conto i fili d’erba in attesa di riprendermi, la musica assordante che viene dall’interno s’interrompe, è finito il concerto, tutti escono a prendere una boccata d’aria o di fumo, adesso tocca a me, devo riprendermi, devo riprendermi perché siamo venuti qui con la mia macchina e devo essere assolutamente in condizioni di poter guidare quel macinacaffè entro venti minuti.
Certe volte, quando la nostra anima-soma è in bilico, basta un richiamo, un suono, un odore, per produrre una momentanea rinascita. Il suono ci fu. Un suono che veniva da lontano ricordandomi di quando ero bambino, una sonagliera forse, non riuscivo a capire. Davanti al mio sguardo fisso per terra si agitavano una gonna nera e un paio di sandali di donna. Mirabile visione. La ragazza stava cercando di produrre un suono ritmico con un tamburello in mano. Il tamburello. Faccio un passo indietro. L’unico luogo dove potevo aver visto un oggetto del genere era o alla festa di San Rocco a Torre Paduli oppure alla Festa te lu mieru a Carpignano, ambedue occasioni utilissime per annegare i pensieri in un bagno di folla. Era la prima volta che vedevo un tamburello in mano ad una ragazza che non avesse sessant’anni, a dire il vero non lo avevo mai visto in mano ad una donna né ad una donna anziana, però mi ricordo, sempre a Soleto, che una notte avevo assistito ad un rituale di musica e danza del quale non capii nulla al momento e che in seguito si rivelò essere la mitica danza delle spade con niente di meno che Zimba come protagonista. Non capivo nulla, chissà come ci ero capitato, cose che succedevano nel novantacinque, quando la Salento Reinassance non era ancora iniziata. Mi diverte pensarci perché quel periodo coincideva con il periodo tumultuoso di quando avevo venti anni, ero iscritto a fisica e ancora non avevo capito che forse avevo sbagliato indirizzo, anzi, che non avevo nessun indirizzo nella mente, no direction, come cantavano i Bad Religion in una stupenda canzone. Quel periodo era hardcore nel senso più crudo del termine, ad Otranto c’era una folla di turisti come adesso, con la differenza che per vedere i fuochi del quattordici agosto potevi ancora rifugiarti sulla terrazza di fianco al Castello, scavalcando il muro e stando attendi a non cascare nella voragine che si apriva d’un tratto sul pavimento. Non c’è un filo di nostalgia nelle mie parole, mi ricordo quei dieci anni che sono passati come se fosse oggi, ed il ricordo me lo tengo stretto, non ne avevo mai scritto e soltanto al pensiero mi se è stretto un nodo in gola, ma non è detto che sia l’ultima volta. Nota per l’editore: se possibile, data la povertà dei contenuti, allegare fotografia del tramonto che si gode in aprile dalla chiesa bizantina di San Mauro in cima a Gallipoli, o, eventualmente allegare il vento che sferza la Torre di S. Emiliano in un pomeriggio di dicembre, l’ultimo giorno dell’anno del 1999. Buona notte amici, dove siete?
Noci. 3 Agosto 2006. Canto Blues alla Deriva.
Sempre nuova è l’alba
Libera notte di poesia
Atrio Palazzo Lenti di Via Porta Nuova
Centro Storico (Noci)
organizzazione, Antonio Natile
Tra diciannove giorni esatti, ora più ora meno, presenteremo il “Canto Blues alla Deriva”, con Vittorino Curci e Francesco Sasso, a Noci, nell’ambito della Rassegna “Nocincanta”.
“Narratori Tarantini Oggi” – domenica 23 luglio a Taranto – Masseria La Penna – ore 21.00

Grazie all’impegno di alcuni ottimi ragazzi e ragazze, non solo scrittori e scrittrici, domenica prossima mi scaverno da Lecce e vado a Taranto, in una masseria stupenda, per una serata che si preannuncia altrettale. Ci saranno Girolamo De Michele, autore di “Tre uomini paradossali” e di “Scirocco”, Cosimo Argentina (di entrambi ci siamo occupati nel quarto numero di Tabula Rasa), Flavia Piccinni, giovane e già promettente scrittrice, oltre che giornalista e critica, Rossano Astremo, autore dei recenti “Vertigine” (raccolta delle sei uscite del periodico) e di “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa”, Giuse Alemanno, che ha pubblicato “Terra Nera” (Stampa Alternativa) e Vanni Schiavoni, poeta che con Lietocolle ha all’attivo due pubblicazioni di versi “Di umido e di giorni” e “Salentitudine”. Oltre a loro ci sarò io, che parlerò del sito e magari approfitterò per accennare al mio esordio invernale e Elisabetta Liguori (Il credito dell’imbianchino, Argo), che invece pubblicherà con peQuod il suo secondo romanzo; e non finisce qui, ci sono Maurizio Cotrona (Ho sognato che qualcuno mi amava, Palomar) e Michele Trecca che insieme a Vincenzo Corraro danno vita all’associazione Books Brothers, operante da diversi anni e che oggi è anche un sito. Malgrado non si possa parlare di corrente, oppure di sistema, certo è che negli ultimi cinque anni si è delineata una sorta di koinè regionale atipica, fatta di migranti e migrati, presenti e distanti (sempre per lavoro, sempre per qualcos’altro che non sia l’andare e il viaggio). Sarà un occasione per trovarsi e ritrovarsi, discutere, divertirsi.
Luciano Pagano
Musicaos, Books Brothers e Officine Meridiane saranno ospiti – il prossimo
23 luglio a Taranto (Masseria La Penna), alle 21:00 – della manifestazione
“Narratori Tarantini Oggi” organizzata dall’associazione Punto A Capo.
La serata, dedicata in una prima parte alla letteratura tarantina (ospiti Girolamo De Michele, Cosimo Argentina, Stella Magni, Flavia Piccinni, Rossano Astremo, Giuse Alemanno, Vanni Schiavoni), proseguirà allargando lo sguardo ad un fenomeno che vede in prima linea diverse realtà pugliesi contemporanee, la “scrittura sulla rete”. Ospiti: Luciano Pagano ed Elisabetta Liguori di Musicaos (www.musicaos.it) Michele Trecca e Vincenzo Corraro dei Books Brothers (www.booksbrothers.it), Lia D’arcangelo ed Erminia Daeder di Officine Meridiane (http://www.scritturacreativa.ilcannocchiale.it).
Drammatizzazione di brani del romanzo “Scirocco” (Einaudi, 2005) di Girolamo De Michele a cura della compagnia “Il teatro dei limoni“, di Foggia. Letture a cura di Franco Nacca e Marina Lupo.
Ingresso libero senza consumazione obbligatoria.
**** INDICAZIONI: Per raggiungere la Masseria La Penna occorre prendere il ponte di Punta Penna (per Taranto o per Bari, la direzione è indifferente) e uscire per Buffoluto, segnalato da una freccia bianca. Si percorre circa un chilometro, seguendo le indicazioni della masseria La Penna.
** Musicaos – http://www.musicaos.it – Dal gennaio del 2004 uno sguardo su poesia e letteratura a tutte le latitudini e su ogni livello di comprensione. Musicaos è un sito, con baricentro leccese, dedicato alla scrittura e agli scrittori, con attenzione ad autori esordienti e a quanti vogliano collaborare la redazione dei materiali della rivista.
** Officine Meridiane – http://www.scritturacreativa.ilcannocchiale.it – Comunità tarantina, iscritta alla federazione Bomba Carta, attiva dell’ottobre del 2004. È un laboratorio permanete frequentato da persone che condividono un interesse per la scrittura e la letteratura e condividono la loro passione attraverso il blog e periodici incontri “dal vivo”.
** Books Brothers – http://www.bookbrothers.it – Books Brothers è un’associazione di pronto intervento letterario attiva in emergenze tipo: esordienti malmenati e malmessi, outsider alla riscossa, manoscritti orfani, padri eretici e
snaturati, minori abbandonati, frutti contaminati, opere incestuose, capolavori al macero, recensioni in taglio basso, autori al margine del caos. Booksbrothers.it è una arena permanente, in cui confrontarsi con le armi della creatività e della critica.
[photo by Ariz]
Poetry Slam. Sono aperte le iscrizioni, fate presto!

Dall’11 al 15 luglio Polignano a Mare si popola di autori e musicisti.
Anche quest’anno Manila Benedetto con Antonio Stornaiolo presenterà il Poetry Slam.
Il 14 luglio alle 21 la grande sfida dei poeti si ripete.
Mi piacerebbe avere il bel gruppo dell’anno scorso e spero vivamente
che vorrete essere presenti.
Quindi iscrizioni aperte, entro il 10 luglio aspetto le adesioni (max 14 luglio con giustifica)
Diffondete la voce e portate amici e poeti! C’è posto per tutti!
Per contattarmi, chiedere informazioni o il regolamento, o insultarmi
con soddisfazione, manila@gmail.com
Manila
ancora l’alba

ancora l’alba.
non cambia, non muta, non si perde
né si agglomera in punti né si stende
come desideri e neanche si riavvolge
la realtà.
(photo by larsz)

